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Tra "Falsorgo, Ferrabuoi e Fratta"

Verona / Italia
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Falsorgo, Ferraboi e Fratta sono i nomi – è bene precisarlo subito – di tre contrade cittadine d’età comunale e scaligera.

La contrada di "Falsorgo" era delimitata dai gradienti corrispondenti alle attuali Via Alberto Mario, Generale Cantore e Guglielmo Oberdan. Il nome deriva dalla corruzione in volgare del latino "falsus burgus" (da cui esita anche il più noto corrispondente francese "faubourg"). L'etimologia del toponimo suggerisce l'idea di un'area urbana fortificata: la conferma viene da un diploma di Ottone III dell'anno 998, che descrive la contrada "intra muros". Le mura erano certamente quelle fatte costruire dall'imperatore Gallieno nel 265 d.C. attorno all'Anfiteatro e che da esso risalivano, tra Via Mazzini e vicolo Tre Marchetti, per saldarsi ad angolo acuto con le cortine costruite in corrispondenza dell'asse stradale via Pietro Frattini -piazza e via San Nicolò -via Generale Cantore -via Armando Diaz.

Ma quasi certamente la contrada di Falsorgo era cinta da mura anche sul terzo lato, ossia lungo l'odierna Via Oberdan: Teodorico, infatti, nell'ambito del suo piano di ristrutturazione delle mura di Verona, storicamente documentato dalle fonti letterarie, riprendendo e dilatando l'intervento di Gallieno, avrebbe costruito un muro di raccordo tra l'Arena e Porta Borsari . L'ipotesi si fonda su ragionate considerazioni. In primo luogo, essa offre una soddisfacente spiegazione della altrimenti "strana" saga medievale germanica di Teodorico, che a lui attribuisce la costruzione dell'Arena veronese, definita addirittura "Ditrica" ("Ditrich" è il nome tedesco di Teodorico).

Il sovrano ostrogoto non costruì, com'è ovvio, l'Arena di Verona, ma, proseguendo l'opera già avviata da Gallieno, trasformò l'anfiteatro in un fortilizio, raccordandolo poi con maggiore respiro con il sistema difensivo meridionale della città grazie a un segmento di mura diretto tra l'Arena e Porta dei Borsari. Proprio quel tracciato murario, che si sviluppava in diagonale - e dunque in maniera anomala rispetto al tessuto urbano -, avrebbe creato il gradiente dell'attuale Via Oberdan, a sua volta anomalo nel contesto stradale cittadino dentro e fuori le mura romane.

All'interno della futura contrada di Falsorgo l'abitato sarebbe stato protetto tra le vecchie mura di Gallieno lungo due lati e dal muro teodoriciano lungo il terzo: circostanza non trascurabile per un'area che i resti archeologici accertati assicurano fitta di abitazioni di età tardo-imperiale, e che dunque Teodorico difficilmente avrebbe potuto trascurare in un efficace piano di difesa della città.

La contrada "Ferraboi", invece, era compresa tra Piazza Bra’ , piazzetta Scalette Rubiani e Via Carlo Cattaneo. La contrada di Santa Maria della Fratta si estendeva agli isolati tra Via Carlo Cattaneo e il corso.

