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Roverè Veronese

Verona / Italia
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Il territorio di Roveré Veronese, comune montano della Lessinia, vede un'altitudine minima di 300 metri per salire fino ai 1570 sul livello del mare. Oltre al capoluogo (con Arzarè, Cantero, Caprara, Erbisti, Gardun, Garonzi, Maso di Sopra, Scardon, Suel e Squaranto) vanno ricordate le frazioni di San Francesco (con Bortolli, Camposilvano, Masenelli, Sartori), di San Rocco (con Baccoi, Bonomi, Doardi, Dosso, Monte di Sopra, Negri e Paravento), e di San Vitale (con Barco, Corlaiti, Gaigari, Montechiane e Porcara).

Il toponimo di Roveré - che, contrazione di Roveredo, viene da una probabile estesa di Roverella, tuttora caratterizzante il paesaggio montano veronese - s'incontra già in documenti medievali fra quelli dei Tredici Comuni che ancora nel secolo XVIII formano il cosiddetto Vicariato della Montagna, sul quale fra poco si ritornerà.

La zona - come del resto tutti gli altri contrafforti lessinici - risulta abitata, anche se probabilmente con scarsissima densità, già in lontane epoche preistoriche: al Buso de la Catina, grotticella sita nell'alto vaio di Squaranto a quota 1150 metri, furono effettuati scavi negli anni attorno al 1960 e nel 1972. Giovanni Solinas, con il Centro Studi e Ricerche di Verona, recuperò abbondanti faune ed alcuni manufatti litici. Attilio Benetti nel 1973 sosteneva che da un collezionista era stato ritrovato anche un cranio umano, forse neandertaliano. Sono stati riconosciuti anche lame, schegge levallois e nuclei attribuibili al Paleolitico medio (Musteriano).

Manufatti silicei d'origine neolitica vennero poi alla luce sul Recamào, stazione preistorica a sud della chiesa parrocchiale, andata distrutta a causa d'opere edilizie. Ad ovest di Monte Capriolo furono invece trovati un sistema di muri a secco, fondi di capanne e numerosissimi utensili caratteristici del Neolitico, raschiatoi di tipo diverso, grosse lame a sezione triangolare, cuspidi di schegge, punte di freccia e di giavellotto, tranchets di tipo campignano, scalpelli silicei a contorno trapezoidale o rettangolare a finissima scheggiatura. Infine, sul monte Tresoro Umberto Granelli segnalò resti di ceramiche, tracce di vallo e muri a secco dell'Età del Ferro.

Ma anche l'Età Romana ha restituito qualche oggetto e qualche manufatto. Giovambattista da Persico dava notizia, agli inizi del secolo scorso, di una statuetta bronzea di Mercurio rinvenuta nelle vicinanze della chiesa parrocchiale, mentre già murato nella parete esterna della chiesa, ed ora spostato su una vicina casa, un frammento di lapide ricorderebbe un console liciano. Monete, medaglie, vasi di vetro e di cotto consentirebbero perciò di dedurre che qui, in epoca romana, esistesse un nucleo di notevole importanza strategica.

Si è già accennato al Vicariato della Montagna costituito da tredici comuni della zona. Si trattava, con Roveré, dei comuni di Velo, di Val di Porro, d'Azzarino, di Camposilvano, di Selva di Progno, di San Bartolomeo delle Montagne, di Badia Calavena, di Saline, di Chiesanuova, di Tavernole, d'Erbezzo, di Cerro e d'Alferia. La popolazione di tali comuni sembra, almeno in parte, se non d'origine bavarese, almeno altoatesina, e come tale costituiva sino a non molti secoli fa un'isola etnica.

Di questa presenza "cimbra" nel territorio sono ancora testimoni moltissimi toponimi che riguardano centinaia di piccoli appezzamenti. Tali toponimi, in genere, sono legati alla morfologia del territorio, all'esposizione solare, al tipo arboreo più diffuso o alla coltivazione agricola prevalente, come di recente hanno potuto stabilire Marcellino Campana ed Ines Zanini, attenti, oltre che appassionati, studiosi di queste terre. E accanto a questa micro-toponomastica rilevano la cimbricità di Roveré e dintorni anche la toponomastica delle contrade ed i cognomi legati a tale antica colonizzazione.

