Login / Registrazione
Venerdì 23 Giugno 2017, San Giuseppe Cafasso
follow us! @travelitalia

Visitare Volterra - guida breve

 

Acropoli di Piano di Castello

L’Acropoli è uno dei luoghi fra i più interessanti e piacevoli della città. Si sviluppa su una vasta area, sull’alto ripiano chiamato Pian di Castello. Qui, attraverso le varie stratificazioni, è possibile “leggere” la nascita e lo sviluppo di Volterra, dalla preistoria fino al Quattrocento. Le necropoli, a differenza delle più famose tombe di Tarquinia, Cerveteri, Chiusi e Populonia, presentano ipogei privi di decorazioni pittoriche o scultorie, ma molto interessanti sotto il profilo strutturale. Infatti, essi sono scavati nel sabbione, elemento di base del colle volterrrano e non si sviluppano in alto: sono chiamati Buche etrusche. Particolarmente interessanti sono i due ipogei di età ellenistica, appartenuti forse alla Gens Calcina, in località Marmini di Sotto e le necropoli di Badia, sprofondate nella voragine delle Balze.
In zona si trovano anche i resti della cosiddetta Piscina Romana, un deposito di acque del II secolo d.C. coperto da robuste navate e appena affiorante dal terreno sistemato a giardino pubblico, i resti di un tempio etrusco in blocchi di pietra squadrati e quelli di una strada medioevale che conduceva al primo Palazzo Vescovile, poi demolito per dar costruire l'attuale fortilizio. Si possono ancora vedere resti di abitazioni di età ellenistica, impianti di torri medievali e strade poggianti su fondamenti più antichi.
 

Balze di Volterra

Dopo la chiesa di San Giusto, proseguendo per l’omonima Via del Borgo, si giunge a un bivio: prendendo a sinistra si arriva alle Balze. Qui si apre, agli occhi del visitatore, un superbo spettacolo di bellezza e di orrore: le Balze di Volterra, formate dai cedimenti degli strati arenacei del pliocene che hanno creato, con l’incessante corrosione, scoscesi dirupi d'insolite colorazioni. Le Balze lasciano l’animo sgomento: sono immani voragini che – avanzando lente e inesorabili – in sé raccolgono e inghiottono sepolcreti e mura, case e chiese.
Il fenomeno è senz'altro iniziato in età storica: qui, infatti, sorgevano le necropoli e alcuni tratti delle mura etrusche che lentamente le Balze hanno inghiottito. Nel 1140 le Balze ingoiarono sia la Chiesa eretta nell'VIII secolo in onore di San Giusto, sia il Convento di San Marco. Una seconda chiesa fu allora dedicata a San Giusto, ma anche questa fu distrutta fra il 1617 e il 1627.
Sulla causa del fenomeno scrive il Targioni Tozzetti: «Dell’acqua piovuta sopra del monte di Volterra, una parte sola verso il mare per le pendici del monte e passando sotto all'alto ammasso di strati di tufo e panchina, giunge fino agli inferiori strati di creta o mattaione che servono di base e di fondamento al monte, dove si raccoglie in fonti. Ora questi scoli e queste fonti, facendosi strada verso l'Era e verso la Cecina, hanno talmente corroso l'ammasso degli strati suddetti composti di terra floscia come ceneracciolo, che hanno prodotto frane e dirupi perpendicolari così orribili che non si possono guardare quelle profondità senza patire di vertigine».
Nessuno meglio di Gabriele d' Annunzio vide le Balze in tutta la loro suggestiva maestà: «Le Balze erano piene di luce e d'ombra, percosse dal sole occidente; e la luce era gialla come se percotesse nell'ocra, e la sua ombra era quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell'ora il primo cerchio che cinghia l'abisso: ma il cerchio secondo era cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra, il terzo era livido e sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte s'ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando».
Sull'orlo della voragine si erge ancora, tra le sue rovine e con i suoi profondi crepacci, l'antica Badia dei Camaldolesi con i resti della chiesa romanica sorta nel 1030. Un triste destino pende sul tempio. A poco a poco le vecchie mura si sfaldano e franano, quasi per orrore dell'immane baratro che s'apre ai loro piedi e che minaccia di continuo il superstite edificio.

