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Sona

Verona / Italia
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Sona (con Bosco, Canova, Centurara e Valle), è capoluogo di un Comune che comprende anche Lugagnano (con Beccarie, Canova, Mancalacqua e Messedaglia), Palazzolo (con Albarello e Chiavica) e San Giorgio in Salici (con Canove, Corte Ferrari, Gaburri, Grolla, Guastalla Vecchia e Nuova, Molino, Montebonello, Rosolotti e San Rocco).

In zona collinare morenica, con altitudini che variano dagli 85 ai 243 metri sul livello del mare, il suo territorio è molto mosso, presentando in tal modo situazioni orografiche di grande effetto paesaggistico, fra colture di viti, di cereali, di frutteti e di prati irrigui.

La bella descrizione del paesaggio che ne fa I'estensore de La Provincia di Verona promossa dal prefetto Sormani-Moretti, a cavallo fra Otto e Novecento, merita d'essere in questa sede ripresa. Sona - che I'estensore della nota fa derivare dall'antico toponimo Asiona - distante 14 chilometri all'Occidente di Verona, ha un territorio che se ne sta assiso su di un seguito di colline moreniche fra San Massimo, Bussolengo, Castelnuovo, Valeggio e Sommacampagna.

Dopo San Massimo, sulla via che viene da Verona, subito oltre un forte detto di Lugagnano, ma pur sempre in Comune di San Massimo, si entrava, presso il canale dall'Alto Agro, in quel terreno all'altezza di una gran corte rustica allora proprietà dei Tommasi detta "le Beccarie" e, lasciate in destra corte Sant'Agata e in sinistra corte Messedaglia, si giungeva di lì, allora quasi in una specie di stretta gola del territorio comunale, a Lugagnano, grossa frazione con chiesa parrocchiale e 110 case. Poi, poco dopo Mancalacqua, altra contrada, si arrivava, allargatasi la zona spettante al Comune verso nord, sino a Ca' Valmarone e a Ca' San Vittore, ai piedi di due colli "i quali stanno ivi quindi di faccia verso ovest".

Sul colle a mano sinistra, appoggiato ancora più a sinistra dal monte Spada "girando le cui falde e passando dinanzi ad un cimitero che sta per essere sostituito da un altro nuovo in località più remota, adatta e pianeggiante" si discendeva alla stazione ferroviaria sulla linea Verona-Milano "che porta il nome di Sommacampagna perché sul territorio di quel Comune, ma che, assai più vicina e comoda a Sona, dovrebbe avvisatamente portare, almeno abbinata, I'indicazione anche di questo capoluogo".

Il quale aveva 244 case civili, fra cui un'elegante Villa Sparavieri ed altre Marras-Zanetti, Strapparava, Romani, Boetti e Previtali, stese in contrada sulla vetta della costiera, "verso la metà incontrandosi la sede comunale entro un cortile chiuso da un portone che dà pure adito ad un'ortaglia ed avendovi là presso eziandio gli uffici postale e telegrafico". Per una piccola laterale deviazione, quella lunga via menava in basso alla parrocchiale "dicata a San Salvatore, chiesa ben tenuta ma che nulla presenta di notevole".

Si va da Sona sull'alto suaccennato colle di destra passando sotto all'altura in nord-est di monte Corno, scendendo prima ad una chiesuola intitolata a San Quirico "dove sono affreschi dell'epoca del Liberale oggi sciupati o guasti perché malamente ritoccati o coperti di calce". Lasciati quindi a sinistra dopo Osteria, il Bosco e monte Speziale, ed a destra monte Gasà, si sale a Palazzolo (Palatiolum) "così detto per un palagio che v'aveano gli antichi feudatari". Palazzolo, "in mezzo a cui ergesi un'antica torre oggi di proprietà comunale e che, con la prossima Santa Giustina forma complessivamente una frazione del Comune" aveva allora 186 buone case, fra le quali si distingueva Villa Fiorini.

