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Domenica 17 Dicembre 2017, San Lazzaro di Betania
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Visitare Viterbo - guida breve

 

Chiesa di San Francesco

Il complesso di San Francesco, chiesa e convento adiacente, risale al XIII secolo. Esso sorge sull'area di un antico castelletto longobardo, chiamato allora il Castello di Sonza, e venduto nel 1159, da un tal conte Faruffo di Fara ai canonici della chiesa di Sant'Angelo. Nel 1235 l’area fu ceduta da papa Gregorio IX all’ordine dei Francescani, perché vi erigessero un tempio in onore di Fran Francesco. Il tempio fu costruito in tempi rapidissimi, entro il 1236, e la crociera superiore, colle sue stupende forme ogivali, nonché le mura esterne del lato orientale, ricordano tuttora l'austera magnificenza di quei tempi lontani.
Il complesso fu variamente modificato nel corso dei secoli. In particolare, a seguito dei danni subiti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, l'edificio fu restaurato e in parte ricostruito, riportando la chiesa all'originale struttura romanico-gotica ed eliminando alcuni rifacimenti barocchi. Sul lato della facciata si scorge un pulpito eretto nel 1428, dal quale predicò San Bernardino da Siena.
L’interno, a croce latina, termina con un'abside quadrata; il soffitto a capriate ha sostituito dopo i restauri le volte seicentesche. Gli affreschi del Trecento che decoravano le pareti sono andati perduti. Tra le opere architettoniche da menzionare sono: i resti dei monumenti funebri di Pietro di Vico e di Clemente IV, realizzati da Pietro di Oderisio, rispettivamente nel 1269 e nel 1270, quelli del monumento funebre del cardinale Marco da Viterbo e il mausoleo di Adriano V, attribuito ad Arnolfo di Cambio.

 

Chiesa di San Giovanni in Zoccoli

Situata tra Via Mazzini e Piazza Dante, la Chiesa di San Giovanni evangelista, detta in Zoccoli, è fra le più interessanti di Viterbo, soprattutto perché è una testimonianza fedele dell’architettura del secolo XI. Diciamo fedele perché l’edificio, in modo davvero singolare, ha attraversato nove secoli di vita senza riportare guasti di sorta, in una città, più volte assediata e in cui le lotte intestine hanno furoreggiato a lungo.
È un tempio serio, austero, tutto in pietra, senza ornati, senza pitture, senza ornamenti di sorta. Esso richiama essenzialmente alla devozione, alla meditazione ed alla preghiera. Il prospetto si caratterizza per due archi a sesto ribassato, con funzione di contrafforte, che uniscono la chiesa ad una torre. Il rosone in alto, del XIII secolo, riporta i simboli degli Evangelisti, tra cui l'aquila che identifica San Giovanni.
L’interno si compone di tre navate ed è coperto da un tetto a scheletro. Le colonne, che sostengono gli archi, sono formate da cilindri di peperino, sovrapposti gli uni agli altri e terminanti con capitelli. Il presbiterio, rialzato da gradini, termina in un'abside tripartita. Un altare è sormontato da una specie di piramide, e sorretto da quattro colonne. A destra e a sinistra vi sono due altari minori, uno dei quali è antico, l'altro moderno, ma modellato sull'antico, consistente in un cubo di pietra, scolpito con bassorilievi nella parte anteriore. È una forma così primitiva di altare, da ricordare le antiche are, consistenti il più delle volte in un enorme sasso appena dirozzato. Dietro i tre altari vedono le tre nicchie degli absidi.
Tra i dipinti spicca quello su tavola, eseguito dal Balletta (XV secolo), che rappresenta la Vergine in trono col Bambino e Santi.

