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San Martino Buon Albergo

Verona / Italia
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"San Martino, paese dalle vie larghe e pulite, ha il curioso appellativo di Buon Albergo, che già nel 1146 gli si dava quando vi esisteva poco più della chiesetta di San Martino, soggetta all'abbazia di San Zeno. Il nome doveva derivare dal fatto che in questo punto si riunivano l'antica strada romana, che passa per Lepia, Belfiore ecc. e l'attuale Vicentina che corre alle falde dei colli; questa diventò nel medio evo ben più importante dell'altra, e trasformata dal genio di Napoleone in strada regia, larga, ben tenuta, fiancheggiata da piante, divenne per così dire la vera e l'unica via di comunicazione di questa parte della provincia".

Così scriveva Luigi Simeoni nella sua celebre guida di Verona e Provincia, nel 1909, quando l'autostrada Milano-Venezia era ancora di là da venire e tuttavia la vocazione industriale e commerciale di San Martino era già da molto tempo segnata, posto appunto com'era, il piccolo centro, su arteria di grande traffico da Verona per Vicenza.

Lungimiranti amministratori locali - nell'ultimo dopoguerra -predisposero poi quel piano razionale d'industrializzazione, il quale, col richiamare ditte anche di notevole importanza, anzitutto potesse risolvere i problemi sociali ed umani di gravità eccezionali conseguenti al fatto dell'abbandono dell'attività agricola da parte delle popolazioni sia delle retrostanti zone collinari e montane, sia dell'ampia pianura, pur povera di risorse; e, guardando avanti, fosse in grado di offrire ancora, per molti anni, condizioni vantaggiose d'ospitalità a quante manifatture intendessero sfruttare la particolare posizione geografica di un Comune che si trova alle porte della città di Verona, sulla Statale 11, con in loco una stazione d'ingresso dell'autostrada Brescia-Padova e con uno scalo ferroviario per passeggeri e merci della linea Milano-Venezia.

Fu così che non solo fu assorbita tutta la manodopera locale, ma anche quella di molti Comuni vicini, con un richiamo di popolazione tale da portare i settemila circa abitanti del periodo anteguerra agli attuali più che dodicimila.

La situazione, rispetto ai secoli trascorsi, è notevolmente ed irrevocabilmente cambiata, soprattutto per quanto riguarda l'agricoltura, un tempo rappresentante almeno il cinquanta per cento dell'occupazione e dei redditi di qui, ed ora ridotta a rappresentarne sì e no il cinque per cento: molta acqua è passata sotto i ponti da quando, due secoli fa, in un pomeriggio d'autunno, si trovò a passare da queste parti Wolfgang Goethe che così lasciò scritto:

"La strada che da Verona conduce a Vicenza è assai comoda... larga, diritta e ben tenuta, si vedono lunghe file d'alberi ed intorno a questi sono ravvolti, spingendoli verso l'alto, i tralci della vite che ricadono poi giù, a guisa d'aerei ramicelli. Qui possiamo farci l'immagine dei festoni. Le uve (era il 19 settembre) sono mature e premono sui tralci i quali vacillano, cadono penzoloni in tutta la loro lunghezza. La strada è piena di gente d'ogni condizione: mi compiacqui specialmente nell'osservare certi carri... cui erano attaccati grossi buoi che trascinavano, su e giù, grandi tini nei quali venivano raccolte le uve dei giardini e pigiate. Quando questi tini erano vuoti, i carretti eri vi rimanevano ancora dentro e tutta la scena ricordava un trionfo di Bacco".

Non che gli agricoltori, ed anche i produttori d'ottimi vini, a San Martino non esistano più: ma per scovarli occorre andare verso le Ferrazze, o la Mambrotta, o meglio ancora dalle parti di Marcellise, importanti frazioni del Comune dopo essere state, almeno alcune di esse, Comuni autonomi, e fino a non molti decenni fa. Nei vigneti, oggi tutti intensivi, si produce Soave e Recioto di Soave, ma anche Valpolicella e Recioto di Valpolicella.