L'estensore della nota prosegue ricordando che "dal lato di sera di quelle importanti abbinate colline, il Comune estendesi assai nella direzione da nord a sud, dai Girelli di Bussolengo e da Sandrà di Castelnuovo protendendosi insino al Tione presso Oliosi di Valeggio e presso Custoza di Sommacampagna. Che infatti, da Loghino di sotto, presso i surricordati Girelli, per le alture di Pozzolo, di Bandeza, del Belvedere a sera di Palazzolo, si va a corte Barbarago, a Montesino e, lasciati monte Carpanelle, il roccolo Poli ed il gruppo dei tre monti Ceresa, Croce e Gu, vassi per Ferrari o per Mandolara sotto a monte Lungo, oltre il monte la Sella, a San Giorgio in Salici, gruppo questo di 267 case con chiesa dedicata a San Rocco dov'è dipinto di Paolo Farinati".

Ancora: "Inferiormente alla linea ferroviaria che passa subito a mezzodì di San Giorgio in Salici trovansi, oltre i Sagradi la contrada dei Gaburri che ha da nord-ovest, Fornello e le due Corti di sopra e di sotto; da sera, monte Bonello; a sud, Villa Merighi; ad est, monte Boscoscuro e Villa Montresora, dalla quale ultima scendesi in direzione sud-ovest alla Guastalla, grandiosa villa già Spolverini, poi Muselli Vela, ora Giusti, attorniata da estesi poderi e da antichissima caccia riservata".

Infine: "Di fianco, a sera della Guastalla, è San Rocco di Palazzolo e la Palazzina. Più sotto, al sud: i Rosolotti e monte Sinico e la Pernisa ed a sera dello scolo Capellina, monte Riondo, il Fenilone e corte Ragaiola che fronteggia quasi immediatamente Oliosi di Valeggio".

La zona, relativamente alla sua preistoria e alla sua storia antica non ha restituito molto. Comunque - come riferisce I'estensore di una scheda della recente Carta Archeologica del Veneto - durante i lavori di sfruttamento della torbiera "Cascina", iniziati nel 1874, furono rinvenuti molti materiali, tra cui oggetti di bronzo, strumenti in selce, ceramiche e numerose ossa di animali. Il Martinati identificò allora, nella parte meridionale del bacino, una sequenza stratigrafica che comprendeva, sotto il terreno arativo, un solo livello antropico, ma sembra che una parte dei resti faunistici provenisse dal fondo della torbiera. Lungo il bordo orientale furono individuati dei pali infissi verticalmente e una trave disposta orizzontalmente.

Buona parte di questi materiali - che fu presentata all'Esposizione preistorica veronese nel febbraio 1876 - sembra interessare un arco di tempo abbastanza ampio. Esso copre gran parte dell'età del bronzo (II millennio a.C.): tra gli oggetti sono presenti infatti un'ascia tipo Moehlin (a margini rialzati e taglio fortemente espanso) inquadrabile tra l'antica e media età del bronzo, e un pugnale tipo Peschiera attribuibile all'età del bronzo recente.

Tuttavia tra i materiali provenienti dalla Torbiera Cascina conservati al Museo Preistorico Etnografico "L. Pigorini" di Roma è stata riconosciuta da P. Biagi una tazza carenata tipo Fiorano attribuibile alle prime fasi del neolitico (V millennio a.C.). Questa scoperta, che sembra poter essere messa in relazione con i ritrovamenti più profondi riferiti dal Martinati, amplia in misura considerevole l'arco di tempo interessante dal popolamento della Torbiera Cascina.

"Nulla si può dire - continua I'estensore della scheda - su una possibile continuità di insediamento per un così lungo periodo, ma alcuni elementi, quali una punta di freccia a mandorla allungata, veramente stupenda per la delicatezza del lavoro e per la sottigliezza della lamina, e una lama triangolare di pugnale in selce con base arrotondata, sembrano poter indiziare una frequentazione anche durante I'eneolitico (metà-fine III millennio a.C.)".

Sempre nel 1876 Martinati ricorda poi il rinvenimento di un "martello di porfido perfettamente lisciato, forato nel mezzo, cavato a 13 metri sotto il suolo a San Giorgio in Salici e ora tenuto dal commendatore Paolo Lioy". Un modello in gesso fu anzi donato dal Lioy al Museo Civico di Verona e presentato all'Esposizione preistorica veronese del febbraio 1876. Zorzi ricorda invece una "palafitta" di San Giorgio in Salici, fondata "agli albori dell'età del bronzo, se non nel tardo eneolitico" ma è probabile che con questa denominazione Zorzi indicasse la "palafitta" di Torbiera Cascina, non lontano da San Giorgio in Salici e appena descritta.

