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Lunedì 26 Giugno 2017, San Vigilio
Paolo Groppo - Copyright
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Visitare Verona - guida breve

 

Arche Scaligere

Arche Scaligere Cenni storici. Le Arche scaligere sono tra i più insigni monumenti dell'arte gotica a Verona. Già alla fine del cinquecento le arche presentavano seri problemi di conservazione. Un tema, questo, che verrà riproposto all’attenzione dei responsabili della cosa pubblica. Mentre un completo restauro dell’arca di Mastino fu realizzato nel 1786, è da ricordare un progetto di restauro generale del 1839. Grande ammiratore delle arche fu John Ruskin, il quale ha lasciato scritto come la grazia dell'attività edificatrice, quella grazia che prima era riservata alle chiese, fosse stata dagli Scaligeri impiegata nei sepolcri, non come tombe di santi, bensì come dimore di coloro che si sono addormentati.

Architettura ed arte. Le Arche, del sec. XIV, sono opera di vari scultori, tra i quali si distinguono due cantieri successivi. Entrando, addossata al muro della chiesa, si trova la tomba di Mastino I. La forma del sarcofago è assai semplice: il coperchio a due spioventi con quattro antefisse, ricorda l’uso romano. Più avanti, isolata, è la tomba di Alberto I. Il sarcofago è riccamente istoriato e ripete, nella forma architettonica, quello di Mastino I. Le antefisse sono adorne dei simboli degli Evangelisti e di figure di Patriarchi. Il coperchio porta, tra lievi decorazioni, lo stemma imperiale affiancato da due stemmi scaligeri. Le tre semplici tombe vicine al muro esterno di cinta appartengono, probabilmente, la prima a Bartolomeo I, la seconda a Cangrande II e la terza a Bartolomeo II o a Bailardo Nogarola. Sopra la porta laterale di Santa Maria Antica, sta il magnifico mausoleo di Cangrande I, morto il 22 giugno 1329. Il sarcofago è sostenuto da quattro simbolici cani che reggono lo stemma scaligero. Sulla faccia anteriore si staccano tre piccole statue; su quella posteriore si scorge Verona con la cinta delle Mura Scaligere. Sopra il coperchio del sarcofago, è la statua giacente di Cangrande. Quattro colonne reggono il baldacchino che si slancia a tronco di piramide verso l’alto e culmina nella meravigliosa statua equestre. La seconda porta della cancellata conduce al sepolcro di Mastino II. Appoggiato su quattro pilastri, si trova il sarcofago. Mastino II giace disteso col viso emaciato e barbuto. Il sarcofago porta ancora tracce degli antichi colori. Quattro svelti pinnacoli fanno corona, tra i timpani, alla guglia centrale, su cui poggia il monumento equestre del signore, tutto chiuso nella solida armatura e con la celata sul viso. L’ultima è l’Arca di Cansignorio, più ricca e movimentata delle precedenti, ma non di così alto valore artistico. Il sarcofago poggia su piastrini sostituiti ai quattro angoli da coppie di putti nudi di ispirazione quasi rinascimentale. Lungo le facce dell’urna sono scolpite storie evangeliche. Intorno al listello della base, sul lato est, è incisa la firma dell’autore di questo mausoleo: Bonino da Campione. Traslato nelle tombe scaligere nel 1831 è il sepolcro di Giovanni della Scala, collocato in fondo al cimitero, sulla parete esterna della casa adiacente alla chiesa. Le statue originali di Cangrande e Mastino Il sono state trasferite per ragioni conservative.
 

Arco dei Gavi

Arco dei Gavi Cenni storici. Intorno alla metà del I secolo d.C., l'Arco sorse per onorare alcuni membri della Gens Gavia, illustre famiglia d’origine forse veronese. Il luogo fu scelto con cura, su una strada di gran transito, la Postumia, ai margini della platea su cui poteva svilupparsi la città: il punto preciso dove esso sorgeva è qui contraddistinto da un rettangolo in marmo grigio ben visibile sul piano stradale. In età medievale l’Arco era divenuto porta cittadina e compreso tra la cinta scaligera e la Torre dell'Orologio di Castelvecchio. Tutto il basamento si trovava sotto il livello stradale, tranne uno spigolo visibile nella fossa del castello. L’Arco fu uno dei monumenti romani di Verona più studiati ed ammirati in età rinascimentale. Nel 1805, il Genio Militare francese ne decretò la demolizione, per migliorare la transitabilità sul corso delle salmerie militari. Le pietre dell’Arco giacquero per decenni accatastate dapprima in Piazza Cittadella e quindi negli arcovoli dell’Arena. Infine l'Arco fu ricostruito, con pezzi autentici, nel 1932, di fianco a Castelvecchio e in faccia all’Adige, poco discosto dal luogo della collocazione originaria.

Architettura ed arte. La costruzione è tutta in pietra bianca veronese, che proviene probabilmente dalla Valpolicella. Nonostante le sue traversie, l’Arco è uno dei rari esemplari superstiti, nel nostro territorio, di una tipologia molto significativa nella storia dell'architettura romana. Benché l’arco sia stato spesso citato nella letteratura archeologica e sia stato oggetto di studi specifici, la sua forma architettonica e la datazione hanno continuato ad alimentare vivaci discussioni fra gli studiosi.
 

Arena di Verona

Arena di Verona Cenni storici. L’anfiteatro romano, l’Arena di Verona, è il monumento veronese più conosciuto. Oggi l’Arena è incastonata nel centro storico a fare da quinta a Piazza Bra’, ma un tempo, quando i Romani lo costruirono, il monumento fu collocato ai margini dell'urbe, fuori della cerchia delle mura. L’Arena riassume in sé quasi venti secoli di storia locale, ed è diventata nel tempo il simbolo stesso della città. Il suo culto ha radici lontane, che risalgono all’umanesimo carolingio. La fama goduta dall’anfiteatro nella coscienza civica dei veronesi, porta così via via il monumento ad assumere sempre più il carattere di simbolo stesso dell'antica nobiltà. Di qui le cure per la sua conservazione ed i suoi ampi e numerosi restauri. L'Arena servì sempre e soprattutto per manifestazioni spettacolari. In epoca romana, ad esempio, fu usata per spettacoli di lotte fra gladiatori. Nel Medioevo e fino alla metà del settecento erano usuali in Arena anche giostre e tornei. Nel 1913, l'Arena di Verona sarà finalmente scoperta per quello che adesso è conosciuto come il primo vero e più importante teatro lirico all'aperto del mondo.