Nel territorio ebbe numerose proprietà anche la cosiddetta Fattoria Scaligera, l'ente cioè che amministrava i beni dei Signori della Scala. Tali beni furono messi in liquidazione dopo la caduta della Signoria, agli inizi del secolo XV. Come avverte Marco Pasa, ad approfittare della liquidazione dei beni della Fattoria Scaligera non furono solo i ricchi e facoltosi cittadini alla ricerca di nuovi investimenti fondiari o, più semplicemente, i proprietari locali che intendessero consolidare i loro possessi: alle aste si presentò anche la stessa Comunità di Roveré.

Ma non si sarebbe trattato di un acquisto diretto: il 9 giugno 1407 la Possessio Roveredi Velli venne infatti acquistata con livelli, feudi, decime e dazi, fitti e diritti, dal notaio Nicolò fu Francesco di Cantero (sono forse ipotizzabili rapporti della famiglia con l'omonima contrada nel territorio di Roveré?), residente nella contrada cittadina di Santa Maria in Organo, per 6.300 ducati. Avendo però egli pagato solo la prima delle otto rate, la possessione fu nuovamente posta all'incanto il 30 aprile 1409 ed acquistata da Nicolò detto Nichello fu Cristoforo, calzolaio di Ponte Pietra, che dichiarò esplicitamente di rilevarla in nome del Comune e degli uomini di Roveré. Tre giorni dopo infatti giunsero a ratificare l'atto Michele detto Nichelle fu Nicolò, massaro e sindaco di Roveré, accompagnato da altri diciassette uomini tra cui Veronese fu Andrea dal Bosco, Andrea fu Zerlotto, Rigo fu Rigo scovar e Rigo fu Gonzio, sindaci e procuratori della comunità.

Con l'atto, perfezionato il 20 ottobre 1409, il comune di Roveré entrò in possesso di tre quarti della decima sugli agnelli, i mazzurini ed i minuti; del dazio sulla vendita del vino al minuto ed all'ingrosso; del dazio delle bestie; della giurisdizione dei boschi con diritto di percepire due lire l'anno per ogni boscaiolo ivi operante; di ben ottantacinque appezzamenti di terra. I terreni si presentavano in gran parte già a coltura o in via di dissodamento, anche se non mancavano zone boschive o pascolive. Per quanto riguarda I'ubicazione, essi si snodavano abbastanza regolarmente dal confine meridionale del comune e da Cantero, al Colonello di Sotto, al Colonello di Mezzo e a San Francesco.

Secondo Marco Pasa si può parlare di un vero e proprio insediamento umano anche se di tipo sparso, caratteristica che, d'altronde, resterà propria della zona sino ad oggi. I nuclei abitati erano infatti anche allora numerosi ma di consistenza limitata: solo uno aveva sei case, otto n'avevano tre, quindici due, i rimanenti erano unifamiliari; le ottanta abitazioni erano site in ben quarantacinque zone diverse. A Cantero vi era un mulino con una ruota, primo elemento di un'attività molitoria destinata, nei secoli successivi, ad uno straordinario sviluppo: nel 1765 vi lavoreranno ben sette mulini.

Acquistata la sua piena autonomia - conclude Marco Pasa - Roveré si sviluppò, oltre che socialmente ed economicamente, anche religiosamente: già nel 1527 la comunità era dotata di una "ecclesia parrochialis a se", San Nicolò, che anzi è pieve matrice d'altre chiese della Lessinia.

La cappella di San Nicolò preesisteva: infatti, in un diploma di Cansignorio della Scala del 25 febbraio 1355, Roveré - che forma una cosa sola col comune di Chiesanuova e Val di Porro - era già allora sede di una cappella regolarmente officiata, mentre il 17 luglio 1375 il vescovo Pietro riconosceva la cappella di ecclesia nova eretta sotto l'invocazione di San Tomaso nella pertinenza di Val di Porro, staccandola nella Chiesa di San Nicolò di Roveré di Velo.

La chiesa di Roveré, consacrata il 6 ottobre 1609, fu comunque ricostruita nell'ultimo decennio del secolo XV, e quindi fu completamente trasformata nel 1763. Nella nuova chiesa furono tuttavia conservati alcuni altari della precedente. Il campanile risale al 1493. Di nuovo il tempio fu rinnovato nel 1870 quando gli si girò l'ingresso e, conseguentemente, anche l'abside. Autore del campanile - come si potrebbe interpretare da una ben nota iscrizione - sarebbe stato il lapicida Omobono da Lugo, padre di Donato, padre a sua volta di Domenico, valente artista che lasciò in Verona numerosi esempi della sua arte.