L'itinerario ha inizio da piazzetta Scalette Rubiani. Essa fu notevolmente allargata nel dopoguerra in seguito all'arretramento di casa Onestinghel sull'angolo con Via Mazzini . Il composito toponimo ricorda la famiglia che nel Seicento possedeva il grande edificio tardo-rinascimentale già dei Campagna e poi dei Crotto, oggi sede della Società Letteraria, affacciato sulla Bra’. Esso tramanda, inoltre, la particolarità dell'accesso alla casa tramite un marciapiede sopraelevato rispetto al piano stradale e ad esso raccordato da due scalette laterali. Tale struttura fu eliminata nel 1822 a seguito del livellamento della piazzetta in armonia con quello coevo della Bra’. Il portale dell'edificio fu allungato, come rivelano le parti inferiori degli stipiti. A diritta si stacca Via Alberto Mario, parallela al primo tratto di via Mazzini, nella quale s'innesta all'altezza "delle Campane". Essa non presenta particolari storico-artistici di rilievo: non a caso la vecchia toponomastica la indicava semplicemente come "Dietro Via Nuova". Nel 1907 la prima Amministrazione socialista di Verona decise di in titolare Via Nuova a Giuseppe Mazzini e anche l'attigua strada "Dietro" dovette assumere un nome diverso; fu scelto quello del garibaldino polesano Alberto Mario (1825-1883), ardente mazziniano partecipe della spedizione di Sapri del 1857. La carreggiata prosegue formando un angolo retto nella via dedicata alla memoria del generale Antonio Cantore (1860-1915), che, dopo avere comandato la III Brigata Alpina di stanza a Verona, morì valorosa- mente sulle Tofane guadagnandosi la medaglia d'oro al valor militare. Il nome antico della via era Scimmie, dall'insegna di un’osteria. La strada corre a ridosso delle mura romane di Gallieno, entro le quali è aperta una "pustierla" che mette in comunicazione con corte Farina e con l'allineamento stradale galleria - Via Pellicciai, che ricalca il tracciato del decumano destrato primo della città romana.

AI numero 6 di Via Cantore sorge casa Basilea, decorosa costruzione della fine del sec. XVII arricchita da un elegante portale con balconata soprastante; la facciata fu terminata soltanto nel 1845.

Sulla sinistra la via è brevemente interrotta dallo stretto vicolo Rensi, che la collega con via Oberdan. Il nome del vicolo, certamente antico, deriva probabilmente da quello di una famiglia là residente nel Seicento.

AI numero 13 sorge Palazzo Lanfranchini, edificio gotico che nei davanzali delle finestre trilobate ripete lo stemma degli antichi proprietari. In questo palazzo il conte Cristoforo Lanfranchini aveva radunato una scelta pinacoteca.

Via Cantore procede fino all'edificio porticato d'angolo con Porta Borsari, mentre sulla sinistra fiancheggia la casa dei Giolfino che prospetta su Corso Cavour . Seguendo il perimetro della casa, si risale verso la Bra’ lungo Via Guglielmo Oberdan, lasciando sulla destra il fianco di Palazzo Carnesali, che si affaccia sul corso, e la costruzione che ospita il cinema "Astra".

Via Oberdan anticamente separava le contrade di Falsorgo e di Santa Maria della Fratta; la sua prima intitolazione ufficiale fu via Gran Czara, dall'insegna di una locanda rimasta in funzione oltre la metà dell'Ottocento nella casa corrispondente al civico numero 18; nel 1907 fu imposto il nome dell'irredentista triestino.

AI numero 11 sorge l'edificio più importante della via, Palazzo Giusti. Si tratta di un'imponente costruzione barocca, che, nonostante l'innegabile pesantezza, non difetta d’armonia. Degno di menzione è lo scalone di marmo, con elegante balaustra ornata da putti; nel pilastro d'invito, riccamente scolpito, compaiono le insegne araldiche e una scritta che esalta la Giustizia e la Pace, tema ribadito dalle decorazioni allegoriche del soffitto, "Giustizia e Pace che proteggono Cerere". Agli inizi del Settecento il conte Ercole Giusti raccolse in questa sua dimora una celebre quadreria. In un salone del piano nobile, sul finire dell'Ottocento, fu ricavato il Teatro Aporti, dove si rappresentarono con successo anche alcune opere liriche. Il palazzo è in angolo con vicolo Dietro Santi Apostoli, in capo al quale si gode un'ottima visuale dell'abside della chiesa e dell’emergente cuba del "martyrium", oggi semi-interrato, delle Sante martiri Teuteria e Tosca.