Architettura. Il più solenne monumento di Verona romana, con vari ordini di gradinate e, al centro, un'area o arena per gli spettacoli di gladiatori, di combattimenti con belve od altre manifestazioni di carattere popolare, è stato costruito con blocchi di marmo ben squadrati, nel I secolo d.C., cioè tra la fine dell'impero di Augusto e quella dell'impero di Claudio. Dei monumenti di tal genere è tra i meglio conservati. Il perimetro della platea attuale è di m. 391 ed includendovi l’Ala è di m. 435. L'anfiteatro è costituito da tre cinte concentriche: della prima esterna ci rimane solamente quella parte, che è comunemente chiamata "Ala". I gradini dell'anfiteatro sono tutti in marmo veronese. Sotto il piano della platea si trovano (ma ora non si possono visitare) gallerie, anditi e passaggi che un tempo servivano ed in parte servono ancora, per il complesso funzionamento dell'anfiteatro.
 

Casa di Giulietta

Balcone di Giulietta Cenni storici. La “casa Capuleti” è stata a lungo proprietà della famiglia Dal Cappello. L’accostamento Cappello-Capuleti ha portato a credere che questa sia stata la casa di Giulietta, l’amante infelice della nota tragedia scespiriana. In realtà l’edificio risale al XII secolo. Nel 1905 la casa fu acquistata dal Comune di Verona. L’edificio ha assunto l'aspetto attuale soltanto settant’anni fa: a trasformarlo da anonimo ex-stallo a dimora della sognante Giulietta fu Antonio Avena, il direttore dei musei cittadini. L’aspetto e la strutturazione interna dell’edificio, prima del restauro, rimangono avvolti nel mistero. Dobbiamo accontentarci di osservare il fatto compiuto, tutto all’insegna di una "scenografia del medioevo".

Architettura ed arte. Nel complesso gioco del "restauro" la più rispettata fu la struttura degli spazi: infatti, studi recenti sulla casa medievale restituiscono l'immagine di un ambiente abbastanza simile a quello di casa Capuleti. Qui sono ancora leggibili elementi come la balaustra che mette in comunicazione, dall'esterno, i diversi corpi della casa, e la sala principale al primo piano, che ben si adatta all'immagine di stanza "a più usi": tradizionalmente, infatti, la stanza più importante era adibita a camera padronale, ma poteva, all'occorrenza, trasformarsi in salone delle feste; stava poi all'abilità dei servi spostare mobili, tappeti ed arazzi dando vita in pochi istanti ad uno scenario di festa. Significative, a questo proposito, sono le decorazioni pittoriche che, pur riproponendo temi più o meno correnti per l'epoca di costruzione della casa, sono state integralmente proposte ex-novo. Un unico brandello di pittura originale si intravede nella sala principale: in un punto è ancora leggibile l'evanescente traccia di una bordura a "finto vaio", ossia riproducente quei festoni di pelli di ermellino con cui i più ricchi ornavano i saloni delle loro dimore. Nel cortile è collocata la statua bronzea di Giulietta, opera dello scultore Nereo Costantini.
 

Castel San Pietro

Castel San Pietro Cenni storici
Il colle è situato in posizione strategica. Era abitato fin dai tempi di Verona romana e continuò ad essere abitato nel periodo delle invasioni barbariche, da Alboino e Rosmunda, da Pipino, da Berengario, re d’Italia. Sulle rovine della rocca fatta costruire da Berengario fra la fine del sec. IX e l’inizio del X, e presso l’antica chiesa romanica di San Pietro in Castello – che aveva dato il nome al colle – Giangaleazzo Visconti costruì Castel San Pietro nel 1398. L’edificio dominava Verona dall’alto e durò poco più di quattrocento anni: esso fu fatto saltare nel 1801 dai soldati francesi che – dopo il trattato di Luneville –, abbandonarono la sinistra d’Adige per ritirarsi nella destra. Infine, nel 1840, gli Austriaci demolirono i resti del castello visconteo, insieme con la chiesa.
Sull’area del castello, gli Austriaci cominciarono nel 1851 la costruzione della caserma-fortezza che ancora vediamo: i lavori furono ultimati nel 1856. Nota con rammarico il Simeoni che: “Negli scavi del castello furono rinvenuti molti oggetti preistorici e alcune scritture romane che andarono perdute. Così si perdette ogni possibilità di studiare le vestigia lasciate in questo colle dal popolo che fondò Verona, e di conoscere quali monumenti vi sorgevano nell’epoca romana”.
Proprietà del Comune di Verona dal 1932, l’edifico non è aperto al pubblico, perché rovinato dal tempo e dall’incuria degli uomini. Da molti anni se ne discute la destinazione finale. Il sito è molto frequentato: dalla spianata antistante, che sovrasta il Teatro Romano e Ponte Pietra, si gode una magnifica vista della città.

Architettura
L’edificio attuale è stato progettato dal colonnello Petrasch, del Genio austriaco. Il primo prospetto, predisposto dal capitano Bolza in stile neoclassico non fu accettato. La scelta cadde sullo stile neoromanico, probabilmente perché ritenuto più adeguato ad una costruzione militare che andava a sorgere sul posto già occupato da un castello medievale. Sembra che questo stile fosse gradito agli ingegneri militari di quel periodo, tant’è vero che esso ispirò anche altre costruzioni, quali – ad esempio – l’Arsenale intitolato a Francesco Giuseppe.
 

Castelvecchio

Castelvecchio Cenni storici. Dopo la rivolta capeggiata dal fratellastro Fregnano, Cangrande II non si riteneva più sicuro all'interno della città: a cavallo della cinta delle mura comunali, fece quindi costruire un castello e un ponte sull'Adige. La nuova dimora doveva essere insieme palazzo, fortezza, garanzia di fuga. La costruzione del castello, affidata a Guglielmo Bevilacqua, iniziò intorno al 1354. Cangrande II vi abitò per poco tempo, poiché, il 14 dicembre 1359 fu ucciso a tradimento da alcuni sicari assoldati dal fratello Cansignorio, che gli subentrò nel dominio di Verona. Con la caduta degli Scaligeri, il castello si trasformò da reggia in fortezza urbana, e tale fu la sua destinazione, sia durante l’occupazione viscontea, sia nei quattro secoli di dominazione della Serenissima. La destinazione a museo d’arte avvenne nel 1920-1930.

