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Teatri minori del 700 e dell'800

Verona / Italia
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Melodrammi, sacre rappresentazioni, concerti da camera, azioni drammatiche furono i generi d’intrattenimento che godettero durante tutto il Settecento del favore incondizionato del pubblico; un successo che, almeno per i melodrammi e le rappresentazioni drammatiche, si dilatò anche nel secolo seguente, coinvolgendo strati sempre più vasti di popolazione, tanto che i teatri fiorirono un po' dovunque nella città durante quei due secoli.

Non vogliamo in questa occasione parlare dei più noti, quali il Teatro Filarmonico, e, per l'Ottocento, il Teatro Nuovo e quindi il Ristori, ma, al contrario, porre l'attenzione su una serie di teatri e teatrini minori per importanza e soprattutto per continuità di funzionamento che insieme contribuirono a tenere desto l'interesse culturale in Verona anche durante i peggiori frangenti politici e militari.

LE SACRE RAPPRESENTAZIONI

Tra le sacre rappresentazioni merita un cenno di ricordo quella legata al trasporto in solenne processione della statua della Madonna di Loreto dalla chiesa di Santa Maria della Giara (oggi vicolo Ghiaia) alla Chiesa di San Nicolò. Squadre d’artigiani avevano lavorato per oltre due mesi per trasformare gli interni in forme teatralmente scenografiche: colonne, palchi, logge, addobbi di damaschi, angeli in stucco, il tutto illuminato da un numero incredibile di torce e di candele. Le cerimonie durarono dal 3 al 7 novembre 1709.

L’apparato consisteva in un grandioso palco poggiante su una gradinata, e in due logge che correvano lungo le pareti laterali della Chiesa di San Nicolò; nel palco di destra, sopra un trono, sedeva il vescovo Barbarigo circondato dal Capitolo della Cattedrale; a sinistra sedeva il Capitanio Pietro Duodo in rappresentanza del Doge, assieme al pretore urbano, ai Provveditori della città, ai nobili componenti il Consiglio dei Dodici e dei Cinquanta e ai componenti dell'Accademia Filarmonica.

D’altre sacre rappresentazioni di minore solennità e più modesti apparati si hanno notizie per l’ex-chiesa di Santa Cecilia (soppressa nel 1810), per Santa Maria della Ghiaia, per il Seminario e per l’Oratorio dei Padri Filippini. Varie rappresentazioni sacre furono date nella seconda metà del Settecento nel Teatro del Collegio dei Nobili retto dai Padri Somaschi in San Zeno in Monte.

I TEATRINI DEI CONTI MARIONI

Passando all'arte drammatica, va ricordato come il conte Marco Marioni fece costruire un bel teatro nel suo palazzo sullo stradone di Porta Nuova (oggi civico numero 31) e un altro per la stagione autunnale nella sua villa al Chievo (divenuta poi Pullè). In quei teatri si dava convegno una schiera di dilettanti filodrammatici, naturalmente tutti espressione della nobiltà cittadina: loro istruttore era Alessandro Carli, lo storico. Tra i cultori della recitazione drammatica vanno ricordati Silvia Curtoni Verza, Camilla Marioni Strozzi, Clementina Corsini Marioni, Marianna Malaspina, Teresa Pellegrini, Giovanni e Ippolito Pindemonte e lo stesso Marco Marioni.

TEATRI POPOLARI

Anche il popolo aveva i suoi teatri. Per la commedia c'era il teatrino costruito nella platea dell’Arena, che funzionava solo di giorno. Per le rappresentazioni liriche e d'inverno c'era il Teatro dei Temperati o "di Palazzo", che esisteva già sul finire del Seicento. Esso era stato ricavato in un salone di metri 23x17 del Palazzo del Capitanio (poi del Tribunale), salone non più esistente perché frazionato in varie stanze: contava ben cento otto palchetti. Il teatro fu chiuso nel 1715, ma non distrutto. Infatti, fu riaperto nel 1749 dopo l'incendio che rovinò il Filarmonico.

Nel 1749 fu creato un nuovo teatro in fondo a Via Leoncino, dove già esisteva la Cavallerizza (oggi sede Telecom): fu chiamato "Nuovo Teatro dietro la Rena". E' probabile che con il 1754, anno di riapertura del Filarmonico, quel teatro abbia cessato di funzionare.

