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Via Cappello, Via Leoni, Ponte Navi

Verona / Italia
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Via Cappello, il cui tracciato ricalca quello del cardine massimo della città romana, s'inizia sull'angolo di via Cairoli all'estremità orientale di Piazza delle Erbe . Nessuna relazione esiste tra il toponimo e il nome dei Capuleti o Cappelletti, che vennero legati alla leggenda di Romeo e Giulietta. Esso deriva, infatti, dall'insegna di un antico "stallatico" che si trovava all'interno dell'edificio oggi noto come "Casa di Giulietta" ; il toponimo Via Cappello, inoltre, venne introdotto solamente nel 1871.

In precedenza la strada era chiamata di San Bastiàn, dall'intitolazione della chiesa che vi era stata eretta (San Sebastiano); gli Statuti riordinati del 1450 la definiscono come "Via Regia verso ponte delle Navi", nome esteso anche alla successiva Via Leoni. Nel Seicento la strada fu anche indicata come via degli Ebrei perché la casa d'angolo con vicolo Crocioni pare fosse stata adattata a sinagoga e, in ogni modo, dalla via si raggiungeva il vicinissimo Ghetto. La revisione toponomastica del 1822 ripristinò l'originario toponimo di Via San Sebastiano, che resistette appunto fino al 1871, quando subentrò il nome odierno.

Movendo da Piazza Erbe s’incontra subito la casa-torre detta degli Scalabrini, con merlatura ghibellina e orologio murato in facciata. A sinistra si apre vicolo Crocioni, toponimo di dubbia origine: agli inizi del Quattrocento vi si sarebbero stabiliti i conti Clusoni, provenienti dal Bergamasco; il loro nome, deformato in "Crosoni", avrebbe intitolato il vicolo, che nel 1871 assunse, come molti in città, la forma italianizzata Crocioni. Secondo un'altra interpretazione, forse più suggestiva ma storicamente priva di riscontri, si racconta di un primitivo insediamento ebraico nel vicolo: sulle porte delle case israelite sarebbero state spesso segnate per irrisione grandi croci; il toponimo sarebbe sorto da tale presunta circostanza.
A destra si apre il breve vicolo Regina d'Ungheria, che sbocca in vicolo San Tomaso. La versione originaria del toponimo era "Regina d'Ongària": con tale nome era segnalata, sin dal 1704, un'osteria con locanda.

Tra i numeri 19 e 21 sorge l'edificio d’impianto duecentesco (portale romanico), modificato nel Trecento (merlature, finestre gotiche) e in epoche successive, surrettiziamente battezzato come "Casa di Giulietta" . Nel sec. XVI l'edificio venne adibito ad albergo con stallatico, detto "dal Cappello" per l'insegna raffigurante un cappello scolpita su una pietra murata nella chiave dell'arco interno al cortile. L'edificio mutò spesso proprietari (Failler, Ruga, De Mori) fino al 1905, anno in cui, messo all'asta, venne acquistato dal Comune allo scopo di legittimare la leggenda di Giulietta (costruzione del celebrato balcone e altri vari interventi di ripristino finalizzati a tale scopo).

Dirimpetto alla "storica casa" sorge un neoclassico edificio progettato dall'architetto Gian Antonio Selva, che la ristrettezza della via non consente di ammirare: in facciata spicca il gran portale sormontato da balcone; sopra la finestra centrale sono disposte due statue in marmo in posizione sdraiata scolpite da Gaetano Cignaroli (1745-1826), nipote del famoso pittore Gian Bettino. Degno di nota è il vastissimo atrio, dal quale s’innalza un maestoso scalone che sale al piano nobile. L’edificio, già dei Sambonifacio, passò in proprietà della famiglia Vela e quindi dei Negri.

La strada incrocia Via Stella: il lato sinistro della via è quasi interamente occupato dalla mole di un palazzo neoclassico (n. 35), progettato nel 1811 da Giuseppe Barbieri per conto di Giovanni Battista Beretta. La costruzione è incompleta: il progetto iniziale, infatti, prevedeva lo sviluppo dell'edificio fino alla chiesa di San Sebastiano; incomplete sono anche le decorazioni della facciata. AI centro del cortile interno si trova un pozzo.