Ancora sulla morena del Monte Corno - riferisce sempre la Carta Archeologica - furono rinvenuti materiali databili alla fase media e recente dell'età del bronzo (XVI-XIII sec. a.C.), consistenti in un ago crinale in bronzo, qualche strumento litico, ossa e, tra i fittili, un frammento di colatoio e parecchie fussaiole.

Nella chiesa di Santa Giustina di Palazzolo si nota invece la presenza di vari mattoni romani riutilizzati, come si ha generica notizia di vari ritrovamenti di materiali fittili romani nell'area compresa tra Palazzolo e Bussolengo.

Scarse le notizie relative alla zona anche per l'alto medioevo. Forse il toponimo Palazzolo potrebbe indicare anche qui un centro economico fiscale (un piccolo palatium) e l'antico titolo, dedicato a San Giorgio, un santo militare, sarebbe significativo, secondo Guido Mor, per indicarci una provenienza longobarda. Del resto, riferendosi alla chiesa di San Giustina, egli annota che "alcuni frammenti di arte barbarica attestano l'antichità dell'edificio che però fu rifatto nel secolo XI sullo schema di un'unica aula biabsidata".

Più tardi, tra medioevo ed età moderna, Sona divenne feudo della nobile famiglia Faella: qualche anno fa comparve anzi, ad un'asta presso Sotheby's di Londra, un bel manoscritto dei primi anni del secolo XVI, compilato dal notaio Francesco Ruffo di Verona per il conte Giovanni Faella e contenente la trascrizione di diversi documenti attestanti i diritti di quella famiglia comitale su Sona, dal 1332 al 1504.

Molte le chiese e le cappelle edificate nella zona dal medioevo ad oggi. Si è già accennato alla chiesa di Santa Giustina di Palazzolo che è la più antica, risalendo, come si è detto, al secolo XI: da pieve e poi da chiesa parrocchiale, come era un tempo, funge adesso da chiesa del cimitero di Palazzolo. Situata in bella posizione sulle dolci colline moreniche che dividono la conca di Verona dal Benaco, è costruzione semplicissima, ad una sola navata, coperta da tetto a cavalletti, con la facciata a capanna e due absidi. Tra gli affreschi di questa chiesa segnaleremo, con Wart Arslan, quello della Madonna allattante nell'absidiola meridionale, "opera di notevole finezza nel modellato delle vesti e chiaramente memore del Giudizio di Sommacampagna". Oppure gli affreschi trecenteschi - ma di timbro ancora romanico - nella parete meridionale e su quella occidentale, che non possono essere anteriori al 1315 perché fra i vari santi che essi raffigurano vi è anche il beato Enrico da Bolzano, morto appunto in quell'anno.

Abbandonata la chiesa di Santa Giustina perché troppo periferica al centro di Palazzolo così come si era venuto via via sviluppando (intorno alla sua storia ci sono documenti che lo vedono costituito Comune già nel 1119, anno in cui i due consoli Lombardo e Berno vendono a San Zeno una terra a nome del Comune), Palazzolo si dotò di una nuova chiesa già data per esistente nel 1473 e dedicata ai Santi Filippo e Giacomo. La traslazione ufficiale della parrocchia di Santa Giustina all'oratorio dei Santi Filippo e Giacomo avvenne nel secolo XVII, quando questo sacello fu nella circostanza probabilmente ingrandito e dotato di begli altari trasferiti poi nella nuova chiesa, quando questa venne, dal 1813 al 1821 , ricostruita. La facciata, già progettata nel 1844 dall'ingegnere Luigi Castelli, fu compiuta solo nel 1899 ed è di ordine corinzio con frontone sorretto da quattro grandi colonne.

Di Palazzolo vanno ancora ricordati i sacelli di San Francesco in contrada Albarello, di Sant'Antonio da Padova di proprietà Scattolini e del Santo Crocefisso di proprietà Marani.

