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Porte Romane

Verona / Italia
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Se le mura separano nettamente la città dal territorio circostante - e non solo fisicamente ma anche "ideologicamente" - le porte sono il tramite fra questi due mondi. Un tramite sul quale si deve vigilare costantemente, anche perché attraverso la campagna, abitata dai rustici, si muovono, su strade importanti e meno importanti, viaggiatori od eserciti, spesso con intenzioni pacifiche ma talvolta anche con intenzioni bellicose.

I viaggiatori vengono ammessi dopo precisi controlli sulla loro identità e le loro intenzioni, gli eserciti, amici o nemici, vengono in genere tenuti fuori, nelle ampie "braide" dove si accampano. Le porte "filtrano" anche le merci che entrano in città, e su di esse gravano nella circostanza dazi e tolonei: un’abitudine questa che è sopravvissuta fino ai nostri giorni e che soltanto da qualche decennio è stata abolita.

Nelle città romane le porte erano in capo al cardo e al decumano massimi che s’incrociavano nel foro, nel centro cioè degli affari, pubblici o privati che fossero. Veri e propri edifici provvisti di locali atti ad accogliere le guarnigioni e i funzionari addetti all'esazione dei dazi, essi erano provvisti di facciate interne ed esterne alla città. Architettonicamente rilevanti, tali edifici erano già da allora emergenze monumentali, da sole in grado di dare da subito, a chi vi giungesse davanti, l'idea dell'importanza di questa o di quella città. Di qui una particolare cura nel progettarle e nel realizzarle, impegnandovi spesso materiali nobili (pietre e marmi) e decorandole altresì d’ornamentazione scolpita. Opere nate dunque per sfidare i secoli, così come in parte li hanno sfidati.

Pure della Verona romana le due porte principali - quelle appunto in capo al decumano e al cardo - sono sopravvissute, sebbene non completamente.

Della porta in capo al decumano - chiamata Porta Borsari - esiste tuttora la facciata esterna (sotto la strada ci sono peraltro i resti del pavimento di tutto l'edificio); della porta in capo al cardo - chiamata Porta Leoni - esiste tuttora la facciata interna, mentre recenti scavi archeologici hanno messo in luce quanto resta, sotto il piano stradale, di tutto l'edificio, comprese le due torri angolari verso la campagna. E sono pur venuti alla luce i resti delle due porte romane che si trovano sull'altra sponda dell'Adige, di qua e di là del Teatro Romano, gli uni a Santo Stefano, gli altri al Redentore. Scarsissimi gli uni, più abbondanti gli altri, come subito vedremo.

Porta Borsari fu aperta nella cinta muraria di Verona sul passaggio della Via Postumia, il cui percorso entro le mura costituiva il decumano massimo della città. La sua prima costruzione è da fissare attorno alla metà del I secolo a.C.; è contemporanea di quella di Porta Leoni e analogo ne fu, infatti, l'impianto e l'elevato in mattoni. Attorno alla metà del I secolo d.C., come avvenne per l'altra porta, le vennero poi rinnovate le facciate, addossandovi paramenti lapidei. Di tutto il complesso della porta è superstite ora soltanto - come si è già detto - il prospetto verso l'agro, che, assai più elaborato di quello precedente, di cui si rispettò probabilmente l'allineamento delle aperture, presenta sopra il piano dei fornici - impostati su un alto zoccolo, oggi nascosto sotto il piano stradale - due ordini di finestre, il primo in corrispondenza di un cammino di ronda, il secondo a giorno.

Porta Borsari era dunque l'ingresso principale alla città e, infatti, sul suo fregio venne apposta l'iscrizione menzionante la ricostruzione delle mura voluta da Gallieno nel 265 d.C. e operata in soli sette mesi, dal 3 aprile al 4 dicembre 265. L'evidente funzione di rappresentanza è sottolineata sia dalla ricca ornamentazione sia dalla vivace articolazione a edicole e corpi sporgenti.

Superstite nei secoli, pur con qualche mutilazione, la porta cominciò a mostrare vistosi segni di degrado intorno agli anni '60. Nel 1970 si provvide ad un primo indilazionabile lavoro di restauro, fissando gli elementi più danneggiati con stuccature in resina epossidica e tondini d’ottone inseriti nella pietra, e ricoprendo le parti aggettanti e il piano superiore con lastre di piombo al fine di evitare ristagni dell'acqua. Nel 1980 si è dovuto tuttavia intraprendere una seconda e più complessa operazione di restauro anche questa portata felice- mente a termine.

