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Lunedì 5 Dicembre 2016, San Saba
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Verona veneziana

Venezia era ormai divenuta uno dei più potenti e ricchi stati autonomi d'Italia. Conclusa nell'anno 1381 la pace con Genova, continuò la sua trasformazione da repubblica marinara a stato di terraferma, per opporsi alle Signorie dell'Italia Settentrionale che, ormai vaste e potenti, miravano a chiudere al commercio Veneto le vie alpine, in particolare quella dell'Adige, e perché, divenuta precaria la situazione coloniale, vedeva la necessità di seguire una politica continentale. Non poteva dunque tollerare che un vasto stato limitasse la sua espansione verso la terraferma e si rifiutò di riconoscere i Carraresi quali Signori di Verona.
Nell'agosto 1404 si alleò con Mantova e conquistò in breve tempo vasti territori nel Vicentino e nel Veronese, tentando d'impedire l'approvvigionamento di Verona, difesa da Giacomo Carrara, figlio di Francesco. Questo generale, energico e valoroso, inflisse duri colpi al nemico, ma non poté vincere l'ostilità della popolazione, né impedire che i castelli si arrendessero l'uno dopo l'altro ai Veneziani. Anche Verona, ponendo termine ad una resistenza che era tutta a suo danno, si consegnò spontaneamente a Venezia il 24 giugno 1405.
Forse la resa non fu del tutto spontanea, ma fu certamente senza opposizione e l'anniversario della dedizione fu celebrato, per secoli, con grandi feste. I Veneti accettarono in gran parte le condizioni poste dai Veronesi: li assicurarono da ogni violenza e vendetta, mantennero gli Statuti locali, non aumentarono le imposte, riservarono ai cittadini quasi tutti gli uffici e fecero altre concessioni di minor conto. Tennero per sé le cariche di Podestà e Capitano (detti ora Rettori), da assegnare a patrizi veneti, e tutti i più alti posti ecclesiastici, dotati di ricche prebende, come il Vescovado e le Abbazie. Il doge Michele Steno confermò il nuovo regime con la Bolla d'oro (16 luglio 1405).
Verona fece parte della Serenissima per quasi quattro secoli (1405-1796), tranne due brevi intervalli (1439 e 1509-1517).
Il governo Veneto, equo e moderato permise una certa autonomia; ma vietò l'esportazione, importante per il commercio veronese, e pretese il controllo della pubblica amministrazione anche nei particolari.
Verona stremata nelle finanze fin dal tempo degli ultimi Scaligeri ed ora ostacolata nei commerci, non godette grande floridezza economica: ma ebbe in compenso un lungo perIodo dl pace quasi assoluta e di benessere generale.
Non vi furono, durante la dominazione veneziana, profondi mutamenti nella vita economica e politica della città. Nell'anno 1412 vi fu un tentativo di rivolta durato poche ore. Era stato provocato dall'imperatore Sigismondo, che proteggeva Brunoro, l'ultimo degli Scaligeri; ma fu stroncato dai Rettori con pochi soldati e con l'aiuto dei cittadini. Nel 1433 Sigismondo assegnò a Brunoro, che gli era carissimo, il vicariato di Verona. Il titolo era solo un'attestazione d'affetto e rimase sempre un nome vano.
Poco dopo Venezia tentò di rendersi amico Brunoro e gli offrì una pensione annua, purché rinunciasse ad ogni aspirazione su Verona. Sigismondo, che trattava per Brunoro, chiese invece dei possessi territoriali (1439). Venezia si mostrò intransigente e le trattative si protrassero per parecchio tempo, senza giungere ad una conclusione.
Durante la guerra fra Venezia e Filippo Maria Visconti i Veneti, che stavano per essere sopraffatti, decisero di portare la guerra sul Garda, dove però essi non possedevano navi, per soccorrere Brescia assediata dall'esercito visconteo. Allora una flotta di 30 navi, guidata da Nicolò Sorbolo che aveva ideato, con Blasio degli Alberi, l'audacissima impresa, risalì l'Adige fino a Mori e fu trasportata per via di terra, attraverso la valle del Loppio e i contrafforti del Baldo, a Torbole sul Garda (gennaio 1439). Questa titanica impresa non valse a rialzare le sorti della guerra. Nel novembre dello stesso anno Nicolò Piccinino, capitano dei Visconti, riuscì ad impadronirsi di Verona. I Rettori chiesero soccorsi a Francesco Sforza e al Gattamelata, capitani al servizio di Venezia, i quali prontamente ricacciarono l'invasore.
L'occupazione del Piccinino durò solo tre giorni: i suoi soldati fuggirono con tanta fretta che fecero ressa sul Ponte Nuovo, allora costruito in legno, e ne provocarono il crollo. Molti annegarono e 4.000 rimasero prigionieri.