Questi agricoltori sono anche i custodi di una cultura contadina che affonda le sue radici in età preistoriche, quando gli antenati della gente di qui conquistarono dapprima con l'attività pastorizia e poi con l'attività agricola, tutto il vasto territorio collinare e prealpino ad est di Verona, così come ci insegnano, per restare solo nel Comune di San Martino, le scoperte verificatesi a Monte Alto, a Torricella Orti e a Corte Palù.

A Monte Alto, nella dorsale a Nord-ovest di Marcellise, a quota m. 360, sono stati raccolti alcuni manufatti musteriani, tra cui una punta allungata e arcuata e due raschiatoi. Altri manufatti pure musteriani sono stati raccolti a Torricella Orti, mentre a Corte Palù - una zona costituita da un'ampia conca pianeggiante ricca di risorgive - è stato individuato un abitato dell'età del bronzo: "un fatto - annota Luciano Salzani - che merita ulteriori e più approfondite considerazioni soprattutto sul rapporto uomo-ambiente e sulle motivazioni che hanno spinto l'uomo ad edificare i propri abitati in determinate zone". Di qui passava in età romana la via Postumia che, uscendo da Verona, giungeva sicuramente fino a questa località lungo un percorso corrispondente a quello della moderna strada statale.

Inoltre a San Martino Buon Albergo si staccava dalla Postumia la Porcilana, strada pure romana che raggiungeva Belfiore, Cologna Veneta ed Este e forse, con una variante lungo l'Adige, l'Adriatico a Brondolo. Il documento più interessante che l'età romana ci ha restituito relativamente a questo periodo è la dedica Sono Evento, mentre una dedica a Silvano era alla Musella e da qui passò al Museo Maffeiano di Verona. In località Palù invece fu trovata di quest'epoca una casa romana con pavimento a mosaico e consistenti ritrovamenti si ebbero anche non lungi dalla Musella, al Fenilon, in località Guagina. Altri cippi si rinvennero a Marcellise e tombe vennero alla Iuce alla Mambrotta.

In questo territorio quasi sicuramente una rocca esisteva sui colli fin dal periodo romano, a guardia delle strade che attraversavano quella che più tardi, fin dall'Alto Medioevo, sarà chiamata la "campanea minor veronensis": una striscia di terreno di grande importanza strategica compresa appunto fra le colline a nord, l'Adige a sud, la "mansio" di San Martino Buon Albergo ad est e la città di Verona ad ovest. In questa "campanea minor" avvenne - come ha magistralmente chiarito il Simeoni - la sanguinosissima battaglia del 489 la quale, "se non decise le sorti di Italia, tuttavia diede a Teodorico la sicurezza di manovra in tutta la pianura Padana, costringendo Odoacre ad una tattica difensiva, militare e diplomatica".

Vano fu il tentativo di Odoacre di arrestare qui, alle Porte di Verona, Teodorico, sicché il 27 settembre Odoacre - già vinto in precedenza sull'lsonzo - capitolò, riconoscendo il valore personale del re Goto, che subito dopo pose la sua residenza a Verona.

Poco sappiamo di San Martino durante il Medioevo, anche se la dedicazione della chiesa ad un santo particolarmente caro ai longobardi avvalora l'ipotesi che tutta l'area dell'attuale Comune sia stata appunto longobardizzata: certamente "quando nel 1146 - lo ricorda ancora Luigi Simeoni - i degani di Lavagno donarono alla chiesa di San Martino delle terre e le confermarono il diritto di poter usare dei comuni come gli altri consorti, il paese doveva essere ancora in embrione, ma l'opportuna postura e la ricchezza di acque che gli dà il Fibbio… lo destinarono ad un prospero avvenire. E infatti nei secoli XIII, XIV e XV troviamo qui ricordati molini, gualchiere e cartiere che ne facevano un piccolo borgo industriale sì da farlo chiamare anche San Martino delle Cartiere".

