Login / Registrazione
Giovedì 29 Settembre 2016, SS. Michele, Gabriele e Raffaele
follow us! @travelitalia

Scontro di Castelnuovo

Le insurrezioni anti austriache di Venezia e di Milano del marzo 1848 avevano scosso il rigido apparato militare e poliziesco del Lombardo-Veneto.

Lo stesso maresciallo Radetzky era stato cacciato da Milano e si trovava allo sbando con la sua armata nelle campagne bresciane. Verona non seppe cogliere tempestivamente l'opportunità della situazione per ribellarsi agli Austriaci, nonostante che la petizione presentata dai Veronesi all'Imperatore nel gennaio di quell'anno, per ottenere miglioramenti e riforme, fosse stata respinta.

L'insofferenza anti austriaca era tuttavia in crescita, anche se essa si manifestò solo blandamente: dalla raccolta di collette clandestine a favore dei perseguitati milanesi del gennaio del '48, all’adesione alla "guerra del sigaro", all'astensione - da parte delle signore della buona società - dal partecipare alle feste da ballo.

Il 18 marzo giunse a Verona, fuggiasco da Milano, il Viceré arciduca Ranieri, che scese all'albergo Due Torri. In quella giornata si registrarono due manifestazioni d’ostilità contro l'Austria: una ebbe luogo al Teatro Nuovo, durante una recita, quando furono sventolate, dai palchi e dalla platea, bandiere tricolori e pontificie, accompagnate dagli "Evviva Pio IX, evviva l'Italia»; l'altra si svolse in Piazza delle Erbe, dove si radunò una notevole folla, che di là si portò a Sant' Anastasia rumoreggiando sotto l'albergo dove era alloggiato il Viceré: ma, dopo tre ore d’inconcludente protesta, durante le quali le autorità austriache lasciarono abilmente fare per non incattivire gli animi, la complicità di un furioso temporale disperse naturalmente i dimostranti.

Il giorno appresso, per interessamento dello stesso Municipio, fu costituita una «Commissione Civica» di garanti dell'ordine, che furono ricevuti dal Viceré. Egli si dimostrò assai abilmente remissivo, senza tuttavia assumere impegni concreti e limitandosi a promesse; unico risultato effettivo fu la concessione dell'istituzione di una "Guardia Civica" e la consegna dei soldati austriaci nelle caserme. Ma, di fatto, la presenza della "Commissione Civica" e della "Guardia Civica" servì soltanto al mantenimento dell'ordine legale, vale a dire del governo austriaco, e a rintuzzare le già deboli e rare spinte rivoluzionarie popolari. La "Guardia Civica" riuscì ad impedire ogni sommossa, evitando pretesti d’intervento da parte delle truppe.

Il 25 marzo il Viceré lasciò improvvisamente e frettolosamente Verona verso il Trentino, lasciando la città in mano alle truppe. Il 28 giungeva con i resti del suo corpo d'armata il generale D'Aspre, che non era riuscito ad impedire la sollevazione di Padova, la quale si era liberata dalla presenza austriaca. Il D'Aspre abolì la "Guardia Civica" e impose una contribuzione straordinaria da pagarsi entro poche ore. Il 29 marzo furono ristabiliti i contatti con il Radetzky, che si trovava attorno a Montichiari. Il 1° aprile, il maresciallo rientrò in Verona, assumendo il comando della piazza; in capo a due giorni egli sciolse la "Commissione Civica" e proclamò lo stato d'assedio.

Tra il 6 e il 7 aprile entrarono in Verona gli ultimi resti dei corpi armata austriaci dispersi tra Lombardia e Veneto, e Verona si apprestava a sostenere l'imminente urto frontale con l'Esercito Sardo. La "Commissione Civica" fu imprigionata al completo e tutti i suoi componenti furono tradotti al confino a Salisburgo, dove rimasero fino al termine della guerra del 1848.

In tale contesto storico e militare s’inserisce l'episodio della battaglia di Castelnuovo del Garda, che, di fatto, segnò l’apertura delle ostilità (11 aprile) attorno alla piazzaforte di Verona.