 

Battistero di San Giovanni

Dedicato a San Giovanni Battista, il Battistero fronteggia il Duomo di Volterra. L’edificio ha forma ottagonale e, per qualche tempo, si è ritenuto costruito sulle fondamenta d'un tempio pagano; ma il tipo architettonico, alcuni documenti e l'iscrizione incisa nell'architrave della porta, concorrono per un’edificazione nel secolo XIII.
L'architettura generale del tempio è elegante e maestosa: la porta è rettangolare, a doppi risalti, con colonnette appoggiate agli angoli dei medesimi sostenenti una cornice con voltone a pieno sesto. I capitelli delle colonne dei pilastri e degli stipiti sono scolpiti, in stile composito, con foglie d'acanto, figure d'animali, ed hanno, invece delle volute, una testa umana. Nell'architrave sono scolpite tredici testine, che rappresentano Cristo e gli apostoli. Una cornice semplicissima corona l'edificio: lunghe e strette finestre si trovano in ciascuna facciata.
L'interno - assai semplice e nudo – contiene nel mezzo una vasca battesimale relativamente moderna, come l'altare collocato nella nicchia di fronte; ma tre belle opere della Rinascenza bastano a renderlo interessante. Sono il tabernacolo dì Mino da Fiesole, la vecchia vasca battesimale commessa al Sansovino nel 1502, e le sculture, operate nel 1500 dai fratelli Jacopo e Franco di Sandro Balsimelli da Settignano, nella nicchia che dal 1761 include l’Ascensione di Nicolò Cercignani, detto il Pomarancio. La cosa più ammirabile che si conserva nel Battistero è senza dubbio il magnifico ciborio di Mino da Fiesole, che faceva parte dell'altar maggiore della cattedrale, da dove fu tolto nel 1590. Nel centro della chiesa s'innalza il moderno battistero, il quale, sebbene non armonizzi col resto del tempio, è pur tuttavia degno d'ammirazione; è dono del prelato Francesco Selvatico dei conti Guidi.
 

Chiesa di San Francesco

San Francesco e San Girolamo sono le due chiese volterrane più importanti dopo la Cattedrale, se non per l’architettura, certo per quello che contengono. La Chiesa di San Francesco sorge in Piazza Inghirami. Fu eretta nel XIII secolo, ma in seguito fu rimaneggiata quasi del tutto.
La facciata è semplice, a cortina di pietre, con portale e rosone centrale. Su di essa campeggia lo stemma crociato del popolo di Volterra.
L'interno è a una sola navata a capriate, con tetto a travi scoperte. All'altar maggiore un grandioso tabernacolo marmoreo contenente un'immagine quattrocentesca della Madonna di San Sebastiano, patrona di Volterra. A sinistra, in una piccola stanza a parte si trova una Pietà in terracotta colorata, del volterrano Zaccaria Zacchi. Splendidi sono i monumenti sepolcrali della famiglia Guidi. Quello di Jacopo Guidi, segretario di Cosimo I, è opera del Palma; quello dell'ambasciatore Camillo Guidi è di Simone Ciolli da Settignano; gli altri due, uno dell'ammiraglio Camillo di Jacopo Guidi, l'altro di Filippo Guidi, sono del secolo XVIII e non mancano di qualche pregio. Sul lato sinistro si vedono il deposito marmoreo di monsignor Mario Guarnacci, e quello del cavalier Mario Bardini, eseguito su disegno di Gherardo Silvani.
Alla destra si trova una porta che dà accesso alla Cappella della Croce di Giorno. La cappella fu eretta nel 1315 da Tedecinghi, con ingresso indipendente dalla piazza, a destra della facciata della chiesa. E' un ambiente a due navate gotiche, absidato e interamente affrescato nel 1410. Tutti gli affreschi sono opera di Cenni di Francesco Cenni e rappresentano la Leggenda della Santa Croce e Storie di Gesù. Tra essi spicca una Strage degli Innocenti, piena di movimento, con varietà d'episodi e intensità di sentimento, che peraltro colpisce per la sua particolare crudezza. Gli affreschi hanno sofferto nel tempo gravi danni e restauri.
 

