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Mercoledì 7 Dicembre 2016, Sant'Ambrogio
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San Bonifacio

Verona / Italia
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Anche a San Bonifacio, vasto ed importante Comune ai confini orientali della Provincia di Verona, la realtà economica e sociale è, in questi ultimi cento anni, notevolmente cambiata, come del resto in molte località della Padania. Da relativamente modesto centro rurale qual era, il Comune è balzato in questi decenni, e soprattutto da quelli del dopoguerra, ad una posizione di primaria importanza, come altri dell'Est veronese, quali Cologna, Monteforte, Soave, Caldiero.

Sarà stata la sua posizione geografica, sarà stata la laboriosità degli abitanti, saranno pure state altre congiunture favorevoli, fatto sta che il grosso paese ha assunto via via, in poco tempo, le caratteristiche di una piccola città, provvista d'ogni servizio, e questi sostanzialmente dotati di vera autonomia.

Il fenomeno peraltro, anche se recentemente esploso, era già avvertito, come possibile, già nell'Ottocento, quando San Bonifacio divenne sede di distretto e mandamento, vasto distretto che nel censimento del 10 febbraio 1901 godeva di una popolazione di 38.588 abitanti comprendendo un mandamento e dieci Comuni, sotto la giurisdizione del Tribunale civile e penale di Verona. I Comuni erano appunto: San Bonifacio, Soave, Arcole, Belfiore, Caldiero, Cazzano di Tramigna, Colognola ai Colli, Montecchia di Crosara, Monteforte d'Alpone e Roncà.

Il distretto - con una superficie di 188 chilometri quadrati, confinando a nord, col distretto di Tregnago e con la provincia di Vicenza; ad est, ancora con la provincia di Vicenza; a sud, con i distretti di Cologna Veneta e di Isola della Scala; ad ovest con i distretti di Verona e di Tregnago - si stendeva parte in pianura e parte in collina. La linea divisoria del piano dalla parte collinosa era data dalla strada provinciale Verona-Vicenza, alla quale correva e corre tuttora parallela la grande linea ferroviaria Milano-Venezia. Oltre che dalle due grandi vie già menzionate, il distretto di San Bonifacio era servito da una completa rete di strade comunali belle e ben tenute e da una linea di tram a vapore, che, seguendo la strada provinciale, lo metteva in comunicazione con Verona, Cologna Veneta e Lonigo.

Attraversato dall'Alpone, scendente per la stretta valle di San Giovanni dal monte Bolca e al quale si univano altri piccoli corsi d'acqua di vallette laterali, il territorio di questo distretto, ubertosissimo, si prestava alle più svariate coltivazioni e per quanto la plaga fosse essenzialmente agricola vi si andava già allora producendo ed accentuando anche un confortante movimento industriale.

Il territorio comunale di San Bonifacio produceva in quegli anni cereali (soprattutto frumento e granoturco in grande quantità), foraggi, ortaglie, frutta e foglie di gelso. Vi si allevava bestiame suino e pollame e le quattro fiere annuali che vi si tenevano erano delle più frequentate ed importanti del Veneto per le contrattazioni e gli scambi di derrate e di bestiame. Industrie del luogo erano le fornaci per la fabbricazione e cottura dei laterizi ed altri lavori in terracotta da costruzione, la brillatura del riso, la lavorazione dei cordami e della canapa, la fabbricazione dei mobili e dei pavimenti in legno (parquets), la fabbricazione del bottame e dei tini, che anche si esportavano a Vicenza e a Verona, l'estrazione dello zucchero di barbabietola, per la quale era sorta nel 1900 una grandiosa fabbrica impiegante trecento operai e capace di lavorare cinquecento tonnellate di barbabietole il giorno, e che, per la sua importanza, era subito divenuta la sede centrale degli zuccherifici veronesi.

Queste sensazioni, relative ad una realtà socio-economica di grande avvenire, sono del resto espresse anche dall'estensore della ricerca redatta su questo Comune, sempre a cavallo del secolo, per la monumentale monografia del prefetto Luigi Sormani Moretti, dove si annota essere San Bonifacio:

"una borgata che, per le facili comunicazioni con le due vicine città di Verona e di Vicenza, divenuta centro di un esteso commercio di grani e di foraggi, riesce piuttosto animata ed offre la comodità d'una cittaduzza, rivaleggiando con le prossime cinte murate e fortificate di Soave e Cologna".

