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Storia di Vicenza

Vicenza è fra le più antiche città venete. Essa fu fondata probabilmente dagli Euganei, molto prima che Roma conquistasse il Veneto (177-178 a.C.). Chiamata dai romani Vicetia (o Vtetia) - forse dal nome della tribù che venne a colonizzarne l’agro - Vicenza divenne Municipium romano nel 49 a. C. Durante l’impero essa profittò largamente della sua libertà municipale, per abbellirsi ed ingentilirsi, e per arricchirsi nei traffici sicuri e prosperosi. Alle bellezze naturali della località in cui sorgeva, Vicenza aggiunse le bellezze artistiche dei suoi monumenti: i resti pervenuti, le rovine del teatro Berga, degli acquedotti e delle vie Postumia e Gallica, attestano lo splendore di Vicenza romana, che per qualche tempo fu anche sede dell'imperatore Teodosio.
Con la caduta dell’impero romano, e la calata dei barbari, tutto decade, tutto rovina nella regione veneta e Vicenza non sfugge alla sorte comune. I regni di Odoacre, di Teodorico, dei Goti, soffocano nelle città romane l'ultimo alito delle loro libertà municipali; lo splendore diventa cosa del passato e si precipita rapidamente nella servitù materiale e nell'abbrutimento morale. Agli Ostrogoti e ai Goti succedono i Bizantini e quindi i Longobardi. Con i Duchi istituiti dal Longobardi - e Vicenza n'ebbe uno - cominciarono le divisioni feudali d'Italia, che durarono fino all'avvento di Carlo Magno e alla costituzione del Regno e dell'Impero.
Vicenza, perduta ogni autonomia propria, provò il succedersi di queste dominazioni: la sua storia si estingue, o pressoché, nelle vicende delle grandi guerre feudali contro l’impero dei Franchi ed il regno dei cosiddetti re italiani, da Berengario del Friuli, a quello d’Ivrea ed infine ad Arduino. Posta fra due potenti Stati feudali, la marca Trevigiana e la marca Veronese, subisce le conseguenze di tutte le alterne fortune di questa o di quella: ed è sovente causa o teatro delle loro guerre.
Nel periodo vescovile, che prelude l'era Comunale, la fortuna di Vicenza si risolleva alquanto ed i suoi vescovi lavorano a costituirle un territorio, spezzando o allontanando la cerchia che le facevano intorno le famiglie feudali dei signori di San Bonifacio, di Campo san Piero, di Bassano, di Marostica; o facendo fronte alle usurpazioni dei potenti dominatori di Verona, di Treviso e di Padova. La rivoluzione comunale trova Vicenza matura ad accoglierla. Il Comune subentra alla potestà vescovile; e col Comune ritorna l'autonomia della città, l'emancipazione dalle servitù feudali; un alito di vita poderoso entra nell'antica città che si rinnova tutta ed allarga il proprio territorio, e si fa ricca, potente, gelosa custode della propria libertà. Nel 1167, si unisce alla Lega contro il Barbarossa e in seguito combatte numerose guerre contro le città vicine, specialmente Padova e Verona, ma anche Treviso, Brescia, Este. Diversamente dalle città vicine, Vicenza non ebbe mai una signoria dominante: salvo i domini “esterni”, la città fu sempre governata da una élite di famiglie nobili, generalmente illuminate.
Nella prima metà del Duecento, la città fu assoggettata da Ezzelino III da Romano, truce vicario imperiale che governò da tiranno e morì nel 1259. Gli successero, per breve periodo, i Carraresi, signori di Padova. Nel 1314 il veronese Cane Francesco della Scala - capo dei Ghibellini d'Italia in quel periodo, e vicario imperiale - assalì Vicenza e ne cacciò i Carraresi, dopo una battaglia sanguinosa. Verso la fine del Trecento, la città fu conquistata e - per pochi anni - dominata dai Visconti.
