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San Zeno di Montagna

Verona / Italia
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Paese posto sulle falde occidentali del Baldo, e precisamente sul versante di questo monte che guarda il Lago di Garda, San Zeno di Montagna dista nove chilometri a nord-ovest da Caprino e la sua altitudine è di 609 metri sul mare.

Alla fine del XIX secolo il Comune accoglieva un importante poligono militare e, nell'estate, i reggimenti della Divisione di Verona vi si susseguivano per esercitarsi nei tiri individuali e collettivi di guerra. Allora il territorio era considerato assai fertile: produceva vino e cereali in abbondanza. Vi si vedevano nella parte inferiore e meglio esposta dei bellissimi olivi, del cui legno si facevano anche intagli; in alto aveva invece pascoli vasti ed ubertosi. Vi si faceva grande allevamento di bestiame e, fra le industrie casalinghe, aveva importanza la tessitura del lino e del cotone per tele ordinarie, mentre pure la bachicoltura era abbastanza curata e, diffusa nelle varie famiglie, era fonte di discreto guadagno.

Arroccato sul Monte Baldo, in posizione panoramica, San Zeno di Montagna, piccolo centro ad economia assolutamente montana ha vissuto negli anni successivi, ma soprattutto in questi ultimi cinquant'anni, la sua crisi economica, riscattata da uno sviluppo edilizio considerevole, quasi esclusivamente in direzione turistica.

Il capoluogo è costituito, oltre che da San Zeno, anche da Ca' Montagna, Ca' Sartori, Castello La Ca', Laguna, Pora, Villanova. La frazione Lumini comprende invece anche Lumini di Là e Prà Bestemià.

San Zeno si affaccia a picco, come un balcone, sopra il Lago di Garda; all'altezza di Torri del Benaco: incantevole è di qui la vista, campeggiando di contro, fra i monti bresciani, sopra Salò, Gardone, Maderno, Toscolano e Gargagnago, quel monte Gu che raffigura quasi una colossale testa di Napoleone adagiata. Il monte, infatti, è conosciuto nel Veronese come Naso di Napoleone.

Tutto il territorio comunale si presta, per le sue bellezze naturali, con prati e boschi a perdita d'occhio, a passeggiate ed escursioni con davanti, di qua da Valle Valdana, la località Ca' Sabania e di piano Luca (m. 372) e con di fianco, verso nord, Ca' Macchi e Tese (m. 526), il capoluogo ha dietro di sé, a settentrione di monte Capra (m. 651), Ca' della Volta (m. 619), Ca' di Schena (m. 586) dove era un tempo una caserma della Guardia di Finanza, Ca' Sartori (m. 592) e Ca' Montagna (m. 590) i quali colmelli, facendogli corona, valgono ad impreziosirlo, anche con le loro antiche rustiche abitazioni rurali.

Più in là (oltre il Buco della Volpe, m. 508), Castello (m. 615), Laguna (m. 625), Pora (m. 672) ed i baiti Borgia che, negli avvallamenti detti le Fittanze, sono limitati dal monte Resare (m. 877) e dal Dosso Maccia (m. 757), valicata la profonda incisione Sengeallo che si congiunge con l'altra detta Sandalino, sta, ad est di Ronco (m. 571) e Villanova (m. 607), la cosiddetta riva dei Cervi. Dall'Ara Vecchia (m. 725) e da Monte Castello (m. 991), salendo a Prada, a Ghiot (m. 1010) e Ca' del Putin (m. 1043) fino a Valvaccara (m. 1545), si raggiunge ad est la Cascina Albertini (m. 1920), da dove le creste di Costabella e di Naole segnano il confine orientale dei Comuni di Ferrara e Caprino. Ridiscendendo per Ortigaretta ed Ortigara bassa - di dove le creste di cui si è detto - si continua per i baiti di Ortigara e Madonna della Neve ed Orto, fino a Sengia (m. 1327) ed a Croce (m. 1317), ad oriente di cima Mandra (m. 1297) e di Dosso dei Cavalli (m. 1302) e degli Zocchi (m. 1268) e di Monteselli (m. 1153) e di Casara (m. 1121) e del Segnale (m. 1179), dalla riva di Prada, per Pozze Nuove (m. 1050), Pra' Romano e le Ca' Simoncello e Cavallari e Casone (m. 1031 ) che discendono sulle opposte falde occidentali di Cima Mandra e Dosso dei Cavalli, si passa a Prà Bestemià (m. 800-970) e di Casagrande (m. 937-700), arrivando a Lumini (m. 985) di dove si scende in val di Caprino, mentre ancora più a sud, dopo monte Nugoli (m. 841) si va sulle falde di monte Belpo (la cui vetta è a m. 884) e a Gazzo, all'estremo confine sud-est del Comune.

