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Martedì 27 Settembre 2016, San Vincenzo de' Paoli
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Stradone Porta Palio

Verona / Italia
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Lo stradone Porta Palio procede dall'omonima Porta sanmicheliana fino all'incrocio con vicolo San Silvestro e con largo Don Bosco, dove il rettifilo prosegue con il nome di Corso Castelvecchio, nel tratto corrispondente alla fronte del maniero scaligero.

Lo stradone ricalca sostanzialmente il tracciato della romana Via Postumia, che arrivava a Verona da Villafranca, resti della quale sono stati accertati appena fuori la Porta Palio nella primavera del 1990 in asse con il tracciato stradale moderno.

Il toponimo dello stradone richiama l'esistenza in città di un palio medievale, del resto esplicitamente ricordato da Dante nella Divina Commedia (Inferno, XV, 121-124). Il palio veronese era stato sancito dallo Statuto Albertino (Alberto l della Scala); consisteva in alcune gare di corsa e il premio per i vincitori era un drappo verde. Il palio si celebrava in origine nella prima domenica di Quaresima; nel 1434, per suggerimento di San Bernardino da Siena, la data fu spostata al giovedì "grasso" e quindi all'ultima domenica di Carnevale.

Il percorso del palio veronese si snodava da Porta Santa Croce (nei pressi dell'odierna Porta Nuova), lungo le attuali vie del Fante e del Pontiere, attraverso Porta Rofiolana (aperta nelle mura comunali), passava dal Pallone a San Fermo, dov'era la mèta. Probabilmente nella medesima epoca in cui fu mutato il calendario del palio, fu variato anche il percorso, spostato lungo il rettifilo tra Porta Palio e la chiesa di Sant'Anastasia . Il palio comprendeva una corsa con i cavalli, che muoveva da fuori la Porta, una corsa con gli asini, che partiva davanti alla chiesetta (oggi sconsacrata) di Santa Lucia e, infine, una corsa a piedi con partenza davanti il Castelvecchio per gli uomini e da piazzetta S.S. Apostoli per le donne. Per tutti i concorrenti, la mèta era fine Corso Sant'Anastasia. La gara riservata alle donne cessò per mancanza di concorrenti nel 1637; essa fu sostituita con una corsa di cavalle.

Una scritta, graffita sotto il davanzale della quarta finestra terrena di Palazzo Carlotti all'inizio di Corso Cavour, ormai poco leggibile, recita: «a dì 2 m.o 1710 - il giorno del pallio - sono stato sargento - Jacometo di patulia - questo posto»: il 2 marzo 1710 cadeva, veramente, l'ultima domenica di carnevale.

Percorriamo lo stradone lasciandoci alle spalle il Castelvecchio e ricordando che, in prosecuzione del fossato che cinge Il castello, dall’età comunale in poi si staccava il rio dell’Adigetto che la strada varcava sul ponte detto del Morbio.

Sulla destra dello stradone, al n. 12, sorge un vecchio edificio nel cui atrio è murata una piccola lapide che ricorda il livello dell'inondazione dell'Adige del settembre 1742, Subito dopo si apre il Vicolo Pietrone, che collega lo stradone Porta Palio con quello intitolato ad Antonio Provolo; il vicolo assunse questo nome nel 1871, quando il Consiglio comunale di Verona deliberò - in omaggio all'unità della Patria - di italianizzare i vari nomi stradali espressi in dialetto: così l'originario toponimo preón, accrescitivo dialettale di préa (= pietra), derivato dall'insegna di un'antica osteria che sorgeva nel vicolo, fu trasformato nell'odierno Pietrone,

Un secondo vicolo, poco distante, Ognissanti, ricorda il titolo di una vasta parrocchia e della corrispondente contrada medioevale; della chiesetta romanica d’Ognissanti oggi sopravvive solamente un malconcio portale cinquecentesco in tufo inserito nell'edificio al n. 18 dello stradone; sull'architrave si legge a fatica la scritta Deo Max. et Caelitibus omnibus.

