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Soave - Chiesa parrocchiale

Verona / Italia
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La chiesa parrocchiale di Soave, situata lungo la centralissima Via Roma insieme ai palazzi più antichi e più belli della cittadina, è giunta fino a noi attraverso numerosi rifacimenti ed interessanti vicende storiche ed artistiche celate oggi dal severo aspetto neoclassico conferitole ormai da oltre un secolo.

Una chiesa plebana dedicata a San Lorenzo martire è documentata fin dal 1029 tra le 48 Vicarie Foranee della Diocesi di Verona e, secondo le fonti, sorgeva nell'antica contrada di San Lorenzo, sulla strada che da Soave porta a Monteforte d'Alpone. La notizia venne in seguito ripresa da Andrea Galvani che così scrive nel suo "Compendio storico della Storia Ecclesiastica di Verona e suo territorio" (manoscritto del sec. XVIII presso la Biblioteca Civica di Verona): "Antichissima è questa chiesa e già prima del X secolo era edificata fuori del castello di Soave". Sempre dal Galvani apprendiamo, inoltre, che verso il 1300 quest’antica pieve versava in grave stato di degrado e d’abbandono (scoperchiato il tetto, diroccata parte dei muri, cresciuta l'erba all'interno), tanto che "perché la sua decrepitezza non poteva permettere restauro alcuno", nel 1303 si decise di riedificarla ex novo trasportandola all'interno delle mura dell'abitato.

La nuova chiesa sorgeva nel medesimo luogo di quella attuale, se pure in dimensioni assai minori e con la facciata rivolta a mezzogiorno, verso vicolo Castagneti. Sull'architrave della porta d'accesso era un'iscrizione a caratteri gotici, ancora visibile sul fianco meridionale della chiesa odierna, che ne documentava la data d’edificazione; tradotta in italiano l'iscrizione recita: "Mille trecento tre Indizione prima / sono la porta della vita vi prego tutti / di venir dentro questo tempio sia / pace a chi ne esce e a chi vi entra".

A metà del secolo XVIII, essendo aumentata la popolazione a 1760 anime, anche questa chiesa si trovò ad essere troppo angusta e inadeguata. L'allora arciprete Giovanni Battista Zanetti presentò al Comune il progetto d’edificazione del nuovo edificio, i cui lavori iniziarono l'8 maggio 1744 e furono terminati il 16 novembre 1758; in quello stesso anno la nuova parrocchiale, che corrisponde a quella ancora oggi esistente, fu consacrata dal Vescovo Giovanni Bragadino. L'avvenimento e la gratitudine del popolo di Soave sono documentate dall'epigrafe incisa su marmo giallo di Torbole e posta sotto il ritratto a grandezza naturale dello Zanetti nella sacrestia: «Del nostro buon pastor ecco il modello / che col senno coll'opra e coll'esempio / qui a Lorenzo erger fece il novo tempio / per cui Soave ora sei più chiaro e bello».

Sennonché, trascorso poco più di un secolo, essendo ulteriormente aumentato il numero dei fedeli a circa quattromila, si sentì la necessità di intervenire nuovamente sulle strutture dell'edificio apportando quello che, fino ad oggi, può considerarsi l'ultimo dei tanti rifacimenti subiti nel corso dei secoli da questa chiesa. Il problema fu brillantemente risolto dall'architetto abate Gottardi su progetto del quale, nel 1874, si procedette all'allungamento del presbiterio e all'apertura delle due grandi cappelle laterali, conferendo all'edificio l'attuale forma a croce latina. Il Gottardi disegnò, inoltre, la nuova facciata in stile neo-rinascimentale, portata a compimento dal suo successore don Gaetano Ferrighi unitamente all'elegante gradinata in marmo rosso di Sant' Ambrogio dalla quale si accede all'interno. Con questi interventi sono scomparsi anche gli ultimi residui di quel barocchismo che caratterizzò al suo nascere la nuova chiesa innalzata dallo Zanetti nel 1744.

La lunga e ricca storia della parrocchiale soavese è testimoniata, oltre che dalle fonti bibliografiche e documentarie, anche da preziose opere d'arte che, tramandateci attraverso i secoli, ne costituiscono ancora oggi parte dell'arredo e del patrimonio artistico. Prima fra tutte una serie di sculture databili al XIV secolo proveniente dall'antica chiesa trecentesca; quando questa fu abbattuta, nel 1744, le sculture furono trasferite in Santa Maria della Bassanella e soltanto in occasione dei lavori di sistemazione del presbiterio del 1974 ritornarono nella parrocchiale. La serie comprende il bel polittico a rilievo, a cinque scomparti, raffigurante la "Madonna col Bambino in trono e Santi" (Sant'Antonio abate, San Domenico, San Zeno e un Santo vescovo); l'opera in origine era impreziosita da parti di dipintura in oro, di cui restano visibili alcune tracce sulle aureole e sulle colonnine tortili tra gli scomparti. AI fronte dell'ambone di sinistra del presbiterio è addossata un'Ancona in pietra scolpita raffigurante la "Madonna col Bambino in trono tra San Lorenzo e San Giovanni Battista"; l'opera appare purtroppo assai rovinata, in particolare il viso della Madonna ed il piede sinistro del Bambino lacunoso d’alcune dita. La predella dell'Ancona doveva in origine essere costituita dalle cinque formelle con le "Scene della Passione" che oggi ornano I'ambone di destra; l'adattamento alla nuova collocazione, nel 1974, comportò la limatura dei bordi di ciascuna formella e l'inserimento entro la lineare cornice in ferro attualmente visibile. Le Scene della Passione qui raffigurate riprendono soggetti assai cari alla scultura veronese del Trecento, caratterizzati, per lo più, dalla semplificazione realistica e suggestiva delle immagini di gusto tipicamente popolare.

