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Soave

Verona / Italia
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Soave: dicono che il suo nome venga dagli Svevi, ma i più preferiscono pensare che il toponimo derivi dalla bontà del pregiatissimo vino qui intorno prodotto. Forse non c'entrano né gli Svevi né il vino. Dicono ancora che non esista cittadella murata, nel Veneto e fuori, che quanto questa dia l'idea di come doveva presentarsi un borgo medievale con tutte le sue carte in regola: le mura turrite e merlate, il castello dominante dall'alto le case sottostanti, le chiese e i palazzi che ti compaiono improvvisamente davanti percorrendo le strade e i vicoli. E forse questo è più vero.

Fra Verona e Vicenza, in zona pedocollinare, lungo quella fascia pedemontana veronese che dalla Vai d'Adige si snoda attraverso la Valpolicella, la Valpantena, la Val di Mezzane, fino alla Val di Illasi e alla Vai d'Alpone, Soave è circondata tuttora da una vasta zona agricola, nella quale prosperano da secoli le colture della vite, dell'olivo e del ciliegio, e dalla quale si sale rapidamente ai territori ad economia alpina, forestale e pastorizia. Se alle spalle di Soave è la Vai Tramigna, davanti si stende la fertile pianura che giunge fino all'Adige, dai colli di Colognola a S. Bonifacio, e giù fino a Caldiero e a Belfiore.

Il Comune di Soave comprende oggi gli abitati di Castelcerino (con le contrade di Coste, Lelli, Meggiano), di Castelletto (con Vallona), di Costeggiola (con Batocchi, Pressi, Tamellini), di Fittà (con Monte), oltre che beninteso di Soave (con Borgo San Matteo, Campagnola. Fontanelle, Fornaci Michelon, Molino di Sopra, Mondello, Preare, San Lorenzo e Tebaldi). Sicché, fuori delle mura urbane sta una serie di contrade e corti sparse, che vanno dai 29 metri di altitudine sul livello del mare delle zone più basse di Castelletto ai 413 metri delle alture dietro il castello.

I colli e la pianura che si apre loro davanti, fertili anche per la presenza di acque sorgive, hanno oggi assunto un aspetto alquanto diverso da quello che poteva essere un tempo caratteristico. Il paesaggio della coltura intensiva specializzata di poche piante (viti e ciliegi), sostituisce, infatti, oggi un paesaggio già improntato a quella larga varietà di vegetazione, caratteristica di un'era che voleva piante di ogni specie in ogni proprietà. Accanto al pezzo di orto e al piccolo bosco erano, infatti, fino alle soglie della seconda metà del Novecento, campi con viti, ciliegi, olivi, gelsi, salgari e alberi fruttiferi di ogni altra sorta, posti sui margini di appezzamenti arativi dove si coltivavano foraggi e cereali.

Relativamente scarse, ma non inesistenti, sono qui le testimonianze di civiltà preistoriche: a Castelcerino, sul colle ad est della chiesa, ricerche in superficie hanno restituito selci e cocci genericamente attribuibili all'età del Bronzo; sulla sommità del Monte Rocchetta, a nord-est di Soave, per buona parte circondata da ripidi strapiombi e cinta da un poderoso muro a secco ritenuto di epoca antica, alcuni saggi di scavi hanno restituito ceramiche e prodotti dell'industria litica, tutti attribuibili alla tarda età del Bronzo; sempre a Soave, in luogo imprecisato, fu raccolta un'ascia di bronzo e furono anche scoperte alcune tombe con pugnali attribuibili all'Eneolitico.

Se scarsi sono i reperti dell'era preistorica, piuttosto abbondanti sono invece le testimonianze archeologiche che ci ha lasciato l'epoca romana. Di qui passava la via Postumia che da Colognola attraversava le attuali località di Pescaria, Orgnano, S. Vittore, Soave e Monteforte e ben sette titoli danno notizia di persone e famiglie che allora abitavano o avevano interessi nella zona.

Nell'alto Medio Evo, mentre Cazzano e Castelcerino facevano capo ad Illasi, Soave, presidio longobardo degli Svevi, faceva parte a sé, ma non è possibile sapere se il suo territorio, ristretto a nord da quello di Illasi, si espandesse nella pianura, comprendendo, per esempio, parte del territorio di S. Bonifacio. Un elemento di confine potrebbe essere stato la Postumia di sotto della quale, già in epoca romana, si era sviluppata la zona di Porcile (oggi detto Belfiore) a cavallo di quella strada detta appunto "porcilana", che recava a Monselice.

