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Lunedì 23 Ottobre 2017, San Giovanni da Capestrano
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Visitare Vicenza - guida breve

 

Basilica Palladiana

E’ la costruzione simbolo di Vicenza e domina tutto il lato sud di Piazza dei Signori. Le origini del monumento, che è fra i più celebri d'Italia, sembrano risalire ai tempi di re Teodorico; certamente la Basilica è uno dei primi monumenti d'arte gotica apparsi in Italia. La parte interna della struttura rappresenta un modello di puro stile gotico e fu variamente danneggiata nei secoli: ma la sua solida ossatura archiacuta ha resistito ai danni del tempo, agli incendi e all’incuria: su di essa l'edificio è risorto più volte.
Il complesso edificio - che fin dall'inizio fu il cuore della vita pubblica cittadina - fu realizzato in due momenti distinti. Il primitivo palazzo della Ragione fu infatti edificato alla metà del Quattrocento da Domenico da Venezia: il piano superiore fu interamente occupato dall'enorme salone del Consiglio dei Quattrocento. Alla fine del secolo, crollarono le logge e il doppio ordine di portici. Fu allora che i reggitori della città, con l’approvazione del governo di Venezia, pensarono di scongiurarne la rovina estrema. Il dibattito ed i progetti sul da farsi furono molti: furono sentiti i maggiori architetti dell’epoca (Giulio Romano, il Sansovino, il Sammicheli), ma alla fine il Consiglio accettò - nel 1549 - il progetto del giovane Andrea Palladio, e questi fu incaricato dell'esecuzione. I lavori cominciarono nel 1549 e terminarono nel 1614: prima di morire - nel 1580 - il Palladio riuscì a veder compiuta la maggior parte dell’opera, e scoperta la meravigliosa facciata che prospetta su Piazza dei Signori.
Le difficoltà di esecuzione erano enormi: in particolare, bisognava combinare la rivestitura esterna con le arcate interne a sesto acuto dell’edificio, che non si potevano toccare senza, o far crollare del tutto la parte gotica dell'edificio, o cambiarne completamente la fisionomia storica e tradizionale. Palladio risolse il problema, facendo sorgere intorno all'antico edificio, una nuova struttura, tutta a loggiati e colonne di stile classico, purissimo, imponente ed in perfetta rispondenza con le arcate interne e l'antica ossatura: con questa soluzione, sicuramente geniale, il colosso gotico della Basilica non fu intaccato. Il primo ordine delle logge è dorico, il secondo è ionico; il piano terreno resta occupato da vecchie arcate aperte al passeggio e da vari negozi.
Si sale al piano superiore per due scale: una sotto la loggia verso la Piazza, è opera del 1496; l'altra a sud-est, fu costruita nel 1610 da Angelo Benatello. Il salone pensile del primo piano - lungo 52 metri, largo 21, ed alto 25 - è illuminato da 24 finestre e da occhi: fu coperto dall'altissima volta carenata rivestita di piombo. In passato ospitò fastose cerimonie civili e religiose ed erudite rappresentazioni sceniche. Le statue che ornano l'attico delle logge, sono in gran parte del Vittoria e del Grazioli: molte di esse sono state eseguite su disegni e modelli forniti dal grande architetto.
Il complesso della Basilica Palladiana - armonico, perfetto e compiutamente artistico - si offre da secoli all’ammirazione di chi lo osserva e lo studia. Dopo aver visitato Vicenza, il grande poeta tedesco Goethe disse: "Non è possibile descrivere l'impressione che fa la Basilica di Palladio...".
 

Casa Pigafetta

Situata nella contrà omonima, Casa Pigafetta fu eretta nella prima metà del Quattrocento da Stefano da Ravenna: sicuramente di quest’epoca sono le monofore trilobate che ancora caratterizzano la facciata. Nel 1481 l'edificio venne rinnovato dal giurista Matteo Pigafetta, che fece aggiungere il bel portale d’impronta rinascimentale. La bellezza della facciata è esaltata da una serie di decorazione scultorie, alcune in pietra di Nanto. Il motto scolpito nelle lastre dello zoccolo, "il n’est rose sans espine", (non c’è rosa senza spine) richiama lo stemma della famiglia Pigafetta. Si ritiene che, in origine, la casa fosse dotata di scale esterne e di un accesso posteriore dal fiume Retrone.
Naturalmente, l’edifico è famoso soprattutto perché fu la dimora di Antonio Pigafetta, il navigatore vicentino che accompagnò Ferdinando Magellano nel viaggio (1519-1522), con cui fu completata - per la prima volta nella storia - la circumnavigazione del globo terrestre. Tornato in patria con i superstiti della spedizione, Pigafetta scrisse la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, opera classica nel suo genere, e prezioso documento sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento.
 