Nelle lagune dell’Adriatico, già stava crescendo Venezia, la Potenza né guelfa né ghibellina che doveva presto prevalere su Scaligeri e Carraresi, Trevigiani, Milanesi ed Aquileiesi. La Serenissima, già sicura del suo predominio in Oriente, de suoi traffici marinari, della sua egemonia sull'Adriatico, ricca a dovizia, potente e indipendente, pensava ad espandersi in terraferma. In poco più d'un secolo, Venezia aveva spinto le sue conquiste fin quasi alle porte di Milano e si era assicurata in modo assoluto tutta la regione che è tra l’Adige ed il mare, oltre all’Istria e alla Dalmazia. Vinta la guerra di Chioggia (contro Genova, 1379-1380) la Repubblica di San Marco - con la pace di Torino - si assicurò il possesso dei territori in precedenza conquistati. In definitiva, all’inizio del Quattrocento, Vicenza, Verona, Bassano, Feltre, Padova, Belluno e poi Treviso, con i rispettivi territori, entrarono a far parte della Repubblica di Venezia e ne seguirono le sorti: dapprima i trionfi, legati alla vittoria del 1509 contro le truppe della Lega di Cambrai, e alla strepitosa vittoria di Lepanto (1571) contro i Turchi; poi la lenta discesa nella decadenza, culminata con la caduta finale e tristissima di Campoformio (1797), decisa da Napoleone. Dopo il periodo napoleonico, nel 1813 Vicenza passò all'Austria. I vicentini si ribellarono alla dominazione austriaca nel marzo 1848, proclamando il Governo Provvisorio e aderendo alla Repubblica Veneta. La città insorse, ma le truppe austriache, comandate personalmente da Radetzky, ritornarono in forze e attaccarono la città all'alba del 10 giugno. Così descrive l’episodio Pietro Contarin, nel suo “Memoriale Veneto”:
«I nostri resistono valorosamente, ma giunse un gran rinforzo al nemico. Diventa più fiero l'attacco. I tedeschi vogliono le posizioni del monte (Berico). Formati a “carré” vorrebbero ascendere: i nostri cannoni li mitragliano: cadono i Croati a centinaia, ma vengono tosto rimessi: di nuovo mitragliati di nuovo rimessi: e così via, via, fin che giungono a farsi le barricate a forza di cadaveri e possono così guadagnare il monte colla perdita di 4000 uomini. Caduta la posizione del monte non rimaneva più speranza di tenere la città: dopo dodici ore di vivissimo fuoco il generale Durando sostituisce la bandiera di tregua a quella di guerra: ma il popolo la crivella di moschettate: quindi altre sei ore durò la strage. Allorquando poi l' inimico voltò i cannoni verso la città s'inalberò bandiera bianca e si capitolò. Radetzky disse non potersi negare un’onorifica capitolazione a chi s'era difeso così eroicamente. La capitolazione fu onorevolissima per le nostre truppe, che dovevano sortire dalla città con armi e bagagli e con tutti gli onori militari, impegnandosi il generale Durando per sé e per loro di non servire per tre mesi ai danni dell’Austria: Radetzky, d'altra parte impegnandosi a trattare i sudditi benevolmente. Circa 6000 morti si calcolano dalla parte del nemico, 2000 dalla nostra. La resistenza dei nostri fece meravigliare gli austriaci quando intesero che solo 10.000 uomini con 40 cannoni seppero resistere per 18 ore continue contro un formidabile esercito di quasi 40.000 uomini, 300 cavalli e 118 cannoni.»
Per l’eroica resistenza dei vicentini, il Gonfalone fu decorato di medaglia d'oro da Vittorio Emanuele II nel 1866, quando la città entrò a far parte del Regno d'Italia.
Nel corso della prima Guerra Mondiale, Vicenza fu sede del Comando della prima armata; la provincia fu teatro della "Strafexpedition" del 1916 e di epiche battaglie sul Grappa, sul Pasubio e sull’Altopiano di Asiago. Durante la seconda Guerra Mondiale, a seguito di terribili bombardamenti aerei, Vicenza subì notevoli distruzioni, anche nel centro storico; la cupola della Basilica Palladiana, simbolo della città, si incendiò e crollò.
Nell'immediato dopoguerra i monumenti danneggiati furono presto restaurati. Nel 1995 il Presidente della Repubblica consegnò alla Città di Vicenza la seconda medaglia d'oro al valore militare, per l'attività partigiana.
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