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Domenica 4 Dicembre 2016, San Giovanni Damasceno
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San Giovanni Ilarione

Verona / Italia
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In Valdalpone il Comune di San Giovanni Ilarione vicentino fino al 1923 si colloca al limite orientale della provincia di Verona, dove tuttora la diocesi di Vicenza s'insinua nei territori veronesi, comprendendo anche questo lembo di vallata lessinica.

In realtà, ricorda Bruno Chiappa, tutta la valle dell'Alpone apparteneva in epoca altomedievale, sia spiritualmente sia amministrativamente, al territorio vicentino. Ma alla metà del secolo XI i Veronesi la riebbero come ricompensa dell'aiuto prestato ai Vicentini, eccezion fatta però per San Giovanni Ilarione, che venne così a trovarsi in una situazione innaturale sia per la posizione geografica, sia per le caratteristiche dei suoi abitanti, sia per i legami di traffico, tutti orientati verso il Veronese.

Terra "anfibia" o "equivoca" dunque, egualmente distante da Verona e Vicenza: cerniera un tempo, ma ancor più oggi, fra le due economie. Il che, diciamolo subito, ha finito per rappresentare anche una non sfavorevole congiuntura, I'imprenditorialità degli operatori del luogo per così dire approfittandone, nel tentativo di creare quel polo di sviluppo che riuscisse anche a drenare, e quindi a fermare, l'esodo delle popolazioni, anche dall'alta Valdalpone, costrette ad abbandonare la collina, la montagna e le attività agricole ad esse connaturate, in cerca di migliori possibilità di sopravvivenza.

Infatti, a dire il vero, San Giovanni Ilarione, nei decenni dell'ultimo dopoguerra, aveva esso stesso vissuto, sotto il profilo demografico ed economico, momenti non certo brillanti: nel giro di poco meno che vent'anni il Comune aveva perso circa 1.500 persone, con un'emorragia che, sebbene meno violenta, si era resa ogni anno piuttosto cospicua e sembrava, ancora al 1968, tendere ad una recrudescenza. La popolazione, che al 31 dicembre 1951 era di 5.664 unità, era scesa, al 31 dicembre 1968, a 4.111 unità. C'era anche stato invero, una fase particolare, e precisamente nel 1965, 1966 e nel 1967, in cui la perdita di popolazione, da parte del Comune, parve attestarsi su valori sempre più modesti. Ma si era trattato, probabilmente, piuttosto che di una migliorata situazione economica interna, di una scarsa disponibilità d'altri Comuni del Comprensorio e del territorio provinciale a ricevere correnti migratorie, in conseguenza degli effetti della congiuntura nazionale sfavorevole, dopo il boom degli anni 1961-1964.

Poi negli ultimi decenni il volto urbano ed economico di San Giovanni è per fortuna mutato, grazie anche all'insediamento d'alcune industrie legate alla lavorazione della pelle le quali, sostituendosi alla vecchia filanda, hanno permesso l'arresto dell'emorragia demografica che nel giro dei precedenti vent'anni aveva visto, come si è appena detto, la popolazione locale ridotta del 30%. E' stato il censimento del 1981 a registrare una chiara inversione di tendenza: la popolazione, allora di 4209 abitanti, è ora di 4.682 unità.

La popolazione attiva trovò impiego nelle aziende manifatturiere; si trattava però d'operai che non avevano perso i contatti con le tradizionali attività agricole e che spesso coltivavano anche modeste porzioni di terreno tenute a vigneto, a frutteto, a Prato, arrotondando il salario e continuando il secolare attaccamento alla terra dei loro nonni, in ciò correndo in parte anche al riparo dagli effetti della ancor recente negativa congiuntura economica registrata su scala nazionale.

Dell'importanza agricola del territorio ci si era resi conto anche verso la fine del secolo scorso (quando il Comune ospitava 4540 abitanti), sottolineando la presenza di frutteti ma soprattutto dei vigneti il cui abbondante raccolto si vendeva sui mercati d'Arzignano, Vicenza e Verona, dopo una vendemmia che si protraeva oltre il 25 novembre, e ciò per la posizione topografica del sito, le uve non soffrendo i freddi invernali.

