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Prun - Le cave di pietra

Verona / Italia
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Nell'alta valle di Negrar, in Valpolicella, nei pressi degli antichi centri demici di Prun, di Fane e di Torbe, si è cavata per secoli, in galleria, la cosiddetta pietra di Prun (oggi commercialmente più nota come pietra della Lessinia).

Qui il paesaggio è così segnato dagli imbocchi monumentali d’antiche cave di lastame di particolari livelli rocciosi della Scaglia Rossa Veneta, la cui caratteristica peculiare è quella di presentare costantemente, in uno spaccato dallo spessore di circa 8 metri, 73 strati regolarissimi di calcari marmosi bianco-rosati, modulari, già naturalmente separati fra loro da sottile velo d'argilla che ne facilita il distacco: tale fitta e regolare stratificazione ha spessori variabili, nella serie, in media da 3 a 20 centimetri e rari e isolati livelli di 30-35 centimetri, mentre il colore della roccia è variabile, con tonalità dal bianco al grigio e al dorato.

Anna Vaccari, che di recente ne ha scritto, così commenta:

"Esistono in letteratura diverse descrizioni della serie stratigrafica del lastame con nomi e numeri assegnati ai singoli strati, tuttavia non sono facilmente applicabili poiché si possono riscontrare notevoli variazioni nella qualità della roccia da cava a cava, oltre che a lastre successive. I nomi in dialetto locale possono richiamare il colore (Biancon, Stelar bianco, Rosson, Stelar rosso), le qualità buone (Mejon, Gentil) o cattive della roccia (Marzeto, Pelosa, Stelar del Pel), lo spessore (Lastina, Lasta dopia grossa, Lasta dopia sottile), oppure anche la destinazione d'uso (Seciar, Lasta da coerti).
Nelle due serie illustrate da Filippi (1968) e Benedetti (1981), tra le quali vi è una notevole corrispondenza tra nomi e spessori, i livelli noti ai cavatori raggiungono il numero massimo di 70 e 73, rispettivamente in cave site presso Prun e sul Monte Lotta. Differente per nomi, spessore e numerazione è la serie descritta da Camis (1883), riferita probabilmente ad una cava ubicata nella zona di Sant'Ambrogio, dove vengono distinti tre corsi: superiore o de simo, di banca e di fondo, per un totale di 59 strati".


Si è cavato dunque detto materiale per secoli, anche se allo stato attuale degli studi in proposito (fra i quali anche un ottimo se pur non recentissimo lavoro di Ezio Filippi, e un più recente quaderno a cura dei competenti uffici della Regione Veneto) non forniscono lumi se queste spettacolari cave possano essere d’origine romana, medievale o moderna.

Certamente piccole preare (cave di pietra) esistevano in zona, come in tutta la Lessinia e in tutta la zona collinare veronese, fin dalla preistoria: di lastame, infatti, sono costruite anche le capanne preistoriche, i cui resti sono stati rinvenuti in varie campagne di scavo, comprese pareti laterali, tetti e pavimentazioni.

Così a tale proposito annota Ezio Filippi:

L'utilizzazione più antica che si conosca della pietra di Prun, risale all'età del ferro ed è legata alla costruzione dei castellieri sulle dorsali dei Lessini. Di tali costruzioni atte alla difesa e alla vita civile, formate da capanne di pietra saldamente recintate, rimangono importanti vestigia.

E aggiunge che:

Zorzi, descrivendo i castellieri, metteva in chiaro che essi sorgevano sugli affioramenti di pietra di Prun o nelle immediate vicinanze, almeno nella Valpolicella. E studiando i resti del castelliere detto Castel Sottosengia, presso Breonio, distrutto pochi anni fa dall'apertura di una cava, egli riscontrava che il muro di cinta del villaggio, i muri perimetrali delle capanne, come i pavimenti e i loro tetti, erano costruiti di lastre; e così tutti gli altri castellieri.

