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Storia di Volterra

Volterra sorge su un colle, posto alla confluenza della Val di Cecina e della Val d'Era. La naturale difendibilità del luogo, le caratteristiche ambientali e le risorse minerarie presenti nel territorio, favorirono fin dal Neolitico i primi insediamenti umani, di civiltà villanoviana, documentati da numerosi reperti archeologici. Nel VII secolo a.C. gli Etruschi aggregano i vari insediamenti del colle volterrano, e danno vita alla città di Velathri (l’odierna Volterra). Nel IV secolo gli Etruschi costruiscono la grande cinta muraria difensiva della città: Volterra, diventa la più importante fra le dodici “lucumonie” che formavano la dodecapoli, la nazione etrusca.
Dopo lo scontro del lago Vadimone (283 a.C.) gli Etruschi si sottomisero ai Romani: verso il 260 Volterra entrò a far parte della confederazione italica e nel 90 a.C. ottenne la cittadinanza romana, fu iscritta alla tribù Sabatina e costituì un florido municipio. Scoppiata la guerra civile, Volterra parteggiò per Mario. Dopo un lungo assedio (82-80 a.C.) da parte di Silla, dovette arrendersi. Le conseguenze della resa furono gravi ma contenute, per l’intervento di Cicerone, e per il grande potere economico e i rapporti eccellenti (con Roma) di alcune delle maggiori famiglie volterrane: tra queste soprattutto i Caecinae. Con l'ordinamento territoriale augusteo, Volterra costituì uno dei municipi della VII ragione, l'Etruria e, nel V secolo d.C., la città era già sede vescovile e una delle maggiori circoscrizioni ecclesiastiche della Tuscia Annonaria.
Caduta Roma, Volterra fu soggetta agli Eruli e ai Goti: ospitò poi un presidio bizantino e, in epoca longobarda, fu sede di gastaldo. Nel periodo più oscuro delle invasioni, appare la leggendaria figura del vescovo Giusto, patrono di Volterra, che, insieme ai compagni Clemente e Ottaviano, si rese benemerito alla città. Nei secoli IX-XI, col favore degli imperatori carolingi, sassoni e franconi, inizia e si sviluppa la signoria civile dei vescovi volterrani, che, esenti dalla giurisdizione comitale e forti di privilegi e immunità, finirono per imporre la loro civile autorità non solo in Volterra ma anche su molti popoli della diocesi. E’ un periodo di risveglio economico e la città comincia a focalizzare non solo gli interessi religiosi, ma anche quelli della vita sociale, economica e giurisdizionale del contado.
Dopo il Mille, l'aumento della popolazione e la fine dei conflitti fra Berengario I e Alberto marchese di Toscana - che portarono alla quasi totale devastazione di Volterra - provocano la nascita dei primi borghi che si addensano ai margini della zona del Castello: il borgo di Santa Maria e il borgo dell'Abate.
Nella prima metà del XII secolo Volterra si organizza in libero comune, pronto a lottare con il vescovo per il possesso della città e delle ricchezze del suo territorio: la lotta fu lunga e aspra ed ebbe il suo culmine con i tre vescovi della potente famiglia dei Pannocchieschi: lo scontro fu vinto dal comune, che dovette però iniziare una politica tutta rivolta alla sua conservazione, e molto conciliante verso Pisa, Siena e Firenze.
Dal punto di vista urbanistico la prima iniziativa importante è l’edificazione della nuova cinta muraria che sostituì quella etrusca, troppo ampia per assicurarne le difese: il lavoro occupò il Comune fin dai primi anni del Duecento e impegnò ingenti risorse economiche. Contemporaneamente sorgono il Palazzo del Popolo, poi dei Priori e la sistemazione della piazza dei Priori, la "platea communis" già chiamato Prato. E intorno al Prato sorgono fin dai primi anni del XIII sec. le prime costruzioni a torre fra cui quella detta del Porcellino che diventò in seguito la sede del Podestà. Anche il Duomo e il Battistero subiscono grandi ristrutturazioni.
Il contrasto tra i vescovi e il Comune favorì agli inizi del Trecento l'affermarsi di una Signoria e Ottaviano Belforti assunse il ruolo di signore della città. Il governo personale dei Belforti finì miseramente nel 1361, anno in cui, uno dei suoi membri, fu decapitato nella pubblica piazza per aver pattuito la vendita della città a Pisa. Ma la fine dei Belforti fu anche il disastro della città: i Fiorentini, venuti da amici per aiutare i Volterrani a liberarsi della tirannide, pretesero la custodia della Rocca e l'esclusione dai pubblici uffici di uomini legati in qualche modo a Volterra. La repubblica volterrana, nonostante la formale proclamata indipendenza, divenne suddita di Firenze, che sempre di più mostrava interesse non solo alle ricchezze naturali controllate dalla città, ma anche alla sua ubicazione che poteva costituire un fortissimo baluardo avanzato contro la nemica Siena: se ne ebbe una conferma, quando la Repubblica fiorentina estese anche a Volterra la legge sul catasto, contro i patti convenuti. Seguirono gravi agitazioni contro la legge e Giusto Landini, patrizio popolare, pagò con la vita la sua opposizione alla politica egemonica di Firenze. Antagonismi di interessi privati, rivalità e invidie, animosità e avversione di famiglie e di classi, interessi personali di Lorenzo de Medici causarono l'inutile guerra dell’allume, terminata con il sacco di Volterra nel 1472, ad opera delle milizie del duca di Montefeltro.
Assorbita nello stato fiorentino, la città fu sottoposta a un duro trattamento che provocò l'emigrazione di molte famiglie facoltose e la conseguente alienazione dei beni a prezzi fallimentari. Il segno visibile del dominio fiorentino in Volterra è la costruzione tra il 1472 e il 1475 del Mastio, la Fortezza voluta da Lorenzo il Magnifico per controllare contemporaneamente la città e costituire una roccaforte verso il territorio senese.
Nel 1530, in un'ultima disperata speranza di riacquistare le libertà perdute, Volterra si ribellò ai Fiorentini in guerra con i Medici, alleandosi con questi ultimi, ma fu ripresa e nuovamente saccheggiata dal Ferrucci. Restaurati i Medici a Firenze, Volterra perse definitivamente la propria indipendenza, e divenne una delle città dello stato mediceo di cui seguì le sorti. Con il dominio granducale inizia per Volterra e il suo territorio un periodo di lenta ma progressiva decadenza, che si protrarrà fino a tutto il Settecento.
La ripresa della lavorazione dell'alabastro verso la metà del XVI si realizzò quasi esclusivamente come fatto d'arte e non si orientò verso indirizzi commerciali. Verso la fine del XVIII sec. e nella prima metà dell’Ottocento, si registrano incrementi nell'agricoltura, nella commercializzazione dell'alabastro e un decisivo miglioramento nei collegamenti viari. Il 13 marzo 1860 Volterra vota la sua annessione all'Italia unita.
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