Nell'anno 1450 i Veneti rinnovarono e modificarono gli Statuti: attribuirono il sommo potere ai Rettori (Podestà e Capitano), trasformarono il sistema elettorale, attenuarono l'autorità dei Consigli e diminuirono il numero dei loro componenti, che nel primo furono ridotti a dodici, nel secondo a 50.
Assegnarono al Consiglio dei XII l'autorità esecutiva e al Consiglio dei XII e dei L la trattazione degli affari. Divisero il territorio in distretti, cui preposero i Vicari. Gli Statuti del 1450 rimasero in vigore per tutta la dominazione veneta. Durante il sec. XV Verona, pur contando su risorse modeste, edificò la stupenda Loggia del Consiglio, innalzò le chiese di San Bernardino e Santa Chiara, portò a compimento Sant'Anastasia e San Zeno, ricostruì San Giorgio, Santa Toscana, San Nazaro, San Tomaso, Santa Maria in Organo. Alcune di queste chiese furono in parte modificate durante i secoli seguenti.
La stampa comparve in Verona nell'anno 1472. Il primo incunabulo, un saggio veramente superbo, fu opera di Giovanni da Verona : Valturius, Robertus, De re militari, Johannes ex Verona, 1472. Il prezioso esemplare è conservato nella Civica Biblioteca.
La Potenza di Venezia, animata dall'ambizione di costituire la c.d. monarchia d'Italia, suscitò l'invidia ed il risentimento di numerosi sovrani d'Italia e d'Europa, che si unirono nella Lega di Cambrai, per togliere a Venezia tutti i domini territoriali, eccetto le Lagune (1508).
L'imperatore di Germania, Massimiliano, mirava ad impadronirsi del Veneto e delle regioni prospicienti l'alto Adriatico (da Rovereto a Verona e ad Aquileia). In seguito alle gravi sconfitte di Agnadello e di Mirabello, inflitte dai Francesi ai Veneziani, il popolo veronese per evitare i disagi di un assedio deliberò ad unanimità di voti di consegnare la città all'imperatore Massimiliano, seguendo il consiglio degli stessi Rettori veneti che speravano di poter facilmente, in tempi migliori, riconquistare Verona (31 maggio 1509).
Massimiliano inviò il vescovo di Trento, Giorgio di Neydeck, ad assumere il governo in suo nome e nell'ottobre del medesimo anno venne solennemente in città, con numeroso seguito di baroni e cavalieri. Dopo essersi fatto giurare fedeltà dal popolo, radunato nel cortile del Palazzo del Capitano, ritornò senz'altro in Germania. Durante questa breve visita restituì alla città l'uso della zecca, tolto da Francesco da Carrara, e fece coniare una piccola medaglia con il motto Verona civitas metropolis, poiché aveva scelto Verona quale capitale dello stato che intendeva creare in Italia.
L'occupazione imperiale durò fino al dicembre dell'anno 1516 e rimase tristemente famosa per le vessazioni, violenze, ruberie, devastazioni compiute dai soldati delle più svariate nazionalità, che passarono e ripassarono a migliaia, soffermandosi anche per mesi nella città e nei borghi. La popolazione dovette fornire il denaro per il soldo alle truppe e provvedere al loro mantenimento; fu gravata da sempre nuovi dazi e da continue richieste di denaro da parte dei governatori tedeschi.
Negli anni 1511-1512 sopraggiunse la peste (le vittime furono 13.000), e subito dopo una gravissima carestia. Nell'agosto 1516 i Veneziani, alleatisi con i Francesi, assediarono la città, che fu valorosamente difesa da Marcantonio Colonna. L'assedio fu tolto quando Massimiliano rinunciò a Verona per la somma di 200.000 ducati, offerti dai Veneziani.
Con il trattato di Bruxelles (3 dicembre 1516) l'imperatore donò la città al nipote Carlo re di Spagna, il quale la cedette alla Francia e questa a Venezia. Si ebbe così una breve occupazione francese (15-18 gennaio 1517); infine il generale Lautrec consegnò Verona al provveditore veneto Andrea Gritti.
Il ritorno alla Serenissima fu festeggiato per tre giorni con fuochi, luminarie, squilli di campane a distesa e solenni funzioni religiose. Con il trattato di Bruxelles i vicariati di Ala, Mori, Avio, Brentonico (e Riva, ceduta nel 1509) furono uniti al Trentino. Legnago divenne autonoma.
Poiché le fortificazioni medioevali si erano dimostrate insufficienti, la Repubblica si affrettò a cingere Verona di nuove saldissime mura, costruì sui colli fortezze e baluardi che potessero reggere alle artiglierie, rafforzò i castelli e stabilì in città una guarnigione di 2.000 soldati (i 2/5 delle truppe di terraferma), tanto che Verona divenne la città più forte dello Stato Veneto.