La via si allarga in corrispondenza con piazzetta Capretto toponimo tradizionale derivato da qualche insegna di pubblico esercizio. Dirimpetto alla piazzetta si trova la sede della Biblioteca Civica , ricavata nell'ex-convento dei Gesuiti. Già nel 1792 in alcune stanze dell'ex-convento era stata depositata per cura del Consiglio cittadino la ricca libreria dell'Abbazia di San Zeno. I Gesuiti, che reggevano l'adiacente chiesa di San Sebastiano, si erano insediati nel convento nel 1578; espulsi nel 1606 al tempo dell'interdetto di Paolo V, vi ritornarono nel 1656; nuovamente allontanati nel 1773, riebbero parzialmente l'antica sede nel 1828 con l'incarico di gestire il Ginnasio comunale. Solamente nel 1848 i Gesuiti abbandonarono definitivamente questa sede, che poté così essere progressivamente ampliata ad uso di pubblica biblioteca; nel 1867 vi furono trasferiti anche gli "Antichi Archivi Veronesi" (oggi all'Archivio di Stato).

Nell'atrio della Biblioteca Civica è stata sistemata la protomoteca veronese, con medaglioni e busti marmorei di cittadini insigni; in precedenza essi erano murati entro la loggia del Palazzo del Consiglio in Piazza dei Signori.

Qui si trovavano, invece, le due statue di Onofrio Panvinio e di Enrico Noris, insigni agostiniani veronesi, scolpite da Angelo Zoppi e provenienti dal convento di Sant'Eufemia, ora collocate sopra due archi partizionali della citata piazza.

Nell'area, un tempo occupata dalla già ricordata chiesa di San Sebastiano, sorge oggi l’edificio progettato da Pier Luigi Nervi come deposito librario della Biblioteca.

La chiesa di San Sebastiano tu ridotta in un cumulo di rovine, durante l'Incursione aerea del 4 gennaio 1945: i blocchi lapidei della facciata furono presto recuperati e ricomposti a ridosso della Chiesa di San Nicolò , la cui facciata era priva di rivestimento. La chiesa è certamente la maggiore tra quelle scomparse a Verona. La sua origine era antichissima, essendo ricordato già nell'anno 932 un oratorio dedicato a San Sebastiano, con annesso ricovero per sacerdoti poveri e per pellegrini; rifabbricata nel secolo XII, la chiesa subì varie trasformazioni. L'otto febbraio 1578 il vescovo Agostino Valier la concesse in uso ai Padri Gesuiti facendone così cessare le funzioni di parrocchia. Furono essi a volerne rinnovare la facciata, che rimase interrotta alla sommità delle colonne in seguito alla prima cacciata dei Gesuiti; nel 1774, dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, l'edificio venne acquistato dal Comune di Verona assieme all'annesso convento, ma venne mantenuto l'obbligo della celebrazione quotidiana di una Messa. Durante la dominazione francese la chiesa fu sconsacrata e adibita a manifestazioni culturali; riconsacrata dopo la Restaurazione austriaca, il Comune s'impegnò a provvedere i mezzi per l'officiatura ecclesiastica.

Nel 1830, in seguito al legato di Alberto Albertini, l'architetto Giuseppe Barbieri completò la facciata rimasta incompiuta utilizzando i marmi già lavorati che erano stati sepolti a fior di terra dai Gesuiti quando erano stati cacciati dalla Repubblica di Venezia nel 1606. I Gesuiti riottennero l'officiatura della chiesa nel 1842 su pressione del vescovo e vi rimasero ufficialmente fino al 1848, ma la loro presenza continuò in via ufficiosa fino al 1866, quando il tempio venne definitivamente sconsacrato.

L'edificio conobbe diverse utilizzazioni culturali, fino all'installazione del primo cinematografo di Verona intitolato ai fratelli Pathè. Durante il ventennio fascista l’ex-chiesa, internamente trasformata, continuò a funzionare come cinema al piano terreno, mentre al piano superiore fu ricavata una sala per le conferenze dell'Istituto Fascista di Cultura.

A causa delle tante vicissitudini subite, quando crollò, la chiesa era ormai quasi spoglia di ogni arredo: i principali dipinti, infatti, erano già stati alienati, finendo alcuni nella Chiesa dei Santi Apostoli, mentre gli altari erano già andati ad abbellire le parrocchiali di Illasi e della vicina Cellore. Dell'edificio sacro rimane superstite il campanile barocco con la statua di Sant'Ignazio di Loyola di Orazio Marinali.