Dopo i fortunati episodi insurrezionali delle Cinque Giornate di Milano, Luciano Manara (1825-1849), il patriota bergamasco che sarebbe morto nell'eroica difesa della Repubblica Romana, formò una colonna di volontari lombardi, cui avevano aderito anche molti contadini, deciso a marciare contro gli Austriaci in ritirata. Il "battaglione Manara", come in seguito fu chiamato, occupò Treviglio, Brescia e la sponda occidentale del Lago di Garda, riuscendo anche ad impadronirsi della flottiglia dei battelli a vapore. La circostanza suggerì l'audace idea di sbarcare sulla sponda orientale veronese del lago allo scopo di rifornirsi di munizioni nelle ben dotate polveriere del Quadrilatero. Nella notte sul 10 aprile, un gruppo di volontari, quattrocentocinquanta uomini o poco meno, salpò da Salò alla volta di Cisano agli ordini del maggiore Agostino Noaro di Genova. Il 10 aprile essi furono festosamente accolti a Cisano, da dove proseguirono a piedi su Lazise e Pacengo, che occuparono. Nel pomeriggio di quella giornata, i volontari riuscirono a mettere a segno un colpo di mano contro una polveriera situata tra Peschiera e Castelnuovo. Durante il trasporto delle polveri a Lazise, essi furono avvertiti che un centinaio di soldati austriaci si trovavano a Castelnuovo per foraggiare. Il maggiore Noaro, senza esitazioni, piombò sul paese e catturò i nemici, alcuni dei quali, essendo italiani, si unirono alle fila dei volontari lombardi.

La popolazione di Castelnuovo, forse spaventata dall’eventualità di rappresaglie, non accolse molto bene i liberatori e, parroco in testa (don Felice Parlato), consigliò ai volontari di accamparsi fuori dell'abitato, su un'altura dalla quale avrebbero anche potuto meglio controllare la situazione lungo la strada Verona-Peschiera. Il suggerimento - non c'è che dire - era accorto e prudente; ma il Noaro diffidava dei sentimenti della popolazione e pertanto ordinò di fortificarsi nell'abitato requisendo carri e ogni cosa atta a barricare il luogo. Egli non si era sbagliato, perché, difatti, durante la notte, la deputazione comunale del paese si dette totalmente alla fuga e uno dei membri riuscì ad abboccarsi con un emissario austriaco che avvertì prontamente il comando a Verona.

Quando, nella notte sull'11 aprile, il comando militare della piazza di Verona fu informato dell'avvenuta occupazione di Castelnuovo, grande fu lo stupore per l'audacia dell'attacco, che a stento poteva essere creduto opera di pochi volontari. Radetzky, dopo qualche perplessità, decise che di mattino una forte colonna, composta di un battaglione, da alcune compagnie di fanteria, da artiglierie e da un drappello di cavalleria muovesse su Castelnuovo sotto il comando del maggior generale principe Thurn e Taxis, con l’ordine di schiacciare ogni resistenza e di dare in esempio alla popolazione civile dei dintorni.

Il bollettino ufficiale n. 3 diramato dal comando militare austriaco l'11 aprile afferma che "nell'altura dell'osteria del Bosco (oggi località Bosco di Sona) si mostrarono prima grosse turbe d'armati contadini, che... furono respinte a Castelnuovo". II particolare è della massima importanza, sia perché darebbe all'episodio bellico di Castelnuovo una valenza politico-sociale inedita, sia perché spiegherebbe - e dunque giustificherebbe - l'eccidio compiuto dagli Austriaci sulla popolazione civile del paese.

Ma a smentire il bollettino ufficiale del comando militare è un documento certamente degno di fede: la relazione che il maggior generale Thurn e Taxis stilò e inviò al comando della piazza di Verona a vicenda conclusa, il 13 aprile successivo. In essa si legge chiaramente che fino al rione non fu incontrato nemico alcuno. Inoltre la relazione del principe di Taxis, mentre parla più volte di "Insurgenten", definiti come " grosstenteils Lombarden, und auch Piemonteser darunter ", non fa mai cenno alcuno a contadini. Del resto gli abitanti di Castelnuovo avevano avute tutte le armi requisite dopo la proclamazione dello stato d'assedio di Verona. In definitiva gli abitanti di Castelnuovo aiutarono sì volontari Lombardi nell'erigere le barricate, ma solo perché costretti dalla situazione e non certo per scelte politiche; che, semmai, come si è accennato, andavano al mantenimento dell'ordine costituito.