 

Chiesa di Santa Maria Nuova

All’inizio di Via Cardinal La Fontaine, si apre una piazzetta dove sorge l’antica chiesa di Santa Maria Nuova, La costruzione della Chiesa, in stile romanico, si fa comunemente risalire all’anno 1080, sulla base di un documento di quell’anno, con cui un certo prete Biterbo e suo fratello Leone fecero una donazione ad alcuni canonici regolari, affinché vi erigessero un tempio e una canonica col titolo di Santa Maria Nuova e vi compissero atti di culto e vi accogliessero e curassero i molti pellegrini che passavano per Viterbo. L’edificio, per qualche tempo adibito ad archivio comunale, ha subito nel tempo notevoli rimaneggiamenti.
In facciata, sull’angolo a sinistra, si nota l’elegante pulpito sul quale la tradizione vuole che predicasse San Tommaso d’Aquino. In una colonna del portico esterno, del quale rimangono poche tracce, fu scolpita la “misura di lunghezza” fissata dai priori della città, per il pubblico mercato. Molto suggestiva è la visita a questa Chiesa, quasi completamente spoglia di opere pregevoli, ma ricca di solennità e di storia. Possenti colonne monolitiche sormontate da capitelli dividono l'interno in tre navate e il soffitto a capriate presenta decorazioni del Quattrocento. Nella chiesa si conservano opere di scuola viterbese di ingente valore, datate dal XIV al XVI secolo. Vi troviamo, fra l’altro, Cristo in croce fra Angeli e Santi del XV secolo, uno degli affreschi migliori del Balletta; un affresco attribuito alla scuola di Cimabue, con Cristo in Croce fra Maria e Santi (1293); nell'abside, un tabernacolo del 1100 e sull'altare, un Crocefisso in legno del XVII secolo;  un trittico su cuoio del XIII secolo, raffigurante, da una parte, II Salvatore benedicente tra la Madonna e San Giovanni, dall'altra, alcuni Santi; un pregevole affresco del Balletta con La Madonna in trono con Bambino, Giovanni Battista e Cristo risorto; un Cristo crocefisso tra Madonna e Santi, affresco del XIV secolo di Matteo Giovannetti; un affresco del Cinquecento attribuito al Pastura con San Giovanni, San Girolamo, San Lorenzo e il committente.
Chiostro longobardo
In fondo alla fiancata sinistra della Chiesa si trova il bel chiostro rettangolare, ristrutturato nel 1954. Sia pur impropriamente, il Chiostro è detto “longobardo” per i motivi architettonici che caratterizzano il lato sud, e in quanto ritenuto parte di un edificio paleocristiano preesistente alla chiesa attuale. Di esso sono rimasti soltanto due degli originari quattro lati: il più lungo presenta gli archetti, in laterizi, sorretti da esili colonnine, con evidente entasi tipica dell'architettura longobarda, terminanti in capitelli a forma di stampella; il più corto ha invece tre ampi e massicci archi romanici sostenuti da pilastri in pietra poggianti su un muretto.
 