Chiesa di San Girolamo

La Chiesa di San Girolamo sorge poco lontano dalla città, fuori di Porta a Selci, nei pressi dell’Ospedale Psichiatrico. Fu costruita nel Quattrocento, su disegno del Michelozzo, ma ha poi subito visibili alterazioni.
Ai lati del porticato della chiesa si trovano due cappelle: una appartiene all'Arciconfraternita della Misericordia, l’altra alla nobile famiglia degli Inghirami. Nella prima vedesi un mirabile quadro in terracotta di Giovanni della Robbia, ad alto rilievo, rappresentante San Francesco d'Assisi che porge a Santa Chiara e a San Lodovico di Francia due nastri, su cui è scritto: Haec est via salutis et vitae, e Accipe disciplinam potris tui. Vi sono poi simboleggiate la Castità, la Purità e l’Obbedienza e si vedono le immagini di Cristo, della Maddalena, di San Giovanni e di altri santi. Nella seconda (1501) è rappresentato il Giudizio finale.
L’importanza della chiesa di San Girolamo, come per la Chiesa di San Francesco, è data dai vari e preziosi oggetti d'arte che essa conserva al suo interno. Oltre alle due terrecotte di cui si è detto, spiccano: due quadri su tavola e una pianeta di tessuto del secolo XV con la sigla raggiante di Gesù e la Resurrezione. La tavola di destra, rappresenta la Madonna col Bambino tra i Santi Cosma, Damiano, Francesco, Bonaventura, Lorenzo e Antonio da Padova, ed è stata attribuita al Ghirlandaio, ma sembra che meglio si accosti alla maniera di Zanobi Machiavelli. Più preziosa è l'opposta Annunciazione di Benvenuto di Giovanni di Siena (1466). La Vergine soave, leggera, lunga, con una testina di colomba, siede tra i cherubini. Un vaso di gigli la divide dall'Angelo, del pari così lungo e sottile, che non è possibile immaginarlo in piedi. Eppure è di una suprema eleganza, come la Santa Caterina regalmente vestita, sotto il manto rosso vellutato, di una stoffa a melograni d'oro e a fronde verdi su fondo turchino. Così dì femminile dolcezza è pure dotato l'Arcangelo Michele dai diffusi capelli biondi, coperto di corazza dorata. Sulla linea mediana in alto si vedono il Padre Eterno in gloria e lo Spirito Santo; in basso, il ritratto dell'offerente. Notevoli sono anche le due statue di San Francesco e di San Girolamo, attribuite del Gonnelli, noto sotto il nome di Cieco da Gambassio, e la tomba di famiglia degli Inghirami.
 

Duomo di Volterra

Intitolato a Santa Maria Assunta, il Duomo di Volterra fu ricostruito verso il 1120 sui resti di una preesistente chiesa dedicata a Santa Maria. Al 1254 risale la facciata che – secondo il Vasari - è opera di Niccolò Pisano.
La facciata è divisa in orizzontale da una cornice a trecce e fiori, e ripartita in tre comparti verticali da robuste lesene quadrangolari di tipo lombardo. Notevole il portale marmoreo con la lunetta a tarsie geometriche, formato da materiale di recupero d’epoca romana, che risale alla metà del Duecento.
L'interno conserva nella struttura e nell'impianto la forma romanica a croce latina, a tre navate: tuttavia, per i continui rifacimenti avvenuti nei secoli, specie nel Cinquecento, presenta un aspetto tardo-rinascimentale. Ai primi decenni del Cinquecento si devono i disegni dei sei altari, in pietra di Montecatini, formati da un grande arco cassettonato. Esso poggia sopra una trabeazione classica e sopra due colonne scanalate, con capitelli con foglie di acanto e volute, impreziosite da nicchie, vasi e delfini. Nel 1580-1584, in linea con le norme liturgiche, scaturite dal Concilio di Trento, Leonardo Ricciarelli scalpellò e rivestì di stucco i capitelli delle ventidue colonne che Giovampaolo Rossetti rivestì pure di stucco "di polvere di marmo e mattoni". Per opera di Francesco Capriani, Jacopo Pavolini e Fulvio della Tuccia, fu realizzato il soffitto a cassettoni. Al centro della navata è lo Spirito Santo: intorno sono i busti dei santi della chiesa volterrana: San Ugo e San Giusto, San Lino Papa, San Clemente, le Sante Attinia e Greciniana. Al centro del transetto è la Vergine Assunta in cielo con ai lati San Vittore e San Ottaviano. Gli stemmi dei Medici e del Comune sovrastano l'arcone trionfale.
L'interno conserva numerose opere d'arte, tra le quali spiccano: all'altar maggiore, un elegante ciborio del 1471 di Mino da Fiesole; ai lati dell'altare, due angeli, sempre di Mino da Fiesole; dietro l'altare, un bel coro ligneo gotico (1404); nella prima cappella, l'arca di San Ottaviano di Raffaele Cioli da Settignano (1522); nella seconda cappella, una Deposizione, gruppo ligneo policromo argentato e dorato del 1228, capolavoro della scultura romanica, di ignoto scultore volterrano; a metà della navata centrale, un bellissimo pulpito ricomposto nel 1584 con sculture del Duecento. Sorge su quattro colonne, con bei capitelli, che poggiano su due leoni, un bue e un toro. La cassa, rettangolare, è composta di formelle di autori diversi; nella Cappella dell'Addolorata, due gruppi statuari attribuiti a Giovanni della Robbia: a sinistra, un Presepio in terracotta dipinta con al fondo "l'Arrivo dei Magi" di Benozzo Gozzoli, a destra, un'Epifania; nell'attigua Cappella del Nome di Gesù, racchiusa in una preziosa teca argentea del XVIII secolo, una tavoletta con il Monogramma di Cristo, donata a Volterra nel 1474 da San Bernardino da Siena.