Piazza Vittorio Emanuele è dominata, oltre che dalla parrocchiale, anche dal Municipio; il monumento ai Caduti è opera dello scultore Belloni e fu inaugurato nel 1921. Un altro monumento, dedicato al generale Cantore, è in Via Roma: il cippo marmoreo, inaugurato nel 1959, è sormontato da un'aquila bicipite, opera egregia di Berto da Cogolo.

A San Francesco la chiesa parrocchiale fu eretta tra il 1882 ed il 1883 su altra cappella esistente da alcuni secoli, dedicata ai santi Francesco, Rocco e Bellino. Nel 1895 si costruì il solido campanile. Anche la chiesa di San Rocco - eretta in parrocchia nel 1648 - ha origini assai antiche, pur se l'attuale edificio è di recente costruzione: una pala con la Madonna attorniata da Vergini e Angeli è opera del pittore Domenico Macaccaro, morto di peste nel 1630. A San Vitale la prima cappella, consacrata nel 1372, venne in seguito ampliata: l'altare di sinistra porta la data 1683, il maggiore 1728. La parrocchia fu smembrata da Roveré nel 1942.

Gradito soggiorno estivo per le sue conche solitarie fra boschi di faggi e per i suoi pascoli, Roveré ha pure, nel suo territorio, due fonti d'acqua minerale, peraltro non utilizzate. L'una è ferruginosa, l'altra contiene elementi magnesani. Di queste acque si era cominciato a discutere ancora nel 1767, ma ben prima di allora esse dovevano essere conosciute. Nel secolo scorso poi fu scavata una profonda galleria, la quale, raggiunta una certa profondità nel monte, si apriva in due ampie sale, che contenevano tre capaci vasche per i tre tipi di acqua, solforosa, magnesiaca e ferruginosa.

Tali acque, dopo esami di analisi tutti risultati più che soddisfacenti furono poste in vendita nel 1906. Sulla spianata antistante le sorgenti furono disposti numerosi tavoli che, all'ombra degli alti e secolari faggi, abeti e roveri, erano attorniati continuamente da persone di tutte le età e di tutti i ceti. Poi, dal 1920 al 1930, l'infiltrazione di acque nella volta della galleria produsse franamenti e da allora, non conoscendo e non valutando l'importanza di tali fonti e la ricchezza che avrebbero portato al centro di Roveré, ogni attività cessò e tutto rimase come allora.

La zona è ricca di fenomeni carsici fra cui vanno almeno ricordati La Spluga-Abisso di Tezze, la Spluga o Grotta del Ponte, l'Abisso di Gorgo Mulini e la Grotta-Abisso di Monte Capriolo. Particolare importanza ha la grotta di Roveré Mille, attrezzata per una visita. Qui, quanto si offre alla vista del visitatore non è probabilmente tutto ciò che la grotta contiene, in quanto almeno tre passaggi di difficile accesso possono condurre alla scoperta di formazioni ancora ignote: quel che si vede è comunque sufficiente per fare della grotta di Roveré Mille un'interessante meta di turismo ecologico e naturalistico.

A chi volesse passeggiare fra le contrade di Roveré, capiterà anche di imbattersi in una serie di capitelli in pietra e steli monolitiche di diversa forma ed esecuzione artistica, nonché in numerose pitture murali a soggetto religioso. Tra le immagini dipinte sulle facciate delle case, ricorre sovente il tema dell'Addolorata e della Vergine con il Bambino, fissate con poche tinte ma con segno sicuro e di gran comunicazione.

Marcellino Campara e Ines Zanini hanno scritto una voluminosa monografia di Roveré. Secondo loro, occorrerebbe dare pure il dovuto rilievo alla presenza nel comune di alcuni artisti contemporanei provetti nell'arte vernacola o nella capacità di trarre dal legno figure e scene cariche di poesia. Allo stesso modo non dovrebbero essere dimenticati Bertoldo (che si vorrebbe originario di qui) e le tradizioni del più genuino folclore, che hanno la loro giusta collocazione nell'esprimere gli aspetti della vita e della civiltà di una comunità la quale per lungo tempo ha mantenuto integri nel suo microcosmo momenti assai caratteristici e originali.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1998

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