Architettura ed arte. Il castello si presenta come unica entità, ma è un complesso formato da tre perimetri murari distinti. Nel gran cortile, dal quale oggi si accede al Museo, stava la guarnigione; l'ampio spazio serviva come campo d’addestramento dei soldati, ed era chiuso su tre lati da turrite muraglie. La prima torre era detta dell’Orologio; presso questa torre era stata conservata la chiesa di San Martino in Aquaro. La seconda torre era quella del ponte levatoio e della postierla, la terza guarniva l’angolo e la quarta muniva il muro verso il fiume. La cosiddetta reggia, ossia la residenza dei signori scaligeri, si sviluppava sui due piani d’edificio.

Il ponte. Il ponte sorge in un tratto dell’Adige in cui il letto si allarga a m. 120 circa e, per la naturale pendenza dell'alveo, non deposita né scava materiali. Il ponte è un capolavoro d’ingegneria, uno dei migliori esempi in assoluto che si possano citare per il trecento. Ha tre arcate; la lunghezza complessiva del ponte è di m. 119,90. I basamenti delle pile e le ghiere degli archi sono in pietra locale; tutto il resto è in cotto. Il ponte fu minato dai Tedeschi in ritirata e fatto saltare nella serata del 24 aprile 1945, così come il Ponte Pietra. Nel 1951, il ponte fu inaugurato, al termine di una delicata ed esemplare ricostruzione del tutto conforme all’originale.
 

Chiesa di San Fermo

Chiesa di San Fermo Maggiore Cenni storici. E’ uno dei templi più belli di Verona. Le prime tracce di questa chiesa risalgono al secolo VIII. Particolare importanza ebbero i rifacimenti benedettini del secolo XI, pare iniziati nel 1070: si costruirono la chiesa superiore e quella inferiore ed ebbe inizio la costruzione del Campanile, terminato soltanto verso il secolo XIII.

Architettura ed arte. La facciata s'adorna di due logge, d’alcune teorie di archetti, di una bella trifora, di un imponente portale romanico del sec. XIV e di un'Ara sepolcrale del trecento contenente le spoglie di Aventino Fracastoro, medico degli Scaligeri. La porta minore è sormontata da un portico a vela, che protegge la scalinata e il portale. Interessanti sono le absidi, decorate da cuspidi e pinnacoli, movimentate dagli alti e svelti finestroni e da una bella loggetta quattrocentesca, eretta dal lato sud. Anche il Campanile è assai pittoresco, con i suoi corsi di cotto e tufo e con le eleganti trifore ad arco rotondo. Notevole il portale di bronzo realizzato dallo scultore Minguzzi. L'interno della Chiesa è ad unica nave e con la crociera a cinque absidi. Le Cappelle sono così disposte. A destra: prima Cappella è quella dei Nichesola, che si orna di statue marmoree. Dopo il pulpito, v’è la mirabile Cappella Brenzoni del 1495. La cappella si orna di un bell'altare, di molte tombe, di statue, di lapidi, di colonne ioniche. Oltrepassata la porta che immette alla sacrestia, v'è l'altare Della Torre. Risale al secolo XVIII, è in stile barocco e si orna d'una pala del Bellotti raffigurante San Francesco. Nel braccio destro della crociera, in fondo, si trova la Cappella Alighieri (1541). Pietro di Dante e alcuni altri discendenti sono qui sepolti. Nella Cappella seguente, detta degli Agonizzanti, v'è una Crocifissione di D. Brusasorzi. Il presbiterio è ornato di uno splendido altare dello Schiavi, sul quale sono custodite le reliquie dei Santi Fermo e Rustico. Subito a destra si apre la graziosa Cappella di Sant'Antonio. Dopo una cappella ora detta della Madonna, si trova il bellissimo Mausoleo Della Torre, opera della Rinascenza.
 

Chiesa di San Giorgio in Braida

Chiesa di San Giorgio in Braida Cenni storici. Verso il 1046, fu eretto in riva all’Adige un monastero benedettino, che fu quasi del tutto demolito nei primi decenni dell’ottocento. Accanto al monastero fu subito costruita una chiesa romanica, di cui nulla è rimasto. A testimoniare la sua presenza resta la torre-campanile, datata al sec.XII. Nel 1442, il monastero fu dato ai Canonici di San Giorgio in Alga di Venezia, che rifabbricarono la chiesa. Sia la facciata della chiesa che la casa canonica eretta nel 1791 recano tracce delle fucilate dei francesi del 18 ottobre 1805, quando questi vennero da Castelvecchio per assalire Verona austriaca. Una lapide ricorda il fatto.

Architettura ed arte. La facciata è secentesca, in marmo bianco, con due ordini di pilastri schiacciati, di sotto ionici e di sopra corinzi; nelle due nicchie laterali le statue di San Giorgio e San Lorenzo Giustiniani. Il resto della chiesa è in cotto. Il campanile è del Brugnoli: qualcuno pensa che sia stato disegnato dal Sammicheli, o addirittura dal Palladio. La cupola s’impone all’attenzione per la sua leggiadria, ma anche per il magistero con cui è stata costruita: si pensi che il Sammicheli ha dovuto qui lavorare su un edificio preesistente. Sul lato della chiesa verso l’Adige, aggiunge suggestività all’ambiente il ricostruito chiostro del vecchio monastero. L’interno è ad unica navata ed è semplice e grandioso nello stesso tempo: compiuto fra il 1536 e il 1543, esso coniuga maestà e bellezza anche per i tesori d’arte che contiene. Sopra la porta maggiore, un primo capolavoro pittorico, opera squisita del Tintoretto, raffigura il Battesimo di Cristo. Le cappelle laterali sono quattro per parte. Sotto la cupola, vi è la cantoria con sottostante altare marmoreo che reca ai lati una copia del miracolo di S. Barnaba, del Veronese. Nel presbiterio sono visibili due grandi tele: l’una del Farinati, la Moltiplicazione dei pani, e l’altra di F. Brusasorzi, La manna nel deserto: in fondo, il capolavoro del Veronese, Il martirio di San Giorgio.
 

