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Mercoledì 7 Dicembre 2016, Sant'Ambrogio
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Ponte Navi

Verona / Italia
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La Monografia Soriani-Moretti scrive che fu eretto nel 1373, a sostituire un poco a valle un ponte romano.

«Dopo la Porta Leoni, vicina al sito ov'era il ponte crollato, fu scoperta, nei lavori per i muraglioni, la spalla di un ponte probabilmente romano, che congiungeva la via dalla Bra a Campo Marzo in continuazione della militare Postumia, ed era uno dei due ponti fuori mura accennati dal Canobbio e, supposti uno al Ponte Aleardi, mentre le mura eran per Via Leoncino, e a Castelvecchio l'altro, mentre là, dice Marconi non, si trovarono tracce di fondamenta romane, trovate invece al Ponte Garibaldi. Forse tale spiegazione concilia col Canobbio il Marconi che scrisse «dei ponti fuori le mura per negarne le ragioni di esistenza». Perché delle Navi? Perché qui scendendo da Bolzano o salendo dal mare.

CURRICULUM VITAE

1153 Crolla
1239 3 ottobre altro crollo
1338 Pontatico toloneo
1373-75 Costruzione in pietra
1493 Danneggiato da inondazioni
1502 Ricostruito
1539 Battaglia contro Fregnano
1602 Dogana
1757 Crolla - Eroismo di Bartolomeo Rubele
1758 Rifatto
1808 Demolita la porta tripartita
1892 Demolito
1893-95 Ricostruito Demolito
1936 Ricostruito
1945 Crollo per lo scoppio delle mine
1946 Progetti per la ricostruzione

Paride da Cerea accenna al crollo del 1153 per l'inondazione che abbatté pure l'ultima pila del Postumio. Altro crollo, il 3 ottobre 1239, è affermato dalle iscrizioni di Santo Stefano e San Zeno. E' naturale che dopo ogni crollo, rifacessero il ponte almeno in legno.

Sopra uno di questi avvenne la battaglia nel 1354 fra Cangrande II e il fratello naturale Fregnano, che lasciato da lui quale custode di Verona, se ne fece dichiarar capitano, mentre Cangrande era a Bolzano per chiedere aiuti al marchese di Brandeburgo. La rivolta, dice il Cipolla, era democratica e sociale. Appena Cangrande II n'ebbe notizia tornò.
Così Torello Saraina descrive la battaglia.

«Il giorno de Carnevale ... a capo il ponte de le Navi attaccò il fatto d'arme, neI quale messer Cane d’animoso soldato fece l'ufficio avanti la prima schiera, sempre combattendo. (Al suono della campana grossa di San Fermo, il popolo, che prima parteggiava per Fregnano, gridò: Cane Cane!). Impaurito Fregnano con li suoi abbandonò la battaglia, fuggendo pose in disordine i suoi, ne furono morti circa 200 e preggionati altrettanti ... Fregnano entrò in un burchiello ... ma l'ignoranza del remigare fece che 'l burchiello si riversò e lui ... grave d'armi si soffocò ... il suo corpo fu attaccato per un piede (alla forca) per maggior vituperio.
Da Bolzano il cognato marchese de Brandiborg ... aggionse con 500 cavagIieri ben armati ... esortò messer Cane a vendicarsi deli Gonzagi (che aveano fomentata la rivolta) e seguire l'usanza Tedescha (sempre eguale anche ieri) affogare tutto il lor paese. Parendogli che l'umanità del cognato (che pure era detto, Cane rabbioso) fosse viltà a perdonare l'ingiurie, partì mal soddisfatto».


Cangrande II poi eresse la chiesa di Santa Maria della Vittoria ex voto della vittoria; i Brandeburghesi eressero, per divozione la Chiesa di San Giorgio, ora San Pietro Martire, presso Sant'Anastasia.

Quattro anni dopo Cangrande II veniva ucciso, presso una casa, dietro Sant'Eufemia dal fratello Cansignorio, che soleva dire: il fabbricare è un dolce impoverire... e beneficare i posteri (non però i sudditi aggravati da colte e tasse).