Altro teatro fu ricavato prima del 1739 all'interno del complesso già occupato come sede dell’Accademia dei Filotimi, tra via Scala e via Mazzini. Tale Daniele Spada aveva rilevato la parte di fabbricato corrispondente all'edificio oggi occupato dal cinema Marconi e lo aveva trasformato in un unico locale con due ordini di logge di 17 palchetti ciascuna e 4 palchetti di proscenio.

Il teatro, detto dell’Accademia vecchia, continuò a funzionare fino al 1845, quando il proprietario intuì l'inevitabile declino dovuto alla costruzione del Teatro Ristori, aperto nel 1844, e al Teatro Nuovo che andava costruendosi. La struttura non fu smantellata, ma convertita in teatro delle marionette, che conobbe nuovi successi fino al 1873, anno in cui il teatro fu definitivamente chiuso e trasformato in un paradiso dei giocattoli, il "Grande Emporio Broglia", che dopo decenni di splendore fu riconvertito in sala per pubblico spettacolo: il cinema Edison.

IL TEATRO DEL TERRITORIO

Il 18 dicembre 1797, a poche settimane dalla caduta della Repubblica di Venezia e dal conseguente passaggio di Verona sotto la giurisdizione dei Francesi, i cittadini Giacomo Dionisi e Giuseppe Leonardi chiesero al Governo centrale Veronese-Colognese- Legnaghese, che in quel periodo amministrava la città e il suo territorio, di potere usufruire della sala del Territorio per organizzarvi recite e rappresentazioni teatrali.

La sala si apriva all'interno di un edificio, detto del Territorio perché durante la dominazione veneziana vi aveva avuto sede l'Amministrazione del Territorio di Verona (una sorta d’odierna Amministrazione Provinciale), che sorgeva tra piazza Navona (oggi Francesco Viviani) e i giardini di piazza Indipendenza, in cui ebbero sede fino al 1931 i vecchi uffici delle Poste e Telegrafi, prima di essere trasferiti nel nuovo palazzo costruito entro quell'anno su progetto dell'architetto Ettore Fagiuoli.

Su tale Teatro non si hanno molte notizie: presso la civica Biblioteca è conservato un libretto d'opera intitolato La Griselda ossia la virtù al cimento, melodramma da rappresentarsi al teatro dell'ex Territorio con musica originale del cittadino Fernando Paër. Nel 1798 il Teatro del Territorio ospitò le rappresentazioni di Teresa vedova di Vittorio Trento e gli anonimi Giulio assassino e L'avvenimento notturno. Per il carnevale 1798-1799 il Teatro poté contare su ben quattrocentoquattro abbonamenti, che salirono fino ai quattrocentoventuno nel successivo 1799-1800.

Mentre la prima autorizzazione del 1797 prevedeva rappresentazioni gratuite, passata Verona sotto la giurisdizione austriaca, la società del Teatro del Territorio fu autorizzata a far pagare l'ingresso agli spettatori, autorizzazione che fu mantenuta anche dai Francesi quando il 3 gennaio 1801 rientrarono in Verona. Essi posero peraltro la condizione "che ad ogni otto recite almeno sia data una rappresentazione Repubblicana, che faccia amare la causa e i principi della libertà e detestare il dispotismo e combatta i pregiudizi aristocratici".

Il Teatro del Territorio rimase attivo per la stagione 1800-1801: l'illuminazione era assicurata da candele di sego e da lucignoli ad olio (ottantotto per il solo palcoscenico), per mitigare la puzza dei quali ogni sera si spendeva mezza lira per l'acquisto d’incenso da bruciare durante le rappresentazioni. Nel settembre 1801 la società si sciolse, ma subito fu sostituita da altra che gestì il Teatro del Territorio fino al 1806, quando il Governo ordinò il disfacimento del Teatro per porvi la sede del Tribunale civile di Verona.

I TEATRI MORANDO

Nel 1805 la vecchia chiesetta di San Tommaso Apostolo, volgarmente detta San Tomìo, in via Nuova (oggi Giuseppe Mazzini) fu soppressa come parrocchia e divenne sussidiaria della chiesa di San Nicolò; nel 1808 fu adibita a semplice oratorio finché nel 1810 venne chiusa e confiscata dal demanio.

