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Giovedì 29 Settembre 2016, SS. Michele, Gabriele e Raffaele
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Chiesa di Santa Maria della Salute

Viterbo / Italia
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Posta in Via della Pescheria, la Chiesa di Santa Maria della Salute rappresenta un vero e proprio gioiello dell’arte decorativa religiosa del XIV secolo, uno dei più interessanti monumenti di Viterbo. La sua storia è strettamente legata alla vita del suo costruttore, Mastro Fardo di Ugolino, ricco filantropo appartenente alla Congregazione dei Notai. Il tempio fu commissionato, nel 1320, dal Fardo per accrescere l’importanza di un vicino ricovero eretto da lui stesso in Via di Valle Piatta per tentare di redimere le numerose meretrici del suo tempo. Il ricovero si dimostrò un fallimento poiché, come nota Andrea Scriattoli nel 1920, “… le giovani etère viterbesi, che certo preferivano le gioie della carne e del peccato all’austera ospitalità che loro offriva il filantropo di Valle Piatta, seguitarono a prodigare le loro grazie ai baldi cavalieri cittadini ed alle soldatesche imperiali e papali, e il ricovero rimase deserto”.
Intorno al 1324, Mastro Fardo di Ugolino abbandonò il progetto e costruì in un’altra sua proprietà l’Ospedale del Monte, mettendo a disposizione dei poveri e dei pellegrini che si recavano a Roma sulla Via Francigena. Ma non dimenticò mai la sua bella chiesetta, tanto che alla sua morte, avvenuta intorno al 1350, volle esservi sepolto: al centro, infatti, vi aveva fatto collocare una rozza lapide marmorea, ancor oggi conservata.
La facciata è impreziosita da uno splendido portale in marmo, di scuola senese, eseguito nel 1337 su disegno dell'architetto Lorenzo Maitani. Diverse le tematiche scolpite: dalle 14 opere di Misericordia, alla Discesa di Cristo al Limbo, alla Sepoltura dei Morti.
L’interno, a pianta quadrilobata, è poco luminoso e completamente spoglio. Le tele che ornavano le pareti sono ora conservate dalla Fondazione Carivit, mentre i candelabri dell’altare sono custoditi presso il Museo Colle del Duomo. Gli affreschi che abbellivano la Chiesa, infine, sono stati completamente cancellati dal tempo. L’altare è in peperino e conserva ancora la reliquia della sua consacrazione, secondo gli usi del tempo, mentre sul retro c’è un tabernacolo senza porticina, con alcuni fregi alquanto corrosi. Il pavimento, in mattoni di cotto, evidenzia al centro due pietre tombali: quella di Mastro Fardo rozzamente rappresentato con indosso un saio francescano, e quella di Alberto Mastrio, luogotenente del patrimonio degli avvocati, morto nel 1644.

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