Chiesa di Santa Maria in Foro (dei Servi)

La chiesa di Santa Maria in Foro sorge sul lato orientale di Piazza delle Biade, che confina con Piazza dei Signori. E’ chiamata anche Santa Maria dei Servi (o, semplicemente, la Chiesa dei Servi) perché nei primi anni del Quattrocento vi s’insediarono i frati dell'ordine dei Servi di Maria. E’ probabile che l’edificio sia stato costruito sopra i resti di una chiesetta trecentesca, dedicata alla Vergine: in effetti, si può agevolmente notare l'origine medievale dell'edificio, che presenta una complessa decorazione a laterizio con archetti trilobati, risalente alla costruzione del XIV secolo. Ad ogni modo, i lavori di (ri)costruzione - diretti da Giampietro Cirmisone - iniziarono intorno al 1407 e terminarono nel 1425: l’ornamento si protrasse fino al 1432-1435. In seguito, l’edificio fu variamente restaurato ed ampliato. In particolare: nel 1531 fu aggiunto il portale, realizzato da Gerolamo Pittoni e Giovanni di Giacomo da Porlezza; quasi un secolo dopo fu ricostruita la facciata, con l’aggiunta di alcune statue del Marinali e del Calvi.
I Servi Conventuali rimasero in questa chiesa fino alla soppressione dell’ordine, che avvenne nel 1788. La chiesa fu assegnata al Comune di Vicenza, ma pochi anni dopo (1797) fu occupata dalle truppe napoleoniche, che l’adibirono a magazzino militare: infine, fu riaperta al culto nel 1810.
La chiesa conserva all’interno una serie di dipinti notevoli, tra cui primeggiano: Madonna con il Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano, di Benedetto Montagna (1533); L'Annunciazione con i santi Antonio, Nicola, Caterina e Lucia, di Alessandro Maganza; La Vergine con i santi Bernardino da Siena, Agata, Filippo Benizi e Caterina di Giambattista Maganza il Giovane. Pregevole è anche l'altare dell'Addolorata, legato alla devozione popolare.
 

Duomo di Vicenza

Il Duomo di Vicenza, dedicato a Santa Maria Maggiore, sorge sulla piazza omonima e si presenta come un imponente edificio in stile tardo gotico. Il nucleo fondamentale della costruzione risale alla seconda metà del Duecento, ma fu eretto su edifici sacri preesistenti: una basilica paleocristiana, forse del V secolo, ricostruita nell’VIII o nel IX e rifatta a cinque navate nel X-XI. Radicale fu la trasformazione dell’edificio nel 1444-1480: in particolare, per volere del vescovo Marco Barbo, nel 1467 fu eretta la nuova facciata. Importante fu anche il restauro dell’ultimo dopoguerra, con cui sono stati riparati i danni provocati dalle bombe nel 1944. CUPOLA. Il primo progetto per completare la zona absidale è di Lorenzo da Bologna e risale al 1482. Nel 1539-1540 fu realizzata una copertura temporanea per ospitare i lavori del Concilio (che poi si tenne a Trento). Nel 1557, l’incarico viene affidato al Palladio, che lo porta a termine nel 1566. La cupola riecheggia gli studi palladiani sui templi antichi a pianta centrale.
ESTERNO. La facciata è rivestita da marmi chiari e ordinata in quattro livelli: sul primo campeggiano cinque grandi arcate con al centro il portale; il secondo è suddiviso in cinque intercolunni segnati da lesene, con un bel rosone centrale; il terzo è liscio, mentre il quarto, in alto, fu ricostruito alla metà del Novecento e ripropone il fastigio distrutto da una bufera nel 1581.
INTERNO. La chiesa è a navata unica, divisa in cinque campate con volte a crociera su pilastri polistili addossati alle pareti, in cui si aprono sette cappelle per parte. Sul fondo sta la Cappella Maggiore, il coro, che si innesta sulla cripta e si conclude con la cupola: vi si accede per una grandiosa scalinata. L’idea complessiva della tribuna pare debba essere attribuita a Lorenzo da Bologna (fine ‘400) e proseguita l’opera da Rocco da Vicenza (1506-1508). Il prezioso altare fu commissionato da Aurelio Dall’Acqua (1534) a Giovanni da Pedemuro e Girolamo Pittoni. Le cappelle sono state costruite tra il XIV e il XVI secolo, con i lasciti delle locali famiglie patrizie (Loschi, Barbarani, de' Proti, Thiene), o per iniziativa di alcune confraternite vicentine (Santa Maria, S. Giuseppe, Santissimo Sacramento).
CRIPTA. Per una scala vicina alla settima cappella, si scende nella cripta, opera di Lorenzo da Bologna. Qui sono conservate una quattrocentesca Madonna mora e una lastra tombale, attribuita ad Angelo da Verona.
OPERE. Il tempio contiene molte e pregevoli opere d’arte, tra cui spiccano: il fonte battesimale di Giuseppe Squarise, con vasca forse d’epoca romana; stucchi e statue della scuola degli Albanese; le due tele L'adorazione dei Pastori di Alessandro Maganza e L’Adorazione dei Magi di Francesco Maffei; un grande polittico di Lorenzo Veneziano (1366), che rappresenta la Dormitio Virginis, Crocifissione, Apostoli, Evangelisti e Santi; affreschi di Bartolomeo Montagna, tra cui una Madonna col Bambino e le Sante Lucia e Maddalena; la Madonna col Bambino tra i Santi Nicola di Bari e Antonio, di G.B. Pittoni, danneggiata dalle bombe nel 1944; il monumento funebre a Girolamo e G.B. Gualdo, opera di Agostino Rubini; una Madonna con Bambino, della bottega di Giovanni da Pedemuro e Girolamo Pittoni.
 