Il conte Francesco Morando, disponendo di notevole peculio, acquistò in quegli anni parecchie chiese demaniate: l'abbazia di San Zeno, la chiesa di San Micheletto alla Porta allora in via Armando Diaz, quella delle Maddalene in Campofiore, quella di San Giovanni alla Beverara e anche San Tomìo. Mentre perlopiù esse furono trasformate in magazzini e abitazioni, quella di San Tomìo venne trasformata in teatro su progetto dell'architetto Luigi Trezza; il pittore Jacopo Tumicelli ne dipinse il soffitto. Il nuovo teatro, che dal suo fondatore venne chiamato "Morando", fu inaugurato il 16 marzo 1814: esso contava trentadue palchetti ed era d’aspetto molto elegante. Nel 1816 si costituì la società "Fonascodramma", cioè amante dei drammi in musica, per iniziativa della quale si rappresentarono al Morando opere di Pacini, Rossini, Donizetti, Morlacchi, Guglielmi, interpretate da artisti in quel tempo molto rinomati.

Il 26 marzo 1816 fece la sua apparizione al Teatro Morando Maria Luisa, ex-imperatrice dei Francesi e figlia dell'imperatore d'Austria Francesco l, che fu accolta da applausi deliranti perché in lei i Veronesi vedevano soprattutto la madre del Re di Roma, l'infelice figlio di Napoleone Bonaparte, prematuramente morto.

Una delle ultime opere rappresentate al "Morando" fu Il Furioso nell'isola di Santo Domingo del Donizetti.

Nel 1836 si diffuse in Verona il colera. Il vescovo Giuseppe Grasser, a scopo propiziatorio, lanciò una campagna di rivendicazione al culto della chiesa di San Tomìo. Il proprietario richiese al vescovo la somma di sessantamila lire austriache, cui doveva aggiungersi il costo del riscatto dei palchetti, ventotto dei quali erano acquistati da privati cittadini. Per la raccolta della somma, il vescovo nominò una commissione composta dai nobili Canossa, Miniscalchi, Campostrini, Sparavieri e Cavazzocca, che in pochi mesi riuscì a radunare il denaro occorrente. I lavori di ripristino della chiesa I ebbero inizio nell'agosto 1837 e il 23 giugno 1842 il nuovo vescovo di Verona succeduto al Grasser, Aurelio Mutti, la aprì solennemente al culto.

Nel 1840 il conte Francesco Morando de' Rizzoni costruì un nuovo teatro all'interno della propria abitazione al civico numero 23 delle Rigaste San Zeno; sulle prime sorsero alcuni problemi relativi alla concessione di permesso d’agibilità in ordine alla sicurezza e alla mancanza di distinzione dei posti. Eseguite le modifiche richieste, il nuovo teatro Morando venne inaugurato il 17 gennaio 1841.

Esso fu chiamato "Teatro Morando alla Beverara", dall'antico toponimo derivato lungo quel tratto di riva dell' Adige dalla presenza di varie ruote idrovore che assicuravano la possibilità di "abbeverare" gli orti che si aprivano alle spalle delle Rigaste fino a San Bernardino.

Il teatro ebbe vita abbastanza lunga e fu usato quasi esclusivamente per l'esibizione di compagnie dilettanti. Una decina d'anni dopo la sua apertura, esso fu ingrandito, tanto che nel 1851 il proprietario fu autorizzato a portare a cinquecento il numero dei biglietti d'ingresso vendibili.

IL TEATRO DIURNO IN CITTADELLA

Il 28 aprile 1836 il podestà Beretta espose ai consiglieri della I.R. Congregazione Municipale di Verona un progetto per la demolizione del teatro che ingombrava la platea dell'Arena, in vista della ormai prossima scadenza del contratto d’appalto concesso alla famiglia dei conti Giusti fino al 1837.

In sostituzione di quel teatro diurno, si proponeva la costruzione di un nuovo teatro con identica funzione o in piazza Navona (oggi Francesco Viviani) o al termine di Via Leoncino, dov'era stata per decenni la Cavallerizza e già nel Settecento il "Nuovo Teatro dietro la Rena" (oggi sede della Telecom); in alternativa, si poteva pensare a piazza Cittadella, a ridosso del fabbricato che era stato eretto nel 1833 per gli esercizi d’equitazione.