Soave, attraverso le sue chiese, ci presenta ancora quasi integra la sua tipologia santorale altomedievale: la pieve dedicata a San Lorenzo e a San Giovanni Battista potrebbe far pensare ad un'organizzazione antica, del secolo quinto, alla quale si affianca quella longobarda; e certamente legati a culti diffusi in ambienti militari sono le due cappelle dedicate a San Giorgio e a San Martino, mentre più recente, anche se del secolo XI, sarebbe la chiesa di Santa Maria.

Soave è fra le pievi menzionate nella bolla di papa Eugenio III del 17 maggio 1145 e già negli anni 1110-1120 risulta già organizzato in libero Comune, pur sempre sotto la giurisdizione del Conte di S. Bonifacio, a suffeudale del quale era stato dato in beneficio il castello, modificato più tardi dagli Scaligeri e che, con la cinta magistrale delle mura della cittadina, risalenti a quell'epoca, rappresenta il vanto dei soavesi. All'edificazione delle mura e del castello di Soave contribuì in maniera definitiva Cansignorio della Scala, al quale si deve far risalire l'attuale assetto urbanistico e difensivo del superstite borgo medievale con la costruzione, attorno al 1370, oltre che delle mura merlate, anche delle ventiquattro torri che le intervallano e che si dipartono dai due lati del castello, in bellissimo effetto scenografico.

Così come era stata fortificata da Cansignorio, Soave è ricordata anche dal Sanuto nel suo viaggio in Terraferma alla fine del Quattrocento: "Soave è un castello sopra un collecino di monte, dal quale si parte do alle di muro, et va al pian et circonda la terra; è Como Monselese; circonda le mura uno mio; à 24 toresini con la torre dil castello; à do porte: la porta Veronese, zoè di soto, et di l'Aquila, ch'è quella di sora; fa fuogi 300".

Alla fine del secolo scorso I'illustre e benemerito cittadino di Soave, senatore Giulio Camuzzoni, non badando a spese, ridusse il castello alle forme primitive, come dice una epigrafe: "Questo castello - sorto nell'alto medio evo - chiuso fra mura turrite e restaurato - dagli Scaligeri - nel decimoquarto secolo - ampliato nei primi anni del decimoquinto - dalla Repubblica di Venezia - a quei tempi forte arnese di guerra - per le ingiurie del tempo e degli uomini - quasi ovunque minato e deformato - Giulio Camuzzoni - Senatore del Regno - nelle pristine sue forme restaurò".

Un gruppo di architetti scriveva del manufatto or è qualche anno: "questo castello, così ingegnosamente attuato, riassume la sua bellezza nella funzionalità, è un'imprendibile rocca che non per nulla i Veneziani risparmiarono. Ciò che lo distingue rispetto ad altre costruzioni del genere, è la sua dinamica "coreografica" nel suo apparire in fantastica articolazione, con un incastro inestricabile di volumi, ora raggruppati in slancio verticale, ora ':.~ allungati alla conquista della m superficie, in effetto plastico continuamente mutevole. E quell'aspetto di vuoto e di insignificante, che si può ricavare dalle piante, è la condizione .di questa impressionante mobilità multiforme delle masse".

Ma Cansignorio non si accontentò di arricchire Soave di manufatti difensivi: a lui e ad uno dei suoi migliori consiglieri - Pietro Montagna della contrada veronese di S. Quirico - si deve anche l'erezione del palazzo di Giustizia o della Pretura, avvenuta nel 1375, "quando i campagnoli premono coi piedi le loro uve". Ben due iscrizioni ricordano ancora l'impresa. La prima, in prosa, si trova nel muro sotto la loggia del Palazzo della Pretura e, scioltene le abbreviazioni, recita tra l'altro che " Domus ista Communis Suapis edificata fuit tempore regiminis Petri de Montagna, de Sancto Quirico Verone, civis Suapis et Capitanei civilis pro magnifico domino Signorio de la Scala, Verone Vicentie etc., imperiali vicario generali... anno domini millesimo, trecentesimo, septuagesimo quinto et de mense aprilis, madii, iunii, iulii, dicti millesimi".

