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Sant'Ambrogio di Valpolicella

Verona / Italia
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Se in tutta la Valpolicella c'è un Comune al quale possa spettare la palma di una precoce industrializzazione, esso è senza dubbio alcuno quello di Sant'Ambrogio. Il merito è anzitutto degli splendidi materiali lapidei che qui, sin dall'antichità, vengono estratti: dal monte Pastello, dal Monte Solane e dalle loro propaggini. Una serie di cave non ancora esaurite hanno dato, infatti, in passato e danno tuttora pietre e marmi che hanno imposto nel settore il nome di Verona in Italia, in tutto il bacino mediterraneo, in Europa e persino in altri continenti.

Enrico Nicolis, un secolo fa, quando la fama dei marmi di qui aveva forse raggiunto il suo apice (poi Sant'Ambrogio divenne via via sempre più anche un centro di lavorazione e commercializzazione), così ne ricordava i principali tipi in una tabella in cui, per ogni qualità, sono registrati il peso specifico, la resistenza, le dimensioni estraibili, i prezzi (di allora) e gli usi: Cengia grigio chiaro, senza macchie; Cengia bianco; Nembro bianco compatto; Rosso chiaro di banca; Mandorlato di Monte; Giallo e giallognolo; Azzurro chiaro macchiato; Rosso chiaro venato e macchiato; Rosso vivo brecciato con punto giallo detto "Occhio di pernice"; Rosso vivo detto Broccatello; Sottobroccatello; Nembro rosso brecciato; Cengia rossa di Monte; Cengia rossa macchiata; Cimier mandorlato; Cengia scura di Monte; Nembro mandorlato pomarol; Bronzetto di Selva; Nembro variegato; Roan di Monte.

Sant'Ambrogio: un piccolo paese (ma poi neanche tanto) che ha dato vita ad una fiera mondiale del marmo e delle macchine per tener alta una tradizione plurisecolare di cava, di lavorazione e di commercializzazione di quello che ha rappresentato sempre, per la gente di qui, il suo oro. Marmo veronese per antonomasia: "talché anche oggi - ricordava Renzo Chiarelli - quando si dice comunemente "marmo di Verona", per lo più si pensa, quasi sulla spinta di un'idea innata, al bel marmo rosso, vivo, lucido, brillante, levigato delle cave di Sant'Ambrogio, o giù di lì".

Gli abitanti di queste zone non avevano solo la materia prima. Per loro ulteriore fortuna - e perciò poterono sopravanzare da subito altre zone marmifere - l'Adige scorreva ai loro piedi: un gran fiume che consentiva il trasporto di merci pesanti in tutto il bacino adriatico con risalita attraverso altri fiumi e canali all'interno delle terre che si affacciavano al mare. Così inviavano pietre e marmi a Verona ma anche a Modena o Ferrara, ad Ancona ma anche a Venezia e alle Bocche di Cattaro.

Logico quindi che, fin dall'antichità, Sant'Ambrogio fosse anche patria di scalpellini, di tagliapietra, di scultori. Forse lo stesso Magister Ursus con i suoi discepoli Gioventino e Gioviano - che nel secolo VIII lavorano per la pieve longobarda di San Giorgio sui colli retrostanti il capoluogo - sono scultori della zona: la pietra nella quale vennero scolpite colonnette e archivolti del ciborio è senz'altro locale. E con tutta probabilità è un cittadino di San Giorgio anche quell'Adaminus de Sancto Georgio che firma, agli inizi del secolo XIII, le sculture del prospetto della cripta della basilica di San Zenone in Verona.

Ma non è perciò a dire che Sant'Ambrogio di Valpolicella, da sempre il più industrializzato fra i Comuni di questa plaga, non abbia goduto e non goda ancor oggi di una florida agricoltura, specializzata adesso ancor più che in passato, nella coltivazione della vite e nella produzione d'ottimi recioti e amaroni fra i quali primeggiano - anche qui per non recente tradizione - quelli della Grola, immortalati in una poesia di Berto Barbarani:

E tuto intorno a piombo de tirèla
dindola al monte, pronta e sucarina,
I'ua del recioto de Valpolesela
con San Giorgio e Negrar degna Regina,
e castalda del vin de quela Grola,
che no ghe manca gnanca la parola!