Dell'antica parrocchiale di San Martino, che fu rinnovata già nella prima metà del secolo decimoquinto, rimangono oggi l'abside quadrata, usata come magazzino, e il campanile con cella campanaria a bifore. Nel 1774 la chiesa fu infatti rifatta in stile classico a due ordini di pilastri dorici e ionici all'esterno e ionici all'interno, con quattro altari per lato e fu quindi ampliata nel 1946. Nel 1146 essa era soggetta al monastero di San Zeno di Verona, a cui la confermarono Federico I e Urbano III. E' parrocchia con rector nel 1532 e conserva una buona tela di Pasquale Ottino con il santo titolare e una statua della Madonna in trono con Bambino del secolo decimoquinto.

Mentre in epoca veneta il territorio si popolava, nascevano nel comprensorio anche numerose ville fra cui anzitutto la villa Musella, costruita nel secolo decimosettimo da Giacomo e Paolo Muselli, che ha sulla facciata principale statue degli imperatori romani ed a lato una chiesetta fabbricata nel 1657, con elegante campaniletto. Ma il gioiello della villa è oggi il grande magnifico parco che da qui si estende per diversi ettari fin quasi a Marcellise, con rare essenze arboree meritevoli di conservazione e di protezione.

La tenuta della Musella offre infatti come poche altre un esempio vivo di come antichi boschi, probabilmente cedui, possano, con particolari cure, trasformarsi in parco-campagna le cui caratteristiche originarie sono valorizzate anche dalle immissioni di alcune specie di pregio che arricchiscono e contrappuntano la base boschiva naturale.

Per le altre case e ville di San Martino, ci limitiamo a nominare il palazzo del Municipio che è ottocentesco ed appartenne alla famiglia Ferruzzi; l'antico "Buon Albergo", costruzione con portico a volto e con spaziosa sala superiore, di recente restaurato; la Casa Avesani, detta "El Palazzo", del '500, con ampio scalone in tufo; la Casa Zanetti detta "Casal Brusco", cinquecentesca, con le finestre dalle caratteristiche inferriate a pancia; la Casa Barbieri con vasto parco; la Casa Gonella con stemma recante la data 1677.

A Marcellise, la chiesa parrocchiale venne innalzata nel 1830, su disegno di Giuseppe Barbieri, in linee classiche. Le belle tele di Gerolamo dai Libri e Francesco Morone che vi si ammirano erano le ante dell'organo della Chiesa di Santa Maria in Organo a Verona, mentre nel coro si trova una statua di San Pietro del 1660 e sopra la porta è murata un'iscrizione gotica in volgare del 1407. Nella zona vi sono pure sette, otto oratori, fra cui notevoli sono quello di San Rocco e quello detto "La Madonnina", adiacente alla villa Castellani (resto caratteristico è l'abside in tufo riquadrato con cornice a frammenti di riporto del secolo decimosecondo), nonché la chiesa di Santa Maria, eretta negli ultimi anni del secolo decimoprimo da Aldegerio Vicedomino, ora in cattivo stato (fu manomessa nel 1821 e l'altare maggiore è del 1728; ha due navi e due absidi).

Ai piedi del colle di S. Briccio sorge pure la villa Zamboni Montanari. L'elencazione delle "cose notevoli" vede, al confine con Castagnè, "la toresela dei Orti", che è antica costruzione; a Marcellise la villa Malagnini, che è su progetto del Barbieri (nel cortile il magnifico pozzo in marmo di un sol pezzo con relativo "Iavel", si fa risalire ad epoca romana) e la villa dei Malanotte (che conserva la facciata del 1623, come attesta una lapide nel cortile), nonché "La Sogara" che è nei pressi del Cimitero. Sempre a Marcellise vi è poi la villa Zamboni Orti-Manara, con alto portone d'entrata in tufo (nel salone d'angolo vi è uno stupendo soffitto a cassettoni con bellissimi putti e nei pressi una cappelletta con un campaniletto sormontato da una cupola di rame). Ancora il "Iavel" dei Piazzi, con arco antico e atrio con volte di bella struttura, è attribuito al Sanmicheli.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1992

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