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Via Mazzini

Verona / Italia
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La fortuna di Via Mazzini è legata a quella crescente di Piazza Bra' quale nuovo centro della vita cittadina, in competizione con Piazza Erbe .

I cronisti più antichi descrivono la via come una strada senza pavimentazione, poco pulita, ingombra di tettoie e di «rebalze», cioè delle porte delle botteghe che si aprivano dal basso e si ribaltavano a guisa di tettoia verso la strada. Solamente agli inizi dell’Ottocento si cominciò a migliorarne la pulizia, a proibire le soffocanti tettoie, a liberare la via da casupole che ostacolavano gli sbocchi e a limitare la circolazione dei mezzi rotabili.

Il primo tratto della via, quello da Piazza Erbe alle Campane, ricalca il tracciato del decumano destrato secondo della città romana, mentre il tratto successivo, che s’innesta ad angolo ottuso, sarebbe stato aperto in seguito alla demolizione, storicamente documentata nel 1391, d’alcune case tra le contrade di San Nicolò e di Falsorgo ordinata da Gian Galeazzo Visconti, signore di Verona dal 1387. La Via Nuova sarebbe stata aperta per ricavare una strada regolare come naturale prosecuzione del decumano romano verso la Braida e la Cittadella militare creata dal Visconti tra le mura comunali e le più lontane cortine scaligere.

Questa via, sorta tra vecchi insediamenti, fu subito battezzata «Nuova» per distinguerla dalle altre vecchie vie cittadine, che all'epoca non erano segnate da nessuno specifico toponimo. L'origine popolare del toponimo è confermata dagli «Statuti veronesi» riordinati nel 1450, nei quali, a sessant'anni circa dall'apertura del nuovo gradiente stradale, si cita genericamente «la strada da San Tommaso Apostolo alla Braida». Il toponimo «Via Nuova» ricorre solo in qualche documento privato, in aggiunta al nome della contrada di pertinenza (San Quirico), nell'intento di meglio precisare l'ubicazione degli stabili.

La via entrò a far parte del «rione Arena» in seguito al riordino toponomastico della città varato dal governo democratico agli ordini dei francesi occupanti. Nel 1818 il tratto stradale tra le Campane e la Bra' fu lastricato in pietra e chiuso al passaggio dei rotabili per richiesta degli stessi proprietari delle case prospicienti, i quali si erano assunti gli oneri della riqualificazione stradale nel dichiarato intento di destinare quel tratto di via ad uso di merzaria. L'intervento valse alla via l'acquisizione toponomastica dell’aggettivo Lastricata, stante l'eccezionalità, per quei tempi, della pavimentazione stradale.

In vista del Congresso delle potenze della Santa Alleanza, tenutosi a Verona nell'autunno del 1822, le tabelle stradali d’origine giacobina furono sostituite richiamando in vita i nomi tradizionali. Lungo l'odierna Via Mazzini comparvero allora dipinte quattro diverse tabelle con distinte iscrizioni: «Via Nuova Anfiteatro» per il tratto Bra'-Campane; «Via Nuova Campane» dalle Campane al crocevia Quattro Spade-via Scala; «Via Nuova Accademia» dal predetto incrocio al vicolo Scudo di Francia; «Via Nuova San Tommaso Apostolo» dal vicolo Scudo di Francia fino all'inizio di Via Cappello.

Nel 1871 la toponomastica della via fu ridotta a due sole tabelle: «Via Nuova» da Piazza Erbe alle Campane e «Via Nuova Lastricata» per il tratto minore fino alla Bra' (da cui scaturì l'intitolazione di «Dietro Via Nuova Lastricata» per l'odierna via Alberto Mario. Di là dalle diciture ufficiali, i veronesi continuarono a chiamare semplicemente «Via Nuova» l'intera arteria stradale.

Nel 1907 l'Amministrazione democratica del Comune deliberò di sostituire il nome popolare con quello di Giuseppe Mazzini, fino allora ingiustamente e non casualmente ignorato dalla toponomastica municipale.

A dispetto della sua lunga storia, la via non appare oggi tra le più dotate di pregi architettonici e artistici.

Movendo da Via Cappello, sul lato destro della via si conserva qualche testimonianza dell'esistenza dell’antico Ghetto ebraico, che si estendeva tra le vie Mazzini e Pellicciai a ridosso di Piazza Erbe e demolito nel primo trentennio del Novecento.