 

Fonte di Docciola

La Fonte di Docciola si trova presso la porta omonima e fu costruita nel 1245 da un certo maestro Stefano di Siena, come indica la scritta posta in alto, sul pilastro centrale. Fu restaurata, forse per la prima volta, nel 1520: dopo un lungo periodo di abbandono, subì un nuovo restauro in tempi recenti, e fu riportata alle linee originali.
Solitaria e maestosa, forma con la porta uno dei complessi architettonici più familiari e suggestivi della città
La struttura richiama quella delle celebri fonti di Siena e di San Gimignano. In effetti, essa si presenta come una specie di portico a grandi arcate. L'acqua scorre e canta nell'ampia vasca sotto le volte, che anima di lampeggiamenti e di mobili riflessi, i quali si svolgono come trilli e gorgheggi sopra l'uguale e diffusa armonia dei verdi tenuta dai muschi, dalle erbe e dal capelveneri, immobile e pendulo nel muro umido e cupo. Si possono immaginare le lavandaie, che in un non lontano passato battevano qui la loro biancheria, ciarlando allegramente, mentre i fanciulli con le brocche di rame e i fiaschi s'addensavano alle fontanelle laterali. L’acqua della Fonte serviva da forza motrice ai molti mulini allineati lungo il botro che scende verso l'Era, ed era usata nel Medio Evo, dall'Arte della lana che qui aveva i suoi opifici.
 

Fortezza di Volterra

Costruita sul punto più elevato del colle volterrano, questa imponente fortificazione è costituita da due corpi di fabbrica: la Rocca Vecchia e la Rocca Nuova, uniti insieme da una doppia cortina, coronata da un ballatoio detto Cammino di Ronda.
La Rocca Vecchia risale al 1343 ed è attribuita al Duca d'Atene Gualtieri VI di Brienne, assunto in quell’anno alla signoria di Volterra. In mezzo alla Rocca si innalza un torrione semiellittico, la cosiddetta “Femmina”, che si protende - come fu scritto - “a guisa della prora di un gigantesco vascello”. Nell'interno del torrione vi erano già le cosiddette carceri del Duca di Atene, poi demolite per la costruzione di una cisterna.
La Rocca Nuova fu invece fatta innalzare da Lorenzo de' Medici sul luogo dove era collocato il Palazzo dei Vescovi, distrutto dai Fiorentini durante il sacco del 1472. E' una fortificazione colossale a pianta quadrata da cui svetta il Mastio, un torrione alto quasi il doppio delle quattro torri angolari. Nel pauroso Mastio, «fortificato d'ingiustizia e di dolore», all’eleganza delle linee esterne si contrappone l’orrore di orride carceri, quasi prive di luce, dal pavimento consumato per l'eterno terribile camminare dei prigionieri. Assoggettata la città dai Fiorentini, la Fortezza servì infatti da carcere politico. Nomi famosi si rammentano fra gli ospiti infelici del terribile edificio: Galeotto e Giovanni dei Pazzi, Caterina figlia di Curzio Picchena, eroina di un romanzo del Guerrazzi, il conte Giuseppe Maria Felicini, l'«anima dannata» le cui terrorizzanti vicende sono state indagate da Corrado Ricci. E poi altri: il matematico Lorenzo Lorenzini, Roperto Acciaioli, il geografo F. C. Marmocchi e infine Francesco Domenico Guerrazzi, che scrivendo e meditando cercò di lenire l'infinita tristezza del carcere. Ancor oggi l'intera costruzione è adibita a Casa di Pena.
Dalla vetta del Mastio si domina «uno dei più belli e mirabili orizzonti d'Italia». Dalla parte del mare, l'occhio si spinge sino alla Capraia e alla Corsica.
 