Chiesa di San Zeno Maggiore

Chiesa di San Zeno Cenni storici. San Zeno fu l’ottavo vescovo di Verona. La basilica a lui dedicata è uno dei capolavori di tutta l’arte romanica in Italia. Tra i secoli IX e XIII, l’abbazia fu il monastero più ricco e potente di Verona: in essa soggiornarono vari imperatori. La peste del 1630 decimò la comunità monastica, che in pratica si estinse. Il monastero fu soppresso dalla Serenissima nel 1770. Agli inizi dell’ottocento ebbe inizio la devastazione degli edifici dell’ex-abbazia, che furono venduti a privati. Nel 1831 crollò l'ultima parte dell'edificio già abbaziale.

Architettura ed arte. La grande basilica è il risultato di tre momenti principali: costruita nel sec. IX, subì un rifacimento del 1120-1138 e fu ampliata nei secoli XIII-XIV. A fianco della basilica, svetta l'alto campanile che risale, come la torre merlata, al 1045: la cella campanaria è a doppio ordine di trifore con colonnine ed archetti. Sulla facciata spicca il meraviglioso rosone del Maestro Brioloto, detto anche “ruota della fortuna”. Il portale in legno è rivestito da 48 preziose formelle bronzee, con scene dell'Antico e Nuovo Testamento e miracoli di San Zeno. Addossata alla parete della basilica, v’è una tomba romana, massiccia e rozza, che, secondo un’iscrizione inesatta, conterrebbe le spoglie di Re Pipino. L’interno è a tre navate, divise da pilastri e colonne, con affreschi dei secoli XIII e XIV. Il soffitto è trecentesco a carena di nave. Sulla sinistra, appena entrati, sta una vasta coppa monolitica in porfido, proveniente dalle terme romane. Sul lato destro, si nota il grande fonte battesimale, monolitico e ottagonale, attribuito al Brioloto. Saliti alla chiesa superiore, si notano la statua di San Procolo e una statua marmorea policroma di San Zeno, detta “San Zen che ride”, che risale al sec. XII. Il presbiterio vero e proprio sorregge l’Ancona che incornicia il trittico del Mantegna, raffigurante la Madonna in Trono tra Santi. La cripta, restaurata nel 1938, è libera: solo l’Altare monolito sorge nel mezzo, e accoglie i resti del Santo.
 

Chiesa di Santa Anastasia

Campanile della Chiesa di Santa Anastasia Cenni storici. La basilica di Sant'Anastasia è certamente il più rilevante monumento religioso in stile gotico di Verona. S’ignora chi fu l’architetto, ma la costruzione della chiesa ebbe inizio intorno al 1290, durò più di un secolo e fu sostenuta dagli Scaligeri. Il sito scelto per la costruzione è vicinissimo a Piazza dei Signori, dove i della Scala avevano i loro palazzi; quindi è presumibile che Sant’Anastasia sia diventata la chiesa ufficiale della loro corte. La chiesa è di stile gotico italiano, a tre navi con crociera e cinque absidi poligonali. Fu restaurata in modo accurato negli anni 1878-1881.

Architettura ed arte. Nella facciata incompiuta, un magnifico portale gemino con marmi policromi, rilievi e affreschi; alla sinistra, l'arca sospesa di Guglielmo di Castelbarco. Il muro, fino al portale, risale agli anni del Castelbarco (1315-1320). A lui si devono pure i muri perimetrali. Appartengono al secolo XV i pannelli in marmo di stile rinascimentale, che narrano la vita di San Pietro Martire: dopo le spoliazioni napoleoniche, ne sono rimasti solo due. L'interno della maestosa chiesa, con le dodici grandi colonne di marmo bianco con i capitelli gotici, è diviso in tre navate congiunte da volte a crociera. La pianta della chiesa è a croce latina, con una grand’abside fiancheggiata da quattro cappelle. Piegando quindi nella navata a destra dopo il battistero e la lapide col busto del poeta Bartolomeo Lorenzi, s’incontrano via via sedici fra splendidi altari e meravigliose cappelle, con opere di Pietro da Porlezza, Danese, Cattaneo, Michele da Firenze, Liberale da Verona, Giolfino. Di grande interesse la tomba pensile di Cortesia di Serego, murata in area presbiteriale, di fronte al "Giudizio" di Turone. Sopra la cappella Pellegrini è il celebre affresco di Pisanello "San Giorgio e la principessa". Del campanile si hanno poche notizie; si innalza svelto, leggero su l'ultima cappella alla sinistra di chi guarda l'altar maggiore. Lo stile è del primo quattrocento.
 

Chiesa di Santo Stefano

Chiesa di Santo Stefano Cenni storici. Il nucleo primitivo della chiesa – l’impianto e le mura laterali – risale probabilmente al sec. V, quando arrivò alla comunità cristiana di Verona il culto del santo protomartire Stefano, le cui reliquie erano state ritrovate nel 415. E’ probabile che, fino al sec. VIII, la chiesa romanica di Santo Stefano sia stata la cattedrale di Verona. Nell’VIII secolo, il deterioramento dell’edificio impose un rifacimento pressoché completo. Di questo rifacimento nulla rimane, all’infuori dei capitelli, perché – pur non avendo subito gravi danni per il terremoto del 1117 – la chiesa fu ricostruita da artefici romanici nella prima metà del sec. XII, ad eccezione dell’abside.

Architettura ed arte. La facciata è in cotto e tufo, con la consueta cornice d’archetti rampanti, una crociera luminosa centrale, un semplice rosone e un piccolo protiro pensile che sovrasta la porta maggiore. Rosone e finestre laterali sono state aperte nell’ottocento. Il campanile, ottagonale, con bifore divise da piastrini, è completamente in cotto ed è piuttosto tozzo e pesante. L’interno della chiesa è a tre navate, ma con tetto unico, con crociera, cripta e presbiterio sopraelevato. La galleria che corre attorno all’abside, con le sue colonne a capitelli, fa ritenere che in antico vi fossero matronei laterali. Nella chiesa inferiore, a destra, appena entrati, è notevole una cappella barocca dedicata ai SS. Innocenti. La cupola è affrescata da Pasquale Ottino. Sempre di Ottino è la pala dell’altare, raffigurante la Strage degli Innocenti. Tale Cappella, costruita tra il 1618 e il 1621, consta di un parallelepipedo sul quale s’innesta un cilindro. L'interno è fittamente decorato di stucchi manieristici d’estrema finezza. Nella chiesa superiore, gli affreschi sono meglio conservati: a sinistra del presbiterio figurano una splendida Annunciazione ed un’Incoronazione della Vergine, di Martino da Verona.
 