Il poderoso sistema difensivo non fu mai esposto ad azioni di guerra per tre secoli, durante i quali il territorio veronese godette la pace più assoluta, turbata solamente dalle ruberie delle milizie austriache e francesi di passaggio, durante le guerre di successione.
San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, giunse nell'anno 1565 a Verona e ricevette dal Vescovo cortesissima ospitalità. Vi ritornò nel 1580, e avendo saputo che il vescovo suo amico si trovava fuori città decise di mantenere l'incognito e di proseguire il suo viaggio. Ma un sacerdote, che l'aveva riconosciuto, avvertì i guardiani di Porta San Zeno di trattenere con qualche pretesto il prelato, e mentre questi inutilmente chiedeva che lo si lasciasse ripartire, ecco giungere con gran pompa e largo seguito i Rettori della città, i quali lo pregarono di essere loro ospite. Il Santo acconsenti e rimase per tre giorni a Verona.
Nell'anno 1572 la Repubblica limitò la partecipazione ai Consigli a quelle famiglie che già n’avevano per consuetudine la prerogativa. Si creava così un'oligarchia cittadina, com'era avvenuto tre secoli prima in Venezia con la serrata del 1297.
La ricca Abbazia di San Zeno, che nell'anno 1425 era stata affidata dall'abate commendatario Marco Emilei ad alcuni monaci tedeschi, per due secoli fu tenuta esclusivamente da priori e monaci provenienti dai conventi di San Quirino di Tegernsee e di San Ulderico di Augusta. Nell'anno 1585 i monaci tedeschi distrussero il glorioso Carroccio di Verona, che era custodito nella basilica, forse per vendicare la sconfitta inferta al Barbarossa nel 1164.
La popolazione attendeva alle normali occupazioni e godeva di una certa prosperità per lo sviluppo delle industrie serica e laniera e del commercio, favorito dal soggiorno di numerosi soldati.
Nel sec. XVI le case e le chiese furono rinnovate secondo il gusto rinascimentale: sorsero i maestosi palazzi Da Lisca, Brognoligo, Giusti; si ricostruirono i palazzi prospicienti Piazza dei Signori (tranne la Loggia del Consiglio ed il Palazzo Scaligero); si adornarono tutte le chiese di splendide pitture e sculture. Il geniale architetto Michele Sanmicheli lasciò in Verona le più alte manifestazioni della sua arte: i palazzi Bevilacqua, Canossa, Malfatti, il tempio della Madonna di Campagna, la cappella Pellegrini in San Bernardino, il tornacoro della Cattedrale, la sistemazione della chiesa di San Tomaso, la facciata di Santa Maria in Organo, la cupola di San Giorgio e quasi tutte le opere di fortificazione, con le grandiose porte San Zeno, Porta Palio e Porta Nuova. Dall'anno 1580 in poi si provvide al ripristino dell’Arena, che nel secolo precedente era stata usata come cava di marmi.
La popolazione cittadina, che durante l'occupazione imperiale si era ridotta a 25.000 persone, favorita dal regime tranquillo e abbastanza prosperoso, era aumentata fino a raggiungere la cifra di 55.000 circa (nel 1626), quando la terribile pestilenza del 1630 ne mieté i due terzi.
Il contagio fu portato in Italia dai soldati tedeschi scesi per l'assedio di Mantova. Il primo caso di peste si ebbe nella contrada di San Salvatore Corte Regia (una delle più povere della città) verso il 20 maggio 1630. Il contagio si diffuse con spaventosa celerità: 35.000 persone perirono durante l’epidemia, che cessò del tutto solo nell'ottobre del 1631.
Anche i monaci tedeschi dell'Abbazia di San Zeno furono colti dalla peste, eccetto due che si allontanarono dalla città. L'abate Contarini proibì che si chiamassero dalla Germania altri monaci e da allora l'Abbazia fu tenuta da monaci veronesi e veneti, nonostante le proteste dei due tedeschi, quando ritornarono, e delle stesso imperatore Ferdinando II. L’abbazia, della quale rimangono solamente la torre ed il chiostro, fu soppressa nel 1773 e demolita nel 1810 per utilizzarne i mattoni.
Durante tutto il secolo XVII e nella prima metà del XVIII giostre e tornei furono dati frequentemente e con gran pompa in Arena; vi assistevano le autorità, i nobili ed il popolo. Numerosi cavalieri accorrevano anche dalle altre città, risoluti a mostrare il loro valore, “nel famoso Anfiteatro di Verona, gloriosa palestra dei più generosi campioni dell'universo”.
Al sec. XVII risalgono alcuni fastosi palazzi, fra i quali l'elegante Palazzo Maffei, l'ornamentazione barocca di molte chiese, la ricostruzione di San Nicolò, la sistemazione della chiesetta dei Santi Siro e Libera.