A Castelnuovo duemilacinquecento austriaci fronteggiarono le poche centinaia di volontari. L'adunata era stata fatta in piazza Bra’; di là partì la lunga colonna, che, raggiunto il Tione, incontrò vari sbarramenti stradali; l'avanguardia fu fatta segno a colpi di fucileria da parte dei volontari. Essi si rinchiusero in Castelnuovo, che "era barricata nella più forte maniera e dalle finestre delle prime case e dai tetti... un molto vivace fuoco d’armi leggere veniva fatto contro di noi, mentre, nel contempo - scrive il Taxis nella sua relazione - ininterrottamente suonavano le campane a stormo".

Presa quota, cominciò il bombardamento dell'abitato; il campanile fu presto colpito e abbattuto, mentre la fanteria conquistò alla baionetta la prima barricata; ma le strade interne del paese erano state barricate e gli Austriaci, se vi si fossero avventurati, avrebbero subito forti perdite. Il Taxis ordinò allora di cannoneggiare a ripetizione le case. "Dopo questi preparativi - egli prosegue - si poté marciare alla occupazione della località. A tale scopo vennero formate due colonne d’aggiramento... le quali avvolsero il paese dall'esterno e vi penetrarono nelle vie laterali; mentre... una colonna della fanteria si spingeva nel paese per la strada principale". Tuttavia l'azione si protrasse per oltre tre ore. Alla fine "nulla poté resistere all'impeto delle nostre valorose truppe; i barricamenti e le case barricate e tutt'ora occupate furono espugnati, cagionando uno spaventoso bagno di sangue. Con l’occupazione del campanile ebbe fine la conquista di Castelnuovo e il nemico si ritirò in selvaggia fuga verso Lazise... ".

II vento, levatosi forte sulla sera, favorì l'incendio del paese; gli Austriaci si ritirarono per la notte al Bosco di Sona. Il Taxis tace completamente gli orrori commessi da suoi soldati: saccheggio delle abitazioni, orrenda profanazione della chiesa, violenze d'ogni genere, compresi gli stupri, e massacro di una quarantina d’inermi, fra cui bambini, donne e vecchi. In tutta Italia e fuori il martirio di Castelnuovo provocò indignazione.

Le perdite austriache furono molto ridotte, mentre tra i volontari esse si aggirarono sui centocinquanta uomini. Il Taxis parla di «zelante abnegazione" dei propri ufficiali. L'indomani, il 12 aprile, gli Austriaci ripristinarono il ponte fuori Castelnuovo e quindi si ritirarono per superiore comando. Il ritorno degli Austriaci in Verona avvenne per Porta San Zeno, Castelvecchio, piazza Bra’, Via Leoncino e Ponte delle Navi fino alla caserma di Campo Fiore; erano carichi di bottino. Il giorno dopo la strage, Radetzky emanò un proclama in cui deplorava che "turbe vaganti di insorgenti" forzassero "i comuni a far barricate" e, affermato che non era in suo potere "ovviare alle tristi conseguenze che ne risultano", esprimeva il personale "rincrescimento" di "veder esposte la vita e la proprietà del tranquillo e pacifico cittadino alla morte e alla devastazione".

Fu un’Ipocrisia stucchevole, perché non è credibile che soldati così rigidamente inquadrati nei ranghi come quelli austriaci, potessero abbandonarsi ad azioni così delittuose senza precisi ordini superiori. Va notato che in quella giornata, tra le fila austriache, molti furono gli ufficiali italiani presenti, tra cui anche il nobile veronese Girolamo Salerno, sottotenente aiutante del principe Taxis.

Quanto ai volontari lombardi, riguadagnata Lazise, dove sostarono la notte dell'11 aprile, al primo mattino del 12 ripartirono per Salò. Il "battaglione Manara" avrebbe compiuto ancora brillanti azioni contro gli Austriaci nell'alto lago.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1985

Condividi "Scontro di Castelnuovo" su facebook o altri social media!