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Via San Paolo e Via XX Settembre

Verona / Italia
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Via San Paolo, allargata all'imboccatura in angolo con lungadige Porta Vittoria nel secondo dopoguerra con la demolizione di un edificio semidistrutto dalle bombe, sale tuttavia angusta verso la Chiesa di San Paolo , fiancheggiata da antichi edifici, che conservano sotto l'intonaco qualche traccia d’affresco rivelatore della loro vetustà.

A sinistra la strada è presto intersecata da Via Scrimiari. Fino a quando il canale dell'Acqua Morta rimase navigabile (1894), questa strada, tra le più animate di "Veronetta", alimentava con le sue botteghe il traffico fluviale; i numerosi vicoli che la congiungono con l'odierno Interrato corrispondevano ai pittoreschi "vo" (guado).

L’interpretazione del toponimo Scrimiari è dubbia: essa deriva da un’obsoleta voce dialettale "scrimia", che significava genericamente "abilità, destrezza", o, più probabilmente, da un’assimilazione consonantica del vocabolo medievale "scrignario", cioè falegname costruttore di scrigni, cassepanche, stipiti. In effetti, già nei primi decenni del secolo XIV è documentata la presenza in tale via della bottega dei "magistri Daniel e Falchin", entrambi "scrignari". Nel XVII secolo la strada era detta degli Scrignari o, in alternanza, Scrignali, voce in seguito verosimilmente corrottasi nell'attuale Scrimiari.

Tra i civici numeri 12 e 20 di Via San Paolo sorge Palazzo Marogna, uno dei più significativi esempi d’architettura tardo-gotica veronese con finestre trilobate e un tempo splendido di storie dipinte lungo l'intera facciata da Paolo Farinati e da altri frescanti veronesi del Cinquecento.

Il restauro ormai ventennale della facciata non ha sortito apprezzabili risultati, sicché oggi non si possono neppure indovinare le figurazioni che la animavano.

Sulla scorta della gran tavola disegnata e acquerellata dal pittore Pietro Nanin nel 1864, possiamo affermare che, in corrispondenza con il piano nobile, la facciata presentava cinque grandi scene, raffiguranti rispettivamente due episodi ispirati alla Divina Commedia ("Dante, Virgilio e le tre fiere" e "Beatrice che appare sul carro del trionfo") e tre episodi ispirati a momenti salienti della vita di Francesco Petrarca ("II cieco di Perugia", "L’incoronazione del poeta in Campidoglio", "L’incontro del poeta con il re di Napoli Roberto d'Angiò").

Le scene erano intervallate da figure poste entro nicchie e riquadrate da fregi alternati a piccoli paesaggi. Il registro superiore della facciata presentava invece le figure allegoriche delle Sette Arti liberali e il gruppo di Apollo con le Muse. L’interno dell'edificio, che pure ha restituito numerosi affreschi, ha conosciuto fortunatamente una migliore sorte conservativa, a cominciare dall'ingresso, decorato con un fregio monocromo riferibile al tardo Quattrocento, per seguire con l’adiacente "Sala delle Stagioni", di cui restano, inquadrato in un telaio architettonico, un finto paramento marmoreo interrotto dalle finte nicchie, in cui sono dipinte le figure di Flora-Primavera, di Apollo e dell’Inverno.

Seguono gli affreschi, molto lacunosi, della "Sala dei Paesaggi", riferibili a Battista d'Angolo (detto anche Del Moro), e l'ampio salone che reca su due lati il fregio con "Storie romane" raffiguranti un carro trionfale e una scena di battaglia di gusto archeologico, assegnabili a Domenico Morone.

L’edificio fa angolo con la stretta Via Timavo, che, attraversata via Museo, si dirige a via San Francesco. La traversa si trova in una zona all’inizio del secolo fortemente degradata, che fu bonificata nel primo dopoguerra: a quasi tutte le vie allora rinnovate furono imposti nomi cari al ricordo dei combattenti della Terza Armata, tra cui quello della strada che rievoca il fiume che solca una parte della Venezia Giulia.

All'incrocio tra le vie di San Vitale e dell'Artigliere, ha inizio il lunghissimo rettifilo oggi denominato Via XX Settembre.
Il rettifilo stradale fu aperto nel 1874; prima di quella data per andare da San Paolo a Porta Vescovo si dovevano percorrere le vie San Vitale, Gaetano Trezza (già Levà del Paradiso) e quindi San Nazaro. La nuova arteria per qualche tempo fu chiamata via di San Paolo; in seguito si disse via di mezzo Porta Vescovo e Via Porta Vescovo, fino al toponimo attuale. La via si apre con la rilevante presenza della chiesa intitolata alla conversione di San Paolo Apostolo; fu detta di Campo Marzo a ricordo dell'assetto originario del terreno circostante, tenuto a Prato e utilizzato per il pascolo del bestiame.

