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Mercoledì 28 Settembre 2016, San Venceslao
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Verona francese

Nel maggio 1796 gli eserciti austriaci, in fuga davanti alle truppe francesi guidate da Napoleone, cercarono rifugio nel Trentino per l'abituale via del Veronese; ma una parte di essi occupò Peschiera.
Bonaparte proclamò che sarebbe entrato nel territorio veneziano per inseguire il nemico ed assicurare la libèrtà d'Italia. Subito occupò Verona, luogo fortificato, adatto per fronteggiare i nuovi eserciti tedeschi i quali stavano per calare dal Trentino.
La Repubblica Veneta ormai in decadenza, avendo scelto il partito della neutralità disarmata, non aveva provveduto a presidiare la città.
All'avvicinarsi delle truppe francesi, Luigi Stanislao di Borbone (Luigi XVIII), pretendente al trono di Francia, fu costretto a lasciare Verona, dove dimorava dal 1794, attorniato da una corte di emigrati. Per questo lungo soggiorno (20 mesi) Napoleone scherzando lo disse re di Verona. Alla testa d'un esercito di 12.000 uomini, il 1° giugno 1796 Bonaparte venne ad accamparsi in Verona. In un proclama dichiarava che avrebbe rispettato il governo, la religione e gli averi dei cittadini, promesse che non intendeva mantenere. Visitò la città ammirandone i monumenti, i tesori d'arte, la ridente posizione. Nel pomeriggio dello stesso giorno i soldati francesi penetrarono nelle case private e negli edifici pubblici, asportando quanto di buono o di bello capitava loro fra le mani ed insultando la popolazione.
Nei due giorni seguenti le truppe alloggiate nel Veronese raggiunsero la cifra di 50.000. Occuparono i castelli, i ponti, le porte, le case, le chiese (trasformate in ospedali), pretesero di essere mantenute e si abbandonarono alle più spaventose devastazioni e ruberie. Il Provveditore di Terraferma Nicolò Foscarini, che risiedeva in Verona, si dimostrò in ogni occasione timido, pusillanime e inetto. Nel volgere di pochi mesi (giugno 1796 - febbraio 1797) quattro eserciti austriaci scesero successivamente in Italia per impadronirsi di Verona, la conquistarono e poi dovettero abbandonarla, vinti dal Bonaparte.
Residenza abituale di Napoleone, in Verona, fu Palazzo Forti in Via Emilei. Qui nell'ottobre 1796 condusse la sposa, che fu onorata a spese dello Stato con feste sfarzosissime; qui nel gennaio 1797, esasperato perché le no tizie portate dalle staffette non chiarivano da quale parte dovesse attendersi l'attacco degli Austriaci, che si erano segretamente accampati a Grezzana, infranse con un pugno uno specchio, che ancora si conserva nel palazzo.
Durante le brevi occupazioni imperiali, i soldati tedeschi furono ben accolti in Verona e non molestarono la popolazione, che però doveva alloggiarli e mantenerli.
Le idee giunte con gli eserciti francesi si propagarono quasi insensibilmente nella popolazione, dove il giacobinismo trovava elementi conformi o assimilabili, specialmente nella plebe e tra i figli cadetti delle nobili famiglie.
Fu istituita una Loggia Massonica, che riunì i partigiani dei Francesi (detti Giacobini o Patrioti) e diffuse le nuove dottrine rivoluzionarie.
La maggior parte della cittadinanza era ancora fedele a Venezia e alle sue istituzioni ma non era protetta né appoggiata dal Governo Veneto, troppo inetto ed ossequiente verso gli invasori. Per provvedere alla propria sicurezza, nel marzo 1797, la popolazione spinse il governo all'unico atto di energia: la chiamata alle armi delle cernide e l'esortazione a respingere i faziosi che attentassero alla libertà dei cittadini, qualunque si fossero, anche con le armi.
Nel mese seguente Verona diresse al Senato un memoriale, invocando la facoltà di giovarsi per la comune difesa delle argenterie dei conventi e dei templi, che il vescovo Avogadro offriva, con lodevole slancio d'amor patriottico. La provincia subiva incessantemente rapine e uccisioni; anche in città era pericoloso uscire durante le ore notturne.
Gli stessi Francesi temevano di essere sorpresi, durante la notte, da agguati o vendette e costrinsero i magistrati a provvedere all'illuminazione stradale. Fu cosi ordinato agli inquilini di porre lumi o lucerne sulle finestre prospicienti le vie e di mantenerli accesi a loro spese.
Nei primi mesi del 1797 la popolazione era agitata e pronta ad insorgere (come dimostrarono le sommosse tentate a Pescantina, Marano, Caprino e Albaredo), se soltanto il governo l'avesse incoraggiata o soccorsa.
Invece i Rettori punivano o confinavano i capi presunti dei movimenti, divenendo così cooperatori, o complici degli invasori.
I Francesi tentarono di far ribellare la città, con lo scopo di rovesciare il Governo Ducale, servendosi dei cittadini simpatizzanti, come già era accaduto a Bergamo e a Brescia. Organizzatore dei Giacobini veronesi era il piemontese Angelo Pico. Ai primi d’aprile 1797 egli preparò una congiura contro il governo, ma il tentativo fallì: i Provveditori, avvertiti, sorpresero i Giacobini e poterono arrestarli quasi tutti.