Poco è stato restituito in loco a proposito di testimonianze abitative di antiche età preistoriche: probabilmente allora la zona era scarsamente frequentata. Ad ogni buon conto sulle pendici del Baldo, nei pressi dell'abitato di Prada, è stata raccolta una punta musteriana (paleolitico medio), mentre in varie zone intorno all'abitato di San Zeno di Montagna si sono rinvenuti, in superficie o in depositi argillosi, numerosi materiali litici che sono stati attribuiti al paleolitico medio, al paleolitico superiore, al mesolitico, al neolitico e all'età del bronzo.

Particolare interesse ha rivestito ancora il rinvenimento di un raschiatoio laterale raccolto nel centro del paese di Lumini, nell'ambito di uno scavo per fini edilizi che ha messo in luce una sezione con paleosuoli databili all'interglaciale Riss-Wurm e anteriori (paleolitico medio). Infine, nelle località Laguna e Ca' Schena sono state rinvenute tombe ad inumazione prive di corredo per le quali non è certa l'attribuzione all'età romana.

IL POTERE DELLA FAMIGLIA DAL VERME

Scarse anche le notizie sull'alto medioevo e la stessa età comunale. Si potrà tuttavia concordare con Daniela Zumiani, secondo la quale, per quanto concerne l'amministrazione di San Zeno di Montagna, nella nuova situazione politica verificatasi dopo il 1193, la località avrebbe condiviso le vicende di molti altri centri rurali del territorio veronese direttamente soggetti alla civitas, avendo avuto, con ogni probabilità, un'autonomia ridotta, poiché la dipendenza del Comune cittadino n'abbracciava generalmente la giurisdizione, la finanza, l'amministrazione e la polizia.

"Solo a partire dai primi decenni del Trecento - annota a questo proposito la studiosa - riusciamo ad avere informazioni documentarie sulla zona. L'esistenza di alcune fonti, redatte nell'arco di un secolo, tra il primo Trecento e l'inizio del Quattrocento, ci consente di fare luce su aspetti significativi dell'assetto istituzionale e dei rapporti economici. Esse registrano, sia pure indirettamente, alcune variazioni avvenute nell'organizzazione territoriale durante il periodo che va dalla stabilizzazione alla caduta della signoria scaligera, quindi all'affermazione della dominazione veneziana, dopo il breve intermezzo visconteo".

In tali documenti vi sono, infatti, elementi utili alla ricostruzione della parabola del potere in loco dei Dal Verme, che si avviavano allora a diventare una delle più prestigiose dinastie di condottieri dell'Italia settentrionale. E questa è - seguendo ancora Daniela Zumiani - una circostanza oltremodo favorevole, poiché la famiglia Montagna, proprietaria di Ca' Montagna, di cui fra poco si discorrerà, ebbe, durante il Trecento, provati e stretti rapporti proprio con i Dal Verme.

Ma noi non ci soffermeremo tanto sui Dal Verme, quanto sul fatto che il primo di questi documenti, quello più antico e che porta la data del 1321 ci parla di un sindicus, Martinello del fu Benvenuto che, a nome dell'intera comunità di Montagna, cede in affitto l'area della silva superiore ad alcuni notabili veronesi. "La zona della quale vengono descritti i confini - annota Daniela Zumiani - sembra corrispondere grosso modo a quella attualmente denominata Fittanze, con un'estensione verso la località Valdabin (nel documento indicato come comune Vabim)".

Un diploma di Martino Il del 1351 conferma ai Dal Verme il vicariato di Pesina, Ceredello, Montagna e Albisano, mentre una pergamena del 1354 riguarda i pascoli posseduti dai Dal Verme sul Monte Baldo. Infine, una pergamena del 1395 ci rende edotti di come la proprietà dei Dal Verme venisse affittata agli uomini della comunità di San Zeno di Montagna.

LA DOMINAZIONE VENEZIANA

All'inizio della Dominazione veneziana su Verona ed il suo territorio, nel 1405, nonostante Jacopo Dal Verme si fosse affrettato a chiedere a Venezia la restituzione del vicariato di Pesina, Albisano, Ceredello e Montagna, questo passò dapprima sotto il vicariato di Lazise e quindi sotto quello di Torri.

Già in quest'epoca San Zeno possiede una sua cappella dipendente dalla pieve di Garda, che nel 1530 - nel frattempo diventa parrocchia - sarà visitata dal vescovo Gian Matteo Giberti: n'è parroco don Faustino Butturini da Torri che però risiede nella Curia Romana; per lui celebra don Battista Festi, con un salario di quindici ducati annui. I verbali di questa visita pastorale ci forniscono altri dati interessanti. Il vescovo, dopo la preghiera, benedice il popolo, visita il fonte battesimale e ordina di coprirlo con la cupola. Nella chiesa vi è la confraternita della Beata Vergine Maria che non possiede nulla tranne le elemosine dei confratelli. Dietro loro richiesta il vescovo concede 80 giorni di indulgenza a chi visiterà la cappella e farà elemosina nella prima domenica del mese, in tutte le festività della Vergine e nelle feste di San Rocco, San Sebastiano, San Lorenzo e in tutti i giorni della Settimana Santa.

