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Via Carlo Cattaneo

Verona / Italia
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La mania di mutare ad ogni costo i toponimi tradizionali, ha fatto della vecchia Via Colomba l'attuale Via Carlo Cattaneo.

Il mutamento non è recente, essendo avvenuto nell'ormai lontano 1908 come conseguenza di quello della Via Nuova in Via Mazzini, deliberato l'anno prima.

Esistendo allora, oltre alla Via Nuova, anche la via Dietro via Nuova, si è presentato agli amministratori il problema di trovare un altro nome che fosse di buon vicinato accanto a quello del grande repubblicano. Come si usa nei concorsi, si propose una terna, e il Consiglio Comunale doveva scegliere tra Alberto Mario, Carlo Cattaneo e Felice Cavallotti. Si elesse il primo perché considerato il più aderente alle idee di Mazzini, destinando poi al Cattaneo la Via Colomba e al Cavallotti il corso di Santa Anastasia.

Nessuno disconosce in Carlo Cattaneo l'economista insigne e il grande patriota. Ma non è questione di merito più o meno grande. Certi nomi della tradizione, specie se avevano un che di gentile come via Colomba, non dovevano essere eliminati dal centro della città.

Ma veniamo alla strada. La sua storia è presto detta. Forse inesistente nei primi tempi di Verona romana, e più tardi parzialmente compresa nei sobborghi sorti all'esterno della cinta di Gallieno, nel medio evo venne a trovarsi in quello detto di San Zeno, che si estendeva tra la Porta Sancti Zenonis (poi dei Borsari) e la zona dove poi sorse Castelvecchio. Nel periodo scaligero fece parte del quartiere detto "Maggiore", e poiché le vie allora erano anonime come tali, esistendo solo le contrade, appartenne certo ad una delle due che stavano tra il Corso del pallio e la Braida, denominate "Ferraboi" e "Fratta". Durante la dominazione napoleonica appartenne al rione III, detto di Castelvecchio, giacché in quel tempo la città era stata divisa in otto rioni, cinque a destra e tre a sinistra dell'Adige. Dal 1822 al 1909 fu via Colomba.

La strada ha oggi una funzione ben distinta nella topografia cittadina, per essere intermedia tra la Bra', divenuta centro importantissimo, e l'arteria di Corso Cavour. Non è una via regolare, se con questa qualifica si vuoI significare "diritta", essendo il suo andamento visibilmente sinuoso, e restringendosi in larghezza nell'ultimo tratto verso via Roma. Vari vicoli e una via Fratta la collegano lateralmente alla Bra' e al Corso.

Tranquillissima fino a non molti anni fa, oggi ha un movimento abbastanza notevole, sia per alcuni negozi ed uffici che da poco vi si sono aperti, sia per l'afflusso d'automezzi che - specie nella buona stagione - portano intere comitive di forestieri ai due alberghi della Colomba d'oro e del Torcolo.

La tradizione, soppressa nel toponimo, è tuttora mantenuta dal nome di questi alberghi. Infatti, l'osteria all'insegna del Torcolo esisteva già nella prima metà del settecento, mentre il vecchio toponimo di "vicolo Torcolo" (divenuto poi l'attuale vicolo Listone) risale ai primi dell'ottocento. Invece "Colomba d'oro" ci ricorda che in quel punto stava la chiesa parrocchiale di S. Donato alla Colomba (senza oro) tenuta dai frati dello Spirito Santo (simboleggiato appunto da una colomba) e soppressa con molte altre dal governo giacobino francese nel 1806.

Non è l'odierna una via che si distingua per ricchezza o vetustà di palazzi, predominandovi il carattere architettonico dell'ottocento. Però nel primo tratto, tra via Oberdan e il vicolo Listone, che è il più interessante artisticamente, prevale lo stile gotico-veneziano del periodo della rinascenza. Vi abitavano in passato varie famiglie della nobiltà veronese, come ci dicono gli scudetti di stemmi tuttora visibili sui davanzali delle finestre.