Duomo di Viterbo

Intitolata a San Lorenzo, la Cattedrale sorge sulla piazza omonima. Fu edificata nel XII secolo in forme romaniche, sul luogo di un'antica pieve le cui notizie risalgono all'850. Nel 1181 fu riconosciuta principale chiesa di Viterbo e della Tuscia da papa Alessandro III (1159-1181), per ottenere solo qualche anno dopo la concessione ufficiale della cattedra vescovile. Dalla metà del Duecento la Cattedrale assunse ancora maggiore rilievo: la presenza dei papi a Viterbo, residenti nel celebre Palazzo dei Papi, fece del Duomo il teatro di avvenimenti religiosi e politici di grande rilevanza e clamore, come la scomunica di Corradino di Svevia e l'incoronazione di ben sette papi.
Il tempio fu eretto secondo la consueta tipologia basilicale a tre navate, concluse da altrettante absidi (la centrale molto emergente rispetto alle laterali); a questo impianto, prettamente romanico, nel 1192 fu aggiunto il transetto, di altezza minore rispetto alla navata mediana. Il primitivo impianto fu profondamente alterato dagli interventi intercorsi in seguito, che cancellarono in parte la nitida scansione delle linee romaniche e distrussero del tutto la facciata originaria ornata da tre rosoni sapientemente traforati.
La facciata attuale, alleggerita da tre oculi simmetrici, è il risultato della totale ricostruzione effettuata nel 1570. Il tetto fu rimesso a punto all'epoca di papa Pio II (1458-1464), mentre successivamente furono realizzate le cappelle lungo le mura perimetrali, sulla ripresa dei modelli rinascimentali brunelleschiani. Il campanile fu costruito alla fine del Duecento in forme già spiccatamente gotiche; scandito da quattro ordini di bifore binate, ricalca in parte la bicromia lapidea delle fondazioni chiesastiche toscane. La cuspide fu aggiunta alla metà del Quattrocento.
L'interno, armonico e monumentale, è suddiviso in tre navate. La parte centrale è ricoperta da un pavimento cosmatesco. Nella navata destra si possono ammirare: lo splendido fonte battesimale del XV secolo, le Cappelle di Santa Caterina verso l'entrata e quella dei Santi Valentino e Ilario a metà della navata, nonché diversi dipinti del Seicento, tra cui quello di Giovan Francesco Romanelli con la Sacra Famiglia e San Bernardino. Nel Cappellone, che si apre dietro il presbiterio, si trova la volta affrescata da Giuseppe Passeri (XVII secolo) con il Giudizio Universale e le Virtù Cardinali e una tela del Romanelli con San Lorenzo in gloria. La navata sinistra conserva il monumento funebre di Giovanni XXI e le lastre tombali di Alessandro IV (1261) e Clemente IV (1268). Da menzionare anche la riproduzione della Madonna della Carbonara, conservata in originale al Museo Colle del Duomo. Seguono: la Cappella di Santa Lucia con affreschi barocchi ed altre tele eseguite tra il XVII e il XVIII secolo. Alla fine della navata è collocata la tavola del Redentore Benedicente tra San Giovanni Evangelista e San Leonardo.

 

Fontane di Viterbo

 In tempi lontani Viterbo era conosciuta come “la città delle cento fontane” e molte fontane ancora ornano le piazze della città. Alcune fontane, specie le più antiche, sono dette a “fuso” per la particolare forma a fiore della cuspide terminale, forma in cui alcuni studiosi hanno individuato la persistenza di un elemento decorativo etrusco.

FONTANA DELLA ROCCA
Piazza della Rocca
E’ tra i monumenti più conosciuti della Città. La sua costruzione risale al Medioevo, quando era nota come Fontana di San Pietro alla Rocca. Nel corso di un restauro, nel Quattrocento, fu aggiunta una nuova vasca, lunga sette piedi. Nel Cinquecento, la primitiva fontana fu sostituita con una nuova costruzione, disegnata dal Vignola. La struttura ottagonale dell'opera è arricchita da una gradinata che conduce a una vasca, anch'essa ottagonale, sormontata da due vasche concentriche; sulla sommità della fonte è collocato il giglio dei Farnese.

FONTANA DI PIANO
Piazza Fontana di Piano
Quartiere Pianoscarano
La Fontana fu realizzata nel 1376 sui resti di una più antica, distrutta a seguito di una sanguinosa sommossa qui avvenuta nel 1367: nel periodo in cui Urbano V si trovava a Viterbo con la sua corte, un servo di un cardinale francese lavò un cane nella fontana, che era utilizzata dagli abitanti per tutte le loro necessità quotidiane. L’atto provocò la rivolta dei viterbesi, ma la sommossa fu subito soppressa dal papa che inflisse severe punizioni ai cittadini, tra cui la demolizione della fontana stessa. La struttura attuale è un mirabile esempio di fontana “a fuso” viterbese. Restaurata nel XIX secolo, subì altri interventi dopo la guerra. Da tre scalini si accede alla vasca decorata da riquadri intervallati da colonnine; al centro s’innalza il fuso a forma esagonale sorretto da una colonna, in cui sono incassati dei leoni. I bassorilievi in alto rappresentano dei santi, forse San Nicola e Sant'Andrea.

FONTANA DI PIAZZA DEL GESÙ
Piazza del Gesù
Probabilmente fin dal Trecento esisteva qui una fonte, che nel Settecento divenne di proprietà dei Chigi, che la fecero riparare. Agli inizi del Novecento la Fontana fu sostituita con una nuova, realizzata sui progetti di Giovanni Pizzichetti e della Cooperativa dell'Arte Edilizia. La struttura attuale è il risultato di tali progetti ed è costituita da vasche sovrapposte: la prima, più grande, è sostenuta da un pilastro sormontato da un capitello corinzio, la seconda, di minori dimensioni, è caratterizzata da un sostegno decorato con sculture di animali.