Prosegue I'estensore della nota.

"Stata, sino al 1880, capo distretto, le rimasero un ufficio staccato di P.S., una tenenza di rr. carabinieri, un magazzeno di privativa, mentre estendesi ognora dal centro suo per nuove fabbriche. Dalla stazione ferroviaria sulla linea Verona-Venezia parte una larga via d'oltre un chilometro che, attraversata, poc'oltre, dalla guidovia Verona-Lonigo-Cologna, la quale ivi appunto ha una fermata, è per due terzi piantata a filari d'alberi e costeggiata poi d'ambo i lati da un seguito di case. Tale via conduce alla piazza, grande largo dove sorge la residenza del Comune, elegante e grandioso edificio con sottoposto portico a botteghe che non ha guari eretto su disegno del vicentino architetto Antonio Negrin, in cui hanno sede eziandio parecchi uffici governativi".

E ancora:

"AI lato sinistro del palazzo comunale, di prospetto alla grande via carrozzabile, sta un'altra dignitosa e pure recente fabbrica destinata alle pubbliche scuole e di fronte alla casa comunale presentasi il fianco della vasta chiesa parrocchiale. A lato di questa verso la piazza e di fronte alla gran via s'erge il campanile alla cui base sta infitta una pietra in un angolo con scolpitivi strumenti di sacrifici pagani ed un'epigrafe latina votiva a Mercurio di Lucio Ultorio Festo, Quintorio Severo e Giovenzia madre. Il resto della borgata è composto di buoni e ben tenuti caseggiati anche in altre diverse e tutte larghe vie laterali a quella prima, emergendo fra quegli edifici: uno recente grazioso assai, pel Tiro a Segno, in sulla via che dalla principale si stacca per volgere ad Arcole; il teatrino Adelfico; delle antiche assai solide carceri ora ad uso di magazzini; le abbastanza ampie caserme per le milizie di transito; la caserma pei rr. carabinieri; una nuova Casa di ricovero presso cui fu posto un Asilo infantile di recentissima costruzione, ed il rimarchevole cimitero, con obelisco centrale, buon atrio e convenevoli tombe private".

Se questo era San Bonifacio capoluogo, disprezzabili non erano nemmeno frazioni, corti e contrade costellanti il vasto territorio comunale, almeno a stare con il redattore della menzionata scheda, sbrigativo ma non superficiale illustratore di questo estremo lembo orientale di terra tutta veronese per lo Stato italiano e tutta vicentina per la giurisdizione ecclesiastica. Così, infatti, egli prosegue:

"Passato, alla fine della lunga via maggiore, un ponte di ferro sull'Alpone, si arriva alla Motta, rialzo di terra sul quale trovansi ancora grossi blocchi di mura che asseriscesi essere gli avanzi dell'antica rocca o castello dei conti Sambonifacio e, dall'opposto lato a sinistra, cioè venendo dal ponte vedesi una chiesuola del 1300".

E quindi:

"Nell'ubertoso territorio comunale incontrasi numerose le grosse corti coloniche e parecchie frazioni. o subcentri e contrade. A settentrione è Villanova la quale tra la stazione ferroviaria e il luogo dove il Tramegna entra nell'Alpone, possiede un'antica chiesa dove conservansi: un'Ancona a bassorilievo in marmo del 1200; una colonna di bel marmo africano tutta d'un pezzo; altre colonne, tutte meritevoli d'essere osservate pei capitelli svariati sovrapposti, anteriori al mille ma di diverso gusto e stile; una Sant'Agata dipinta dal Balestra, mentre innalzasi di fuori da lato un campanile che fu già torre di difesa dei Sambonifacio".