Fu scelto quest'ultimo luogo e l'architetto municipale Giuseppe Barbieri (1777-1838) elaborò il progetto di costruzione. La vicenda conobbe tempi lunghi, perché l’otto agosto 1838 il "Foglio di Verona" pubblicò a firma del nuovo podestà Giovanni Girolamo Orti Manara un "secondo" avviso d'asta "...per deliberare al miglior offerente la costruzione di un Teatro provvisorio in Piazza Cittadella in sostituzione di quello esistente nell'Arena per comiche diurne rappresentazioni...".

Soltanto nel maggio 1839 si accordò a tale Pietro Venier il permesso di erigere un teatro diurno in legno. Nel marzo 1841 il Venier risulta associato a Gaetano Nardelli e con l'aprile successivo si ha notizia di un primo spettacolo al "Cittadella" con un corso di rappresentazioni acrobatiche.

Nel maggio 1842 si accorda alla Compagnia di Alberto Tessari di dare rappresentazioni anche serali "...purché non si ometta la debita cautela del tendone alzato sopra l'area plateale per impedire la caduta della notturna brina e ritenuto l'obbligo di corrispondere per ogni sera di rappresentazione una lira austriaca alla beneficenza".

Il "Teatro Cittadella" funzionò fino a tutto il 1846. Esso tuttavia recava troppa concorrenza al Teatro Sardi (poi Ristori), al cui proprietario si era associato l'imprenditore Gaetano Zagolini, che gestiva anche il Teatro Nuovo.

Nella primavera del 1847 lo Zagolini offrì ai soci Venier e Nardelli la somma di nove doppie di Genova in cambio della chiusura per quell'anno del "Cittadella". Di fatto, il teatro rimase inattivo per parecchi anni finché fu demolito. Il 29 dicembre 1860 il Consiglio Comunale deliberò la cessione di uno spazio in Piazza Cittadella per la costruzione di un nuovo teatro diurno; vinse la gara il signor Luigi Castellani, che nel 1861 aveva già eretto la struttura. Scaduta la licenza comunale di sette anni, seguì un periodo di inattività. La costruzione fu poi utilizzata come palestra ginnica finché nel 1880 e fino al 1892 ritornò a funzionare come teatro. Vi agirono compagnie filodrammatiche, di varietà e di operette.

Il livello degli spettacoli doveva essere abbastanza elevato, dato che parecchie compagnie si esibivano di giorno al "Cittadella" e di sera passavano o al Teatro Nuovo o al Ristori.

L’ANFITEATRO AL PALLONE

Nella primavera 1860 l'imprenditore Carlo Fiorese ottenne il permesso di costruire un teatro diurno in legno a ridosso della mura comunali-viscontee nel tratto tra ponte Rofiolo e l'Adige, dove usualmente si giocava al Pallone (da cui il toponimo tuttora vigente). Il 15 luglio si tenne la solenne inaugurazione, cui prese parte l'intera Banda civica; nell'occasione si recitò sia di giorno sia di sera "...venendo a tale uopo, nella recita notturna, illuminato lo stradone dal Ponte di Cittadella fino all'ingresso del Teatro ... definitivamente completato il Palco Scenico, gallerie, Palchi ed abbellimenti relativi...". In quella estate del 1860 la Compagnia drammatica di Parisio Paglia rappresentò nel nuovo teatro al Pallone ben cinquantasette drammi. Protestarono i giocatori di pallone, che lì avevano da circa un secolo il loro sferisterio.

L'abbandono forzato durante la stagione invernale fu fatale al teatro: il 25 febbraio 1861 l'Ingegnere d'ufficio, praticato un sopralluogo, le riconobbe che "... nella scorsa notte per opera del vento il Teatro (era stato) quasi interamente rovesciato non essendo rimasti illesi che due tratti di galleria di fronte alle mura verso il ponte “Rei Figli" (Rofiolo). Così si concluse la brevissima esistenza dell’"Anfiteatro al Pallone", come era chiamato.