Sulla sinistra di Via Oberdan, al numero 12, sorge un edificio d'impianto tardo-quattrocentesco con due portali ad arco ogivale allentato e finestre centinate. Segue, in angolo con vicolo Rensi, la classicheggiante casa Poggi (numero 10).

AI civico numero 9 s’incontra il neoclassico Palazzo Cipolla d'Arco: la facciata, scandita da lesene ioniche, e decorata con teste di divinità mitologiche nelle serraglie dei quattro portali e dal fregio sotto gronda, dove si ripete, alternato a fogliami, lo stemma dei primi proprietari.

In corrispondenza con i numeri civici 7, 5 e 3 sorge un complesso architettonico, reso omogeneo in facciata, ma in realtà formato da tre distinte case della famiglia Perez. L'edificio segnato con il numero 3 conserva un bellissimo portale rinascimentale ad arco abbassato con gli stipiti decorati a candelabre; in una sala terrena esiste un soffitto cinquecentesco con travi e metope dipinte a tempera.

L'interno del complesso dei Perez è interessante sotto il profilo storico-urbanistico. Infatti, in fondo al lungo atrio dell'edificio al numero 3, attraverso un cancello, si passa sulla destra in uno stretto cortile che corrisponde con l'ingresso segnato dal numero 5. Cortile e ingresso ricalcano un originario vicoletto cieco, in fondo al quale si trovava un pozzo pubblico; esso fu chiuso nell'anno 1900 per ragioni igieniche, quando era ormai diventato d'uso privato. A fianco di questo cortile, in corrispondenza con l'edificio indicato dal numero 7, si apre un altro corti letto quadrato, al cui centro è stato collocato l'elegante puteale in marmo, rimasto in attività fino all'anno 1900 in un angolo del cortile.

AI civico numero 4 vi è casa Cossali-Goldschmiedt, un edificio del tardo-Cinquecento profondamente trasformato nel tempo; caratteristica è l'imponente altana trasformata in abitazione; alle finestre si notano curiose serraglie con teste bovine. La decorazione pittorica sotto gronda, con busti di imperatori romani entro conchiglie, è attribuita a Marco Del Moro.

Da piazzetta Scalette Rubiani l'itinerario prosegue lungo Via Carlo Cattaneo, che procede parallela a Corso Cavour, al quale la collegano numerosi gradienti, fino a incrociare via Roma. Questa strada venne formandosi tra Medio Evo e Rinascimento a seguito dell'espansione dell'abitato di Verona verso Mezzogiorno. Nel 1822 la via fu intitolata "Colomba" a ricordo della chiesa di San Donato alla Colomba che vi sorgeva, soppressa nel 1806. Nel 1909 il nome fu mutato alla memoria dell'insigne economista e patriota. Il vecchio toponimo sopravvisse solamente per vicolo cieco Colomba, che negli anni ‘70 fu aperto verso Via Dietro Listone mediante una piccola galleria.

Tra gli edifici della via che meritano menzione va segnalato al civico numero 4 il palazzetto in stile gotico, con i davanzali delle finestre stemmati, di proprietà Da Lisca.

Segue, al numero 6, Palazzo Scalfo, poi Da Lisca. Sulla strada prospetta un muro quattrocentesco con merlatura veneziana, nel quale si apre un bel portale del primo Rinascimento scolpito con trofei d'armi. All'altezza del primo piano si apre un'elegante bifora accompagnata da alcune finestre e da un balconcino all'estremità sinistra. Il cortile oltre il muro esterno è percorso su tre lati da un poggiolo. La facciata interna dell'edificio fu modificata sensibilmente nel 1838 dall'ing. Francesco Guglielmi; che, pur conservandovi gli elementi gotico-veneziani, conferì ad essa un’artificiosa simmetria.

Purtroppo poco rimane degli affreschi che in origine campivano la facciata; la quadrifora in stile gotico-veneziano, crollata in seguito ai bombardamenti, fu ricostruita nell'immediato dopoguerra dall'allora Soprintendenza ai monumenti.