A Sona la parrocchiale era un tempo dedicata al Santo Salvatore. Stabilmente officiata dal secolo XV, questa cappella era allora dipendente dalla pieve di Sandrà: nel 1459, ad esempio, il vescovo Ermolao Barbaro investì di tale chiesa, con annessa cura di anime, don Leonardo de Alemania e ciò per la cessazione della commenda e l'assenza di tale prete Giovanni. Ma nel 1535 anche questa parrocchia cambiò sede usando la più comoda Santa Maria, ricostruita peraltro nel secolo XVIII in stile neoclassico.

Altri oratori entro i confini di questa parrocchia: la cappella del Cimitero e i sacelli nella contrada Guastalla, Centurara e Colombani e quello dei Santi Quirico e Giulitta, costruzione in ciottoli del XV secolo, che ha nell'interno un affresco polittico della stessa epoca, con San Pietro in abiti pontificali e i Santi Antonio, Dorotea, Quirico e Battista (altri affreschi si vedono pure presso l'altare maggiore: una Crocefissione e i due titolari, opere rozze dello stesso secolo).

A San Giorgio in Salici (l'antico San Giorgio in Salcis) la chiesa fu dipendente dall'Amplissimo Capitolo della Cattedrale di Verona a cui la confermarono Innocenzo Il (1140), Alessandro III (1177) e Lucio III (1184). Smembrata da Palazzolo ed eretta in parrocchia in data 29 dicembre 1798, la chiesa fu poi ricostruita ad opera dell'architetto Luigi Trezza, tra il 1795 e il 1800. La facciata, dell'ingegnere Iseppo Loredan, è del 1933. Altre chiese ed oratori sono quelli di San Rocco e di Sant'Agostino.

A Lugagnano, territorio in confine con diversi Comuni, la parrocchiale dedicata a Sant'Anna fu eretta nel 1797, smembrandone il territorio da San Massimo. La chiesa attuale fu costruita fra il 1948 ed il 1955, su disegno dell'architetto ingegnere Dario Mazzi, benedetta il 1° maggio 1955, consacrata il 25 ottobre 1969. La facciata è stata inaugurata il 25 agosto 1970. Da questa parrocchia dipendono le chiese che una volta dipendevano da San Massimo: Sant'Agata in Campagna sulla strada Verona-Brescia e Santa Maria del Carmine alla Messedaglia, antica contrada di Lugagnano, costruita nel 1722.

Tutto il territorio di Sona è pure costellato di ville. Iniziamo la rassegna con Villa Consolaro che nasce da un complesso che costituiva, fino al 1915, un convento di Gesuiti. La struttura conventuale tipica rimane anche nel nuovo adattamento, con l'edificio d'abitazione prospiciente un cortile-giardino tutto circondato da bassi fabbricati, in parte a portici, e vasto brolo cintato con un gruppo di cipressi a protezione d'un belvedere, da cui la vista spazia sulla fertile campagna circostante.

Villa Macola, già appartenente ai Menegazzoli e poi agli Sparavieri, è la risultante di trasformazioni ottocentesche. Un recente proprietario la abbellì, la rimodernò e l'ebbe anche a sopraelevare. Scarso l'interesse artistico, ma ottima la posizione e vasto e bello il giardino.

Si direbbe di struttura ottocentesca Villa Angheben, almeno dal suo aspetto attuale. La tinta rosso-gialla della facciata, di sobria architettura, fa spicco, nella parte alta del pittorico paese, contrastando vivamente col cupo verde dei cipressi che la circondano, e che formano sul Iato d'occidente un bel viale.

Villa La Sellara - già in territorio di Sommacampagna ma passata sotto il Comune di Sona a seguito della costruzione della ferrovia Milano-Venezia - risale alla seconda metà dell'Ottocento, quando prese il posto d'una più antica. Una torretta merlata sovrasta l'edificio principale intorno al quale si estende un bel giardino, mentre Villa Giarola è da segnalare unicamente per il giardino, vincolato per la bellezza delle sue piante.

Pure Villa Belvedere non ha particolare pregio architettonico, ma una lapide ricorda che da qui Carlo Alberto Re di Sardegna, Vittorio Emanuele Duca di Savoia e Ferdinando Maria Duca di Genova, vigilarono e ressero le sorti della battaglia di Pastrengo (30 aprile 1848). Anch'essa è dotata di parco.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1997

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