Duomo di Verona

Chiesa del Duomo Cenni storici. I contributi paleocristiani, altomedievali, romanici e gotici succedutisi nel corso del tempo fanno sì che il Duomo, più che un singolo edificio, risulti un complesso architettonico assai ricco: esso è formato, oltre che dalla Cattedrale, anche dalla piazza, dalla Biblioteca Capitolare, dal chiostro dei Canonici, da Sant'Elena, da San Giovanni in Fonte e dal Vescovado. La storia della Cattedrale di Verona è la storia di quattro basiliche. Tra le novità architettoniche dell'ultimo grandioso intervento, tra la metà del XV e la metà del XVI secolo, vanno ricordate: la facciata; il portone interno, sovrastato da uno splendido orologio; le grandi colonne, erette per alzare le navate; il tornacoro del Sammicheli.

Architettura ed arte. Facciata. La facciata della Cattedrale – i cui lavori di ricostruzione iniziarono nel 1120 – è una splendida composizione di diversi materiali, tufo con marmi bianchi e rosati insieme al cotto. Essa è di stile essenzialmente romanico, quindi artisticamente piuttosto semplice, ed è caratterizzata da una tripartizione verticale ottenuta grazie alle due colonne poste di fianco all'entrata, e dai due finestroni laterali (bifore), di stile gotico. In posizione centrale si staglia un portico a due piani che protegge il grande portone d'ingresso. Il piano inferiore, in marmi bianchi e rosati, si distingue da quello superiore, in tufo, soprattutto per la presenza di figure umane a bassorilievo, raffiguranti San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista. Per una definitiva sistemazione della facciata, occorre risalire al 1587, all'epoca del cardinale Valier, il cui stemma si coglie proprio sulla sommità del centro. Interno. L’interno a tre navate e cinque campate è il risultato della trasformazione gotica effettuata fra il 1444 e il 1513. L'altezza e la profondità della navata centrale e dell'insieme costituisce un colpo d'occhio unico. Il viaggio all’interno della Cattedrale consente di ammirare affreschi ed una serie di cappelle, ornate di splendide tele.
 

Piazza Brà

Liston, Piazza Brà Cenni storici. La Bra’ (dal tedesco "breit" = "largo") cominciò a definirsi come piazza solo dalla prima metà del cinquecento, quando Michele Sammicheli, costruendo il palazzo degli Honorii, fissò una corretta prospettiva dell'Arena e delimitò verso occidente il perimetro della futura piazza. Un altro contributo fu dato dalla costruzione del Palazzo della Gran Guardia, che definisce sul versante meridionale il limite dell'area. Dopo la lastricazione del “Listòn”, ultimata nel 1782, la Bra’ divenne il luogo preferito per il passeggio vespertino, al posto della Piazza dei Signori. Dalla metà del sec. XII, vi si teneva il mercato del legname, del fieno e della paglia, nonché del bestiame, tanto che spesso i documenti antichi ricordano la Bra’ con il nome di "foro boario". Dell'antica usanza della fiera in Bra’ sopravvive la tradizione della fiera di Santa Lucia, che si rinnova ogni anno tra l’11 e il 13 dicembre.

monumenti. Per l’Arena di Verona ed il Museo Lapidario, si rinvia alle rispettive schede analitiche.

Palazzo Barbieri - In fianco all’Arena, sul lato orientale della piazza, sorge il neoclassico Municipio, eretto nell’ottocento dall’architetto Giuseppe Barbieri. E’ la sede della municipalità dal 12 ottobre 1869. Nel 1945, il Municipio ebbe distrutta da un incendio la parte interna; nella ricostruzione, fu aggiunta la parte posteriore e l’ala semicircolare. Gran Guardia - Iniziato nel sec. XVII, su disegno di Domenico Curtoni. E’ un imponente fabbricato cui si accede da ampie scale di pietra che immettono al porticato, grandioso e assai profondo, sostenuto da dodici pilastri con archi a pieno centro. Il piano nobile allinea cinque finestroni centrali ad arco. Palazzi sul Listòn - Su disegno dell’architetto M. Castellazzi è sorto il Palazzo Ottolini, di stile sammicheliano, che dalla Bra’ fa angolo con Via Roma. Viene appresso il Palazzo Guglienzi-Brognoligo, costruito alla fine del quattrocento, in stile della Rinascenza. Del primo cinquecento è il vicino Palazzo Fracasso-Gianfilippi, che ha sulla facciata un affresco attribuito al Caroto. Al numero 16 è il Palazzo Guastaverza, (o degli Honorii) costruito nella metà del cinquecento su disegno del Sammicheli.
 

Piazza dei Signori

Statua di Dante Alighieri in Piazza dei Signori a Verona Cenni storici. Piazza dei Signori non ha tracce dell’epoca romana, benché vicinissima all’antico Foro divenuto poi Piazza delle Erbe. Per la sua storia, bisogna partire dalla signoria scaligera, tenendo però presente che nella piazza esistevano già il Palazzo del Comune e la Domus Nova. Alla fine del XIII sec. la piazza (che allora si chiamava Platea Domini Vicarii), non aveva l’odierna forma rettangolare; non esisteva il palazzo ora dei Tribunali, né il palazzo ora del Governo.

monumenti. Piazza dei Signori è circondata da edifici e da monumenti di grande importanza storica ed architettonica.Per i monumenti più importanti (Palazzo del Comune, Loggia del Consiglio, Palazzo del Governo), si rinvia alle apposite schede delle pagine seguenti.