Il 1700 fu il secolo delle Accademie. In Verona le illustri accademie Filarmonica e Filotima erano sorte già nel sec. XVI. Molte altre furono fondate nei secoli XVII e XVIII: la Colonia Arcadica, l'Accademia degli Aletogli, le Accademie degli Acuti, dei Meccanici, dei Latinofili, degli Apatisti.
Grande importanza ebbe l'Accademia di Agricoltura, istituita nel 1768 per dare incremento all'agricoltura ed illustrare la città; essa diede origine all'Orto Botanico ed al Museo di storia naturale.
Accanto alle lettere, fiorirono le arti e le scienze, poiché il governo veneziano favorì in ogni tempo le manifestazioni dell'ingegno. Grande fama ebbero i salotti di Silvia Curtoni-Verza, di Elisabetta Mosconi e di Lavinia Pompei. Le feste erano frequentissime: ogni solennità civile o religiosa, pubblica o privata, si prestava allo scopo. Nel 1795 si arrivò a celebrare con pompa sfarzosa la morte d'un figlio del podestà e qualche mese dopo la vestizione d'una monaca. Grandiosi spettacoli si davano nell'Arena: giostre, commedie, ludi gladiatori, cacce al toro. Queste ultime erano combattimenti fra tori e cani addestrati, per solito mastini: un toro era spinto nella platea ed «aizzato dai "toreadores", vestiti metà di bianco e metà di rosso, con panni e punture; quindi gli si poneva di fronte un cane e mentre gli aizzatori si riparavano dietro gli appositi steccati, la lotta incominciava. Bastava che il cane afferrasse il toro all'orecchio per farlo stramazzare ».
Le cacce al toro erano seguite dagli spettatori con vivissimo interesse e numerosi forestieri venivano anche da regioni lontane per assistervi; fra essi Giuseppe II imperatore d'Austria e Ferdinando IV re di Napoli.
Il governo veneto diede sviluppo all'agricoltura, con il prosciugamento di paludi e stagni. Istituì il reclutamento delle cernide: cittadini che venivano istruiti ed armati nell'eventualità di una guerra e percepivano la paga solo quando erano chiamati alle manovre, per alcuni giorni ogni anno. Costituì la Banda Nazionale, formata da pifferi e tamburi.
Organizzò i servizi per l'estinzione degli incendi e creò il primo organico Corpo di Pompieri, che comprendeva «sessanta uomini di buona fama, robusti e sperimentati», diretti da un ingegnere eletto ogni anno.
L'allevamento dei bachi da seta, largamente diffuso, arricchiva i contadini ed alimentava i filatoi della città. L'industria laniera era meno fiorente che nell'epoca scaligera, per il divieto d'esportazione e l'aggravamento delle tariffe daziarie. I vini della Valpolicella, della Valpantena, di Monteforte e di Soave erano ricercatissimi e giudicati indispensabili nei banchetti veneziani.
Il commercio si serviva preferibilmente delle linee fluviali, soprattutto dell'Adige, come più sicure e meno costose. La Dogana, presso il Ponte delle Navi, era sede di vasti depositi e centro d'un traffico intenso.
La popolazione (circa 50.000 anime) era divisa in nobili e plebei: la classe borghese politicamente non esisteva. I plebei solo eccezionalmente potevano entrare a far parte della classe nobiliare, che deteneva il potere. In città vivevano anche circa mille israeliti, i quali si governavano con leggi proprie ed erano obbligati ad abitare nel Ghetto.
Le famiglie potenti mantenevano al loro servizio schiere di «bravi», che compivano ogni sorta di misfatti e rimanevano quasi sempre impuniti.
Accanto ai fastosi palazzi e alle splendide chiese, vi erano innumerevoli case, casupole e botteghe, addossate l'una all'altra, avvinte ai monumenti e fabbricate per lo più in legno o in pietra. Rari erano i teatri, rarissimi gli alberghi, pochi i caffè e numerose le osterie. Quasi tutti i ponti erano occupati da botteghe e catapecchie, sostenute da pali infissi nei piloni.
Le piazze erano tenute a ghiaia, o lastricate con pietre o, più spesso, selciate con mattoni variamente disposti, che facilmente cedevano o si rompevano formando buche pericolose, specialmente di notte. Infatti, non era ancora stata istituita l'illuminazione notturna; uniche luci, nelle vie, erano le tenui fiammelle poste davanti ai tabernacoli. I cittadini dovevano uscire portando con sé una lanterna, oppure facendola portare da un servo o da un cane addestrato a questo scopo.
Taluni applicavano al cappello uno speciale fanaletto, con qualche pretesa d’eleganza.
Fonte: Le Guide 1

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