Sull'area antistante l’ex-chiesa, occupata oggi da un edificio in vetro e cemento, sorgeva una delle più belle costruzioni gotiche della città, casa Bertani, con eleganti trifore e resti di decorazione pittorica in facciata e con vasto giardino interno; l'edificio cadde distrutto dal medesimo bombardamento che distrusse la chiesa.

Di fronte alla moderna Via Giovanni Zambelli, che ricorda un veneziano martire del Risorgimento (1824-1852), si allunga vicolo San Sebastiano, che ricorda con il suo toponimo l’originaria situazione urbanistica del luogo.

AI numero 6 sorge un edificio con portone romanico e bifore gotiche già dei Brizzi (poi Rovereti, Cartolari, Camuzzini-Provolo), cui segue la lunga facciata di Palazzo Ravignani che ha l'ingresso su Via Amanti; sull'angolo dove il vicolo incrocia le vie Amanti e Dietro San Sebastiano si erge l'elegante facciata cinquecentesca di un piccolo edificio (numero 3) annesso alla Biblioteca Civica che conserva, nel salone al primo piano, un gran fregio continuo dipinto da Paolo Farinati con la "Storia di Ester".

Nell'ultimo tratto di Via Cappello si apre, sul lato sinistro, vicoletto cieco Racchetta, il cui toponimo deriva sicuramente dal nome di un’osteria esistente già nel 1614: ne rimane tuttavia oscuro il significato, a patto di non volerlo ricondurre a una possibile deformazione da un'originaria "rocchetta", avanzo della struttura architettonica della vicinissima Porta romana.

Sul lato opposto della via si apre la minuscola piazzetta Serego, già Racchetta (la duplicazione del toponimo sembra confermare l'interpretazione proposta, giacché ogni porta romana era conclusa da due torrette laterali), su cui prospetta oggi solamente la parte superstite della facciata del romanico palazzo dei Serego, di cui sopravvive il portale di tufo e cotto. Internamente all'edificio si apriva un cortile, interessante per la presenza di una bella scala gotica esterna costruita da Antonio da Firenze verso il 1438 e di un puteale stemmato.

Vicolo Amanti, sul lato sinistro di Via Cappello, ne segna anche il limite, oltre il quale la strada prosegue con il nome di Via Leoni. Questo toponimo si ritiene derivato dalla presenza, lungo la strada, dell'acroterio di un sepolcro romano con due leoni accostati ai lati, che verso la metà del secolo scorso fu trasferito in capo alla via, dove tuttora si trova a tergo del monumento commemorativo di re Umberto l.

Non va però dimenticato che, ancora nel Basso Medio Evo, la Porta dei Leoni era chiamata Porta San Fermo, per cui il toponimo attuale sembra avere origine abbastanza recente. Per certo esso sussisteva alla fine del Settecento, quando i Francesi occuparono la città: lo conferma la breve iscrizione incisa dentro un medaglione del Palazzo Pinali (corticella Leoni, n. 1), che recita "VIA LEONUM / R.V.", ossia "via dei Leoni, Rione Quinto". Infatti, nell'ambito della ripartizione rionale della città, attuata dalla Municipalità democratica subito dopo l'arrivo dei Francesi, Via Leoni fu inserita nel rione Quinto, detto delle "piazze".
La via s'inizia, sul lato sinistro, con l'elegante palazzo neoclassico progettato e abitato da Gaetano Pinali, insigne figura di archeologo e studioso di architettura. L'edificio fonde armonicamente ponderati valori architettonici con elementi decorativi tutti giocati sul richiamo ai romani leoni esistenti all'epoca nella via. In quest’edificio Gaetano Pinali raccolse la collezione dei disegni del Palladio, che poi egli donò a Vicenza, e la statua romana dell'Oratore, ora al Museo Archeologico del Teatro Romano. Gravemente danneggiato durante l’ultima guerra, il palazzo venne restaurato subito dopo e innalzato nell'attico; la facciata principale è rivolta verso Corticella Leoni, ma una seconda facciata dà sul retrostante vicolo Amanti, dal quale meglio ci si può rendere conto dell’originaria struttura non alterata dai restauri e leggere sopra la porta centrale d'ingresso il vecchio numero civico "1373".