FONTANA DI PIAZZA DELLE ERBE
Piazza delle Erbe
La medievale fontana a fuso che abbelliva la piazza fu sostituita da quella di stile barocco (1621) disegnata dal pittore viterbese Caparozzi. Nel 1625 fu rifatta la vasca dallo scalpellino Antonio Pieruzzi. Nel 1877 furono aggiunti una ringhiera in ferro e i leoni marmorei che sovrastano la fontana, scolpiti dall'artista Pio Fedi. Dagli scalini ottagonali si accede alla fontana ornata da stemmi come quello del Comune; ne compaiono altri sotto le mensole poste a sostegno delle sculture leonine. Interessante il globo sotto la zampa dei leoni con su scolpita la scritta FAVL, iniziali dei quattro castelli da cui la città ebbe origine.

FONTANA DI SAN FAUSTINO
Piazza San Faustino
Realizzata verso la metà del Duecento dagli scultori Jacopo di Andrea e Gemino di Mastro Francesco, come si apprende dall'incisione sulla fontana, fu più volte restaurata nel corso dei secoli. Presenta una vasca circolare, al centro della quale si sviluppa una struttura a fuso decorata da teste di leone dai cui sgorga l'acqua attraverso dei bocchettoni. Ai centro del fuso si notano stemmi a bassorilievo. In cima foglie d'acanto racchiudono una pigna.

FONTANA DI SAN TOMMASO (O DELLA MORTE)
Piazza della Morte
La Fontana prende il nome dalla piazza in cui si trova. Fu costruita nel Duecento ed è una delle più antiche della città. Lo dimostra la sua struttura a fuso, tipica delle fontane viterbesi più antiche. Specchiature rettangolari circondano la vasca. Il fuso è sostenuto da una colonna; nella parte inferiore è decorato da protomi leonine da cui sgorga l'acqua; nella parte superiore da sculture a foglia stilizzata; è sormontato da un ornamento a forma di pigna.

FONTANA GRANDE
Piazza Fontana Grande
E’ la fontana più antica di Viterbo. Fu realizzata nel 1212, per volere del Comune, dai maestri scalpellini Bertoldo e Pietro di Giovanni, come si legge nell'epigrafe posta sulla vasca inferiore. Il nome originario era “Fontana del Sepale"; la denominazione attuale risale al 1565. Restaurata più volte tra Duecento e Quattrocento, essa fu in parte modificata nell’Ottocento. La struttura è composta da una vasca a croce greca, circondata da una gradinata, su cui si alza uno stelo con due coppe sovrapposte, e termina con un pinnacolo da cui sgorga l'acqua.

 