Posto sul versante sinistro dello sbocco dell'Adige dalla Val Lagarina nella pianura padana, il territorio del Comune di Sant'Ambrogio va dagli 87 ai 1075 metri s.l.m. e comprende oltre al Capoluogo (con Corgnan, Grola e Sengia) anche Domegliara (con Ca' de Piceto e Osteria Maggi), Gargagnago (con Giare e Monteleone), Monte (con Calcarole), Ponton e San Giorgio.
L'intera zona fu abitata fin dalle ere preistoriche: Mandaiole, Passo del Piccon, Ca' Verde, Domegliara, lo stesso Capoluogo, San Giorgio e Monte Solane hanno restituito, nel corso degli ultimi cento anni, testimonianze di grande interesse che vanno dalle fasi neolitiche alla seconda età del bronzo. Anche l'epoca romana è assai ben rappresentata. Oltre alle due aree funebri poste davanti alla parrocchiale di Sant'Ambrogio, va segnalato l'importante ritrovamento, in località Prunea, di un cinerario a cassetta con relativo corredo funebre, nonché quello di due are a Mitra rinvenute nel 1940 e poi scomparse.

Ma è soprattutto a San Giorgio - cui compete sicuramente il titolo di capoluogo religioso del pago arusnate - che sono venute alla luce le più importanti testimonianze dell'età romana: iscrizioni sacre come quelle a Cuslano, alla dea Fortuna, al Sole, alla Luna e a Vesta; iscrizioni funerarie; grandi blocchi lapidei (di fianco alla pieve), ed una serie di statuette di terracotta, rappresentanti divinità, devoti ed animali.

E qui occorre ricordare che San Giorgio - il quale non è oggi che una modesta frazione del Comune - per almeno una quindicina di secoli fu il centro religioso di tutta la Valpolicella occidentale, dapprima con i suoi santuari arusnati e quindi con la sua pieve medioevale. Come il piccolo borgo arroccato su panoramico balcone in faccia alla pianura sia venuto perdendo via via, dalle soglie dell'evo moderno ai nostri giorni, la sua importanza, è fenomeno ampiamente testimoniato tra l'altro dal progressivo calo della sua popolazione residente, fin qui dedita alle attività agricole e a quelle dell'estrazione e della lavorazione del marmo, e dal contrapposto aumento della popolazione dei vicini centri costituenti l'attuale Comune.

A San Giorgio si trova la famosa pieve con strutture del secolo VIII ma in parte rifatta in periodo romanico. Nella pieve è conservato quel ciborio di cui già si è detto e che, seppure ricostruito nel 1923, risale all'epoca di Liutprando e cioè alla prima metà del secolo VIII. Il ciborio, collocato sopra l'altare, è formato da quattro colonne. Un capitello originario è nella parte anteriore del ciborio (gli altri due sono imitazioni, ed un terzo originale si trova nel Museo di Verona). Ad essi sono sovrapposti quattro archetti terminati da una cornice che contiene qualche frammento originario largamente integrato. Gli archetti ritrovati nel chiostro della chiesa (e di cui solo quattro sono stati reimpiegati nell'attuale ciborio) assommano però a sette. I tre più antichi sarebbero databili alla prima metà del secolo VIII e sono quelli raffiguranti croci e colombe, croci gigliate, tralci d'uva. Gli altri quattro, con pesci a squame e rosette, con due pavoni, con croci e rosette, con pesci non squamati e rosette, denuncerebbero un'epoca più tarda: la prima metà del secolo nono. Ad essi se n'è aggiunto un altro, scoperto dagli scavi effettuati dietro l'abside per la munificenza della Banca Popolare di Verona.

Il ciborio è comunque un monumento assai importante, proprio perché due delle sue colonnette recano un'iscrizione che dice tra l'altro come, nel nome di Gesù Cristo, con le offerte (raccolte nella festa di san Giovanni) il ciborio venisse edificato essendo re Liutprando e vescovo di Verona Domenico, rettori della chiesa i sacerdoti Vidaliano e Tancol e gastaldo un certo Refol. L'iscrizione, incisa dal diacono Gondelme, ricorda gli autori dell'opera: Orso capomastro con i suoi discepoli Gioventino e Gioviano.