A brevissima distanza, in corrispondenza con l'attuale numero civico 20, si riconosce ancora la facciata dell'ex-chiesetta di Santa Caterina Vergine e Martire: tra le due chiesette sorgeva lo "spedale" della contrada. Sull'architrave del portale al n. 20 corre l'epigrafe Divae Catherinae - sacrum vicinia posuit (vicinia = confraternita): il lapicida non curò bene le dimensioni della scritta, tanto che, giunto alla fine dell'iscrizione, fu costretto per ragioni di spazio ad inscrivere la "S" di posuit all'interno della "O" che la precede!
In questa chiesetta si riunivano i confratelli delle Stimmate e di San Francesco; i quali, essendo accresciuti di numero, nel 1618 divisarono di costruire un nuovo oratorio, che fu intitolato alle Sacre Stimmate di San Francesco, ricavandolo da alcune case che essi avevano ereditato dalla nobile Caterina Cipolla in Cittadella all'inizio della salita che conduce alla SS. Trinità . Ultimato l'oratorio di Cittadella, nel 1624 (7 settembre) i confratelli lasciarono processionalmente la chiesa di Santa Caterina. Le due chiesette d’Ognissanti e di Santa Caterina furono requisite dal Demanio napoleonico il 15 novembre 1808; l’ex-parroco d’Ognissanti fu trasferito nella parrocchia di San Luca.

Sul lato opposto dello stradone si aprono due vicoli: il breve vicolo Circolo, che conduce in Via Adelaide Ristori, deriva il proprio nome da tale "Nicolaus Circhulis", di professione daciarius (gabelliere), che qui risiedeva nella seconda metà del Cinquecento e che possedeva varie case nella zona tanto da imporre il suo nome anche all'adiacente vicoletto cieco.

AI n. 6 di vicolo Circolo sorge un nobile edificio del sec. XVI con fregio affrescato nel sottogronda. Il successivo vicolo Valle, che conduce sempre in Via Adelaide Ristori, è un toponimo che allude alla morfologia del terreno, che realmente si avvalla da Piazza Pradavàl e lungo via Valverde fino a stradone Porta Palio.

AI n. 31 sorge l'imponente Palazzo Orti, l'edificio più notevole di questo tratto della via: fu costruito nel 1784 dall'architetto veronese Luigi Trezza (1733-1824), un neoclassico seguace del manierismo sanmicheliano. Il corpo centrale dell'edificio è bugnato nel registro inferiore: vi spiccano le quattro gigantesche cariatidi scolpite da Francesco Zoppi e da Angelo Sartori (seconda metà sec. XVIII). AI primo piano quattro semi-pilastri scanalati corinzi riquadrano il corpo centrale della fabbrica, lungo il quale corre una balconata a balaustra. Sopra le finestre del primo piano la facciata è animata da bassorilievi in tufo; il timpano termina con statue acroteriali. L'atrio del palazzo ha un soffitto di legno dipinto; lateralmente si aprono due portali bugnati con lo stemma degli Orti; oltre la recinzione si trova un portico, dove sono collocate le statue di Giove e di Marte (una lapide ricorda qui il livello della piena dell'Adige del 4 novembre 1757). L'edificio è interessante anche dal prospetto interno che guarda su un cortile recintato con una bella fontana in posizione centrale: il registro inferiore è ad archi bugnati scanditi da semi-pilastri ionici; il primo piano si apre con una loggia a tre fornici con balaustra totale.

Poco discosta da Palazzo Orti, si erge la costruzione barocca della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi a pianta centrale. La fabbrica è animata solamente dalla presenza di tre statue di Santa Teresa d'Avila, opere di Francesco Zoppi. L'interno ha pianta ottagonale: lo spazio è scandito dalla presenza di tre solenni altari barocchi; i due laterali sono notevoli per lo splendore dei marmi policromi impiegati; l'altare maggiore conserva anche una bella pala raffigurante l’Annunciazione con il Padre Eterno in gloria di Antonio Balestra (Verona, 1666-1740).