Palazzo dei Papi

Costruito nel 1266 su commissione del capitano del popolo Raniero Gatti, come dimora-fortezza per i pontefici, il Palazzo dei Papi - ora chiamato anche Palazzo Vescovile - divenne il centro della vita religiosa e diede fama e prestigio alla città. Il Palazzo fu sede d’importanti elezioni papali, tra cui quella del 1298-1271 in seguito alla morte di Clemente IV: dopo 33 mesi di sede vacante, la più lunga nella storia della Chiesa, venne eletto Tebaldo Visconti, con il nome di Gregorio X. Le cronache riportano che i Viterbesi, stanchi per l’attesa, e allo scopo di accelerare l'elezione del pontefice, rinchiusero i cardinali “cum clave” e poi scoperchiarono il tetto del Palazzo.
Il Palazzo è uno dei più insigni monumenti dell'arte medioevale viterbese, sia come saldezza, sia come eleganza di costruzione. Fu più volte rimaneggiato tra il Quattro e il Cinquecento, ma furono i restauri eseguiti nel 1897 a ridargli l'antico aspetto medievale. Notevoli differenze si riscontrano tra il lato rivolto verso la piazza e quello interno che si affaccia su Valle Faul: più signorile il primo, caratterizzato dall'aspetto di fortezza il secondo. Tramite una scalinata, si accede sulla sinistra alla Sala del Conclave, sulla destra alla loggia. La facciata, preceduta da un'ampia scalinata e sormontata da merlature, si apre con sei bifore unite da una cornice in risalto. La prospettiva è completata dalla splendida loggia che appoggia su un voltone, sorretto da un presunto pilastro che è una cisterna che porta l'acqua alla fontana sovrastante. All'interno si apre il salone del Conclave, molto luminoso grazie alla presenza di dodici bifore a tutto sesto sormontate da piccole monofore rettangolari, a forte strombatura. Altri ambienti sono utilizzati, ad oggi, per conferenze e mostre.
La loggia è in stile gotico e si apre sul lato della piazza con un gioco di archi sorretti da slanciate colonnine binate che si intrecciano, formando un’elegante trabeazione. Al centro si contano tre archi a tutto sesto ed ai lati due mezzi archi, terminanti al colmo con i muri del Palazzo e della curia. A questi se ne intrecciano altri tre, per cui l'effetto è quello di sette aperture a sesto acuto poggianti su sei colonnine, con archi trilobati. La parte piana della loggia è costituita da un ballatoio al centro del quale è posta una fontana del XV secolo, ornata al bordo del catino con simboli della famiglia Gatti. Sul catino insiste una vasca superiore coronata di getti a forma di testa di leone e sormontata al centro da un pinnacolo. Anche la parte della loggia opposta alla piazza era originariamente dotata d’identica fuga di archi e colonnine, struttura che sorreggeva insieme alla facciata che prospetta sulla piazza, un tetto. Nel 1325 tetto e struttura ad archi, sul lato di Valle Faul, crollarono e da allora il ballatoio della loggia è a cielo aperto.
 

Palazzo dei Priori

Iniziato nel 1460 per ospitare la nuova sede del Governatore della Provincia del Patrimonio, nel 1510 ne presero possesso i Priori. Dopo diversi rifacimenti, l’edificio assunse l'aspetto attuale verso la metà del Cinquecento. Il Palazzo dei Priori si trova in Piazza del Plebiscito, al centro della città, e attualmente ospita il Comune di Viterbo: esso si compone di due grandi corpi di fabbrica riuniti da un arco, entrambi inerenti alla metà del XIII secolo: quello detto "degli Uffici", o del Podestà, e quello detto "del Comune", o dei Priori.
Le forme dell'esterno sono quelle conferite al palazzo dai lavori quattrocenteschi: la facciata, marcatamente orizzontale, è alleggerita dall'aereo loggiato del piano terra ed è centrata dallo stemma sistino della quercia con la tiara pontificia, che compare anche alla sommità della cornice bugnata dell'ingresso principale; il nome di Sisto IV qualifica inoltre l'architrave delle finestre a croce guelfa, che illuminano il primo piano, e quello delle porte dei saloni interni. Il porticato che si affaccia sulla piazza, di stile duecentesco, è costituito da nove arcate sostenute da colonne. La facciata, rinascimentale, è suddivisa in due ordini di finestre: a croce guelfa quelle in basso e con mensole ad arco quelle in alto. Al centro compare lo stemma di Sisto IV della Rovere, che sovvenzionò parte dei lavori dell'edificio (1481).
Si accede al palazzo tramite un giardino da cui è possibile ammirare Valle Faul. La fontana che orna il cortile fu realizzata nel 1626 su disegno del Caparozzi. Salendo lo scalone per accedere alle sale, si nota un bel sarcofago etrusco risalente al III secolo a.C. Alla sommità della scala, sulla destra si trova la Cappella del Magistrato, iniziata alla fine del Cinquecento da Domenico del Fattore e Filippo Artesanta, e terminata nel 1631. Il soffitto ligneo, elegantemente intagliato e dorato è costituito da cassettoni. Gli affreschi con le Storie della Vergine appartengono a Filippo Caparozzi e a Marzio Ganassino. Notevoli sono anche gli stucchi e l'altare realizzati dallo Spinzio. Continuando la visita, si attraversa la Sala della Madonna, in cui tutti gli affreschi sono riferiti alla Vergine, in particolare ai Miracoli della Madonna della Quercia. Vi è custodita la Carrozza dei Priori. Più avanti la Sala Regia conserva dipinti cinquecenteschi di Baldassarre Croce. Il soffitto affrescato da Tarquinio Ligustri mostra i territori assoggettati a Viterbo. Sulle pareti sono rappresentate le origini mitiche della città, i paesi della Tuscia e illustri personaggi viterbesi. Nella Sala del Consiglio si possono ammirare dipinti a soggetto mitologico eseguiti nella metà del Cinquecento da Teodoro Siciliano. Il soffitto a cassettoni risale al XV secolo e i banchi in legno alla prima metà del Seicento; da notare gli stemmi di Paolo V Borghese, Alessandro VII Chigi e del cardinale Alessandro Farnese. La sala successiva, denominata Sala delle Bandiere, è utilizzata per celebrare matrimoni civili ed è decorata con dipinti che rappresentano paesaggi della Tuscia, eseguiti nel Settecento da Giuseppe Torriani. Infine, la Sala Rossa - che prende il nome dal colore della tappezzeria che ricopre le pareti - contiene mobili di pregio, la mazza metallica, simbolo del potere dei Priori, e il bossolo delle votazioni.
La Pinacoteca è stata allestita nel corridoio che collega Palazzo dei Priori con il Palazzo del Podestà .
 