Già nel secolo X è atte stata l'esistenza di una chiesa intitolata ai Santi Pietro e Paolo, ma il culto per il secondo prevalse. Un breve di papa Callisto Il del 1122 menziona la giurisdizione sulla chiesa da parte dei canonici della Cattedrale di Verona. Tra il 1183 e il 1189, demolito il primitivo tempio, di cui non esistono vestigia, i canonici fecero erigere una nuova chiesa, che chiameremo romanica.

Nel secolo XVI fu eretto Il campanile e, all'interno, costruita la cappella dei nobili Marogna. Tra il 1740 e il 1768 l'architetto Alessandro Pompei trasformò l'antica chiesa in un edificio neoclassico. L’otto marzo 1945 un'incursione aerea alleata semidistrusse l'edificio, che fu ricostruito entro il 1953 in sostanziale continuità stilistica con il modello del Pompei.

La facciata è ancora quella originale, animata da due ordini di lesene terminanti in capitelli ionici e corinzi. Le statue delle nicchie, raffiguranti i santi Pietro e Paolo, sono dello scultore Giovanni Angelo Finali (1763). All'interno, nel transetto, si trova la cappella dei Marogna, ultimata nel 1565, sull'altare della quale è collocata la famosa pala dipinta da Paolo Caliari raffigurante la Madonna con il Bambino e i Santi Giovanni Battista e Antonio da Padova in atto di presentare i committenti, i fratelli cavaliere Gian. Battista e canonico Antonio Marogna, ritratti insolitamente per intero. La volta della cappella fu affrescata da Paolo Farinati nel 1569. All'interno della chiesa si trovano altri dipinti degni di nota: la Sacra Famiglia di Girolamo Dai Libri, la Madonna fra i Santi Pietro e Paolo di Giovanni Caroto, il San Francesco di Paola di Domenico Brusasorzi, la Madonna fra i Santi Antonio Abate e Maddalena di Francesco Bonsignori, una Deposizione di Orazio Farinati, figlio di Paolo, cui, invece, vanno assegnate altre due tele con figure di Santi.

San Gaspare Bertoni, nativo della contrada e sacerdote nella Chiesa di San Paolo, stava suonando per accompagnare il canto del Vespro nel pomeriggio di lunedì 17 aprile 1797 quando echeggiarono i primi rombi di cannone da Castel San Felice, che segnarono l'inizio delle "Pasque veronesi".

Nel primo tratto della Via XX Settembre si trovano alcuni edifici degni di ricordo.

AI civico numero 9 Palazzo Cornetti: edificio della prima metà del secolo XVII, ha il corpo centrale bugnato e un balcone al piano nobile sorretto da mensoloni rovesci; le finestre a tutto sesto del primo piano danno luce a un salone con il soffitto a cupola a spicchi decorato con stucchi di gusto rococò.

AI civico numero 10 sorge una casa ottocentesca: l'arco del portale reca l'iscrizione "JANVS ORBEM JANVA DOMUM", che, attraverso la concettosa allitterazione significa "Giano apre l'anno la porta apre la casa".

AI civico numero 11 è Palazzo Bompiani: costruzione della metà del Cinquecento, segnata da un grandioso portale che immette nell'atrio, da cui un imponente scalone conduce al piano nobile. Nel cortile interno ci sono costruzioni di servizio.

AI civico numero 13 ecco Palazzo Murari, grandioso edificio seicentesco.

AI civico numero 14 sorge Palazzo Giacometti, maestosa costruzione del secolo XVIII segnata da un lungo balcone al primo piano; nell'atrio si vedono due statue allegoriche raffiguranti, rispettivamente, La Musica e La Pittura.

In angolo con vicolo Vetri sorge l'edificio liberty già sede del Dopolavoro Ferrovieri, raro esempio in Verona di architettura "moderna". Il toponimo Vetri indica immediatamente una zona un tempo assai nota e indicata per attività commerciali, tanto che il medesimo toponimo segnava anche l'adiacente vicoletto e corticella. Nel secolo XVIII nel vicolo esisteva una fornace per la fabbrica dei vetri, cui erano collegate altre attività. Sul versante opposto della via, Vicolo Colombine ricorda il nome di un'osteria gestita nel 1761 da tale Antonio Bendinelli.

AI civico numero 27 sorge un piccolo edificio che conserva in facciata resti di un affresco steso tra le due finestre del primo piano.

AI successivo numero 33 incontriamo l'elegante Palazzo Malesani, già Gozzi-Sona-Maffei. E' una costruzione tardo-gotica con elegante bifora centrale al piano nobile, fiancheggiate da finestre trilobate; due grandi portali a sesto ribassato completano la facciata. Nei davanzali delle finestre, sul cortile e nel capitello di una colonna dell'atrio compaiono le insegne araldiche dei Maffei, che furono i primi proprietari dell'edificio. Sulla facciata, come avverte una lapide, si trovava un affresco attribuito a Stefano, che fu staccato nel 1906 e trasferito nel civico Museo per volere degli allora proprietari, fratelli Gozzi: esso rappresenta La Beata Vergine con Bambino, San Cristoforo e alcuni angeli.