Annesso alla chiesa vi era il convento dei Carmelitani Scalzi, approdati a Verona nel 1663; ospitati dapprima nel convento dei Domenicani a Sant'Anastasia, i nuovi religiosi acquistarono poi alcune case alla Valverde e ottennero in dono dalla Città alcuni campi adiacenti; nel 1664 essi si trasferirono nel nuovo sito e due anni dopo intrapresero la costruzione della chiesa su progetto del frate Giuseppe Pozzi e del convento. Questo fu soppresso l’otto luglio 1806 e affittato dal Demanio a privati cittadini, mentre la chiesa rimase aperta al culto come sussidiaria della parrocchia di San Luca. L'ex-monastero fu in seguito adibito a carceri giudiziarie; nel 1883 vi furono trasferite anche le antiche carceri che si trovavano all'interno del torrione del palazzo del Tribunale di Piazza dei Signori . I bombardamenti aerei del 1945 devastarono il complesso.

Dopo la chiesa di S. Teresa d'Avila, lo stradone si allarga nella Via Carmelitani Scalzi (prima semplicemente via Scalzi), l'antica Valverde. Di fronte all'ex-carcere fu costruito nel 1954 un moderno edificio a destinazione militare collegato con il complesso della caserma Pianelli. L'area della caserma era anticamente occupata dal monastero di San Bartolomeo della Levata, fondato verso il 1224 da frati e monache degli Umiliati, che vi costruirono anche una chiesa intitolandola, appunto, a San Bartolomeo. Un frate di quel convento fu uno degli attentatori alla vita di San Carlo Borromeo, che voleva riformare l'ordine degli Umiliati. In seguito a tale congiura papa Pio V soppresse l'ordine nel 1571 e chiesa e convento di San Bartolomeo di Verona passarono al Tribunale dell'Inquisizione, che vi alloggiò i chierici seminaristi fino al 1579. Nel 1584 il monastero fu assegnato alle monache provenienti da San Faustino, a sinistra d'Adige nei pressi del Teatro Romano, che rinnovarono la chiesa. Il 25 giugno 1806 chiesa e convento furono soppressi e demaniati e quindi collegati con i complessi militari già in funzione tra Porta Palio e Santo Spirito.

Dall'angolo con la Via Carmelitani Scalzi lo stradone Porta Palio prosegue alberato su entrambi i lati.

Sulla destra si incontra vicolo Parigino, che, assieme all'omonimo e adiacente vicoletto cieco, deriva il nome dall'insegna di un'osteria che qui esisteva già nel 1704 con il titolo "al Paregin".

Il successivo vicolo San Bernardino, che collega gli stradoni Porta Palio e Antonio Provolo, si estende attraverso un'area che, con crescente sviluppo, a partire dalla fine dell’800, è divenuta quartiere residenziale. Così anche le successive vie Luigi Settembrini, che si immette in Via Quirico Filopanti, e Aurelio Saffi, che conduce in via Massimo d'Azeglio, attraversano zone ad alta densità abitativa formatesi soprattutto dopo il primo dopoguerra con caratteristiche di edilizia popolare.

Lungo questo versante dello stradone degno di nota è solamente l'edificio che sorge al n. 64, una vecchia casa con forte aggetto di gronda in legno sostenuto da modiglioni in pietra a proteggere un non meglio identificabile affresco che raffigura la "Madonna con il Bambino" (sec. XVIII).