Al numero 8 sorge l'edificio costruito nel 1506 su una preesistente casa Palazzoli dall'umanista Virgilio Zavarise: lo assicura l'iscrizione che corre sull'arco del portale d'ingresso. Il portale è molto simile a quello del palazzo precedente, tanto da fare pensare ad una medesima mano. La facciata, scandita da finestre centinate al centro e ogivali trilobate ai lati, conserva le linee originali con la sola eccezione d’alcune aperture praticate in corrispondenza del piano terreno e del balcone aggiunto sul lato verso Via Fratta. Molto bello è il cortiletto interno, dove si trova anche un puteale di marmo.

Il lato opposto della via, sul quale prospettano le fronti posteriori d’alcuni edifici affacciati sul "Liston", non riveste particolare interesse.

Il breve vicolo Listone immette nella Bra’. Il vecchio toponimo, che compare per la prima volta in una sorta di stradario del 1822, era vicolo Torcolo, dall'insegna di un'antica locanda, la cui esistenza è documentata in un elenco d’osterie campionate di Verona del 1755.

Sul versante opposto della strada si stacca Via Fratta, dove, al numero 2, si trova il rinascimentale Palazzo Alcenago, ora sede dell'Istituto Giacomelli. Più avanti lungo la via, al numero 12, merita una citazione casa Pasini, che presenta una decorazione a leggero bugnato nel registro inferiore della facciata e i consueti mascheroni nelle serraglie dei due portali. AI numero 14 con una certa difficoltà si può identificare la sagoma dell'antica chiesa di Santa Maria della Fratta.

In angolo con vicolo Disciplina, l'albergo "Colomba d'oro" ricorda con il suo nome che nel sito sorgeva la chiesa parrocchiale di San Donato alla Colomba. Il titolo originario della chiesa pare essere stato quello dei Santi Donato e Colomba, poiché l'immagine della santa era dipinta a lato dell'altare maggiore; nel 1406, in occasione di un restauro della chiesa, fu aggiunto anche il titolo di S. Ambrogio. L'ultimo restauro noto risale al 1747. Soppressa, come altre, nel 1806, la chiesa fu demaniata e quindi venduta. Nel 1837 il proprietario, Corrado Epple, la demolì e al suo posto costruì, su progetto di Francesco Guglielmi, l'albergo. All'inizio di vicolo Chiodo (numero 2) sorge l’elegante palazzetto Da Sacco ; al primo piano si aprono una bifora centrale e finestre centinate ai lati; in facciata si leggono tracce di una costruzione romanica. Nel cortile vi è un porticato, parzialmente chiuso, con mascheroni nelle serraglie degli archi; sulla destra si trova una bella vera da pozzo con testa di leone per reggere la carrucola.

Tra vicolo Chiodo e il successivo vicolo Pomodoro, al numero 20, sorge Palazzo Fregoso, poi Cossali. Si tratta di un edificio d’impianto cinquecentesco più volte rimaneggiato. L'attuale aspetto dipende dal rimaneggiamento eseguito nel 1841 dall'architetto Francesco Ronzani. Un recente restauro ha posto in luce alcuni lacerti della decorazione pittorica originaria della facciata, particolarmente interessante dal lato di vicolo Pomodoro. La decorazione di alcune sale e l'atrio sono del Cinquecento. In questo palazzo i fratelli Giovanni e Bonifacio Fregoso raccolsero un'importante collezione di libri, nel 1862 donata alla Biblioteca Civica .

Nell'ultimo tratto Via Cattaneo si restringe e non presenta vestigia degne di menzione, tranne l'ultimo edificio, al numero 26, già dei Trezza di Musella, poi Acquarone. Si tratta di un palazzo di linee rinascimentali, con vasto cortile interno, progettato nel 1828 dall'architetto Francesco Ronzani.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1993

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