Giardino Salvi

Il giardino Valmarana-Salvi fu realizzato verso la metà del Cinquecento per volere del conte Giacomo Valmarana. Nel 1592 il giardino fu aperto al pubblico aristocratico di Vicenza, e nel 1645 fu realizzato - nel lato meridionale verso Campo Marzo - l’attuale ingresso, il cui portale ad arco di trionfo è attribuito a Baldassare Longhena.
La struttura iniziale del giardino fu quella tipica di “parterre veneziano”, con aiuole di forma geometrica regolare e un labirinto nella parte terminale. Circonda il parco un corso d'acqua detto Seriola su cui si specchiano due belle logge:

  • Loggia Valmarana. Riecheggia lo stile palladiano ed è fabbrica esastila di stile dorico, coronata da un frontone triangolare. Risalente alla fine del Cinquecento, forse fu progettata dal proprietario Leonardo Valmarana.
  • Loggetta del Longhena. Eretta verso la metà del Seicento, fu voluta da Gianluigi di Valmarana per le riunioni degli accademici, dedicate ai dibattiti filosofici ed alla lettura dei componimenti poetici.


Questa struttura del giardino si mantenne fino ai primi decenni dell’Ottocento, quando l’area fu trasformata in “parco all’inglese”. Alla fine dell’Ottocento il Rumor poteva ancora descrivere il giardino come uno dei più deliziosi mai visti: “E’ un giardino nel quale l’occhio si riposa. V’ha un’impressione generale di calma che si impossessa dello spirito … fluttua verso sera per l’aria l’odore delle piante straniere, la fragranza acuta delle tuberose, l’olezzo gentile del gelsomino. Le passiflore s’arrampicano lungo le muraglie; umili e basse pur inviano lontano una brezza odorata le vaniglie e i ciclamini e tutta una famiglia di viole e di erbe. … Ciò che fa del giardino un luogo dove scorrono veloci le ore in una calma che fa bene è l’immenso panorama che ivi si può contemplare. Lontano azzurreggiano le montagne delle Alpi, a mezzogiorno verdeggiano i pendii ridenti dei colli. La vista non s’annoia mai. Piace il biancheggiare invernale della natura addormentata sotto la neve. E’ tutto un incanto e una armonia la festa dei fiori che celebra il maggio. Che rigoglio superbo di vita sotto i baci del sole di luglio. Quante tinte, quante varietà in quell’alternarsi di mille gradazioni di verdi autunnali che muoiono! Stridono i gialli appassiti, crepitano sotto i piedi le foglie cadute col loro aspetto cartaceo, … qua e là scheletriti agitano le grandi braccia come fantasmi i tronchi sfrondati.”
Nel 1907 il Comune deliberava di acquistare il giardino dalla Fondazione Salvi, con l’intenzione di renderlo pubblico e di costruirvi una scuola. Nel 1947, vi fu collocata la sede della Fiera campionaria di Vicenza. Queste modifiche, sostanziali e di destinazione, mutarono l'aspetto e, soprattutto, il ruolo che il giardino svolgeva e rappresentava: un'oasi di pace e di tranquillità nella quale si immergevano famosi personaggi di passaggio per Vicenza.
 

La Rotonda (Villa Almerico-Capra)

Sopra un colle, ove inizia la Riviera Berica, s’erge una fra le più belle ville del Veneto: la celeberrima villa di Valmarana, “La Rotonda”. Palladio, nel suo trattato, inserisce la fabbrica tra quelle di città per la vicinanza a Vicenza. L'architetto così descrive l'ambiente circostante: “Il sito è de gli ameni, e dilettevoli che si possono ritrovare: perché è sopra un monticello di ascesa facilissima,, et è da una parte bagnato dal Bacchiglione fiume navigabile, e dall'altra è circondata da amenissimi colli, che rendono l'aspetto di un molto grande Theatro.”
Su commissione del ricco canonico Paolo Almerico, prelato papale, la costruzione fu iniziata dal Palladio nel 1567-1568: il grezzo fu probabilmente terminato entro il 1570, ma - alla morte dell’architetto (1580) e dello stesso committente - i lavori non erano ancora conclusi, specie con riguardo alla copertura. Nel 1591, il nuovo proprietario Oderico Capra incaricava Vincenzo Scamozzi - allievo e continuatore del Palladio - di portare a termine l’edificio. Infine, nel Novecento, la villa fu acquistata e restaurata dalla nobile famiglia Valmarana.
L’edificio consiste in quattro progetti che ripropongono l'identica soluzione di un pronao civico apposto alle facce laterali di un cubo rigorosamente geometrico. Il progetto iniziale prevedeva che la sala centrale fosse coperta da una cupola semisferica, ma lo Scamozzi apportò qualche modifica alla struttura. Il soffitto semisferico è decorato da affreschi di Alessandro e Giambattista Maganza, mentre sulle pareti laterali sono raffigurate divinità greche realizzate nel Settecento da Lodovico Dorigny. Nelle quattro sale d’angolo si trovano fastosi caminetti decorati da B. Ridolfi. Notevoli sono anche le sculture di Lorenzo Rubini.
La Rotonda, che ha parco e giardino, è considerata la villa più notevole del Palladio, uno dei suoi capolavori. “Più che villa - è stato scritto - la Rotonda ha la grandiosità d'un tempio eretto alla natura, all'arte, alla bellezza, da quel "vicentino" che fu giustamente chiamato il principe degli architetti”
. Nel 1994, la villa è stata inserita nella World Heritage List dell'Unesco.
 