AI secolo XII appartiene, accanto alla pieve, anche il chiostro, intatto per tre lati. Un particolare assai caratteristico di questo chiostro è rappresentato dalla serie dei capitelli delle colonnette, tutti lavorati in forme diverse da scultori che si sono sbizzarriti a rappresentare animali grotteschi ed altre forme del regno animale e vegetale. Anche il campanile di San Giorgio di Valpolicella risale allo stesso periodo.

Nella piazza principale del Capoluogo si trova la sede comunale, a destra l'istituto scolastico, mentre su entrambi i lati della piazza sorgono antichi palazzi, fra i quali casa Panteo del secolo decimoquinto. Poco più in là, l'attuale chiesa parrocchiale, che sostituì una più vecchia, fu eretta fra il 1758 e il 1785, anno in cui fu consacrata. Restaurata nel 1875 fu rinnovata nel 1964. Essa ospita numerosi dipinti di pregio dovuti ai pennelli di Angelo da Campo, Orazio Farinati, Paolo Brenzoni e Giambattista Bellotti.

Sopra Sant'Ambrogio si trova la chiesetta di San Zeno in Poia del secolo XIII, costruita a strati di calcare rosa. Il campanile è stato trasformato nella parte superiore. Altro oratorio è quello di San Nicolò costruito agli inizi del secolo XVIII per comodità di una locale confraternita della Buona Morte.
Su via Corgnan è villa Brenzoni - già dei Rambaldi - che, pur essendo assai vasta (la compongono parecchi fabbricati), non ha nulla di notevole, salvo un ricordo letterario: fu abitata nella prima metà del secolo scorso dalla poetessa Caterina Bon Brenzoni moglie di quel Paolo Brenzoni che qui fondò la prima scuola per lavoratori del marmo. Qui, nell'ampio spazio antistante la villa, si teneva in settembre la mostra internazionale del marmo e delle macchine connesse alla sua lavorazione.

Domegliara è la frazione di Sant'Ambrogio che ha avuto negli ultimi decenni il più forte sviluppo, tanto da potersi contrapporre allo stesso Capoluogo. La parrocchia vi fu eretta solo nel 1920 e la chiesa - costruita nel 1897 su disegno dell'ing. Fraccaroli - fu ampliata negli anni 1965-66. A Domegliara è ancora villa Rovereti, costruita intorno al 1780, nello stile del Cristofoli. In essa il gusto barocco si rivela spiccato specie nell'attico sagomato carico al centro di statue, pine e trofei.

Gargagnago è pure popolosa frazione del Comune. L'attuale chiesa parrocchiale vi è stata costruita nel 1820 su disegno dell'architetto Giuliari e fu consacrata nel 1939. A Gargagnago si trova anche la villa Serego Alighieri, che architettonicamente non ha alcun preciso carattere, ma che è assai importante dal punto di vista storico, essendo stata la villa dei discendenti di Pietro Alighieri, quartogenito di Dante, che dopo la metà del Trecento acquistò terre a Gargagnago e costituì quel ramo della famiglia Alighieri che si estinse due secoli dopo con Ginevra, la quale portò in dote al marito conte Marcantonio Serego anche il gran cognome. La villa attuale è il risultato di confusi rifacimenti in epoche e con stili diversi. La cappella è del Seicento. Ampio il parco, con un lungo viale di cipressi.

Anche la frazione Monte ha origini assai antiche. Colà esisteva un castello, se è vero quello che narra il Dalla Corte: "Nel 1255 Ezzelino, dubitando che suo fratello Giannotto (Giovan Antonio) potesse tradirlo, lo fece prendere un giorno che questi si trovava fuori città e co' ferri ai piedi e alle mani serrare nel Castello di Monte, che è nella Valle Policella e quasi sopra la Chiusa oggidì si ritrova, e poco dappoi fattolo condurre a Verona lo fece crudelmente morire".

Ridente centro del Comune di Sant'Ambrogio è pure Ponton, la cui chiesa, soggetta un tempo alla pieve di San Giorgio, è ricordata già in una bolla papale del 1145.