Oggi la coltura della vite è anche qui esaltata, come del resto in tutta la media e bassa Valdalpone, con l'offerta del Durello, un vino bianco acidulo ma delicato nel profumo il cui sapore asprigno, dovuto all'alto contenuto in acido, crea sorpresa ai nostri palati ormai abituati a gusti più delicati, ma pare sia di giovamento all'organismo. Lo si confeziona sia sotto forma di "vino tipico", sia in quella di "vino spumante" e si sposa felicemente con le rinomate castagne locali. E mentre nel versante delle colture frutticole è sensibilmente diminuita quella delle pere, si è invece sviluppato considerevolmente quella delle ciliegie, alle quali è stata dedicata una mostra nella sagra del Castello, l'ultima domenica di giugno.

Nelle parti più alte del vasto territorio comunale sopravvive anche la coltivazione della castagna, anche se meno importante di un tempo, dal punto di vista economico, ma ancora legata ad un'antica sagra che si svolge, ogni anno a metà ottobre, nel capoluogo, a cura di un'attiva Pro loco ed ovviamente con il patrocinio del Comune, le cui amministrazioni si sono sempre mostrate sensibili alla conservazione di un patrimonio di storia, arte e tradizioni popolari giustamente vantato da questa terra.

Numerose sono le pubblicazioni che, sollecitate anche dalle Amministrazioni Comunali, oltre che dalle parrocchie, sono in questi ultimi anni apparse ad illustrare i vari aspetti di quest'eccezionale patrimonio, sparso nelle varie località che costituiscono questo Comune, essendo anche qui, come del resto in tutta la zona della Lessinia e pre-Lessinia, l'urbanistica connotata dalla dispersione nel territorio di molte contrade.

Perché San Giovanni Ilarione, attraversato dall'Alpone, ora rumoreggiante e torbido d'acqua ora arido sul gran letto ghiaioso, è in tal modo anch'esso, caratterizzato: casolari distanti e abbarbicati sulle pendici del Calvarina, del Madarosa, della Belloca e degli altri colli intorno, in modo da permettere agli abitanti, un tempo quasi tutti contadini, d'essere più vicini alla terra, sempre feconda di prodotti.

Vittorio Cavallari, Franco Barbieri, Gianni Cisotto, Francesco Todi, Dario Bruni e numerosi altri, ma soprattutto Mario Gecchele, si sono di recente occupati dunque, attraverso numerose pubblicazioni, dei vari aspetti di una bimillenaria storia che è in questa sede impossibile anche soltanto riassumere, mettendo insieme i pezzetti di un puzzle, resi disponibili dal reperimento di nuovi documenti individuati in loco - l'archivio della parrocchia parte dal 1650 circa -ma anche a Verona, a Vicenza o a Venezia, dopo che l'archivio del Comune è andato bruciato e quelli delle antiche famiglie nobiliari del luogo sono dati per dispersi.

Abitata fin dalla preistoria, questa terra attesta la presenza dell'uomo, almeno a stare con Alberto Solinas, fin da cinquantamila anni fa, quando, appena giù dalla sommità del monte Calvarina, nel lieve avvallamento tra le due malghe Roccolo e Marognon (in Comune appunto di San Giovanni Ilarione) al riparo dai venti glaciali provenienti dal nord, doveva già esistere un accampamento stagionale di cacciatori alpini neandertaliani.

Se numerose sono in zona anche le testimonianze d'epoca romana (a Campiano, Santa Giustina; Lobia, San Bonifacio, Roncà e Montecchia di Crosara), scarse esse sono invece nel vasto territorio comunale, forse troppo defilato rispetto alla via Postumia, che creata per scopi militari nel 148 a.C., deve aver attratto verso il fondovalle anche parte delle popolazioni fino allora vissute sulle dorsali montuose, mai peraltro determinando il completo abbandono di pascoli e coltivi.