Loggia del Capitaniato

L'elegante Loggia del Capitaniato sorge in Piazza dei Signori, di fronte alla Basilica. E’ detta anche Loggia Bernarda, dal nome di uno dei magistrati veneziani (i capitani cittadini) che la utilizzarono come residenza. Su disegno del Palladio, la sua costruzione ebbe inizio nel 1571; doveva continuare oltre i tre archi realizzati, ma non fu completata per sopravvenute difficoltà finanziarie.
La facciata che prospetta sulla piazza presenta tre intercolunni delimitati da quattro semicolonne giganti in mattone a vista. In questa struttura, severa ed imponente, risaltano per contrasto - non solo cromatico - la varietà decorativa degli stucchi, le balaustre e le cornici degli archi del piano nobile. Le decorazioni, sul fronte principale, rappresentano figure che versano dell'acqua, simboleggiando i fiumi.
E’ stato notato che: “L'esilità della cornice degli archi, a contrasto con la Potenza dei rigidi modiglioni e con il vigore delle balaustre, nonché l'interruzione dell'architrave della trabeazione, tagliato dalla cornice delle finestre, comportano squilibri compositivi e proporzionali, evidenti anche ad occhio inesperto; ma essi non riducono il fascino di questa architettura brillante, che sembra l'omaggio più convinto del Palladio alle avventure del movimento manieristico dell'epoca”.
Assai diverso è il fianco che prospetta su Contrà del Monte, concepito quasi come arco di trionfo. Qui non compaiono i fusti colossali, ma semicolonne di modulo normale e la composizione non s'anima delle “effervescenze chiaroscurali e dei battiti plastici del prospetto maggiore”. Naturalmente, l’effetto è voluto e ben si accorda alla diversità dello spazio cui sono rivolti facciata e fianco: la prima guarda la piazza, la seconda una strada stretta. Gli intercolunni laterali ospitano due statue allegoriche che ricordano la vittoria di Lepanto.
Il piano superiore presenta altre quattro statue che simboleggiano la Virtù, la Fede, la Pietà e l'Onore. Il bel salone del piano nobile - oggi sede del Consiglio Comunale - presenta un soffitto fastoso ed è decorato con affreschi cinquecenteschi provenienti da una villa dei Da Porto.
 

Palazzo Angaran

Palazzo Magrè Angaran sorge in Piazza XX Settembre, presso il Ponte degli Angeli, e rappresenta un bell'esempio di architettura protorinascimentale a Vicenza. Eretto intorno al 1480, il Palazzo è circondato da un portico con archi ribassati e - sul lato che prospetta su Contrada Santa Lucia - mostra una bellissima quadrifora. Unitamente alle finestre del piano nobile, questi elementi della facciata testimoniano che l’architettura di Vicenza - alla fine del Quattrocento - attraversa un momento evolutivo e tende a rinnovare, almeno in parte, la città medievale. Dopo l'innalzamento del piano stradale, nel 1800 l'edificio fu parzialmente interrato dalle ricorrenti piene del vicino Bacchiglione. Nei primi decenni del Novecento, l’edificio stesso fu demolito e ricostruito all'altezza del nuovo livello stradale.
 

Palazzo Leoni Montanari

Situato in Contrà S. Corona, il Palazzo fu eretto nella seconda metà del Seicento, quando il committente Giovanni Leoni Montanari decise di far costruire una residenza prestigiosa nel luogo dove già possedeva alcuni stabili adibiti ad abitazione e a laboratorio. Probabilmente il progetto è dell'architetto lombardo Giuseppe Marchi, mentre i lavori furono eseguiti dall'impresa vicentina di Carlo Borella. La costruzione del Palazzo, protrattasi sicuramente almeno fino al 1694, consentì ai Leoni Montanari, due famiglie imparentate fra loro e arricchitesi con il commercio e la fabbricazione di lane e sete, di avere il titolo di “cittadini nobili di Vicenza” e di far parte del Consiglio dei Cinquecento che governava la città.
Il Palazzo Leoni Montanari è forse l'unico edificio nobiliare veramente "barocco" di Vicenza, sia per la struttura esterna, ma soprattutto per le ardite soluzioni adottate nella decorazione pittorica e scultorea degli interni - che continuò fino al 1713 - e nella fantasiosa ed esuberante scenografia della cosiddetta Loggia di Ercole, che si affaccia in fondo al cortile. Le decorazioni, sono in gran parte opera settecentesca del pittore francese Lodovico Dorigny, all’epoca molto famoso, che decorò alcuni ambienti del Palazzo (Sala dei Quattro Continenti, Anticamera dei Quattro Elementi, Galleria della Verità, Camera d'angolo, Loggia di Ercole). Alla decorazione contribuirono anche i Paracca, famiglia di stuccatori e scultori, e il pittore Trentino Giuseppe Alberti. La Loggia è caratterizzata da archi a profilo mistilineo, su cui ricorrono - al pianterreno - figure di draghi e teste barbute.
Nel 1808, estintasi la famiglia Leoni Montanari, il Palazzo fu infine acquistato dal Conte Girolamo Egidio di Velo, appassionato dell'arte e della storia greco-romana, che aggiunse nei saloni del piano nobile decorazioni improntate al gusto neoclassico. Dal 1908 il Palazzo fu sede della Banca Cattolica del Veneto fino al 1976, quando furono avviati importanti lavori di restauro; questi durarono più di due anni, e restituirono il patrimonio artistico e pittorico del Palazzo al suo originario splendore. Ora il Palazzo è sede del gruppo di Banca Intesa ed espone in via permanente alcune preziose collezioni (vds. la scheda “musei”).
 