Ancora:

"A sera, oltre l'Alpone e la Motta surricordata, è Villabella (Villa Bellacia) signorile villeggiatura del senatore Camuzzoni con vaste tenute che toccano, dopo ponte Canale, la Casona e le estese terre di Valfonda col rio ed il fosso Masera infiltrantesi in valle Zerpa tra i comuni d'Arcole e di Belfiore. A mezzodì ancora di Sambonifacio, ma sulla sinistra d'Alpone, trovansi, tra parecchi fossi e scoli, la corte Fossa bassa, la Grassanella, la Rialta, le Biache, Ca' d'Accordi, i Guasti, corte Mazzotto, le Favorite ed, in mezzo a molti poderi privati, la frazione di Prova, con 150 case, dove si sta ora costruendo un locale nuovo per le scuole rurali. Da Prova, sempre lungo la strada provinciale per cui passa la guidovia, s'arriva all'altra frazione detta Lobia con 240 case, dove pure si costrusse di recente un edificio scolastico e che è all'estremo del comune e della provincia verso la vicentina Lonigo. Si passa poi al nord di Lobia, a Borgoletto e quindi a Locara altra frazione pure con 240 case, la più popolosa anzi delle frazioni, sicché v'ha sede obbligata uno dei medici condotti del Comune e vi si eresse da non molto tempo un buon edificio scolastico. Più a nord ancora, oltre contrada Cazzola, v'ha Torre di confine nel limite appunto col Vicentino e valicato, poco dopo, il torrente Chiampo, incontrato il torrente Aldegà che segna il limite del Comune rispetto a quello di Monteforte, si rivalica, ritrocedendo, il Chiampo per toccare la frazione di Perarolo donde le due strade ferrate e la via carrozzabile riconducono a Villanova ed a S. Bonifacio".

Si è già accennato come tutto questo territorio, civilmente veronese, sia invece ecclesiasticamente vicentino. La ragione storica c'è ed è trasparente. Mentre i confini delle province si sono venuti via via anche consistentemente modificando nel corso dei secoli, quelli delle diocesi italiane, compresi quelli di Vicenza e Verona, hanno ancora, come riferimento, il limes degli antichi municipi romani. Ecco allora che, mentre la diocesi di Verona gode di una sola metà della valle d'Alpone, per converso gode sull'altro lato del Veronese, anche di terre bresciane, come Sirmione, Desenzano e tutta la Valtenesi.

San Bonifacio è uno dei luoghi più antichi e famosi del Veronese, importante sino dal Medioevo, quando subì varie infeudazioni e fu culla di quella potente famiglia feudale dei conti San Bonifacio, che, tra il secolo X ed il XIII, tenne il primato di questa regione, non si peritò a tenere fronte ai Comuni di Verona e di Vicenza ed a sostenere guerre anche con Ezzelino da Romano e gli Scaligeri.
Scarse sono le notizie relative alla preistoria; intorno al 1947 furono comunque distrutte a Villabella alcune tombe in una cava di ghiaia e frammenti di un'urna bicornica, decorata a fasci di solcature, qui rinvenuti, possono essere attribuiti all'età del bronzo finale. Un'altra urna di tipo tricornico, con larga bocca e spalla decorata a costolatura obliqua, sempre trovata a Villabella, aveva come corredo uno spillone con capocchia a piccolo vaso, attribuibile al IX secolo avanti Cristo. Ancora un punta di freccia neolitica, con avanzi umani, trovati presso San Bonifacio, furono donati nel 1914 da Achille Forti al Museo Civico di Verona.

Meno scarse invece le notizie relative all'età romana, essendo relativamente numerose a questo proposito le varie testimonianze archeologiche in loco al Museo Maffeiano di Verona, come ce ne riferiscono Lanfranco Franzoni dapprima e Antonio Marchiori poi in due relazioni della Carta Archeologica del Veneto, dalle quali si traggono le informazioni che seguono.

Se nei pressi di Villabella venne alla luce una lapide con iscrizione funeraria di P. Rautulanus lanuarius morto a cinque anni, anche a Villanova, presso l'abbazia di San Pietro - che costituì un punto di confluenza soprattutto in vista di un suo reimpiego, di vario materiale lapideo d'età romana, come già notò Lanfranco Franzoni -vi sono frammenti architettonici tutt'ora reimpiegati in funzione statica (un capitello, un fusto di colonna) e frammenti di monumenti funerari (un frammento di sarcofago e un cinerario) mentre preponderante è il riutilizzo di lapidi iscritte.

Negli anni '30, durante lavori di restauro della cripta della chiesa, si rinvenne un'ara votiva iscritta reimpiegata in una scala. L'ara reca incisa la dedica a Giove Ottimo Massimo posta da Eutychus. Il nome del dedicante ne rivela la condizione servile. Era invece reimpiegata nel pavimento della cripta una stele funeraria, parzialmente nascosta dalla colonna che vi insiste. In essa si può leggere il nome di uno dei defunti, P. Geminius Saturninus.