Dalla vecchia parrocchiale abbattuta nel 1744 provengono anche il fonte battesimale in pietra dura di Sant' Ambrogio, datato 1430, e la grande scultura lignea, visibile sul quarto altare di destra, raffigurante il "Cristo risorto"; l'opera, firmata e datata, fu eseguita nel 1533 dallo scultore veneziano Polo Cahanpsa.

Alcuni tra i migliori pennelli della scuola pittorica veronese hanno lasciato la propria impronta sulle tele che ornano le pareti e gli altari della chiesa. Primo fra tutti quello di Francesco Morone, autore della grande pala del presbiterio datata 1529 e raffigurante la "Madonna col Bambino in trono tra San Rocco e San Gioacchino". Il dipinto è valorizzato da una ricca cornice architettonica in legno dorato: nella predella sono rappresentati alcuni episodi della vita di San Rocco, mentre nella Iunetta superiore sta il Padre Eterno. Questa fu l'ultima opera eseguita dal Morone pochi mesi prima della morte, avvenuta il 16 maggio 1529; ce ne dà conferma l’iscrizione dipinta sulla parete della piccola chiesa di San Rocco, per la quale fu eseguita in onore del santo protettore contro la peste, e dove rimase fino agli ultimi decenni del sec. XIX.

Sul primo altare di destra è la tela di Paolo Farinati raffigurante "S. Bovo, San Francesco e Sant'Antonio abate", documentata al 1595. Commissionata da Camillo e Gerolamo Marogna, venne in seguito collocata sull'attuale altare settecentesco; il nuovo adattamento comportò alcuni ritocchi ed aggiunte non pertinenti ancora visibili nella parte superiore della tela. Curiosa e piuttosto insolita la presenza di S. Bovo, protettore degli animali, legata all'antica tradizione, nel giorno dedicato al santo, di portare il bestiame davanti alla chiesa per farlo benedire contro le epidemie.

Sul secondo altare di destra è invece un bel dipinto del sec. XVII, opera di Antonio Giarola detto Cavalier Coppa, titolo che, secondo lo Zannandreis, gli fu conferito dal Duca di Mantova per i suoi meriti artistici presso quella corte. L'opera rappresenta la "Madonna col Bambino in gloria con San Paolo, San Carlo Borromeo e Santa Caterina d'Alessandria»; si tratta di opera tarda, posteriore al 1631, anno in cui giunse a Venezia il genovese Bernardo Strozzi, che tanta influenza ebbe sul Giarola, soprattutto per la vigoria del colore e la caratteristica stesura cromatica. La tela fu in seguito malamente ridipinta, tanto da renderla illeggibile; nel 1967 fu quindi nuovamente restaurata e riportata a migliori condizioni.

Resta ancora da menzionare l'opera di Agostino Ugolini con la "Vergine col Bambino in gloria ed i Santi Girolamo e Luigi Gonzaga", datata 1805. Collocata sul primo altare di sinistra è opera tarda dell'artista veronese che ha ormai abbandonato la tradizione settecentesca ed un po' accademica del maestro Gian Bettino Cignaroli.

Altri interventi di gusto ormai "moderno" hanno poi contribuito ad abbellire la chiesa negli ultimi due secoli. Innanzi tutto il grandioso affresco del soffitto della navata dove Pietro Nanin, nel 1841, raffigurò la "Gloria di San Lorenzo", santo titolare della chiesa. Nel 1924 si affidava quindi al pittore di Soave Adolfo Mattielli la decorazione del catino absidale, del presbiterio e della parte centrale del soffitto della navata con il grande tondo ad affresco; cimentandosi per la prima volta nella sua carriera d'artista con i temi dell'arte sacra, vi ha rappresentato, rispettivamente, i seguenti soggetti: "Gesù Buon Pastore", "San Giovanni Evangelista", "L'Annunciazione" e, nella navata, "La presentazione delle ricchezze di San Lorenzo".

Tra le opere scultoree, merita invece ricordare il vecchio altare maggiore eretto nel 1883 in marmo di Carrara e finemente lavorato dallo scultore Grazioso Spazzi; oggi ne rimane soltanto il paliotto con il bel bassorilievo riproducente "L'ultima Cena" di Leonardo da Vinci.

Secolare motivo di vanto per la parrocchia di Soave costituiscono anche le reliquie di S. Quirino, oggi conservate all'interno del primo altare di sinistra; sul coperchio ligneo che ne chiude l'urna si legge: «Salve Christi martyr Quirine sancte et suavienses tuere qui tuos cineres servant venerabundi». Il corpo del santo, martirizzato ai tempi di Adriano, era in origine inumato nel cimitero di Santa Ciriaca in Roma; se non che I'arciprete Gaetano Cortesi, parroco dalla fine del Settecento al 1822, recatosi a Roma ed assolte le pratiche necessarie, ottenne che le spoglie del santo martire riposassero nella chiesa parrocchiale di Soave. Ne compose quindi il corpo in quest'urna e lo depose in una cappella intitolata a S. Quirino, a lato dell'altare maggiore; con il prolungamento del presbiterio, nel 1874, la cappella fu demolita, I'altare trasportato in sacrestia, dove è tutt'oggi, insieme alla pala di Agostino Ugolini, in cui è raffigurato il santo martire, e l'urna fu collocata sull'al tare dove ancora oggi è venerata.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1991

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