Comunque, con tutta probabilità, queste monumentali cave di Prun già esistevano agli inizi del secolo XIII, se si dovesse considerare sotterranea, e non a cielo aperto, quella cava nel territorio di Capavo, presso Torbe, di cui parla un documento del 1204. Segnalato da Marco Pasa, l'atto è relativo ad una lite "de quadam predara et terra et nemus" (intorno ad una certa predara e terra e bosco) tra tali Armenardino e Zugno de Capavo.

Già nel secolo XIV, con l'intensificarsi dei traffici e dei commerci, il mercato della pietra di Prun conosce un crescente sviluppo. Negli anni 1360/70 vari affittuari di Torbe conducono al monastero di San Zeno "plaustra scalinorum" e "pedes scalinorum" (carri di scalini e piedi di scalini), materiali già lavorati che vengono utilizzati "ad canipam revolti monasterii" (nella cantina del monastero), ed inoltre una "sedarium lapidis ... de quo facti fuerint scalini positi ad revoltum monasterii" (un corso di pietra chiamato seciar dal quale vennero ricavati gli scalini posti nel portico del monastero).

Gli archivi storici che si vanno via via in proposito consultando - pur avari di notizie del genere - possono fornire qualche altro dato. Negli anni 1428-29 (cioè nei primi decenni della dominazione veneziana su Verona) si ritenne opportuno rifare i condotti in pietra che portavano l'acqua dal Lorì (Lo Rio) di Avesa entro la città di Verona, per alimentare la fontana di Piazza Erbe, ma anche varie abitazioni private. Agli ordini di un Giovanni ingegnere da Mantova, i lastaroli di Prun portarono a Verona gran quantità di carri di pietra. Fra i cavatori che vennero pagati nella circostanza, figuravano tale Marco di Nascimbene da Prun e Antonio di Francesco da Fane.

Così ancora Marco Pasa:

Nel Quattrocento e nel Cinquecento, col diffondersi dell'arte rinascimentale e di un'acuta e crescente sensibilità per l'eleganza della dimora signorile, lo sfruttamento ed il commercio del materiale lapideo della zona conoscono sempre un maggiore sviluppo. Negrar, fiorente centro di scambi in strettissimo rapporto con il centro cittadino, viene sviluppandosi anche come mercato del lastame sia pure in posizione subordinata rispetto a Sant'Ambrogio. Alcuni tagliapietra accumulano anche considerevoli capitali, che presto investono in acquisti di terreni e cave soprattutto in direzione di Torbe: nel 1589 troviamo a Torbe un "messer Pietro Burlani lapicida" che possiede una casa nel centro del paese e terreni "in summitate Zovecli" ai confini con Negrar; a Negrar è attestato un "messer Antonio lapicida" proprietario di terre nella contrada Calalba, ai confini con Mazzano.

Probabilmente - ma è soltanto un'ipotesi - se cave dello stesso tipo erano state aperte a Sant' Ambrogio, (con San Giorgio e Monte) sempre in Valpolicella, già in età romana (è ampiamente attestato fin da allora una loro esportazione, via Adige e via Po, in tutta la Valpadana), queste cave dell'alta Valle di Negrar, più vicine a Verona, possono essere altrettanto antiche, consentendo il trasporto dei prodotti lapidei su carri direttamente alla vicina città, via terra, evitando in tal modo il loro trasbordo dai carri alle barche e di nuovo, una volta a destinazione, il trasbordo dalle barche ai carri.

Si sa che, attorno alla metà del secolo XX, le cave in galleria furono, qui come altrove, tutte abbandonate, preferendosi, dato che più in alto il filone viene alla superficie, lo scavo a cielo aperto. E' per questo motivo che si è preferito da allora sostituire anche il nome commerciale di questa pietra - già nei secoli immediatamente precedenti detta di Prun ed oggi più correttamente detta della Lessinia - poiché I'escavazione (però in cave a cielo aperto) si era spostata più in alto, al di sopra di Fane, in territorio di Sant'Anna d'Alfaedo, o nella parte alta nell'attuale Comune di Fumane (Molina, Gorgusello e Breonio).