Si conservava presso l'Abbazia anche I'iscrizione funeraria che doveva essere posta sulla tomba di C. Codius Firmin(us), fatta fare da vivo per sé, la moglie e la figlia. Altre iscrizioni, prima conservate nella chiesa, sono invece passate nei musei veronesi. Una dedica alle Parcae Augustae, divinità di origine romana onorate nel territorio veronese proprio con I'aggettivo augustae, si conserva oggi al Maffeiano. E' presente invece al Museo Archeologico la stele funeraria di L. Bellicius Antho e Bellicia Mirtis liberti della gens Bellicia nota in quest'area per l'attività, tra la fine del l e gli inizi del Il secolo d.C., di un suo rappresentante, il senatore L. Bellicius Sollers.

Ancora a Villanova si ha notizia del ritrovamento a circa 20 m. dall'Abbazia, lungo il torrente Tramigna, durante i lavori per I'allargamento del ponte per la statale n. 11, di un arco di ponte in mattoni con una luce di m. 6 posto sotto il livello del torrente. Ai lati del manufatto si sarebbero ritrovati vari oggetti tra la cui una moneta romana, ora dispersi.

Recuperi effettuati in vari anni, sempre nella zona di Villanova e dintorni, in occasione di rinvenimenti casuali, confluirono invece nella collezione dell'abate Giuseppe Dalla Tomba e sono attualmente in fase di studio e riordino. Ricordiamo monete di Augusto, Agrippa, Claudio, Vespasiano, Traiano, Marco Aurelio, Antonino Pio, Faustina, Probo, Giulia Mamea per un arco cronologico che va dal I al III secolo d.C., frammenti di olle ed anfore, frammenti di vasi vitrei, oggetti in ferro.

A San Bonifacio si conserva invece, murata nel campanile, un'ara votiva della quale è visibile una faccia, che reca, nella parte superiore, la raffigurazione di un kantharos al centro, una coppetta a destra e un animale non ben identificato a sinistra, delimitato da un festone stilizzato sorretto da nastri. AI di sotto della raffigurazione trova posto la dedica al dio Mercurio posto da due fratelli L. Vitorius Festus e O. Vitorius Severus, probabilmente identificabili con i due personaggi, ricordati con i seviri, del titolo di Soave, e dalla loro madre.

Sempre a San Bonifacio - l'informazione è ancora di Marchiori - a sud del paese sarebbe stato rinvenuto in passato un cippo cosiddetto di centuriazione del tipo cilindrico con incassi verticali a coda di rondine sui fianchi. Mentre a Lobia sembra documentato da una lettera del Pagello, riportata dal Mommsen, il ritrovamento di un cippo confinario di forma cilindrica, iscritto. Da esso conosciamo che il proconsole Sex. Atiluis Saranus, per ordine del senato romano, stabilì i confini tra l'agro di Vicenza e la quello di Este. L'operazione fu compiuta nel 135 a.C. (siamo quindi ad uno dei primi interventi romani nel territorio veneto).

Ancora: a Praicardo, in occasione dello scavo di un nuovo fossato, fu possibile osservare in sezione per una lunghezza di circa m. 1,50 di profondità, i resti di un'abitazione di cui si riconobbero i sottofondi in cocciopesto dei pavimenti e alcuni muri. Nel terreno si recuperarono un rocchio di colonna tuscanica, mattoni embrici, tessere musive di vari colori, numerosi frammenti di contenitori fittili (olle, patere, anfore) e due appliques bronzee, forse di mobili.

Si è già osservato come San Bonifacio sia stato importante centro medioevale, feudo dal secolo XI dei conti San Bonifacio. Di quest'epoca è rimasto il castello, poi distrutto, del quale ci parlano spesso le cronache e i documenti che ricordano la porta davanti alla quale fu ucciso l'8 maggio 1189 il conte Sauro, il terraglio, la collina (clivis) e le cerchie dette di San Bonifacio o anche di Sant'Abbondio dal nome della chiesa.