Palazzo Thiene

Nel 1542 il nobile Marcantonio Thiene decide di ampliare la dimora di famiglia, costruendo un nuovo, imponente palazzo che dovrà svilupparsi in forma di quadrilatero lungo contrà San Gaetano Thiene e l’attuale Corso Palladio, fino a ricongiungersi con Contrà Porti. Il relativo progetto fu pubblicato da Andrea Palladio nel suo trattato "I Quattro Libri d'Architettura", ma non si esclude l’ipotesi che la fabbrica sia invenzione di Giulio Romano, e che Palladio ne sia stato solo l'esecutore. In ogni caso, la costruzione è palladiana, maestosa: viene disegnata una residenza in cui le ambizioni del committente gareggiano con la grandiosità dell'idea del progettista. In poco più di 15 anni, due ali della fabbrica, con l'austera facciata su contrà San Gaetano Thiene e gli armonici loggiati sul cortile, sono già edificate e al suo interno sono all’opera decoratori, pittori e scultori.
Con Palazzo Thiene, Palladio dà forma perfetta alle idee manieriste che lo ispirano. Marcantonio Thiene morì nel 1560 e il Palazzo - degno, nel progetto complessivo, di un Medici o di un Farnese - rimase incompiuto. Tuttavia, anche così Palazzo Thiene resta uno straordinario capolavoro architettonico del sommo architetto, il vertice della sua concezione, il “Palazzo di Città” più universale e cosmopolita che sia stato costruito a Vicenza.
Alla realizzazione del sontuoso apparato decorativo, han posto mano alcuni fra i maggiori artisti del tempo: Alessandro Vittoria, Bartolomeo Ridolfi, Bernardino India e Anselmo Canera. Al Vittoria, (1525-1608), massimo scultore Veneto del Cinquecento, allievo del Sansovino, sono attribuiti gli splendidi camini delle prime due sale - inferiore e superiore - a sinistra entrando. Sicuramente del Vittoria sono gli splendidi stucchi sul soffitto della sala dei “Cesari” e della sala di “Psiche”, e forse quelli della sala degli “Dei”. Al pittore veronese Bernardino India sono riconducibili gli affreschi della sala di “Proserpina” e della sala di “Psiche”, mentre quelli della sala degli “Dei” sembrano di A. Canera. La bellissima sala “rotonda” d’angolo al piano superiore - con nicchie studiate in modo da mascherare il perimetro irregolare del vano - presenta affreschi di Bernardino India, stucchi del Vittoria nella calotta e quattro statue col “Giudizio di Paride”, opera del bassanese Orazio Marinali (1643-1720).
La struttura ospita una stupenda collezione di dipinti veneti che vanno da Quattrocento al Settecento, con opere di Giandomenico Tiepolo, Jacopo Bassano, Bartolomeo Montagna, Palma il Giovane, Jacopo Tintoretto, Gaspare Diziani e Giulio Carpioni, ed altre collezioni “minori” (per le quali si rimanda alla scheda “musei”).
Palazzo Thiene è oggi sede storica della Banca Popolare di Vicenza, che lo acquistò nel 1872, ed è incluso nella lista dei monumenti patrimonio mondiale dell'Unesco. Nel 1999 è stato insignito del Premio Europa Nostra per il miglior restauro e adattamento a fini moderni.
 

Parco Querini

Già appartenente al Palazzo Capra-Querini, il Parco fu ceduto al Comune dopo la guerra. E' sicuramente il Parco più suggestivo e vasto di Vicenza, bella e tranquilla oasi di verde nel cuore della città. Il Parco, recintato da un lungo muro che costeggia il Bacchiglione, si presenta come un’ampia radura attraversata da un viale fiancheggiato da statue del Settecento. Alcune di esse sono opera di artisti famosi, quali il Marinali, il Gai ed il Putti. Alla fine del viale, un ponte di legno conduceva ad una piccola isola rotonda su cui - nel 1820 - l'architetto Antonio Piovene costruì il delizioso ed elegante tempietto ionico. Sulla sinistra si alza un folto boschetto di robinie e platani. Pini, cedri del Libano e il campanile della Chiesa di Santa Maria in Araceli formano lo sfondo che chiude il Parco verso est.
 