IL TEATRO MONDINI A Porta Nuova

Teatrini dall'esistenza effimera sorsero in vari punti della città durante tutto l'Ottocento. Un esempio è quello costruito da Giuseppe Bartolini in casa Manzatti in via Scalzi numero 27; altro esempio è quello di Edoardo Brunelli, che nel 1844 costruì un teatrino al numero civico 2 di corso Sant'Anastasia; e nel 1862 un teatrino fu ricavato anche in casa Guarienti ai Filippini.

Anche la Comunità Israelitica aveva costruito nel 1843 un teatrino nel piano superiore della casa numero 800 della contrada Ghetto, dove si esibivano dilettanti della Società dei Terpofili, in seguito sciolta per ordine della polizia austriaca.

Un altro teatrino funzionò nel Ghetto di Verona negli anni 1850 e 1851 in una sala di casa Verlengo al numero civico 777. Queste case non sono neppure più identificabili a causa della distruzione del Ghetto di Verona ordinata negli anni 1935-36.

Nel cortile della birreria Bauer, dove ora sorge la sede della Camera di Commercio in fondo al Corso di Porta Nuova, certo Alessandro Mondini aveva organizzato qualche spettacolo di varietà nel 1863. Il successo ottenuto lo indusse a costruire un teatro in legno all'aperto, nonostante le proteste dello Zagolini e del Castellani che vi vedevano un nuovo concorrente dei loro teatri, rispettivamente il Ristori e il Cittadella.

Il 31 maggio 1864 il Teatro Mondini a Porta Nuova fu dichiarato agibile e vi si tennero sicuramente le rappresentazioni di due opere liriche: il "Barbiere di Siviglia" di Rossini e l’"Elisir d'amore" di Donizetti. Si ignora fino a quando il teatro Mondini rimase in funzione.

Altro teatrino che funzionava già sul volgere del Settecento era quello di San Bovo, che esisteva ancora nel 1866. Esso era stato ricavato all'interno della ex-chiesa di San Bovo, che si apriva su corso Cavour.

IL TEATRO APORTI

Subito dopo l'epidemia di colera del 1836, si aprì nella parrocchia di San Zeno un asilo per circa duecento bambini rimasti orfani dei genitori. Dopo il 1866 l’asilo fu trasferito nell'ex-convento dei Domenicani a Sant'Anastasia, dove il numero dei bambini si accrebbe fino a seicento. Dopo la costruzione dei muraglioni l'asilo fu trasferito nuovamente nell'edificio che era stato costruito in piazza Broilo sul posto dove era il palazzo Castellani.

L'asilo era sovvenzionato dalla carità pubblica e dal ricavo di spettacoli di beneficenza. AI fine di evitare la discontinuità degli introiti, si pensò di allestire un teatrino stabile nel salone di un palazzo di via Gran Czara (oggi Guglielmo Oberdan), che fu chiamato Teatro Aporti, come l'asilo, dal nome del sacerdote che nel 1832 per primo aveva fondato in Cremona uno di tali asili. Il teatro Aporti fu molto frequentato e apprezzato dal pubblico che vi affluiva numeroso. Esso rimase in funzione fino all'ultimo decennio dell'Ottocento.

IL TEATRO LEO DI CASTELNUOVO

In un salone di Palazzo Bevilacqua su corso Cavour era stato ricavato, sul finire dell'Ottocento, un Teatrino intitolato a Leo di Castelnuovo (pseudonimo letterario del conte Leopoldo Pullé, per diletto autore drammatico, oltre che uomo politico e prima ancora militare di carriera).

Vi agiva di massima una compagnia di dilettanti.

Il sanmicheliano Palazzo Bevilacqua, che per volontà del suo primo proprietario, il conte Mario, era stato dotato nel Cinquecento di un ridotto per musica, aveva già svolto nel corso del secolo XIX funzioni di piccolo teatro.

Dal 1837 al 1850 vi ebbe, infatti, sede la Società dei Terpandri, che prima si radunava in palazzo Maffei di Piazza Erbe, che organizzava intrattenimenti vocali e strumentali. Inoltre esso ospitò la Società degli Anfioni-Filocorei, che davano le loro serate musicali sotto la direzione di Domenico Foroni: nel 1848 il palazzo fu chiuso per ordine della polizia austriaca perché alle riunioni che in esso si tenevano di proposito non veniva mai invitata l’ufficialità austriaca.

Un teatrino di dilettanti esisteva ai primi del Novecento in vicolo Barchetta.