A destra s'incontrano tre notevoli edifici. Il primo, già Campostrini, col portone ad arco acuto, restaurato e trasformato nell'interno dopo la guerra. Il secondo, dei Da Lisca, assai danneggiato dalla stessa, e il terzo, di maggiori proporzioni, di proprietà Mariotto.

Ma la nota architettonica più caratteristica che si presenta al primo entrare nella via, è data dal quattrocentesco muro esterno merlato della casa La Lisca al civico n. 6, col suo bel portone al centro, decorato, negli stipiti con motivi d'emblemi militari, e ai lati un balconcino scolpito e una finestra dello stesso stile.

Questo muro è oggi alquanto rovinato, e per di più, proprio a contatto dell'artistico portone, sono state collocate alcune targhe a vari colori e dimensioni, che costituiscono una stridente stonatura. Ma più fortemente colpita dalle bombe è stata la fronte interna del palazzo, di stile gotico-veneziano e affrescata, con al centro una bellissima quadrifora che andò completamente distrutta insieme con affreschi e stucchi che decoravano alcune sale del piano nobile.

Parziali restauri hanno rimesso in attività alcuni locali terreni, ora in parte destinati ad uffici, mentre la quadrifora e altre parti del palazzo attendono il ripristino a cura della Soprintendenza ai monumenti. Questo ripristino sarà non solo un contributo alla rinascita di un elemento di bellezza, ma anche doveroso omaggio alla memoria del compianto Marchese Ing. Alessandro Da Lisca, l'erudito cultore di studi storici veronesi e appassionato tutore per lunga serie d'anni, dei nostri monumenti.

Particolare attenzione merita anche il palazzo al seguente n. 8, trasformato nel 1506 dall'umanista Virgilio Zavarise, come dice l'iscrizione sull'arco del portone d'ingresso. La quasi identità di questo portone con l'altro vicino del palazzo Da Lisca, fa pensare che ambedue siano opera di uno stesso artista, sia per il soggetto come per lo stile delle parti decorate.

L'edificio della Rinascenza, con finestre ad arco tondo al centro e trilobato ai lati, conserva le sue linee originali, ad eccezione d'alcune aperture a piano terra e di un balcone aggiunto per recente restauro, sull'angolo con via Fratta.

Questo palazzo che fu dei Lazise, dei Palazzoli e dei Fumanelli è venuto ultimamente in proprietà di un amatore del bello, il Comm. Mariotto, che con vero buon gusto ha voluto ridonare all'interno dell'edificio tutta la grazia e bellezza originarie. L'atrio d'ingresso, il cortile con puteale di marmo, lo scalone adorno di quadri e sculture, tutto è intonato e armonizzato allo stile dell'epoca.

Non deve passare inosservato anche il porta-stendardo in ferro battuto che sta sopra il portone. Non è un porta-stendardo qualsiasi, ma la copia fedelissima del celebre originale bronzeo di Giacomo Cozzarelli, che si trova sul palazzo del "Magnifico" di Siena.

Sempre nel tratto tra Via Oberdan e vicolo Listone, a sinistra, prospettano le fronti posteriori d'alcuni edifici della Bra', fra cui la casa che fu dei Rubiani, poi Cillario, sede della fiorente Società Letteraria, case Pollorini e Orlandi e il palazzo Faccioli. In quest'ultimo visse il letterato Carlo Faccioli, dell'ottocento, assai conosciuto ed apprezzato traduttore di grandi poeti inglesi, quali Longfellow, Tennyson, Shelley e Byron, e poeta egli stesso.

Più avanti, proseguendo dopo il moderno edificio dell'albergo Colomba d'oro (con colombe scolpite sui capitelli delle colonne all'ingresso), tra vicolo Chiodo e vicolo Pomo d'oro, troveremo al n. 20 la casa che fu del Cossali, antica e nobile famiglia veronese, dalla quale venne Pietro Cossali, famoso matematico ed astronomo, vissuto tra il 1748 e il 1815, che insegnò nelle università di Parma e di Padova.

Nel suo tratto finale la via si restringe alquanto e sbocca in via Roma con a destra il notevole palazzo Trezza che fu per molti anni sede dell'Esattoria delle imposte.
Fonte: Vita Veronese - 3/1950

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