La seconda, in poesia, che si trova sotto il balcone dello stesso palazzo e si riferisce sempre alla costruzione di quell'edificio, recita invece: " Quindenis lustris annis in mille trecentis / agreste pedibus cum sua musta premunt / tempore quo pretor fuit hic Montanea proles / Petrus facta fui iuris amica domus / sceptra Verona tenet tua Cansignorius urbis / Scaliger haec muris menia cinxit heros". Tradotta essa suona così: "Nel quindicesimo lustro dell'anno 1300, nel tempo in cui i contadini premono le loro uve coi piedi, mentre era pretore di questo luogo Pietro della famiglia Montagna, fui edificata io, casa amica della legge; Cansignorio signore della città che regge le tue sorti, o Verona, fortificò queste mura".

Non si starà in questa sede a narrare le varie vicende storiche, politiche ed amministrative di Soave, dalla Signoria scaligera in qua: esse sono infatti, nelle loro linee essenziali, comuni a quelle di tutto il territorio veronese: dopo un breve periodo in cui Soave fu possesso dei Visconti, passò anch'essa alla Repubblica di Venezia (1404) che la tenne quasi ininterrottamente fino alla calata di Napoleone che, nel 1797, con il trattato di Campoformido, cedette il Veneto all'Austria. Ma dopo un lungo periodo di dominazione austriaca, nel 1866 anche il Veneto fu aggregato al Regno d'Italia. Tra i principali monumenti soavesi vanno comunque ricordati - oltre alle mura e al castello scaligeri e al palazzo di Giustizia - il palazzo Cavalli, del secolo XV; il palazzo dei Sambonifacio, del secolo XIV; il palazzo Tullici, del secolo XV; il palazzo Moscardo, del secolo XVII; il palazzo municipale, del 1853; la chiesa parrocchiale di San Lorenzo, del 1758; la chiesa dei domenicani, del 1443; la chiesa della Bassanella, di origine altomedioevale; la Chiesa di San Giorgio, del secolo XII; la chiesa di San Rocco, del 1521 e la chiesa di Sant'Antonio del 1677.

Si è accennato, in apertura, ai vini soavesi e alla loro fama: verosimilmente tale fama risale già all'età romana se è vero che quasi certamente al vino bianco che qui si produceva si riferisce quasi con certezza Cassiodoro, ministro di Teodorico, parlando d'un vino veronese che riluce come lattea bevanda tanto che si crederebbe nato dai gigli. Anche diversi documenti medioevali nominano terre arative con viti poste in Soave: vineis sclavis et maioribus, precisa uno di tali documenti, cioè con viti potate e lasciate crescere libere su sostegni vivi.

Nel secolo XVI i vini di Soave dovevano ancora godere ottima fama se, nel 1543, Torello Saraina poteva scrivere nelle sue Historie e fatti de' Veronesi che Soave "è luoco certamente di soavità grande agli habitanti il cui sito arride alli riguardanti e produce vini eccellenti". E pure il Panvinio, non diversamente da altri umanisti, ricordò Soave "vinorum otpimorum ferax".

Alle vigne del Soavese sembra infine far riferimento anche Wolfang Goethe che così scrisse nel 1786: "La strada che da Verona conduce a Vincenza è assai amena... larga, diritta e ben tenuta. Si vedono lunghe file d'alberi ed intorno a questi sono ravvolti, spingendoli verso l'alto, i tralci della vite, che ricadono poi in giù, a guisa di aerei ramicelli, (...) Le uve (era il 19 settembre) sono mature e premono sui tralci i quali vacillando, cadono penzoloni in tutta la loro lunghezza. La strada è piena di gente d'ogni condizione: mi compiacqui specialmente nell'osservare certi carri (...) cui erano attaccati grossi buoi che trascinavano, su e giù, grandi tini nei quali venivano raccolte le uve dei giardini e pigiate. Quando questi tini erano vuoti, i carrettieri vi rimanevano ancora dentro e tutta la scena ricordava un trionfo di Bacco".

Per dire dell'importanza, anche per l'economia locale, del "Soave", basti aggiungere che qui operano la Cantina Sociale di Soave e altre Cantine industriali che godono di grande prestigio internazionale, oltre che per l'ampiezza e la razionalità degli impianti, soprattutto per la qualità dei loro prodotti e per la vastità della loro area di mercato.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1985

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