La casa della pietà - Nello stesso lato della Loggia del Consiglio, di là dell’arco di via delle Fogge, vi è una casa senza pretese. Nel 1407 era di proprietà di un notaio. Tutto il caseggiato sarebbe stato venduto nel 1408 al nob. Galasso Pio da Carpi, ma nel 1490 figura di proprietà della Casa della Pietà. Forse è in questi anni che esso viene rimaneggiato e che la facciata si trasforma in semplice stile Rinascenza. Sulla facciata è murato il curioso bassorilievo di una donna seduta che tiene in mano una bandiera su cui è scritto: Fide et Charitate in aeternum non deficiam. La donna rappresenta Verona che riposa sicura all’ombra della Serenissima che la protegge. Importante è il Caffè, il più vecchio di Verona, che assunse l'insegna di «Dante» nel 1863, dopo l'erezione sulla piazza del monumento al Poeta. In esso convenivano professionisti, letterati, artisti e uomini politici, specialmente anziani, che formavano vari "parlamentini", discutendo di politica, d’arte, e soprattutto criticando ogni cosa.

Gli archi - Non era del tutto ultimato il palazzo del Consiglio quando si pensò di collocare qualche statua sull'arco all'imbocco di via delle Fogge. Fu deciso per San Zenone, protettore della città, e l’incarico fu dato a tale «magistro Angelo lapicida». Poi le cose si complicarono: sull'arco, insieme a San Zenone fu posta nel 1559 la statua di Girolamo Fracastoro. Il grande medico, poeta ed astronomo è vestito alla romana e tiene in mano la sfera del mondo. Quella sfera colpì subito l'arguta fantasia del popolo: il Fracastoro l'avrebbe lasciata cadere sulla testa del primo galantuomo che fosse passato sotto l'arco, ma è ancora là... Nel 1756, la statua di Scipione Maffei fu posta sull’arco che mette al volto Barbaro. Solo nel 1925 le due statue furono sostituite, rispettivamente, da quella dello storico e teologo Enrico Noris (1613-1704) e dello storico ed archeologo Onofrio Panvinio (1529-1568). L’arco su via Dante risale al 1575, e fu costruito dai rettori Nicolò Barbarigo e Luigi Contarini, per poter effettuare il passaggio diretto fra il palazzo della Ragione e quello del Capitano. L'ultimo arco, quello che dà in via Santa Maria Antica, univa invece il palazzo del Capitano con quello de! podestà. Su quell'arco i Veneti (forse all’inizio del XVIII sec.) innalzarono un fabbricato di un piano, costituendo un passaggio interno fra i due palazzi: mentre all'esterno di quella struttura correva un poggiolo che univa quello del Palazzo del Podestà con quello lunghissimo che attraversava tutto il lato della piazza, dal palazzo del Capitano alla Costa.

Il monumento a Dante - Nel 1865 ricorreva il sesto centenario della nascita di Dante e l'Italia si apprestava a solennizzare la ricorrenza. Ad iniziativa dell'Accademia d'Agricoltura e Società Belle Arti, cui aderì il Consiglio Comunale, fu progettato di erigere una statua a Dante nella piazza dei Signori, dov'era il palazzo scaligero che ospitò il “Ghibellin fuggiasco”. Il 6 ottobre 1863 veniva emanato il bando di concorso per il bozzetto. Sole condizioni, che la statua in marmo di Carrara di seconda qualità fosse dell'altezza di tre metri e sorretta da piedestallo e che la figura, volgendo le spalle alla via delle Fogge, avesse la testa leggermente girata verso sinistra, ossia verso il palazzo scaligero dei Tribunali. Si disse poi che si volle il Poeta rivolto verso l'Italia libera.Vincitore del concorso risultò un giovane di ventisette anni, Ugo Zannoni, del tutto sconosciuto come artista. La statua fu scoperta il 14 maggio 1865 di mattina presto. Non si volle che alla cerimonia inaugurale potessero intervenire le autorità austriache.
 

Piazza delle Erbe

Fontana di Madonna Verona Cenni storici. Piazza Erbe occupa buona parte dell'area del Foro di Verona romana, nel quale confluivano il Decumano Massimo e il Cardo Massimo. Durante i secoli, la piazza è stata centro della vita politica ed economica cittadina.

monumenti. La piazza è circondata da edifici e da monumenti che hanno segnato la storia di Verona. Per alcuni di essi (Palazzo del Comune, Torre dei Lamberti), si vedano le apposite schede nelle pagine seguenti.

1. Il caseggiato che si stacca dopo il Volto Barbaro, e che si allunga fino all'angolo del Corso Sant'Anastasia è conosciuto come "Case dei Mazzanti", e risale al XIV secolo. La parte superiore dell'edificio apparteneva agli Scaligeri, che la usavano come magazzino per i grani. Matteo Mazzanti fece dipingere da Alberto Cavalli, mantovano, le facciate dell'edificio prospettanti, rispettivamente, sulla piazza e sul corso. Gli affreschi sono stati recentemente restaurati.

2. Il Iato minore della piazza è concluso dalla solenne quinta barocca di Palazzo Maffei. All'inizio del seicento i Maffei, che possedevano quell'area, pensarono di erigere un palazzo monumentale. Esso fu dotato di una terrazza, sulla quale fu ricavato un giardino pensile con piante d’agrumi. La balaustra che conclude il prospetto del palazzo è adornata da statue: da sinistra Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo e Minerva.

3. La Torre del Gardello preesisteva all'epoca scaligera, ma nel 1363 Cansignorio la fece restaurare e innalzare al livello attuale. Nel 1370 il signore vi fece collocare una campana, che serviva al rintocco delle ore (per tale ragione essa fu chiamata "campana dell'orologio").

4. Il Iato della piazza che va dall'angolo di Corso Porta Borsari a piazzetta XIV Novembre è citato nei documenti medievali con il nome di Borgolecco o Borgoletto. Le case sorgono sulle fondazioni del Campidoglio romano, che guardava verso il Foro con uno dei lati maggiori. 5. In angolo con la Via Pellicciai sorge l'edificio della Casa dei Mercanti, la cui fondazione risale al 1301. Nel corso dei secoli, l'edificio subì varie trasformazioni. Nel 1797 la Casa mutò nome con quello di Camera di Commercio.

6. Il monumento più antico della piazza è la Fontana con la statua detta di "Madonna Verona". Si tratta di una statua romana, che un'epigrafe del IV sec. assicura essere stata trasferita con solenne cerimonia nel Foro verso il 380. Nel 1368 fu costruita la bella fontana di piazza ad opera forse di Bonino da Campione.

7. Altro monumento storico più volte rinnovato è il capitello, detto anche Tribuna o Berlina. Esso esisteva già nel secolo XIII; sotto di esso sedevano i Podestà per la cerimonia dell'insediamento e là prestavano giuramento i Pretori.

