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Villanova di San Bonifacio - Chiesa di San Pietro

Verona / Italia
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Sulla via Postumia, nel tratto che da Verona conduceva a Vicenza, nacque nel secolo ottavo, intorno all'anno 763, e per probabile merito di Sant'Anselmo del Friuli, il fondatore del celebre monastero di Nonantola, una chiesa con annesso monastero, dedicata all'apostolo Pietro.

Così, infatti, il Muratori riporta, sulla scorta d’antichissime cronache, di Sant'Anselmo Abate il quale, dopo aver fondato nel 752 una chiesa con ampio monastero nel contado di Nonantola: "in finibus Vicentiae duplex oratorium pro monacis construxit, unum Beatae Mariae, alterum Sancti Petri ". Si tratterebbe appunto della chiesa -più volte ricostruita - di San Pietro di Villanova di San Bonifacio, ai confini del "Municipium" romano veronese con quello vicentino.

Di quella prima fondazione resta oggi ben poco; un pluteo figurato (forse resto di transenna presbiteriale) che ha riscontri con altro pluteo di Cisano e con un frammento di ciborio del tempo di Leone III in Laterano, e che risale alla prima metà del secolo nono. Anche tre capitelli della cripta romanica risalgono, secondo l'Arslan, al secolo nono.

All'abate Uberto dei conti di Sambonifacio si attribuisce I'erezione della chiesa romanica con accanto il colossale campanile-fortilizio che reca la data del 1131, ma che fu poi "ammodernato" con una cella campanaria a trifore e una pina nel secolo decimoquinto. Forse non è estranea a tanto fervore costruttivo anche una donazione testamentaria fatta nel 1135 al monastero da parte del marchese Alberto di Sambonifacio di beni situati nel territorio vicentino e veronese.

Sempre nel 1135 il monastero di San Pietro di Villanova, insieme con quello dei santi Fermo e Rustico di Lonigo, era stato sottomesso, da papa Innocenzo Il, al monastero di san Benedetto in Polirone.

Nel 1168 papa Alessandro III definiva i confini e fissava i diritti fra l'abbazia e S. Bonifacio, mentre nel 1185 papa Lucio III concedeva privilegi e diritti all'abate Vitale, riconfermati poi da Martino V nel 1419. Anche l'imperatore Enrico VI, nel 1192, concedeva all'abate Riprando e successori il possesso e la giurisdizione "quasi regale" sopra tutti i paesi circonvicini.

Risale dunque al secolo decimosecondo la bella chiesa romanica che secondo l'Arslan ripete fedelmente lo schema spaziale inaugurato nel veronese a san Giovanni in Valle: a tre navate con transetto, coperte da cavalletti, con ampia cripta che si eleva notevolmente al di sopra del piano plebano, con la facciata tripartita, le tre absidi e il campanile, il Simeoni la crede eretta dagli architetti Borgo e Malfato, i due artefici che lavorarono anche a san Michele di Belfiore.

La chiesa e l'abbazia erano allora ancora in mano ai benedettini che la conservarono anche nel Trecento, secolo tristemente famoso per lo scadere della vita monacale e per la dilapidazione dei beni di chiese e abbazie operata dai signori di turno. In ogni modo, la vita religiosa qui a Villanova non doveva essere del tutto sopita se l'abate Sperandio nel 1313 fu chiamato a reggere l'abbazia di san Zeno di Verona e nel 1315 fu nominato vescovo di Vicenza, e se nel 1331 l'abate Nicolò, detto Milanese, fu nominato vescovo, il centesimo, di Verona.

Cessata la signoria degli Scaligeri, dal 1390 al 1410 l'abate Guglielmo da Modena compì il restauro gotico della chiesa, dopo di che, sempre nella prima metà del secolo, l'abbazia passava in commenda di collazione pontificia. Sotto l'abate Guglielmo non solo chiesa, campanile e edifici annessi ebbero cure particolari ("Abbas iste fuit praebens exempla futuris" dice una lapide che ne esalta l'opera) ma anche la buona amministrazione del monastero ricevette notevole impulso, dopo le spogliazioni del secolo decimoquarto.

Risale probabilmente ai tempi del restauro operato dall'abate Guglielmo anche l'esecuzione del ciclo d’affreschi con Storia di san Benedetto, secondo i dialoghi di san Gregorio Magno, genericamente definiti tardo giotteschi, ma in realtà assai vicini ai modi dei maestri veronesi che sentirono moltissimo a loro volta gli influssi della lezione pittorica di Altichiero. Tali affreschi, sulla parete destra del tempio, furono riportati alla luce e restaurati eccessivamente dal pittore Raffaldini di Mantova nel 1934.

Quattrocentesca è anche un'altra opera d'arte custodita nella chiesa: si tratta di un’Ancona d'altare scolpita in pietra - e da qualcuno attribuita ai fratelli Giolfino - con al centro la figura di San Pietro che ha alla sua destra San Nicola da Bari e Sant'Andrea, mentre alla sua sinistra è San Benedetto che presenta a San Pietro un benemerito abate (forse l'abate Guglielmo) e San Paolo. Il polittico è completato inoltre da una serie di formelle con la Crocifissione, il processo e il martirio di Sant'Agata, e due scene della vita di San Pietro.

Nel 1562 - dopo che Torquato Bembo aveva rinunciato nelle mani di papa Pio IV la commenda - la Santa Sede affidò chiesa e abbazia alla congregazione dei Benedettini Bianchi di Monte Oliveto Maggiore presso Siena, gli stessi che a Verona avevano avuto chiesa e abbazia di Santa Maria in Organo.

Anche i monaci olivetani dettero subito inizio a lavori di sistemazione e di restauro del complesso di Villanova: foresteria, refettorio e chiostro sono opera loro, così come la decorazione del catino dell'abside con il bell'affresco settecentesco di San Benedetto in gloria con San Bernardo Tolomei, fondatore dei Benedettini Olivetani, con San Placido e San Mauro, primi discepoli di San Benedetto, e con Santa Francesca Romana, fondatrice delle oblate benedettine di Tor degli specchi.

Il 12 dicembre 1771 il Senato della Repubblica Veneta sopprimeva l'abbazia e ne incamerava i vasti beni, mentre il vescovo di Vicenza Marco Cornaro mandava, il 21 dello stesso mese, un suo sacerdote diocesano ad iniziare la cura d'anime. Cominciò allora un lungo periodo di decadenza e di abbandono: il monastero passò in mani private. Della cripta stessa della chiesa, pure alienata, si fece cantina. Il 12 novembre 1796, Napoleone perse qui la battaglia contro l'Alvinczi: in quella circostanza morirono quattrocento dei suoi soldati qui ricoverati e visitati dallo stesso imperatore.

La storia della chiesa di San Pietro di Villanova qui si concluderebbe se nel 1939 non fosse stato chiamato a reggerla un sacerdote pieno di buona volontà: don Giuseppe della Tomba. Fu lui a promuovere i restauri del complesso, nel corso di molti anni di impegno assiduo per recuperare tra l'altro parte del monastero benedettino e riscattare la cripta, nonché a riparare le gravi lesioni prodotte dalla furia di ben ventisette incursioni aeree nel corso dell'ultima guerra. Proprio in riconoscimento dei meriti di don Tomba, il 23 aprile 1949 papa Pio XII riconosceva alla chiesa il titolo di abbazia ed al suo parroco il titolo di abate.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1985

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