 

Palazzo Inghirami

L’imponente Palazzo Inghirami domina la Piazza Martiri della Libertà, ma prospetta anche su Via dei Marchesi, dove si trova l’ingresso principale. L’edificio fu costruito nei primi anni del Seicento dall’ammiraglio Jacopo Inghirami, su progetto di Giovan Battista Caccini. In questo Palazzo Luchino Visconti girò numerose scene del suo celebre film “Vaghe stelle dell’orsa”, che vide iniziare per Volterra un periodo in cui diversi film e sceneggiati videro protagoniste le vedute dei suoi palazzi e paesaggi.
La facciata è strutturata su tre piani. Al centro del piano terra domina il portale in pietra “caratterizzato da un bugnato a sviluppo alternato e radiale, che, internamente, è delimitato da un nastrino e da una fascia piana arretrata, sui quali si sovrappongono, in imposta d’arco ... due bozze lisce”. Al di sopra del portale, su una mensola, è appoggiato un busto di Cosimo II de’ Medici. Il portale è affiancato da due finestre inginocchiate con timpano triangolare. Le finestre del primo piano sono a copertura curvilinea e triangolare alternata, mentre quelle del secondo piano sono invece piccole e quadrangolari.
Entro il Palazzo si trova un cortile “impostato su colonne di ordine tuscanico disposte su tre lati”, con numerose urne etrusche, di origine diversa, ricche di ornamenti simbolici. Notevoli sono lo scalone a doppia rampa – progettato da Giuseppe Partini – e il giardinetto, ornato da piccole siepi di bosso e da una magnolia.
All’interno, il Salone colpisce per la sua spaziosità e per il suo arredo permeato di storia: alle pareti sono ritratti di antenati illustri del Seicento e del Settecento. Nella sala accanto si può ammirare il Letto da Campo dell’Ammiraglio, decorato con ricami raffiguranti scene africane. Poco lontano è il Corridoio dei Dipinti che contiene varie tele del Sette-Ottocento, d’ispirazione prevalentemente religiosa. Stupendo è il Salotto Giallo, con arredi ottocenteschi originali: incantevoli sono le due piccole consolle ai lati della finestra, la grande consolle la cui specchiera si accoppia con la specchiera sopra il caminetto e il cassettoncino in avorio del Seicento.

 

Porta all’Arco

La Porta all’Arco è annoverata fra i più grandi monumenti etruschi. Risale al II secolo a.C., è inserita nelle antiche mura del V secolo a.C., e deve la sua conservazione al suo utilizzo nella cinta medievale del XIII secolo. La gigantesca costruzione consta di due grandi aperture ad arco intero che racchiudono una spazio rettangolare senza volta; di due pilastri esterni e due interni, formati di blocchi di arenaria; e di volte costituite di massi di travertino. I blocchi hanno in media la lunghezza di metri 1,10 e l'arco misura metri quattro di larghezza. Nell'insieme della costruzione si riscontrano tre parti ben distinte, appartenenti a epoca diversa: i fianchi, della stessa epoca delle mura; gli archi, dell’epoca romana, forse ricostruiti dopo il famoso assedio di Silla; il muro sopra gli archi - che sostituisce l’antica merlatura - umile rifacimento medievale.
Ciò che rende suggestiva e interessante la Porta sono le tre teste, ora informi, poste nell' apertura esterna, alle due estremità, e nel masso che serve di Cuneo centrale. E’ certo che i Romani, ricostruttori dell’arco, hanno infisso nel nuovo arco le tre teste già esistenti nel primitivo arco etrusco. Ma qual è il significato delle tre teste? Alcuni credono che tali facce umane siano un simbolo del rito, proprio di molti popoli primitivi, di consacrare le nuove costruzioni col sacrificio di vittime umane. Altri vedono nelle due teste laterali i Dioscuri, e nella testa centrale l'immagine di Giove o di un'altra divinità. Ma più attendibile è l'ipotesi che le tre facce siano il ricordo dell'uso selvaggio di recidere il capo al nemico vinto e di esporlo, a guisa di trofeo, sulla porta della città, come a minaccia contro chi ardisse avvicinarsi, con intenzioni ostili, alle mura cittadine.