L'area archeologica della Porta dei Leoni è del massimo interesse storico per Verona perché in essa si conservano le tracce più antiche della primitiva cinta romana di età repubblicana, cui va riferito anche Il basamento di una delle due torri poligonali (la seconda si trova nello scantinato della vicina farmacia) che fiancheggiavano la Porta verso l'esterno. Subito dopo la Porta si apre Via Amanti, che si raccorda con andamento curvilineo con via Dietro San Sebastiano.

Caratteristico è l'edificio porticato che fronteggia la Porta romana: sopra il tetto è ricavata un'ampia terrazza e più indietro si nota un'ulteriore sopraelevazione terminante con merlatura veneziana a guglie, agli angoli sormontate da una stella.

Il palazzo seguente, al numero 4, dalle linee architettoniche molto sobrie, appartenne ai Pindemonte; fu innalzato di un piano per incarico del marchese Giovanni Pindemonte dall'architetto Luigi Trezza; in esso morì, nel 1828, il poeta Ippolito, come ricorda una non felice iscrizione accanto al portale d'ingresso. Internamente al palazzo si conservano resti delle due cinte murarie romane, quella tardo-repubblicana e quella fatta costruire dall'imperatore Gallieno nel 265 d.C.

Sulla sinistra si apre vicoletto Leoni, già vicolo Ortolano, in fondo al quale si trova il monumentale ingresso di Palazzo Verità (poi Bianchini, Salgari, Tedeschi), il quale, ancora agli inizi del ‘900, ospitava la rinomata trattoria detta "dell'Ortolàn". Come in molti casi, l'insegna dell'osteria aveva creato il toponimo, ma è curioso annotare che il soprannome "ortolàn" era stato affibbiato a un antenato del romanziere Emilio Salgari, la cui famiglia abitò per lungo tempo il palazzo. Sul fregio del portale rinascimentale, che è in stile ionico, si legge l’iscrizione "PAX HUIC DOMUI ET HABITANTIBUS IN EA" (pace a questa casa e a coloro che in essa abitano). Sopra il cornicione, entro un cartiglio, è segnata la cifra "1910", che rappresenta il vecchio numero civico della casa impresso a stampo, come si usò fino alla riforma del 1871. All'interno si apre un piccolo cortile, su cui prospetta la facciata interna del palazzo, in origine completamente affrescata, di cui restano ampi tratti dipinti. I davanzali delle finestre del secondo piano sono decorati con le insegne araldiche dei Verità. Il palazzo si sviluppa anche verso il retrostante lungadige Rubele, dove pure si notano belle finestre trilobate decorate con stemmi. Internamente all'edificio si conserva un importante fregio dipinto da Paolo Farinati raffigurante "La guerra tra Romani e Sabini".

Ripreso il percorso di Via Leoni, al numero 9 si trova un bel portale del Cinquecento scolpito con soggetti guerreschi.

Dall'altro lato della via si erge il grandioso Palazzo Boldieri (poi Malaspina, Angerer, Trezza, Bottagisio, ora dell’Amministrazione Provinciale). Si tratta di una bella costruzione in stile gotico; le finestre del piano terreno hanno luci rettangolari, mentre quelle del piano nobile sono ogivali trilobate e hanno i davanzali decorati dallo stemma dei Boldieri. Sul lato di Via Leoni si apre il portale d'ingresso con arco a tutto sesto; nell'architrave si legge la scritta "QUI TIMET DEUM VIVET IN AETERNUM"; ai lati della chiave dell'arco si leggono le lettere "M." e "8.". In corrispondenza del portale al piano nobile si apre una slanciata trifora con balconi ai lati. L'accesso allo scalone si trova sul lato destro dell'atrio; un giro di archi acuti, sorretti da colonne in marmo rosso di Verona, immette nel piccolo cortile interno, da cui si accede a un cortile successivo, dove, dentro ad una nicchia, si trova la statua allegorica della Verità, opera dello scultore settecentesco Francesco Filippini. I Boldieri, verso la metà del Cinquecento, lasciarono questa residenza per trasferirsi in altro edificio di loro proprietà detto "dell'Aquila" a Santa Anastasia (oggi Albergo "Due Torri"). Il palazzo di via Leoni venne dato allora in locazione al generale Astorre Baglioni, che v’istituì l'Accademia dei Filotimi, riservata ai nobili desiderosi di esercitarsi nelle arti marziali e cavalleresche. Degni di essere ricordati sono lo scalone barocco, con putti sulla balaustra e la grande statua di Marte all'ingresso. Nel soffitto sono dipinti "Giove e Apollo": l'effetto scenografico e i ricercati motivi decorativi fanno propendere per un'attribuzione a Ludovico Dorigny.