Esisteva allora anche una chiesa di Sant'Apollonio, ma era semidistrutta, e così il Vescovo ordina di decidere se sia il caso di abbatterla del tutto. A memoria d'uomo sembra che fosse sempre stata in quelle condizioni per negligenza della famiglia Montagna di Verona. Il Vescovo esorta la popolazione a fondare una confraternita del Corpo di Cristo alla quale soprattutto dovrebbero iscriversi coloro che portano il Santissimo agli infermi.

Nobili del luogo che esercitano una speciale protezione sono lo spectabilis litterarum doctor Piero Francesco Montagna, Guglielmo Zenari e Girolamo Brenzoni. Notabili del luogo: Andrea Gottardi massaro, Bartolomeo di Pietro consigliere, Giovanni Domenico di Castello, Antonio del fu Ognibene.

Secondo il visitatore si deve inoltre restaurare la chiesa con una volta o a tavole come l'usanza dei Gesuiti, o con travi affinché non crolli; si devono sistemare le porte e costruire un tabernacolo per conservare il Santissimo in mezzo all'altare, affinché quando si celebra non accada scandalo per il soffiare formidabile dei venti che qui imperversano. Tutte queste cose devono essere eseguite dall'arciprete di Garda - anche se fosse contrario - perché percepisce grandi redditi dal paese di Montagna.

Esisteva anche una chiesa campestre dedicata a San Simone, in rovina, che era però soggetta alla pieve di Malcesine. La chiesa visitata dal Giberti non esiste più, sostituita come fu dall'attuale edificio costruito nel 1765 su progetto dell'architetto Alessandro Peduzzi: vasta, ricca di bei marmi, in seguito a varie ricostruzioni, ostenta sugli altari pale del pittore veronese Pietro Nanin, eseguite intorno alla metà dell'Ottocento.

Anche la parrocchiale di Lumini, dedicata a sant'Eurosia, fu costruita nel 1724, e fu eretta a parrocchia soltanto nel 1943. Ma resta da ricordare pure la chiesetta medievale dedicata a San Bartolomeo in Prada, restaurata agli inizi degli anni Ottanta.

LA CASA DELLA FAMIGLIA MONTAGNA

E resta - splendida gemma recentemente recuperata con amoroso restauro - anche la casa trecentesca della famiglia Montagna, che da qui prende il nome, scesa in città verso la metà del secolo XIII, ma che con la natia San Zeno conservò sempre rapporti, mantenendo nella patria d'origine beni e privilegi fiscali.

Recenti ricerche di Daniela Zumiani - che su Ca' Montagna, dimora signorile fra medioevo e primo rinascimento, ha pubblicato un volume - collega questa dimora ai Montagna della contrada veronese di San Martino Acquario, pendolari, tra Quattro e Cinquecento, tra la città e il monte Baldo.

Qui si ritirò anzi, ai primi del Cinquecento, l'ultimo maschio della famiglia, dandosi completamente all'allevamento del bestiame: Zeno - così si chiamava - venne pure sepolto nella chiesa di San Zeno di Montagna, nella tomba di famiglia, dove già era stata seppellita la moglie che gli era premorta. Con lui si estinse, assai preso, questo potente ramo della famiglia dei Montagna, estinto il quale, la casa passerà a tale Zeno Martini e quindi in altre mani, fino a quelle della famiglia Castellani dalla quale il Comune di San Zeno di Montagna l'acquisterà nel 1981, sottoponendola a radicale restauro, con la valorizzazione soprattutto del prospetto e di quanto era rimasto dell'intera decorazione pittorica, veramente ricca e singolare.

Altre antiche case e corti costellano il territorio. Alcune di esse sono di origine assai antica. Oggi purtroppo queste antiche costruzioni risultano pressoché tutte sommerse dalla nuova edilizia che ha formato quasi un unico cordone ombelicale allineato sull'asse stradale e comprendente un gran numero di ville, villine e alberghi. Il che ha fatto in parte dimenticare - con l'abbandono dell'agricoltura, dell'allevamento del bestiame e con l'emigrazione - anche un altro evento funesto: pochi ormai ricordano, infatti, il violento ciclone abbattutosi sul Comune di San Zeno di Montagna nel 1948. Molte case vennero allora completamente scoperchiate ed un cavallo al pascolo venne letteralmente sollevato da terra e trasportato lontano. La memorabile tromba d'aria era partita dalle pendici del Baldo e andò a scaricarsi sulle contrade montane di Pietradritta, Prà Bestemià e Roccolo di Valerio. Per molti anni gli abitanti di queste contrade dovettero sopportare le conseguenze di quel flagello, venutosi a combinare, come si è già detto, ad altri episodi negativi che segnarono ulteriori perdite per la tradizione economica locale.

Le perdite però sono state in parte compensate - e questo va ulteriormente ribadito - dall'attività turistica, divenuta - almeno relativamente agli ultimi cinquant'anni - la principale attività economica di San Zeno di Montagna, anche se, fra le vecchie attività economiche, l'allevamento bovino per la produzione del latte e dei suoi derivati si avvia ad un successo meritevole di attenzione.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1999

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