Fiorente rimase l'agricoltura per tutto il Medioevo, come dimostrano numerosi documenti che ancora ci parlano di frequenti contestazioni locali con i Comuni vicini, generalmente appunto in materia di pascoli e di pertinenze in uso, in particolare nei riguardi del monte Belloca, dove I'apposizione di cippi confinari aveva potuto evitare il ripetersi di abusi, delle violenze, del ricorso all'abigeato e alle armi, delle conseguenti interminabili liti, con interventi di autorità superiori, talora in veste di giudici ordinari, talora in veste d'arbitri nelle liti fra Comuni contermini ma appartenenti a giurisdizioni territoriali diverse. A tal proposito Bruno Chiappa annota:

"La storia del paese fu per secoli condizionata da questa situazione che sta alla base delle frequenti liti che nascevano circa i diritti di pascolo sul monte della Belloca e in altri luoghi, diritti che gli erano contestati dai Comuni veronesi che lo circondavano e in special modo da Tregnago".

AI periodo medievale risale anche la nascita del nome del paese. Come, infatti, ricorda Vittorio Cavallari, quell'Ilarione altro non sarebbe che una corruzione di Aronna, attributo del paese che compare in un diploma di Enrico IV del 1091, volgarizzato in de la rogna o in la rogna. Non si sa se sia nato prima il toponimo dotto o quello volgare e resta quindi il dubbio che il diploma imperiale intenda investire di dignità, latinizzandolo, un attributo non certo qualificante. C'è chi ha ipotizzato che con il termine latino Aronna e con quello in lingua volgare, "rogna", fosse designata un'erba non facilmente estirpabile e diffusa sul territorio. Comunque sia, nella bolla papale del 1685 troviamo finalmente registrata la designazione attuale.

Numerosi sono i monumenti che dal Medioevo ai nostri giorni vennero ad abbellire questo comune. Anzitutto la chiesa di Castello, la quale domina dall'alto della sua rupe basaltica, gran parte della valle.

"Lassù un tempo, annota Mario Gecchele, era il castello dei Malcapella, su quello sperone di roccia che, a ridosso del torrente Alpone, sembra voler chiudere la valle. Oggi sul luogo dell'antico castello sorge la parrocchiale dedicata al Battista, edificata fra il 1805 e il 1819, nel cui interno è custodito un famoso dipinto di B. Montagna (una Madonna col Bambino tra i Santi), uno dei più noti pittori vicentini del '500".

Sempre seguendo la nostra guida annoteremo ancora con lui che:

"Sotto Castello scorrono i tetti del capoluogo con in primo piano la chiesa parrocchiale dedicata a Santa Caterina di Alessandria, eretta ai primi del novecento con ampia facciata, con guglie neogotiche, dipinta e decorata a fianchi attraverso la disposizione di ciottoli neri di basalto, reperibili facilmente in luogo. L'interno quasi interamente affrescato, conserva alcuni splendidi dipinti ed un paio di altari di sicuro pregio artistico dell'antica chiesa. Attorno ad essa si dispone il borgo, ampliatosi notevolmente negli ultimi anni, nel quale le tracce dei vecchi edifici, come l'antica casa domenicale dei Balzi e le grandiose scuole elementari, sono difficilmente distinguibili fra le moderne costruzioni che hanno sconvolto le consuetudini edificatorie di un tempo".

La nostra guida ci fa ancora osservare che:

"Sempre dalle ariele, il luogo ventilato attorno alla chiesa di Castello, è visibile verso est, su un rialzo in contra' Scandolaro, la graziosa chiesetta romanica di San Zeno del secolo XIII, recentemente restaurata. Tra gli antichi edifici sono anche da ricordare un oratorio pubblico all'ingresso del paese risalente al 1715 e la parrocchiale di Cattignano, altra frazione, del 1881, dedicata a San Benedetto".

Insomma: chi recandosi magari a Bolca per visitare la famosa "pesciaia fossile", intendesse fare una anche breve sosta a San Giovanni Ilarione, non avrebbe di che pentirsene. Si troverebbe a scoprire, fra moderni edifici sorti in questi anni, preziose, piccole gemme d'arte che i secoli passati hanno qui incastonato in diversi monumenti civili e religiosi.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1995

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