AI numero 19 di via Leoni corrisponde l'ingresso dell'ex-chiesa dei Santi Fermo e Rustico, detta anche San Fermetto o San Fermo al Ponte per la sua vicinanza con il Ponte delle Navi . L'abside dell'edificio si vede ancora in corrispondenza con il numero 46 di lungadige Rubele. Questa chiesa, fondata già nell'ottavo secolo, funse da parrocchia in quanto San Fermo Maggiore era annessa all'omonimo monastero che fu prima dei Benedettini e poi dei Francescani. Soppressa nel 1806, demaniata e venduta a privati, essa fu trasformata in magazzino e casa di abitazione. Recenti restauri hanno consentito il parziale recupero dell'originaria architettura chiesastica. Prima della trasformazione ottocentesca fu tolta dalla chiesa l'Arca di Giovanni della Scala , nipote di Bartolomeo morto nel 1359, che fu trasferita nel 1829 nel cimitero scaligero di Santa Maria Antica .

La via si conclude con la piazzetta ove nel 1906 fu innalzato il monumento commemorativo del re Umberto I, opera dello scultore A. Cristani.

Lo splendido scenario delle absidi di San Fermo Maggiore s’impone allo sguardo che scivola verso il ponte. Il Ponte delle Navi fu così chiamato fin dal sec. XIII, quando la sua struttura era lignea; nei pressi, infatti, esisteva uno scalo delle merci su cui esigeva un toloneo il vescovo di Verona. Fu Cansignorio, tra il 1373 e il 1375, a costruire un ponte in muratura a quattro arcate giovandosi dell'opera degli architetti Giovanni da Ferrara e Giacomino da Gozo. Il manufatto venne in parte ristrutturato nel 1502; le due arcate di mezzo caddero durante la piena del 1757, mentre la pila centrale con la torre rimase in piedi: in essa rimasero imprigionati tre bambini e due donne; fu il generoso popolano Bartolomeo Rubele, facchino nella vicina Dogana, (il cui nome è ricordato dal vicino lungadige) a porre in salvo i malcapitati. Negli anni 1758-1761 si procedette alla ricostruzione del Ponte sotto la direzione di Adriano Cristofali, Il Ponte resistette all'inondazione del 1882 ma la costruzione dei muraglioni ne impose l'abbattimento nel 1894.

Un angolo tra i più suggestivi della vecchia Verona scomparve per sempre: sotto l’ultima arcata di sinistra del Ponte si ricongiungeva all’Adige il Canale dell'Acqua Morta, oggi interrato, mentre in corrispondenza con la terza arcata saliva dall'Isolo di San Tomaso la strada che si raccordava con la carreggiata del Ponte grazie alla caratteristica "pontàra" (salita). Sul vecchio Ponte aveva preso a transitare, dal 1885, il primo tranvai di Verona, che, per superare la forte salita dall'ultimo tratto di via Leoni riceveva l'indispensabile rinforzo di un terzo cavallo. Il nuovo ponte, costruito in pietra e ferro nel 1894 e parzialmente rifatto nel 1936, fu distrutto nella notte del 25 aprile 1945 quando i Tedeschi in fuga fecero saltare tutti i ponti della città. L'attuale ponte venne inaugurato nel 1947: a progettarlo furono gli architetti Zamarchi, Benatti, Vanzetti, Manzini e Troiani, vincitori del concorso nazionale bandito dal Comune di Verona.

Agli inizi del Novecento, a seguito della costruzione dei muraglioni, mutò aspetto anche l’area antistante le absidi di San Fermo, attorno alle quali si addensavano caratteristiche casupole; il restauro filologico attuato da Alessandro da Lisca ne impose la demolizione allo scopo di liberare il monumento.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1993

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