Palazzo Doria Pamphili

Sorge a San Martino al Cimino - piccolo abitato seicentesco alle Porte di Viterbo - nei pressi dell’abbazia cistercense di cui originariamente faceva parte. Intorno alla metà dei Seicento il Palazzo subì una ristrutturazione che lo trasformò nella residenza di Donna Olimpia Maidalchini: moglie di Pamphilio Pamphilj nonché cognata di papa Innocenzo X (al secolo Giovanni Battista Pamphilj). In tale occasione l’edificio (che, anticamente, costituiva il palatium parvum del monastero ed era destinato a magazzino-abitazione) fu ampliato e sopraelevato.
Attualmente, il Palazzo presenta una forma trapezoidale che, seguendo il dislivello del terreno, determina una visione scenografica di grande suggestione. L’ingresso principale si trova al centro della facciata prospiciente l’abbazia. Da un altro ingresso, situato al piano terra del lato occidentale, si può accedere a un ampio salone denominato “cantinone”: è ciò che resta dell’antico magazzino dell’abbazia. Lungo il lato meridionale si trova un bastione che contiene la cosiddetta “scala lumaca”, costruita durante la ristrutturazione seicentesca per consentire l’accesso al piano nobile.
L’originalità della struttura è tale da far ipotizzare un intervento diretto del Borromini, artista prediletto da papa Innocenzo X. Nel salone del piano nobile si possono ammirare affreschi e stucchi con scene mitologiche e putti festanti, che ricordano gli affreschi dell’omonimo palazzo romano. Al centro del soffitto si trova una grande croce con lo stemma papale e quello di famiglia, che raffigura tre gigli e una colomba recante un ramo d’ulivo. Un motivo, quest’ultimo, che ricorre sia negli affreschi del fregio sia nei cassettoni del soffitto.
Completamente ristrutturato alla fine dell’Ottocento, il Palazzo accoglie un centro congressuale e culturale.
 