Ricorda Gino Sandri che il castello divenne una delle rocche più forti della Marca trevigiana durante il periodo delle lotte tra i Montecchi e i San Bonifacio; subì vari assedi, vi riparò nel 1230 la parte del Conte guidata dal Podestà Gherardo Rangoni da Modena e lo stesso Vescovo di Verona, che vi possedeva una casa, vi si rifugiò nel 1236. Il Conte Leonisio figlio di Rizzardo - lo ricorda sempre Gino Sandri - ne fu l'ultimo difensore: sorpreso dalle milizie veronesi, in seguito all'intervento d'alcuni religiosi, si arrese a patti e cedette il castello ad Ezzelino suo zio, il 16 settembre 1243. Più tardi il Podestà di Verona provvide con mille operai a demolire le cerchie.

Passando all'edilizia ecclesiastica, molta della quale d'origine medievale, non ci soffermeremo sulla celebre abbazia di Villanova, dedicata a San Pietro, forse del secolo VIII, ma ricostruita nel 1138 dall'abate Uberto di San Bonifacio. Diremo soltanto che essa custodisce numerosissime opere d'arte; che fu fatta restaurare verso la fine del secolo XIV dall'abate Guglielmo da Modena, come testimonia una lapide murata nel fianco sud della chiesa; che fu restaurata ancora nel 1742-44, quando divenne proprietà degli Olivetani; che comunque è rimasta capolavoro del romanico a tre navi, con cripta e chiesa superiore; che il campanile ha una larga base in tufo riquadrata eretta pure dall'abate Uberto nel 1138, come attesta un'iscrizione, e finisce con una parte in cotto con cella campanaria a trifora gotica ed archi di cotto; che il monastero fu in buona parte destinato o trasformato in casa colonica, ma che se ne sta attivamente studiando un recupero.

Varrà la pena piuttosto di ricordare qualche altra chiesa del territorio comunale che, come si è già accennato, comprende oltre a San Bonifacio e Villabella (con Fornaci e Fossabassa) anche le frazioni di Locara, con Locara, Borgoletto di sopra, Borgoletto di sotto e di Prova, con Lobia e Prova (Casotti, Tregnago, Corte Prova e Tombole).

La chiesa parrocchiale di San Bonifacio, dedicata a Santa Maria e cominciata fin dal 1122, ha un'elegante facciata a due ordini, ionico e composito. Eretta fin dal 1769 e decorata dalle statue di San Bonifacio e San Martino, al suo interno è di stile composito a croce latina con due cappelle per lato nel piedicroce e due altari in fondo alla crociera, la quale fu aggiunta forse insieme con le cappelle nel 1801 quando venne ampliata la chiesa. Gli altari minori, semplici ed eleganti, con i timpani sostenuti da colonne corinzie in marmo bianco, devono essere circa della metà del XIX secolo ed è del 1852 il maggiore disegnato da Antonio Diedo e scolpito da Innocenzo Fraccaroli, la cui arte squisita si rivela nei due begli angeli adoranti. Poco prima, nel 1834, erano stati rinnovati gli stalli del coro; nel 1900 poi, la chiesa venne tutta dipinta e decorata. Delle pitture sono degne di nota il San Rocco (del 500) che è nel primo altare a destra, e la Madonna in trono e San Giovanni Battista, opera assai bella sul secondo altare, pure di destra. Il campanile, alto e snello, finisce con pina poligonale su tamburo ottagono; la sua cella campanaria è decorata da colonne ioniche. Cominciato nel 1813, venne finito nel 1826. Nell'angolo sud-ovest si vede murato il voto a Mercurio.

A San Bonifacio, vicina al castello, è anche la chiesa, già pieve, di Sant'Abbondio, nominata nel 1177, romanica nelle linee e che un restauro di fine Ottocento ha alquanto falsata nella sua semplicità, ma che conserva al suo interno diversi affreschi tardo-medioevali.

La Prova si vanta invece di una bella chiesetta dedicata a San Biagio, sulle cui origini e pregi architettonici ed artistici si sono recentemente intrattenuti, pubblicando una serie di notizie per lo più fin qui inedite, Santo Caloi, a Bruno Chiappa, Giuseppe Conforti ed Enrico e Maria Guzzo.

Il territorio comunale conserva anche alcune a ville: a Locara ad esempio, è villa Ca' Dell'Ora, bella costruzione sei-settecentesca con parco; a Villabella è invece villa Camuzzoni, dell'Ottocento, elegante e sobria, pure dotata di un parco.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1995

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