Perciò oltre Castelvecchio, fece granai, acquedotti, la sua grandiosa Arca (fatta da lui vivo) e volle costruire di pietra e laterizi il ponte Navi su progetto di Giovanni da Ferrara e (dicono) Jacopo da Gozo, con la direzione del veronese Giovanni Dionisi.

Costruito dal 1373 al 1375, il ponte copriva con tre archi l' Adige e col quarto il canale dell' Acqua Morta: la torre nel mezzo aveva in nicchio il busto di Cansignorio e sulla porta verso San Fermo l'iscrizione latina (con lo stemma Scaligero), verso San Paolo la seguente che è fra le prime e più importanti in volgare, riportata (con errori anche di recente) studiata e discussa da storici e letterati.

Meraveir te po letor che miri
la gran magnificiencia el nobel quaro
qual mondo non a paro
ne an segnor cum quel che fe mey ziri.
O veronese popol da luy spiri
tenuto en pace la qual ebe raro
Italian nel karo
te saturo la gratia del gran siri
Cansignò fo quel che me fe iniri
mille trexento setàta tri e faro
po zonse el sol un paro
de ani che 'l bon signò me fe finiri


E' in caratteri gotici, lunga circa m. 2, su bel blocco di marmo, incorniciata, ma senza i fregi a fogliami che l'ornavano sopra e sotto. Ed ecco l'interpretazione più accettabile:

Meravigliar ti può lettor che miri
la gran magnificenza il nobil quadro
qual mondo non ha pari
ne anche signor come quel che fè i miei giri (archi).
O veronese popol da lui spiri (respiri)
tenuto in pace la qual ebbe raro
(L') Italian. Nel caro (carestia)
te saturò la grazia del gran Siri (Sire)
Cansignorio fu quel che mi fè iniri (iniziare)
(nel) mille trecento settanta tre e fare
poi aggiunse il sol un paro (paio)
di anni che 'I buon signor mi fè finire.

Ammessa pure l'enfasi delle Lodi, il ponte con la torre nel mezzo deve essere stato ammirabile e tale da far perdonare a Cansignorio la colta per i 30.000 fiorini d'oro spesi.

Purtroppo l'inondazione del 1493 ne abbatté una parte e certo il primo arco a destra, rifatto dai veneti, come dimostrava sul primo pilone la data MDII, con alcuni stemmi dei Rettori e quale serraglia nell'arco della torre, in rilievo di marmo, un bambino col mondo in mano, attribuito dal Simeoni a Bernardino Panteo. Ora è al museo.

Continuava frattanto il commercio per la navigazione: al toloneo pontatico vescovile era successo il ducale; e Venezia nel 1602 costruì lì presso la dogana per i dazi. I fori in marmo nei parapetti, segnati nella stampa settecentesca, dimostrano l'attiraglio delle navi. Oltre il commercio fluviale sotto il ponte, v'era il traffico sopra e accanto, da non confondersi col transito ora impropriamente detto traffico, perché passando non si mercanteggia.

Casette s'erano addossate alla torre; casotti, stamberghe alla spalla, forse nelle vicinanze, come i banchetti d'oggi al Ponte Nuovo e Garibaldi.

La proverbiale inondazione del 1719 passò innocua per il ponte Navi, ma terribile fu quella del 2 settembre 1757, descritta con tetri colori dal Biancolini e dal Venturi. Furono abbattuti i due archi di mezzo: resistette la torre fra essi ma strapiombò due metri verso il Ponte Nuovo. E qui accadde un fatto che rivendicò il ponte Navi, infamato dal fratricidio di un Cane grande, ma onorato dall'eroismo di un Leone piccolo, perché popolano, ma più grande.