A seguito di una fortuita scoperta archeologica verificatasi qualche anno fa accanto alla Chiesa di San Procolo si è potuto anche conoscere quale fosse il nome della porta in epoca romana (l'appellativo Borsari è senz'altro medioevale e viene dal fatto che qui sostavano i bursarii, addetti probabilmente all'esazione dei dazi): il nome era allora quello di Porta di Giove che a sua volta le veniva dal fatto che qui, appena fuori della cerchia delle mura, ove adesso è Via Diaz, sorgeva un tempio dedicato a Giove (i cui resti sono adesso visibili ai giardini del Cimitero Monumentale). La lapide scoperta a San Procolo nomina, infatti, i cavallari della Porta Giovia, riuniti in collegio professionale e che alla porta avevano anche una loro sede per il disbrigo d’adempimenti relativi soprattutto al servizio postale.

Anche la prima porta Leoni fu costruita ancora in Età Repubblicana. Una porzione della facciata interna di tale porta - che era in tufo e mattoni - è ancora conservata, in posizione più arretrata, dietro i resti della facciata più tarda, che è quella coeva a Porta Borsari. Tale porta più antica è importante perché conserva tra l'altro la tabella epigrafica con i nomi dei "quattorviri", vale a dire dei magistrati che curarono la costruzione delle mura e delle porte della città repubblicana: una sorte di "fede di nascita" di Verona, non come villaggio di nascita spontanea ovviamente, ma come insediamento topograficamente disegnato ed urbanisticamente organizzato.

Della porta successiva oggi si vede in alzato soltanto la metà sinistra del prospetto interno, a tre ordini sovrapposti di cui il più alto presenta un’esedra che si vuole decorata in origine da statue. Nei pressi i recenti scavi archeologici hanno messo in luce - sotto la strada ma anche nelle cantine dell'edificio cui la porta si addossa -tutto o quasi l'impianto dell'edificio, con le relative torri poligonali di cui si diceva. Gli scavi hanno anche qui permesso di meglio capire la struttura di tutto il complesso, con le due facciate collegate esternamente da muri in laterizio, all'interno dei quali si apriva un cortile diviso in due corridoi per lo scorrimento del traffico da e per la città.

Inutile aggiungere che i due monumenti di cui si sta parlando furono oggetto, nel periodo del nostro Rinascimento, di rilievi e studi da parte dei maggiori architetti del momento, fra i quali Andrea Palladio, Antonio da Sangallo, Sebastiano Serlio, Giovanni Caroto e Michele Sanmicheli. Quest'ultimo anzi ne riprese motivi per la decorazione della facciata di Palazzo Bevilacqua in Corso Cavour e della cappella Pellegrini in San Bernardino, ricavandone - per dirla con Magagnato - «temi e canoni fondamentali per la creazione di quelle strutture tormentate e proliferanti, plasticamente vibrate, che diremmo concepite con una sensibilità di schietta impronta ellenistica, quasi come uno sviluppo grandioso di un partito decorativo d’ordine corinzio».

Resta a questo punto qualcosa da aggiungere a proposito delle porte sull'altro versante della città, di là dal fiume. Ma mentre della porta di Santo Stefano (attestata in molti documenti medioevali) non si saprebbe dire se non che era in fianco all'Adige, fra il fiume e la Chiesa di Santo Stefano, dell'altra, nei pressi del Redentore (alla Giarina) proprio poco tempo fa sono venuti alla luce i resti di una delle due torri che la fiancheggiava. Nelle cantine di un palazzo Liberty in via di ristrutturazione, tali resti fanno immaginare una porta identica o quasi a quella dei Leoni. Anche qui dunque due porte a proteggere questa porzione di città che includeva il Teatro Romano e che occorreva transitare tanto da chi si fosse voluto recare in Valdadige come da chi si fosse voluto recare a Vicenza.

Un discorso sulle porte aperte nelle mura romane di Verona non sarebbe completo se non ricordassimo, oltre a queste che sono le porte principali, anche qualche manufatto minore, indicato come "postierla". Esiste ancora nelle mura romane di Verona una di tali "postierle", una porta che Teodorico, re goto, con ogni probabilità avrebbe fatto aprire nelle mura da lui restaurate. E' la porta cosiddetta di corte Farina: una costruzione che reimpiega nella parte inferiore frammenti di un muro già in sito, mentre nella parte superiore adopera grossi blocchi di tufo dello stesso tipo di quello impiegato negli altri sopraelevamenti teodoriciani delle mura.

Questa porta faceva capo ad una strada lunga e stretta per lo sbocco in campagna, al termine della quale fu aperta in seguito nella cortina comunale, la porta Orfana, con relativo ponte Orfano, localizzabile in via Daniele Manin. Proprio il trattarsi di una porta munita d’uscio e non di una breccia aperta nella cortina romana, e il rilevarne una struttura muraria che non può essere che altomedioevale, starebbe a dire che la città di Verona, fino all'età comunale, era ancora difesa dalle mura romane.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1992

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