Palazzo Farnese

Fra le numerose testimonianze che il nobile casato dei Farnese ha lasciato nella città di Viterbo, spicca il Palazzo omonimo, che sorge in Via San Lorenzo, nei pressi del ponte del Duomo.
Nel 1431 Ranuccio Farnese, nominato tesoriere della Chiesa, ottenne la custodia della città di Viterbo, con il compito di difenderla da Fortebraccio e da Giacomo di Vico. Ne prese in seguito anche la cittadinanza, ma per ottenerla dovette acquistare un palazzo in città, come prevedeva lo Statuto del Comune. La scelta cadde su un edificio già esistente, situato alla destra del ponte del Duomo, l'antico cavalcavia fondato su massi di origine etrusca. Lo stabile, già nel 1278, risultava essere il primo avancorpo dell'Ospedale Grande degli Infermi e apparteneva alla famiglia dei Tignosi. Successivamente, il Cardinale Alessandro Farnese (futuro papa Paolo III) nato a Canino nel 1468, scelse Viterbo come sua "patria diletta" e stabilì la sua residenza in quel palazzo che da allora, per i Viterbesi divenne "del cardinal Farnese".
L’edificio è un chiaro esempio di bella costruzione medioevale. E’ realizzato sulle fondamenta di un edificio duecentesco, ed è caratterizzato da un bel cortile. Sulla facciata un liocorno decora la porta di accesso. Sulle finestre archiacute della parte più alta si nota il gigliato, stretto e numerato, dello stemma Farnese, il quale sormonta anche la porta. All'interno notevole è soltanto la scala della corte. La stile della costruzione e alcuni particolari architettonici, indicano che probabilmente che il Palazzo fu edificato alla fine del Duecento, o ai primi del Trecento. Si ritiene che, da fanciullo, vi abbia dimorato Paolo III; di sicuro vi abitò Giulia Farnese, la sua bellissima e potente sorella.
 

Rocca Albornoz

Esempio cospicuo dell'architettura militare del Trecento, la possente Rocca di Viterbo fu fatta costruire nel 1354 dal Cardinale Albornoz, quello stesso che fece edificare la rocca di Spoleto. Questa costruzione segnò la fine dell'autonomia viterbese, perché i papi riebbero sotto il loro dominio Viterbo, insieme a molte altre città dell'Italia centrale. Pochi anni dopo Francesco di Vico s'impadronì di Viterbo e fece distruggere la rocca, che nuovamente fu riedificata dai papi al loro ritorno da Avignone. Diroccata nuovamente dal cardinale Vitelleschi, fu poi fatta riedificare da Callisto III, coadiuvato dalla popolazione che accorreva numerosissima al lavoro, devastando le antiche costruzioni e le mura in rovina per trarne materiale necessario al nuovo edificio. Il lavoro fu condotto a termine sotto il pontificato di Paolo III e per lungo tempo la rocca servì unicamente come sede del governatore pontificio. In seguito (1738) fu trasformata in brefotrofio dello Stato. Nel 1860 se ne fece una caserma per le milizie mercenarie del Lamoricière. Occupato lo Stato Pontificio dal Governo Italiano, la Rocca divenne caserma delle truppe di guarnigione in Viterbo. Attualmente ospita il Museo Nazionale Etrusco.

 

Santuario della Madonna della Quercia

Il Santuario sorge a due chilometri da Viterbo ed è una delle più armoniche ed eleganti creazioni del Rinascimento nel Lazio. Si raggiunge percorrendo il viale alberato che papa Paolo III fece aprire nel 1540.
Le sue origini sono leggendarie. Secondo fonti locali, nel 1417, in località Campo Graziano, il viterbese Battista Juzzante aveva collocato sui rami di una quercia una tegola dipinta con l'immagine della Vergine con il Bambino, a cui molti fedeli, passando, rivolgevano preghiere. Nel 1467 Viterbo venne colpita da una violenta pestilenza, la quale nel mese di agosto di quell'anno, a seguito di numerose invocazioni rivolte alla Madre di Cristo, cessò. I Viterbesi ritennero che a liberare la città fosse stata la Madonna della Quercia, con un intervento miracoloso. Ben presto si tenne una processione per ringraziare la Vergine della grazia concessa. Nel luogo in cui si trovava la quercia, venne costruita una cappella per esporre la tegola miracolosa; in seguito, poiché il culto e la devozione dei fedeli crescevano di anno in anno, venne costruita una chiesa. Il progetto fu affidato a Giuliano da Sangallo, che realizzò, accanto all'edificio religioso, anche un convento per i Padri Domenicani. I lavori iniziarono nel 1470 e terminarono nel 1538.
In facciata è scolpita una quercia sormontata da una corona e circondata da leoni; più in basso tre rosoni e lo stemma di Giulio Il, sotto il cui pontificato fu costruita la chiesa. Ad Andrea della Robbia sono attribuite le lunette in terracotta che sovrastano i tre portali. Il campanile, innalzato alla fine del XV secolo, conserva rifacimenti barocchi.
L'interno è diviso in tre navate. Fu Cesare Nebbia, nel Seicento, ad affrescare le immagini degli Apostoli che decorano le vele degli archi. Il soffitto ligneo a cassettoni, ricoperto d'oro zecchino, con l'immagine della Vergine e gli stemmi di Paolo III e del Comune, fu eseguito su disegno di Antonio da Sangallo. A Filippo Prosperi si devono i dipinti con i santi domenicani (1867) che decorano la cupola e i medaglioni con i Dottori della Chiesa più in basso. L'opera principale conservata all’interno della basilica è il tabernacolo in marmo di Carrara, o Tempietto. Realizzato da Andrea Bregno, custodisce la tegola con l'immagine miracolosa ed è decorato con sculture ed affreschi seicenteschi. Le navate laterali, su cui si aprono alcune cappelle. custodiscono dipinti, in parte di scuola viterbese, che vanno dal XVI al XIX secolo. Gli armadi e le porte in legno che ornano la sagrestia furono eseguiti nel 1622, i dipinti nel secolo successivo.