Il primo edificio degno di nota che s’incontra percorrendo Via Mazzini da Piazza Erbe è la chiesa di San Tommaso Apostolo, che tutti i veronesi conoscono come San Tomìo. Il toponimo figura già in un elenco contradale del 1409; ma la fondazione della chiesa è certamente più remota. Nei pressi del tempio fu recuperato nel Cinquecento il cospicuo frammento di un arco partizionale romano del II secolo d.C. che probabilmente si raccordava con il porticato che correva attorno al Foro (Piazza Erbe); il reperto è noto, appunto, come l’arco di San Tomìo.

La chiesa, dopo secoli di vita parrocchiale, fu soppressa durante il napoleonico Regno d'Italia come molte altre in città; ma nel 1815, su progetto di Luigi Trezza, essa fu trasformata addirittura in sala teatrale: il teatro «Morando» che rimase in attività fino al 1842. Restituito al culto, l'edificio fu affidato alla Congregazione veronese detta dei «Comboniani» (Istituto delle Missioni Africane), che nell'ultimo dopoguerra patrocinarono radicali lavori di ristrutturazione. La chiesa non conserva alcuna testimonianza antica e l'unica citazione artistica è per la pala del Sacro Cuore di Giuseppe Zannoni. Alla chiesa si accede mediante una gradinata che si apre sul vicolo San Tommaso Apostolo.

Superata la strettoia in corrispondenza di una vecchia sala cinematografica, al n. 19 sorge l’edificio d’impianto quattrocentesco che fu abitato dalla famiglia Giusti fino agli inizi del Seicento. L'edificio, indicato complessivamente come «Accademia», prima di ospitare vari negozi e un albergo, fu sede di un teatro e, in precedenza, dell’Accademia dei Filotimi, fondata nella seconda metà del Cinquecento per mantenere vivi nella nobiltà cittadina i tradizionali interessi per le discipline cavalleresche e per l'arte militare. Dell'antico edificio si leggono ancora due finestre trilobate e un bel portale ad arco acuto, scolpito a spirali fiorite, recante lo stemma della famiglia Giusti: da esso si accedeva un tempo al cortile interno del palazzo, dove esisteva un magnifico puteale della fine del Quattrocento, ora sistemato in un cortile interno della Biblioteca Civica .

Al numero civico 36, in angolo con vicolo (cieco) Mazzini, sorge il Palazzo Morando-Zeiner-Wallner: si tratta di un grande edificio costruito verso la fine del Cinquecento da Domenico Curtoni e ristrutturato secondo un normalizzante gusto sanmicheliano da Francesco Ronzani entro la metà dell’Ottocento.

Superato l'incrocio con l'asse stradale delle vie Enrico Noris e Valerio Catullo, Via Mazzini si allarga, nel sito tradizionalmente designato con il toponimo «alle Campane».

Esso ebbe origine nella prima metà del Settecento, quando nell'area occupata dalla neoclassica Loggia Arvedi esisteva una fonderia di campane; il nome sopravvive nell'insegna della farmacia, nella quale, però, le campane sono diventate inspiegabilmente due. Degna d’attenzione è la Loggia Arvedi, appena menzionata: l'edificio sorse nel 1816 sull'area di un fatiscente palazzo già della famiglia Pellegrini per conto del fabbricante di seta Gian Antonio Arvedi su disegno dell'architetto Giuseppe Barbieri: è l'esempio sicuramente più interessante del neoclassicismo nostrano. La facciata ha il corpo centrale leggermente avanzato con pareti bugnate; il piano terreno si articola in tre archi centrali con protomi leonine nelle serraglie laterali e testa di Mercurio in quella centrale. Al primo piano si apre la loggia con colonne ioniche e balaustra: essa ha pianta ellittica e pareti bugnate. L’edificio è concluso da un timpano entro il quale è alloggiato un altorilievo raffigurante Ercole che lotta contro il leone Nemeo.

L 'ultimo tratto di Via Mazzini non ha particolare rilievo. Va segnalata la casa terminale del lato sinistro che prospetta verso la Bra', dove ebbe sede lo storico Caffè Zampi: vi sono murate due lapidi, l'una a ricordo del giovinetto Luigi Lenotti, fucilato dagli Austriaci in Campofiore, e l’altra a memoria del tragico , episodio dell'uccisione di Carlotta Aschieri - «venticinquenne ed incinta» - sempre per mano austriaca, avvenuta nell'ottobre 1866 (le ultime due righe dell'iscrizione, dove si leggono le parole «ultimo sfogo di moribonda tirannide», furono aggiunte solamente alla fine della prima guerra mondiale, quando tramontò definitivamente il legame dell'Italia con la «Triplice Alleanza»).

Dirimpetto alla casa si erge una colonna (rinnovata) a sostegno di un'edicola scolpita della fine del Trecento: sulle quattro facce dell'edicola compaiono, rispettivamente, la Madonna e i Santi Giacomo, Antonio Abate e Marco.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1992

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