8. In capo alla piazza verso Via Cappello sorge un'antica colonna sormontata da un'edicola, eretta verso la fine del Trecento nei brevi anni della dominazione viscontea.

9. Dopo le vicende legate alla temporanea occupazione di Verona da parte di Massimiliano d'Asburgo, i Veronesi, per farsi perdonare i sentimenti filo-imperiali dimostrati in quelle circostanze, eressero in piazza una superba colonna in marmo bianco, sulla cui sommità fu issato, nel 1524, un "Leone marciano", simbolo della Repubblica di Venezia.
 

Ponte Pietra

Ponte Pietra Cenni storici. Il Ponte Pietra si trova in uno dei punti anche panoramicamente più suggestivi di Verona. Nonostante le traversie e i rifacimenti subiti, esso resta uno dei massimi monumenti della Verona romana. E’ lecito far risalire a prima del 89 a.C. – anno in cui Verona divenne colonia latina – un primo manufatto costruito a cavallo dell’Adige, fra la riva destra e la riva sinistra.Un primo ponte, forse in legno, può essere stato costruito in questo sito dopo la costruzione della Via Postumia, tracciata da Genova ad Aquileia, nel 148 a.C. Per le piene dell’Adige, o per mano dell’uomo, il ponte crollò nel 1007, nel 1153, nel 1232, nel 1239. Nel 1503 il ponte fu ricostruito in pietra, ma crollò e fu rifatto in legno. Nel 1508 il Consiglio della città chiese all'architetto Fra’ Giocondo di sovrintendere alla costruzione del ponte romano. Il 25 aprile del 1945 il ponte minato dai Tedeschi in ritirata, fu fatto saltare: rimase in piedi solo il primo arco a destra.Nel 1957 fu posta la prima pietra per la ricostruzione delle arcate distrutte e finalmente, il 7 marzo 1959, fu inaugurato il ponte, a coronamento di una fedelissima ricostruzione.

Architettura ed arte. Il ponte fatto saltare dai Tedeschi era a cinque archi di luce differente: romani e in pietra i due verso la riva sinistra dell’Adige: degli altri tre, il più vicino alla riva destra, era ancora quello del 1298, mentre glia altri due erano stati ricostruiti nel 1520. Nella parte romana vi erano aperture simili a finestre allungate. Un foro rotondo stava sopra la terza pila, nel mezzo del ponte. Il ponte della Pietra si può considerare un palinsesto di manufatti d’epoche diverse.
 

Ponte Scaligero (Ponte di Castelvecchio)

Ponte Scaligero Cenni storici
Il Ponte Scaligero, chiamato anche Ponte di Castelvecchio, è celebrato dagli storici come "l'opera più audace e mirabile del medioevo in Verona". Portato a termine nell'arco di tre anni, quasi sicuramente tra il 1354 e il 1356, fu costruito per ordine di Cangrande Il, che intendeva così assicurare alla sua nascente fortezza sul fiume un'autonoma via di fuga (o d’accoglienza di soccorsi) verso il Tirolo, dove regnava suo genero Ludovico il Bavaro. Il nome del costruttore è avvolto nel mistero. Un documento del 1495 indica come tale il Bevilacqua che progettò il castello. Alcuni studiosi hanno invece ipotizzato, sulla scorta delle numerose analogie tra il ponte di Castelvecchio e quello delle Navi, una comune paternità, da attribuire a Giovanni da Ferrara e Giacomo da Gozo: ma nessun documento supporta questa teoria.
La sua robustezza consentì al ponte di attraversare, praticamente intatto, cinque secoli di storia e le più dure piene dell'Adige. Nel 1802, dopo la pace di Luneville, i Francesi abbatterono la torre che sorgeva sul lato sinistro del fiume e rimossero o murarono gran parte delle merlature. Nel 1824 si procedette al restauro del pilone principale, parzialmente corroso dal corso della corrente, mentre dieci anni più tardi furono ripristinate le murature e riaperti i camminamenti.
Per il maestoso gigante medievale, la fine sarebbe arrivata la sera del 25 aprile 1945, dall'esplosione delle mine tedesche. I lavori di ricostruzione, iniziati nel febbraio 1949, si conclusero nel 1951. Il ponte ricostruito è molto fedele all’originale.

Architettura
Chiunque l'abbia progettato, ha comunque eseguito un lavoro mirabile. Prodigiosamente ardita, per i tempi, era l'arcata di destra, con una luce di quasi cinquanta metri, contro i ventinove e i ventiquattro delle altre due. La parte inferiore del manufatto, fino a quattro metri sopra la corrente ordinaria, era di marmo bianco e rosso; la parte restante di mattoni in cotto. Massicci anche i due piloni. Il maggiore era arricchito da quindici capitelli corinzi e da frammenti di bassorilievi romani, la cui presenza è stata, nei secoli passati, ritenuta conferma della preesistenza in loco di un ponte romano: quest'ipotesi, tuttavia, non ha mai trovato conferma in alcun riscontro oggettivo, né archeologico né documentario.
Il ponte, il cui percorso interno era lungo più di centoventi metri, e largo oltre sette, era munito di mura merlate provviste di camminamenti, con feritoie nei piloni. Alle sue estremità, infine, due alte torri.
 

Porta Borsari

Porta Borsari Cenni storici. Costruita verso la metà del I sec. d.C., era inizialmente chiamata “Porta Iovia”, dal vicino tempietto di Giove Lustrale. Nel medioevo fu chiamata “Porta San Zeno” e quindi Porta Borsari, probabilmente perché qui i c.d. “Bursarii” , cioè i gabellieri con la borsa, riscuotevano i dazi di entrata e di uscita delle merci. Dell'antico alzato, oggi rimane solo la facciata esterna verso l’agro, con il rivestimento d’età tardo imperiale. Il fronte viene a collocarsi pressappoco a metà tra la linea delle mura repubblicane in laterizio e le mura di Gallieno, costruite nel 265 d.C. in materiale vario di recupero. Il restauro delle mura è ricordato nella lunga iscrizione sull’architrave.