 

Villa Lante

Villa Lante sorge a Bagnaia, a pochi chilometri da Viterbo, sul versante, ricco di boschi, che dal piccolo borgo sale verso i Monti Cimini. La sua storia è legata alla volontà alcuni vescovi di Viterbo, che, signori di Bagnaia fin dal 1202, trasformarono il territorio in un luogo di riposo e di svago.
Ai cardinali Raffaele Sansoni Riario, Ottaviano Visconti Riario, Niccolò Ridolfi e Giovanni Francesco Gambara, si deve la realizzazione di una riserva di caccia, di un apposito casino di caccia, di una conduttura per l’acqua e della definitiva trasformazione del “barco” in villa, che divenne luogo di otia litteraria, ornato di uno splendido giardino, con fontane ricche d’acqua e due palazzine gemelle. Dopo vari avvicendamenti, la villa fu assegnata in enfiteusi alla famiglia Lante, che praticamente la detenne per tre secoli, dal 1656 al 1953, tanto da legare definitivamente ad essa il proprio nome.
La Villa fu concepita con ogni probabilità fin dal 1568. Essa fu forse disegnata da Jacopo Barozzi da Vignola, ma quasi certamente vi ha posto mano l’architetto senese Tommaso Ghinucci. Il complesso si caratterizza per l’inserimento di un giardino formale all’interno di un “barco”, a tutti gli effetti un parco secondo l’accezione moderna. Il giardino formale, che copre circa quattro dei complessivi ventidue ettari, è stato concepito in asse con l’ampliamento del borgo. Esso è articolato in quattro terrazzamenti strutturati intorno alle fontane che. disposte lungo l’asse di simmetria, formano una “via d’acqua” e costituiscono lo spettacolo principale; le palazzine, disposte ai lati del terrazzamento inferiore, svolgono invece la funzione di “quinte teatrali”.
Nel terrazzamento superiore la Fontana del Diluvio segna l’origine delle acque; seguono la Fontana dei Delfini, la Fontana dei Giganti e la Fontana della Cavea (o dei Lumini). Il giardino inferiore è imperniato sull’imponente Fontana delle Peschiere. Al centro si colloca un isolotto con la cosiddetta Fontana dei Mori, modifica del periodo di Alessandro Montalto (post 1590) dell’originaria fontana a forma di belvedere. Le fontane del giardino rispondono ad una complessa simbologia e vanno lette in relazione a quelle del parco, in gran parte scomparse.
Le due palazzine che fanno da sfondo al terrazzamento inferiore furono pensate come gemelle ed avviate insieme nella costruzione ma realizzate in tempi diversi: la prima fu compiuta nel 1578 per il cardinale Gambara, mentre la seconda venne completata agli inizi del Seicento per volere del cardinal Montalto. Esse conservano interessanti cicli decorativi.