Parrocchia prima del 1456, quasi cento anni dopo sarà consacrata e dedicata a San Pietro per essere di lì a qualche anno, nel 1565, ampliata e dedicata a Santa Maria Maddalena. L'edificio è complessivamente modesto e non dà segni dell'origine antica se pare che a lato del battistero e sulla piccola facciata esistano mura originali superstiti alle demolizioni e ampliamenti. Qualche affresco occultato da lesene affiora qua e là mentre la base antica del campanile è costruita in pietre policrome più ben lavorate sugli angoli di quelle della sopraelevazione. Opera d'artista ignoto è una giolfinesca Vergine del rosario, cui sono state aggiunte in seguito scene dei misteri inghirlandati da serti di rose. Sono presenti Bernardino India e il Brusasorzi con una Deposizione e una Madonna con i santi Maddalena, Pietro e Paolo, che si trova nell'abside sopra il coro di noce intagliato del 1804. La chiesa da qualche tempo è stata migliorata nel suo aspetto interno: è stata rinnovata la tinteggiatura, una preziosa Madonna in legno dorato policromo del XVI sec. è stata posta su un altare, le vecchie tele della Via Crucis della fine del '700 che erano tenute in disparte sono tornate all'uso devozionale.

Ma la gemma di Ponton è villa Nichesola, una delle belle ville cinquecentesche della Valpolicella. Costruita dal conte Fabio Nichesola, vi è evidente l'impronta Sanmicheliana sia nel portico a pilastri bugnati, sul quale s'aprono vigorose porte e finestre a bozze, sia nei particolari architettonici del fronte verso l'Adige, sia nei portali d'ingresso al cortile e al distrutto giardino recanti sui solidi pilastri alte piramidi. In questa villa - che aveva annesso anche un orto botanico - il dotto canonico Cesare Nichesola raccolse gran numero d'iscrizioni antiche, che nel 1612 passarono all'Accademia Filarmonica di Verona e, un secolo dopo, formarono il primo nucleo del Museo Lapidario Maffeiano. "Rus amoenum in quo ... sunt perampla praedia et egregiae aedes" (amena compagna nella quale sono ampli terreni e dimore signorili): così la ricorda nel 1606, a pochi decenni dalla sua costruzione, il Pona. E di lì a qualche anno gli fa eco il Pescetti chiamandola "deliziosissima e magnifica villa". Villa e giardino non ebbero invero, da subito, vita fortunata perché gli eredi del canonico, oppressi dai debiti, misero tutto in vendita, anche le lapidi. Rapidissimo fu il deterioramento del giardino che nel 1617 lo stesso Pona deplorerà: "nel qual luogo altre volte erano coltivati con mirabile diligenza alcuni giardini per ordine di monsignore Cesare Nichesola... nei quali notammo nelle impressioni latine, il numero di piante rare".

Come architetto della villa si era fatto il nome di Michele Sanmicheli, ma con ogni probabilità, come ha suggerito il Puppi, intervenne invece, verso gli anni ottanta del '500, qualcuno della sua famiglia, esaltando: "a scala di territorio, la dinamica ricca e lata della tipologia veronese, in un trascorrere connesso di spazi, aperto dai portali alla corte, funzionale alla gestione agricola e dominata dal portico di pilastri bugnati della casa dominicale, e quindi agli "horti amoenissimi" riservati all'otium degli studi botanici".

Il nucleo della villa è rappresentato dalla dimora patrizia, dai capaci magazzini, dalla scuderia e dall'abitazione dei contadini. Le tre sale decorate da Paolo Farinati, lodate anche dal Maffei, furono restaurate nel 1963 a cura dell'Ente Ville Venete, su sollecitazione di quell'innamorato della sua Valpolicella che fu Giuseppe Silvestri, il quale si riprometteva forse che, proprio da quest'operazione, iniziasse il riscatto del complesso. Si tratta di tre ambienti, posti a piano terra del palazzo: nella sala centrale il Farinati - forse aiutato nell'impresa dai figli Orazio e Giambattista - dipinse in terretta gialla e verde un finto loggiato a colonne doriche inserendo tra queste trofei d'armi e le divinità che più avevano relazione con l'ambiente agreste. Nelle due sale laterali affrescò, invece, sempre con lo stesso tipo di monocromia, e sempre tra colonne doriche, storie mitologiche e figure allegoriche. Affrescati erano un tempo anche gli esterni del palazzo, e cioè gli altri lati del cortile, la facciata verso il giardino e l'interno di una grotta a stalattiti con stupendo pavimento a mosaico e vasche di marmo.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1989

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