Architettura ed arte. Il complesso della porta era costituito da un edificio rettangolare con i due fronti a foro e ad agro. Nei resti della linea del fronte a foro, costituiti da basamenti di pilastri in laterizio rinforzati da spigolature in tufo, sono visibili gli scassi per i cardini. Fra i due fronti correva un cortile. Dei muri che univano i due fronti, non sono rimaste tracce; come nulla è rimasto della porta repubblicana, che doveva trovarsi in posizione arretrata rispetto all'attuale facciata imperiale. Al fianco di Porta Borsari si devono supporre le due torri di guardia e i passaggi di ronda che, congiungendo i due fronti, permettevano un controllo preciso e attento su chi entrava e chi usciva: un vero e proprio filtro-fortilizio. La pianta di questo complesso è del tipo "italico", a due fornici, ed è fra le più antiche. Porta Borsari è quindi importante come prototipo di un elemento d’ingegneria militare che Roma svilupperà anche nelle Gallie e nelle province ispaniche.
 

Teatro Romano

Teatro Romano e Chiesa di San Siro e Libera Cenni storici. E’ stato costruito nell’ultimo quarto del I secolo a.C., ai piedi del Colle di San Pietro. Il cantiere del Teatro restò aperto per alcuni decenni, com'era naturale data la grandiosità dell'edificio. I pochi ruderi oggi visibili non sono certamente in grado di documentarne l'antico splendore. Nel corso del tempo, il manufatto subì l’ingiuria del tempo, dei cataclismi e giacque per secoli interamente sepolto sotto miserabili casupole. Fu solo intorno al 1830 che il veronese Andrea Monga acquistò a sue spese queste casupole e le fece abbattere, dando inizio ai lavori per riportare in luce quanto rimaneva dell’antico edificio. Ora, del teatro antico rimane la cavea e la gradinata, alcune arcate di logge e significativi resti della scena. Un ampio restauro fu eseguito agli inizi del secolo XX. A fianco del teatro sta il convento rinascimentale di San Gerolamo, che ospita il Museo Archeologico ed offre un’affascinante vista sul fiume e sulla città.

Architettura ed arte. A destra del recinto si ergono i resti del monumentale ingresso orientale, con l’ampio scalone che porta agli ordini superiori. In corrispondenza con quest’ingresso era il romano Ponte Postumio, crollato, pare, nel sec. XI. All’ingresso occidentale, anch’esso portante ad un ampio scalone, corrispondeva pressappoco Ponte Pietra. Fra i due ingressi e fra i due ponti, stava il teatro, ricco di statue e di marmi, ornato di logge e di porticati e con la grande gradinata semicircolare che si arrampica sul colle. Esso rispecchiava i canoni architettonici propri di tali edifici: cavea o gradinata riservata agli spettatori, orchestra semicircolare ai piedi della gradinata, edificio scenico, o semplicemente scena, riservato agli attori. L'edificio scenico si sviluppava in retroscena, fronte scenica e proscenio. Nell'area del teatro sono collocate parti della decorazione architettonica dell'edificio, oltre ad iscrizioni e monumenti in pietra romani, perlopiù provenienti dalla città e dal territorio.
 

Tomba di Giulietta

Cenni storici. Nonostante l'antichità del sito che la ospita (il convento, già dei frati Cappuccini, risale al XIII secolo), la tomba di Giulietta, così come la vediamo ora, data appena al 1937. In quell'anno, l'allora responsabile dei musei veronesi Antonio Avena decise di dare un nuovo volto al luogo identificato come sede della sepoltura dell'eroina scespiriana. Nell'orto dell'ex-convento giaceva da decenni, forse addirittura da secoli, un antico sarcofago di marmo rosso. Privo di coperchio, completamente vuoto, il sarcofago fu indicato come sepoltura della bella Giulietta già al principio dell’Ottocento. Fu un altro importante avvenimento a dare la spinta definitiva alla trasformazione del luogo che accoglieva la tomba di Giulietta: il soggiorno veronese della troupe della Metro-Goldwin-Mayer, allora alla ricerca delle ambientazioni ideali per il suo nuovo colossal, appunto Giulietta e Romeo. Il film (protagonisti Norma Shearer e Leslie Howard), non fu girato a Verona: ma lo straordinario successo della pellicola, dovette far immaginare ad Avena un imminente, cospicuo afflusso di turisti a Verona, tutti alla ricerca dei luoghi descritti nel film. Qui, però, la scena finale del doppio suicidio non era ambientata nel chiostro di un convento, ma in una cripta: fu probabilmente sulla scia della scelta cinematografica che la direzione dei musei decise di dare al sarcofago una cornice di maggiore suggestione. Oggi la tomba di Giulietta è la sede ove si celebrano i matrimoni civili: molte coppie vengono apposta dall’estero, per coronare il loro sogno d'amore là dove Romeo e Giulietta videro infrangere il proprio. E qui, nell'antro illuminato da alte finestre gotiche dove il vuoto avello attende il romantico tributo dei visitatori, è nata una singolare tradizione: l’abitudine di indirizzare missive d'amore a "Giulietta, Verona". Un'intera squadra di segretarie si occupa di raccogliere questi messaggi e di dare risposta. Perché la storia di Giulietta è leggenda, ma le pene d'amore che affliggono uomini e donne di ogni continente sono una realtà.
 

Torre dei Lamberti

Torre dei Lamberti Cenni storici. A metà di Piazza Erbe, nell'angolo verso la Costa, si slancia snella la Torre del Comune, o Torre dei Lamberti. Sembra che la costruzione della torre sia cominciata nel 1172. Nel maggio 1403 un fulmine abbatté la cima della torre. Dopo qualche tempo, ne fu deciso il restauro e l’innalzamento. I lavori durarono dal 1448 al 1463-1464.

Architettura ed arte. Nel periodo romanico, la torre si elevava ad altezza modesta, indicata ancora dalla costruzione in tufo e cotto. Su di essa furono poste due campane, di cui la più piccola doveva servire per segnalare gli incendi e la maggiore per radunare il consiglio comunale e per chiamare alle armi i cittadini, a difesa della città. Fuse più volte, le due campane conservano ancora i vecchi nomi di Marangona e di Rengo. La torre è alta 84 metri; l’orologio fu aggiunto soltanto nel 1779. E’ stato affermato che la torre “è uno stelo di luce, che eleva la sua solennità ad affermare il più squillante richiamo alla bellezza e alla vita di una Verona raccolta sotto la sua materna protezione”.