Nella torre ormai isolata e pericolante fra i vortici erano rimaste due donne e due fanciulli. Benché si facessero offerte di denaro, nessuno osava esporsi al pericolo, anche per la quasi impossibilità di appoggiare scale. Giunto a caso, Bartolomeo Leone detto Rubele si offrì; unì con corde le scale, gettò spago e funi nella torre, perché le donne aiutassero a tirare e poi assicurassero la scala: ottenuta da un sacerdote l'assoluzione, sale intrepido, benché le scale pieghino per rilassamento delle corde: giunge alla torre, benda gli occhi alle donne e legatele sui fianchi, tiene stretta la fune e le fa scendere ad una ad una. Poi mette i singoli fanciulli in doppio sacco e li cala con le corde tenute all' altro capo da qualcuno verso San Paolo. Scende salvo, ricusa il premio offertogli dal conte Spolverini e sfolla applaudito. Verona riconoscente gl'intitolò il Lungadige destro dal ponte Navi al Nuovo, dirimpetto a quello del re Teodorico. Giulio Sartori dipinse il fatto su una tela che si conserva malandata al museo.

La torre fu demolita nel 1758, il ponte restaurato completamente nel 1761, con la direzione di Adriano Cristofoli. Altre inondazioni nel 1767 e 1778 mossero l'Accademia a proporre, per mezzo di Zaccaria Betti, il quesito sul modo di preservare la città. Ne fu nulla. Il Senato la risarcì con 10 mila ducati del danno di 222.930 subito nell'ultima inondazione: però avea già compiuta nel 1753 la Dogana.

Per 'l'inondazione del 1882 e per l'interramento dell' Acqua Morta, il ponte fu demolito nel 1892, durante i lavori dei muraglioni e ricostruito su progetto dell'Ingegner Alessandro Peretti. L'antecedente era largo soli m. 7,80, questo fu allargato a m. 12, lungo m. 90 e all'altezza di m. 58,70 sul mare.

Il primo benché esteticamente mirabile avea la rampa faticosa della Pontara, tra l'Adige e l'Adigetto, era tutto di muro, su tre pile ingombranti con archi disuguali, di cui uno sull'Acqua Morta.

Il novello invece fu gettato su due spalle e due pile di pietra a bugnato rustico e cornice, sorgenti da m. 42,55 sul livello marino, fondate su 138 punte di larice, e protette da scogliera. La pila a destra venne fondata ad aria compressa e oppose gravi difficoltà per i ruderi d’antichissimo ponte. Le tre campate in ferro erano foggiate ad arco della luce di m. 29, sopra 7 travi continue collegate da controventi verticali e orizzontali, coperte da ferri zorès. I marciapiedi di m. 2 ciascuno fiancheggiavano la via coperta d'asfalto, con doppio binario per i tram a cavalli. Poteva sostenere 400 Kg. per m2. Venne collaudato il 7 dicembre 1895.

Ma le nuove esigenze per l'aumento di transito e pesi, nonché il rapido deterioramento dei ferri, suggerirono di rinnovarlo. La ricostruzione fu affidata dal Comune in seguito ad appalto-concorso alla impresa Bertelè di Verona, il cui progetto prevedeva la ricostruzione dell'impalcato del ponte con travate in cemento armato continue sulle tre luci uguali e con sbalzi a contrappeso oltre le spalle. Il prospetto - opera dell' arch. Arturo Midana di Torino - rendeva evidente la struttura a travi, rivestite di lastre di marmo nostrano e coronate da un leggero parapetto in ferro. I rostri delle pile erano prolungati fino al piano del marciapiede, che si allargava a balcone sopra di esse.

Fu inaugurato il 28 ottobre 1936. Un'iscrizione a destra, entrando da San Fermo, diceva: Ricostruito sulle spalle - e pile preesistenti - l'anno 1936.

A sinistra sul parapetto del muraglione si leggeva:

IL PONTE
CUI IL VICINO APPRODO DIÈ IL NOME DELLE NAVI
EDIFICATO IN PIETRA DA CANSIGNORIO DELLA SCALA
1373-1375
RINNOVATO IN PARTE DALLA REPUBBLICA VENETA DOPO LA
PIENA DEL 1757
MEMORANDA PER L'EROISMO DI BARTOLOMEO RUBELE
FU ABBATTUTO
E NELLA PRESENTE FORMA RICOSTRUITO
NEL 1893
QUANDO VERONA CON ROMANO ARDIMENTO
OPPOSE ALL'IRA DELL'ADIGE SICURE DIFESE
MDCCCXCVII
Fonte: Trecca

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