Piazza dei Signori

Un tempo sede del foro romano e del mercato, la Piazza costituisce tradizionalmente il salotto buono della città, dove i vicentini s'incontrano per gli affari o nel tempo libero. E’ considerata una delle più belle piazze d’Italia. Piazza dei Signori è stata modellata dalla Storia di Vicenza, che vi ha lasciato orme profonde. Sull'angolo meridionale si alza la Torre di Piazza (o Torre Bissara): già proprietà dei Bissari, la Torre fu ceduta al Comune che v’installò - nel Trecento - il primo orologio meccanico ad uso pubblico.
Sul fianco della torre s’erge maestosa la marmorea Basilica Palladiana, o palazzo della Ragione, splendida costruzione cinquecentesca, capolavoro di Andrea Palladio, il geniale architetto che trasformò Vicenza, rendendola una delle più belle città italiane del Rinascimento.
Di fronte alla Basilica s’alza la possente Loggia del Capitaniato, pure del Palladio, e si stende la lunga facciata del Monte di Pietà, un tempo interamente affrescata. Il fascino della Piazza è completato dalle due eleganti colonne del Redentore e di San Marco che ricordano l'Atto di Dedizione della città a Venezia (1404). La colonna sulla sinistra è del 1464; il leone alato che la sovrasta è il simbolo della repubblica veneziana e fu sistemato nel 1473, dopo che Vicenza entrò a far parte dei domini della Serenissima. La colonna sulla destra, con la statua di Cristo Redentore, venne eretta nel 1640 non senza traversie.
Dietro le colonne vi è la zona della piazza destinata un tempo a mercato delle granaglie. Sull'altro lato della basilica, giù dei gradini, vi è piazza delle Erbe, dove sono vendute piante e fiori. Dal cosiddetto Peronio - cioè dall'insieme delle tre piazze dei Signori, delle Biade, delle Erbe - partono a forma di stella le strade cittadine, lievemente curve, quasi a seguire l'andamento del terreno e dei fiumi. Sono queste curve con le prospettiche facciate dei palazzi che danno alla città l'aspetto di una grande scena teatrale, lo stesso che si può ammirare nelle scene fisse del Teatro Olimpico - modellate dallo Scamozzi a loro immagine - o nella pianta del 1580, nota come Pianta Angelica.
 

Santuario di Monte Berico

Fra i colli che coronano Vicenza, Monte Berico è certamente il più famoso: sulla sua sommità, s’erge maestosa e solenne la Basilica della Vergine, uno dei santuari mariani più importanti d’Italia. La pia leggenda narra che - durante la terribile pestilenza del 1426 - la Madonna apparve ad una vecchia, Vincenza Pasini, chiedendo che fosse costruita in suo onore una chiesa di forme gotiche, di cui tracciò la pianta. La chiesetta fu compiuta in tre mesi; nel Cinquecento, la chiesa fu ampliata per mano del Palladio, ma l’aggiunta fu abbattuta nel 1688, quando - su disegno di Carlo Borella - fu eretto il nuovo e maestoso tempio che ancor oggi si vede. Il Santuario è affidato all’ordine dei Serviti, cioè ai Frati Servi di Maria, che l’hanno via via trasformato in un importantissimo centro spirituale, molto frequentato dai pellegrini, specialmente per le confessioni.
In una monografia del primo Novecento, Giuseppe Pettinà così descrive l’edificio: “La basilica della Vergine si presenta, sulla vetta, solenne nella sua mole massiccia ed ornata. Ha tre facciate, su cui sono ben quarantadue statue per gran parte di Orazio Marinali: sopra ogni porta è un bassorilievo. L'interno è formato da due Chiese, di cui la più antica è di stile gotico e la più recente di stile greco-romano, del 1668, su disegno dell'architetto Borella. Nella prima, che conserva l'elegante sua facciata è il capolavoro del pittore vicentino Bartolomeo Montagna, che rappresenta la Deposizione della Croce : tela di grande pregio che Giacomo Zanella disse la gemma artistica del tempio. A breve distanza in una nicchia sovrastante l'altare maggiore è la statua, in fama di miracolosa, della Vergine, opera di Antonio da Venezia, giudicata fra le migliori sculture gotiche. Annesso alla chiesa è un piccolo convento abitato da prima dai Frati di Sant'Agostino, che lo dovettero abbandonare nel 1435 ai Servi di Maria, i quali vi dimorano ancora. Nel refettorio del Monastero è la celebre Cena di San Gregorio Magno dipinta nel 1572 da Paolo Veronese: quadro di grandi dimensioni e di inestimabile pregio. Nel 1812, avvenuta la soppressione dei conventi, Napoleone primo se ne impadronì, ordinando che fosse trasportato a Parigi. Invece si fermò a Milano, nella cui galleria di Brera rimase per cinque anni. Nel 1817 l'Imperatore Francesco II lo faceva ricollocare nel refettorio del convento e Vicenza lo riaccoglieva al suono delle musiche e delle campane. Ma venne il fiero 10 giugno 1848, in cui la soldataglia austriaca, briaca di sangue e di strage, a colpi di baionetta lo faceva in ben trentadue pezzi. Qualche anno dopo il veneziano Andrea Tagliapietra lo restaurava lodevolmente, così come ora si ammira. Accanto alla chiesa è il campanile dell'architetto vicentino Antonio Piovene. La costruzione ne durò da1 1825 al 1852 ed ha una maestosa cella campanaria”.
Al Santuario si sale per due vie, che offrono entrambe un magnifico ed ampio panorama, pieno di dolce fascino: una via, originale nelle sue particolarità, vien detta delle “Scalette” ed è formata da una lunga scalinata di 192 gradini frammezzata da brevi pianerottoli; l'altra, detta dei “Portici”, parte dalla fine di Campo Marzo, sale per circa 700 metri e risulta dall’unione di 150 portici aperti sul pendio; i portici furono costruiti verso la metà del Settecento, di su disegno dell’architetto Francesco Muttoni e su commissione di società e di nobili famiglie vicentine.
Davanti alla facciata settentrionale della Basilica il grandioso Piazzale della Vittoria - inaugurato il 23 settembre 1924 - offre uno splendido panorama della pianura e dei monti non lontani: un vago circuito di balaustrata verso la città si sviluppa per 360 metri, e, sul davanzale di questa ampia balconata, è tracciato il quadrante panoramico delle Prealpi Venete, dai Lessini alla Laguna, dal Pasubio al Piave.
Nelle vicinanze del tempio è stato eretto un monumento al Genio dell’Indipendenza, opera del Tantardini, che ricorda gli eroi caduti per la libertà della Patria nella fatidica difesa di Vicenza del 1848; a breve distanza, sta un sobrio ed austero monumento funebre eretto dall’Austria nel 1860, per commemorare i suoi soldati, che qui combatterono e morirono.
 