Le cave di Prun - veri monumenti al secolare lavoro dell'uomo -testimoniano tuttavia ancora, pur se abbandonate, buona parte di un'attività economica da sempre fiorente in una zona dove la Valpolicella trascolora in Lessinia. Anche da qui, oltre che da altre località della provincia di Verona e della stessa Valpolicella (soprattutto come si è già detto dalla zona di Sant'Ambrogio) sono, infatti, partite le pietre Iastolari presenti nei monumenti, e nell'arredo urbano, non soltanto della città di Verona ma anche delle molte città della Pianura Padana: da Ravenna a Reggio Emilia, da Modena a Parma, da Mantova a Bologna, tanto per citarne qualcuna, con trasporti per lunghi tratti facilitati dalla navigazione sul fiume Adige e quindi sul fiume Po e, non da ultimo, sulla vasta rete di canalizzazione interna.

Si è ampiamente sottolineato come, nelle cave di Iastame, l'estrazione venisse raramente praticata a cielo aperto (occorreva in questo caso che non ci fosse cappellaccio da rimuovere). Non essendo il lastame di grosso spessore, una miniera poteva facilmente essere praticata in galleria qualora almeno una porzione di alcuni strati (ce n'erano 73), si presentasse messa a nudo già in verticale (le teste del banco). In questo caso si sceglieva di fare una cassa al di sotto dello strato indicato come architrave, tra strati abbastanza inconsistenti, deboli e spesso già frantumati, fino a raggiungere i primi strati di biancone: di qui in giù, tutto il materiale era da considerarsi come utilizzabile. Si procedeva poi con l'allargamento della cassa, così da scendere fin dove fosse possibile, con I'ausilio di ponta (punta) e scopeI (scalpello), incidendo il perimetro della lasta che poi con una liera (leva) sarebbe stata facilmente sollevata.

Un fondamentale accorgimento, comunque, doveva essere adottato: quello di addentrarsi nel sottosuolo senza causare frane, scavando gallerie nella roccia viva ma lasciando dei pilastri a sostegno della soffittatura.

Accanto ai centri abitati o addirittura nei pressi della cava stavano i laboratori, dove il materiale cavato aveva le prime lavorazioni, o anche le rifiniture. Per le prime lavorazioni poteva essere utilizzato come laboratorio lo stesso piazzale di cava. Qui i marmi venivano spesso almeno sgrezzati sulla base di sagome che gli stessi architetti procuravano ai lapicidi: sgrezzare nei pressi della cava elementi architettonici vari (colonne con basi e capitelli, balaustrate, elementi di trabeazione, conci di volta etc.) significava conferire minor peso ad un materiale che si doveva poi trasportare anche a centinaia di chilometri di distanza. E se tale operazione non fosse avvenuta presso le cave, era comunque conveniente che essa avvenisse il più vicino possibile ai luoghi di escavazione, in depositi di materiali accanto alle abitazioni degli scalpellini.

Quando le pietre e i semilavorati erano comunque pronti per la consegna, essi venivano collocati su appositi carri trainati da coppie di buoi e condotti, attraverso sentieri e strade carrabili, al porto d'imbarco che, in questo caso, era sull’Adige, a Parona, oppure direttamente a destinazione nella vicina città di Verona. Ma il fiume, come si diceva, permetteva che le pietre potessero essere spedite anche nelle principali città italiane, dove sovente gli stessi scalpellini si recavano, sia per lavorare nei cantieri edili, sia per aprire botteghe artigianali. Anche in questo caso - come nel caso di Sant'Ambrogio -i cavatori potevano contare sulla collaborazione dei burchieri (conduttori di un particolare tipo di barca) specialmente di Pescantina: vicino centro fluviale, con un'economia legata proprio al trasporto di materiali edili e alla costruzione di imbarcazioni fluviali, i burchi, appunto.

Per valorizzare I'inestimabile patrimonio storico-culturale rappresentato dalle cave di Prun, si sta attualmente progettando la realizzazione di un "Parco delle cave".
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 2001

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