A sinistra vicolo Storto, che conduce in Via Gaetano Trezza, presenta, come il vicino vicolo Lungo, un toponimo attestato soltanto nella tradizione e originato dall'andamento topografico dei rispettivi percorsi. Infatti, mentre vicolo Lungo procede rettilineo, vicolo Storto, dopo il primo tratto, flette il proprio percorso aggirando una proprietà privata, innestandosi infine su Via Gaetano Trezza.

Sul versante di Via XX Settembre, via Antonio Maffi ricorda la figura di un operaio di grandi qualità, che si distinse come autodidatta in studi di economia e come propagandista della Cooperazione: eletto deputato nel 1882, fu riconfermato nelle due successive legislature. Antonio Maffi, amico di Felice Cavallottl, subito dopo la sua morte (1912) ebbe intitolata questa strada, aperta a lato dell'allora Unione Cooperativa Ferrovieri, fra le prime attive in Verona.

Via XX Settembre assume a questo punto un aspetto più dimesso, che anticipa la non lontana periferia. Vicolo Terrà, sulla sinistra, abbastanza ampio nel primo tratto, e ristretto nel secondo, per la biforcazione imposta, copre interamente l'alveo del Fiumicello, che sino ai primi anni Cinquanta del ‘900 qui giungeva da Montorio per Via San Nazaro. Popolarmente il vicolo era chiamato Rio Terrà: due lapidi, poste rispettivamente all’imbocco di Via XX Settembre e all’inizio della biforcazione destra, riportano i dati tecnici relativi all’eliminazione di questo corso d’acqua, avvenuta per interventi successivi, che ha reso pienamente agibile Via San Nazaro. Certamente ne ha sofferto la veduta pittoresca del campanile di San Nazaro sullo sfondo di San Zeno in Monte , con le merlate Mura Scaligere e i cipressi del Giardino Giusti .

Segue la soppressa chiesa di Santa Caterina da Siena, la cui facciata, che ancora s’intravede di là di un muricciolo a lato del Fiumicello interrato, era annessa all'omonimo monastero, eretto verso la fine del Quattrocento per accogliere alcune giovani religiose che volevano entrare nell'Ordine di San Domenico. Il luogo fu scelto sulla riva sinistra del Fiumicello di Montorio, in contrada San Nazaro, dove già esisteva una chiesetta abbandonata e alcune casupole, che più anticamente erano servite come convento promiscuo di frati e monache degli Umiliati. L’autorizzazione per la fondazione del nuovo monastero domenicano, concessa sul finire del 1492, consentì al nobile Marcantonio Faella nel settembre del 1493 di acquistare il terreno e di dare il via ai lavori di costruzione. Nel 1495 il nuovo monastero, dotato di tre chiostri e oltre cento celle, con annessa chiesa dotata di campanile e con attigui orti e giardini, era già stato ultimato.

L’otto settembre 1495, nella chiesa di San Pietro Martire (dei Domenicani), prese l'abito di conversa la nobile veronese Anna Cicogna assieme ad altre giovani, presto seguite dalle nobili veronesi Nicolosa Maffei, Maddalena Faella, Arcangiola de' Medici, Cristina Avogadro, Susanna degli Honori, Laura Ottolini. Il nuovo monastero divenne in breve fiorente di vocazioni, tanto che da una relazione del 1° marzo 1600 risultavano presenti centoventi monache. Nei primi anni del Seicento il convento fu ampliato e fu anche costruita una nuova chiesa, consacrata il 16 maggio 1604 dal vescovo di Verona Alberto Valerio. Nel 1806 il monastero di Santa Caterina da Siena, che ormai contava solamente tredici monache e otto converse, fu soppresso in base ai decreti napoleonici sulla riorganizzazione degli enti ecclesiastici, e subito demaniato per essere trasformato in caserma. Nel 1812 il Complesso fu ceduto dal Ministero della Guerra al Comune di Verona: da molti decenni è sede del Distretto Militare di Verona.

AI civico numero 57 s’indovinano i resti del giardino del Palazzo Bocca Trezza, già Murari della Corte Bra’, che prospetta su Via San Nazaro, un tempo abbellito dalla fontana del Nettuno e da aiuole fiorite.

Poco discosta, all'interno di una rientranza, sorge tuttora intatta l'antica Fonderia Cavadini, che merita un’iniziativa conservativa.

L’ultimo tratto di Via XX Settembre, prima che la strada sbocchi in Piazza XVI Ottobre, già di Santa Toscana, non presenta alcuna nota meritevole di segnalazione.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1997

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