Teatro Olimpico

LA STORIA
Il Teatro fu voluto dall’Accademia Olimpica, costituita a Vicenza nel 1555. Essa si proponeva di coltivare gli studi umanistici e le discipline matematiche e musicali e di allestire in Vicenza spettacoli drammatici; il teatro rappresentava un'esigenza molto avvertita dagli intellettuali del Cinquecento. L’incarico fu dato ad Andrea Palladio, che era socio dell’Accademia stessa. E questo capolavoro fu l'ultimo edificio progettato dal sommo architetto: i lavori iniziarono il 28 febbraio 1580 ed il Palladio moriva pochi mesi dopo, in agosto. Per breve tempo, continuò l’opera il figlio Silla Palladio, ma presto subentrò nell’incarico Vincenzo Scamozzi. Geniale allievo di Palladio, lo Scamozzi dilatò l’edificio previsto in origine, con la costruzione delle tre sale, chiamate complessivamente “Odeo Olimpico”: una di esse è decorata da affreschi di Francesco Maffei; un’altra contiene un fregio monocromo di grande interesse documentario. Per il Carnevale del 1585 il Teatro era pronto. La scelta della rappresentazione inaugurale fu assai laboriosa; alla fine, prevalse una tragedia antica volgarizzata: l'Edipo re di Sofocle, che nella versione italiana di O. Giustiniani, era intitolata Edipo tiranno. La sera del 3 marzo 1585 il Teatro Olimpico fu inaugurato alla grande, con sfarzosi costumi e con gran numero di comparse e di attori. Dopo la splendida inaugurazione, l’Olimpico entrò - stranamente - in un lungo letargo, dal quale si risvegliava di tanto in tanto. Solo dal 1935 - quando all'Accademia si affiancò il Comune di Vicenza nella costituzione di un comitato permanente - ebbero inizio spettacoli con carattere di continuità.

L’EDIFICIO
Il Teatro è un'altra gloriosa manifestazione del genio di Andrea Palladio, che molti copiarono, alcuni emularono, ma nessuno forse, nel buon gusto, nell'eleganza, nel sapore veramente classico delle sue creazioni, riuscì a superare. Se nella ricostruzione della Basilica, Palladio si è elevato alle grandiose concezioni michelangiolesche, nei disegni del teatro Olimpico, usò un cesello degno di Benvenuto Cellini.
La sala è un semicerchio, ad anfiteatro, ad alte gradinate sulle quali stanno gli spettatori. La scena è al basso, divisa dall’emiciclo del pubblico da una fossa profonda un metro e mezzo. In essa prendevano posto i musici, onde non disturbare coi loro strumenti, l'attenzione del pubblico e degli attori.
La scena è fissa e tutta in legno, adorna di stucchi e sculture: essa rappresenta un sontuoso palazzo, di stile classico purissimo a tre arcate, dalle quali si aprono - in mirabile prospettiva - tre vie, anche queste con le case in legno scolpito, e adorne di statue, che permettono agli attori di entrare ed uscire facilmente dalla scena. La prospettiva della maggiore di queste tre strade, che si chiude con un arco trionfale, fu disegnata dallo Scamozzi. Quando il teatro è in piena luce, l’illusione delle prospettive - e del palazzo che fa da frontescena - è stupenda e rasenta il fantastico.
Ciò che più meraviglia, in questo piccolo capolavoro, è il prospetto della scena, non solo per la purezza delle linee e l'armonia dell’insieme, ma anche per la ricchezza, la varietà, l'eleganza squisita degli ornati. Novantacinque statue adornano - senza opprimerla - la frontescena: modellate in gran parte da Alessandro Vittoria, esse raffigurano personaggi mitologici e i fondatori dell'Accademia Olimpica, abbigliati all’antica. Nell’ordine più alto, una serie di splendidi bassorilievi realizzati da R. Bascapè, raffigurano storie di Ercole. Gli affreschi, molto deperiti, sono del Caneva. Il velario è opera moderna.
All’Olimpico si tengono conferenze e concerti diurni. Su questo teatro furono rappresentate le antiche tragedie greche, quelle del Trissino, le commedie di Machiavelli, di Pietro Aretino e di altri cinquecentisti. Ora il teatro ha pregio come meraviglia architettonica, più che come luogo destinato a pubblici spettacoli.
 