Altro teatro, chiamato Apollo, fu ricavato all'interno di uno stabile di via Sant'Antonio presso Pradavàl: non ebbe fortuna e raramente veniva aperto per qualche rappresentazione filodrammatica. La sede fu trasformata nell'ultimo dopoguerra in sala cinematografica.

IN Veronetta

Durante l'occupazione austriaca della riva sinistra dell'Adige, la città - com'è noto - fu divisa in due dal corso dell'Adige: "Veronetta" in mano austriaca e Verona in mano francese. Si ha notizia del funzionamento di un teatro in quegli anni (1801-1805), ma di esso si ignorano sia il nome sia l’ubicazione.

Sul volgere dell'Ottocento, invece, un teatro in Veronetta fu costruito da certo Giovanni Bolgia in Piazza Isolo verso la Chiesa di Santa Maria in Organo. Fu soprannominato popolarmente "Teatro miòIa", perché i frequentatori erano soliti sgranocchiare i semi di zucca (in dialetto, appunto, "miòIe") abbrustoliti. Detto anche Teatro "recia" con altro termine dialettale (orecchio) per sottolineare l'assoluta mancanza di tenuta acustica, il nome ufficiale del Teatro era Manzoni: vi si davano spettacoli drammatici e talvolta lirici. In occasione di qualche spettacolo particolare venne addirittura organizzato un servizio pubblico di trasporto del pubblico dalla Bra’ a Piazza Isolo per facilitare l'accesso al Teatro.
Altro teatrino molto frequentato il sabato sera e la domenica nei primi anni del Novecento, era il Goldoni, allestito nella ex-chiesa del Redentore, detta poi anche casa Spitz dal nome del proprietario. Gestito da una compagnia di dilettanti, d'estate il Teatro Goldoni cambiava sede in un teatrino all'aperto costruito in un vasto cortile di lungadige Porta Vittoria (dove fino a poco tempo fa aveva sede la Questura) chiamato "Teatro Arte e Diletto".

Agli inizi del Novecento si era pensato alla costruzione in Veronetta di un autentico teatro in muratura su disegno di Guido Valtellina. Doveva sorgere in Piazza Fra’ Giovanni, meglio nota come “Giarina”: se ne gettarono le fondazioni e i muri avevano raggiunto il metro d'altezza. Il cantiere fu sospeso e l'iniziata costruzione venne spianata al livello della strada.

TEATRO DEI BURATTINI

Largo consenso trovarono, specialmente nell'Ottocento, i teatri dei burattini e delle marionette. Vi erano burattinai ambulanti con la loro baracca a castello coperta da tende con un'apertura anteriore dove facevano capolino i burattini.

Verso sera in Piazza Erbe a ridosso della colonna di San Marco prendeva posto il burattinaio Giovanni Vallotto, che di giorno agiva nei pressi di via Nuova o davanti al teatro Filarmonico. Nel 1843 egli recitava in un locale sito al civico numero 3 di vicolo Rensi.

Teatrini di burattini e di marionette si trovavano in tutti gli oratori parrocchiali: il più famoso era quello di San Tommaso, situato in un corridoio attiguo alla ex-chiesa di Santa Maria Rocca Maggiore.

Teatri di burattini si trovavano anche presso famiglie private: in casa dei conti Ravignani in via Ponte Pietra aveva fama, verso la metà del secolo, il "Teatro Girolamo", che era stato allestito in un ampio salone.

Il genere marionettistico godeva ampio successo di pubblico: Gaetano Salvi (1820-1884), figlio d'arte, era riuscito a costruirsi un teatro portatile, chiamato "Teatro delle varietà e delle marionette", diviso in più ordini di posti: palchetti, loggia, sedie riservate, platea. Il teatro veniva eretto in piazza Cittadella quando non funzionava il teatro diurno Castellani, nel periodo del carnevale e fino alla primavera. Scenari fantastici, vestiario sfarzoso, una buona orchestrina di ottoni, il repertorio vastissimo ne garantirono un lungo successo.

Un teatrino Salvi si ricorda anche in una casa di vicolo Dietro Santi Apostoli di fronte all'abside della chiesetta intitolata alle Sante Teuteria e Tosca.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1999 e numero 1 anno 2000

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