Sul lato sinistro dello stradone, duramente colpito dai bombardamenti aerei durante l'ultimo conflitto mondiale, si è salvata dalla distruzione la facciata dell'ex-chiesa di Santa Lucia, importante perché ad essa si allaccia la tradizione della "Fiera di Santa Lucia". Oltre alla facciata della chiesa sono superstiti anche alcune colonne del chiostro dell'ex- convento, inglobate ora nella sede del Genio Militare. Una chiesa in onore di Santa Lucia, con annesso monastero, esisteva in contrada Ognissanti già nel 1194. I monaci possedevano pure un ospedale intitolato a Santa Lucia, cui era aggiunto l’appellativo al Chievo. Questo toponimo non deve essere confuso con quello dell’odierno sobborgo di Chievo del Montico (questo è il nome originario e completo), ma allude semplicemente al Clivus (altura, terreno rialzato) che si estendeva dal monastero di S. Spirito (poi Ospedale Militare, ancor oggi sopra un’altura) fino a San Massimo ed oltre. Presso l’ospedale di Santa Lucia del Chievo, dunque, tra il monastero di S. Spirito e l’odierno Stradone Porta Palio, esisteva una chiesa dedicata alla martire siracusana, andata distrutta nel 1260: la chiesa rimase abbandonata fino al 1308, quando un certo Pace Drappiero, in ringraziamento d’una guarigione ottenuta per intercessione della Santa, fece costruire sulle rovine della preesistente una nuova chiesa dedicata a Santa Lucia, con annesso monastero delle Benedettine, che divenne presto assai frequentato al punto da suscitare il risentimento dei frati d'Ognissanti.

Nel 1517 chiesa e ospedale del "Chievo" vennero rasi al suolo per consentire la realizzazione della famosa spianata attorno alla città. Una nuova cappella in onore di Santa Lucia fu costruita nel volgere di breve tempo ma al di là della spianata. Solamente nel 1743 le monache, che si erano ritirate nel monastero di Ognissanti, rimasto nel frattempo libero, ricostruirono nel sito originario una chiesetta in onore della Santa siracusana; ma il 25 giugno 1806 tutto il complesso fu soppresso e demaniato a favore dell'autorità militare, che vi ricavò le caserme che ancora fiancheggiano il lato sinistro di stradone Porta Palio.

Qui, infatti, ai nn. 55 e 57, ha sede il Tribunale militare e, infine, nell'ultimo tratto della via si erge l'imponente edificio asburgico dell'Ospedale Militare, eretto tra il 1858 e il 1864. Questo grande complesso, la cui facciata principale in stile neoclassico con colonnato "gigante" fronteggia lo stradone in prossimità della Porta Palio, ha anche un'altra facciata che guarda verso la circonvallazione interna Oriani.

Lo stradone è concluso dalla splendida Porta eretta da Michele Sanmicheli nel sesto decennio del Cinquecento. Un tempo saldata al corpo della cortina, ne fu separata mediante brecce tagliate ai fianchi della Porta, perdendo così parte del suo significato primitivo. L'originalità maggiore della fabbrica è costituita dal grandioso porticato verso la città, a cinque fornici intercalati da colonne binate, concepito con tale imponenza da farne un unico nel suo genere; l'intera superficie della fronte è coperta da bugnato, che cinge anche le colonne e si dispone a raggiera intorno agli archi, la cui chiave è costituita da un Cuneo trapezoidale.

Il prospetto verso la campagna è intervallato da colonne scanalate binate che reggono una trabeazione; nel grande fornice centrale la porta maggiore, di forma rettangolare come le due minori adibite a passaggio pedonale, è coronata da busti di guerrieri romani, posti a fastigio in chiave agli architravi; le colonne e le lesene d'angolo di raffinata fattura si accompagnano armoniosamente con il fondale a bugne lisce. Nel prospetto verso la campagna si vedono sette stemmi, di cui alcuni gravemente abrasi. I locali interni, destinati al transito e a ospitare i corpi di guardia, consistono in un grande vano, coperto da tre volte a crociera, fiancheggiato da ambienti più riservati; comode scale danno accesso ai sotterranei e alla soprastante piattaforma, un tempo coperta da un tetto a spiovente. Durante il periodo Veneto, la Porta era popolarmente chiamata "Stuppa", perché era ordinariamente chiusa al transito: si apriva in occasione dell'annuale Palio e per circostanze speciali.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1991

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