Tempio di San Lorenzo

Il Tempio di San Lorenzo fu eretto nella seconda metà del Duecento, sull'area di un oratorio che già esisteva nel 1185. I Minori Conventuali vi s’insediarono nel 1280 ed iniziarono la costruzione della nuova chiesa e del convento, con il contributo del Comune ed il concorso dei fedeli. La chiesa - terminata sicuramente entro il 1300 - divenne la più importante del quartiere di Porta Nuova: i frati si presero cura delle notevoli reliquie dei Santi Lorenzo, Quirico e Margherita, qui rinvenute nel 1278, ed il tempio fu via via trasformato in un grande centro di cultura e di predicazione.
Col tempo, la Chiesa si arricchì d’altari e di preziose opere d'arte che i Minori Conventuali custodirono per secoli. Nel Trecento fu aggiunto l'oratorio dell'Immacolata Concezione (demolito nel 1909) e nel Quattrocento quello di San Bernardino, che si affacciava sulla piazza. Nel 1796 le truppe francesi devastarono la Chiesa, trasformandola in fienile, e adibirono il Convento a caserma. L’Ordine dei frati Minori, fu soppresso nel 1810. Nel 1836 l'edificio fu acquisito dal Comune e - dopo qualche restauro - riaperto al culto e trasformato in una specie di Pantheon, di Santa Croce vicentina. Per ulteriori restauri, il Tempio fu chiuso dal 1871 al 1911, finché - nel 1927 - fu riaffidato ai Minori Conventuali, che ancor oggi vi officiano.
La chiesa di San Lorenzo è un insigne monumento del gotico sacro vicentino, pur presentando forti reminescenze romaniche. La facciata è impreziosita da uno stupendo portale trecentesco, opera di Andriolo de Santi: nella relativa lunetta sono raffigurati la Madonna col Bambino, San Francesco, San Lorenzo e il committente Pietro da Marano.
L’interno è a tre navate ed ospita il monumento sepolcrale dello Scamozzi, le tombe di Bartolomeo Montagna, di Giangiorgio Trissino, di Alvise Valle e di altri insigni cittadini di Vicenza. Nella fiancata, si nota pure il sarcofago di Gangalando de' Gangalandi, fiorentino, esule - come Dante - nel momento della terribile reazione guelfa, auspicata da Bonifacio VIII e dal Valois. Oltre al pregevole altare dei nobili Pojana, il Tempio contiene alcuni affreschi di Benedetto Montagna, opere di Francesco Pittoni, di G. Antonio Fumiani e di Giulio Carpioni, nonché un gruppo scultoreo di Antonino da Venezia che raffigura la Vergine tra i santi Pietro e Paolo. In passato, la Chiesa ospitava anche La comunione di san Bonaventura di Alessandro Maganza e il meraviglioso polittico trecentesco della Dormitio Virginis, di Paolo Veneziano. Ora queste due opere si conservano nel vicino Museo Civico. Notevole il Chiostro rinascimentale, che contiene una vera da pozzo del XIV secolo.
 

Tempio di Santa Corona

Il Tempio di Santa Corona fu eretto fra il 1260 ed il 1270, per conservare la reliquia di una Sacra Spina della corona di Cristo. Si narra che questa spina fu donata da Luigi IX di Francia - il futuro San Luigi - al vescovo di Vicenza, Bartolomeo da Breganze. La chiesa fu subito affidata ai frati Domenicani, studiosi, grandi predicatori, che si distinsero nella lotta all’eresia, tanto che, nel 1303, S. Corona divenne sede del Tribunale dell’Inquisizione. I Domenicani vi officiarono fino al 1810, quando i decreti napoleonici li costrinsero ad allontanarsi. Oggi la chiesa è officiata dal clero diocesano.
L’edificio sorse in stile romanico-ogivale e fu costruito per la maggior parte in mattoni a vista: esso subì nel tempo varie modifiche. Nel Cinquecento, Andrea Palladio vi disegnò la stupenda Cappella Valmarana. Nell'Ottocento furono eliminati gli apparati barocchi e furono operati altri rimaneggiamenti tra cui quello della facciata. In ogni caso, la facciata conserva ancor oggi il duecentesco portale a sesto acuto e il rosone ad archetti trilobati.
L'interno è a tre navate, con una serie di cappelle sul lato destro, e conserva una preziosa raccolta di opere d’arte, fra cui primeggiano: il Battesimo di Cristo, di Giovanni Bellini, e l’Adorazione dei Magi, di Paolo Veronese. Altre opere portano la firma di Francesco Maffei, di Gianbattista Pittoni, di Bartolomeo Montagna e di Battista da Vicenza. Girolamo Pittoni da Lumignano ha realizzato il gruppo scultoreo che si trova nella cripta. Preziosi sotto vari aspetti sono gli arredi sacri, il doppio altar maggiore che risale al 1680 e il coro quattrocentesco, i cui stalli intarsiati mostrano vedute di Vicenza medioevale.
Nel tempio di S. Corona fu sepolto il Palladio, ma le spoglie furono traslate nell’Ottocento e inumate nella tomba monumentale del cimitero cittadino. I chiostri ed il convento domenicano furono danneggiati dai bombardamenti del 1944. Parzialmente restaurati, ora ospitano il Museo Naturalistico ed Archeologico.