Il 17 aprile (1797) ebbero luogo quasi contemporaneamente, in quartieri diversi, tre incidenti. La folla insorse, decisa a porre termine alle violenze. I Francesi si rifugiarono nelle caserme e risposero con le cannonate. Subito la battaglia divenne generale. La popolazione, male armata e priva d'un capo deciso e valoroso, combatteva con eroismo, ma disordinatamente, dalle finestre, dai tetti, dalle barricate, guidata dall'istinto e dal suono a martello delle campane di torre Lamberti, giorno e notte, mentre dalla provincia accorrevano numerosi volontari.
Furono le Pasque Veronesi, sette giornate di lotta eroica e disperata, seguite da una triste inevitabile resa, a condizioni crudeli. Quando i magistrati veneti fuggirono, i combattenti dovettero persuadersi ch'era inutile sacrificarsi per un governo che li abbandonava: il ventitre si firmò un armistizio, il quindici la resa definitiva. Verona, l'unica fra le città venete che abbia osato opporsi con le armi allo straniero, cadde onoratamente.
Le Pasque offrirono al Bonaparte l'occasione per attaccare apertamente Venezia: egli formulò l'accusa di rivolta preparata, moltiplicò il numero dei caduti francesi (che furono solo una sessantina), aggiunse che si erano massacrati negli ospedali soldati feriti( mentre in realtà alcuni soldati ammalati furono lasciati nudi sul pavimento, privi delle coperte e dei materassi, ma illesi). Cosi abolì il dominio Veneto e si abbandonò alle più spaventose spogliazioni. Molte opere d'arte furono inviate in Francia, poche ne tornarono.
Il 6 maggio venne a reggere Verona il generale Angereau, feroce giacobino che fece arrestare chi era creduto avverso al regime. La sua divisione era detta legione infernale e riuniva i peggiori elementi dell'esercito. Da allora il Palazzo Comunale fu chiamato Municipio e la pretura, tribunale; inoltre si ordinò la numerazione delle porte e s'introdusse il calendario francese.
«Il turbine della rivoluzione sconvolse leggi, istituzioni, ordinamenti, costumi, consuetudini e trasformò lo stesso aspetto materiale della città».
Nel 1797 Napoleone venne due volte in Verona, dimorò in Palazzo Canossa, ma non si soffermò a lungo, sdegnato per l'ostilità del popolo.
Nel volgere di pochi mesi quattro governi si avvicendarono in Verona: Municipalità interinale (25 aprile 1797), Governo Municipale (15 maggio), Governo Centrale Veronese, Legnaghese e Colognese (6 luglio), infine Governo Aulico provvisorio Imperiale (21 gennaio 1798), quando Bonaparte concluse improvvisamente la pace con l'Austria, barattando la Venezia con le province lombarde. Inutilmente Verona, unita alle altre municipalità nei Congressi di Milano e di Bassano, aveva chiesto l'annessione alla Repubblica Cisalpina, quale punto di partenza per l'unità italiana.
Con il trattato di Campoformio (1797) tornarono in Verona gli Austriaci: Kerpen, proconsole imperiale, dimorò in Palazzo Canossa e governò dispoticamente. All'inizio della seconda coalizione europea contro la Francia (1799) transitò per Verona l'Armata russa del Generale Suvarov, il quale nel suo breve soggiorno fu ospite del palazzo Emilei. Con la pace di Lunéville (1801) Verona venne divisa in due parti, con i ponti sbarrati e le rive fortificate: a sinistra dell'Adige dominavano gli Austriaci, a destra i Francesi.
Nella parte governata dagli Austriaci l'ordine era rigidamente mantenuto, la religione veniva rispettata (Cattedrale fu in quel tempo l'antica chiesa dei Santi Nazaro e Celso) e venne istituita la coscrizione militare obbligatoria. Questa innovazione terrorizzò a tal punto i giovani, non abituati alla severa disciplina militare, che molti fuggirono nell'opposta parte della città.
In territorio francese si proclamò l'uguaglianza dei cittadini, anche degli israeliti, e la libertà delle professioni e mestieri, si abolirono i privilegi, si proibirono i titoli nobiliari e le funzioni religiose, si profanarono i luoghi sacri. L'illuminazione notturna, che fin'allora era stata a carico dei cittadini, fu assunta dal Municipio.
Il 31 marzo 1805 Verona entrò a far parte del Regno Italico, di breve durata ma benefico. Si aprirono strade in città e provincia, si regolò lo scolo delle acque, si compirono numerosi lavori edilizi e di fortificazione.
Si provvide con larghi mezzi al ripristino dell'Anfiteatro, si istituirono ospizi per mendicanti e vecchi, collegi e case d'educazione per fanciulli e giovinetti, si incrementarono gli studi, si sostituì la legislazione medioevale, troppo antiquata, con disposizioni più consone ai tempi mutati.
Il 13 giugno 1805 Napoleone venne accolto in Verona con grandiosi festeggiamenti. Nell'Arena, dov'era stata eretta una sua statua scolpita dal Cignaroli, ebbe luogo una caccia al toro divenuta famosa.
Fonte: Le Guide 1

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