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Giovedì 29 Settembre 2016, SS. Michele, Gabriele e Raffaele
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Ponte Garibaldi

Verona / Italia
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Costruito dall'impresa veneziana Newille, ebbe da questa il nome; aperto il 16 agosto 1864, tu intitolato all'eroe solo nel 1867 quando era cessato il dominio austriaco. Il ponte era lungo m. 75, con tre luci su due stilate di ferro, largo m. 8,90. Il sito scelto era assai opportuno per agevolare la comunicazione di Piazza Erbe e del centro della città con Campagnola.

Nei lavori per i muraglioni fu scoperta, a sinistra, una testa di ponte antico, probabilmente romano, prova che anche allora si apprezzava l'opportunità di un passaggio per l'innesto della via da Val d'Adige con Verona, munita fin qua dal Ponte Pietra e in linea col cardo Massimo.

Distrutto il ponte fu più tardi surrogato da un traghetto che diede il nome a Riva Battello, a ricordo dei tempi quando l'Adige era animato dalla navigazione e dai molini. Quando finalmente si sentì il bisogno di un ponte stabile, il Comune, per non gravare il bilancio n’affidò la costruzione a un'impresa inglese, cedendole fino al 1913 il pedaggio di due centesimi, controllato da un osservatore nella vedetta sull'angolo del palazzo di fronte all'ingresso. In 49 anni certo fu recuperata e con vantaggio, la spesa e sarebbe continuata forse la tassa, se il buonumore veronese, col titolo di Sindaco palanchetta non l’avesse persuaso a redimere il diritto di pedaggio. Il quale, del resto, non era nuovo perché già nel 1338, nell'archivio Bevilacqua, si accenna a un pontatico toloneo al Ponte Navi, per le merci, se non per i passeggeri.

A Riva Battello, presso cui furono trovati importanti avanzi romani, fu demolita, per erigere il ponte, la chiesetta di San Paolo Eremita; l’architrave è dietro all'abside di Santo Stefano.

L'agevolata comunicazione fra la città e Campagnola fu uno degli stimoli a moltiplicarvi le ville e i palazzi; per riconoscenza al ponte Garibaldi, a quasi tutte le vie si diede il nome di luoghi o eroi dell'epoca Garibaldina.

Ma si richiedeva ormai un ponte più decoroso e il Comune lo fece costruire in cemento armato su pile di pietra dall'impresa dell'ingegner Forte. A maggior decoro furono poste quattro statue in pietra tenera o tufo, opera dello scultore Ruperto Banterle nostro concittadino. La pastosità della materia, che non permetteva particolare finitezza e la poca compattezza che non garantiva lunga durata, consigliarono dì rifarle nel 1939.

Simbolicamente annesse al ricordo del titolare del ponte, rappresentavano il Condottiero, il Nocchiero, la Madre (Anita) e l’Agricoltura. Benché adagiati si ergevano con fierezza di sguardo e di muscoli, aumentata da rusticità di vesti e scabrosità di scalpellatura: il Condottiero sul braccio puntato, come si destasse al grido di guerra; il Nocchiero (dei Mille) pensoso al timore, certo dell'ancora per la Vittoria; l'Agricoltura col covone al braccio, placida ma pensosa, che ben meritava le fosse inciso sul piedestallo, a spiegazione e meditazione, il motto di Lionello Fiumi: DOPO LA PUGNA CARI I SOLCHI OPIMI; e la Madre, con l'ardire di Anita per chi combatte e la tenerezza per il bimbo che le dorme sul seno.

Comanducci la volle riprodotta nella sua opera: «Gli scultori dell'Ottocento». Incomprensione volle distrutte le statue in tufo; imprevidenza lasciò distruggere quelle in pietra, che meritavano maggior cura.

La ricostruzione del ponte fu affidata alla società Chiesa di Milano, che già ricostruì il Ponte Nuovo. Bello il panorama con le case canonicali e il palazzo vescovile a destra, la Chiesa di San Giorgio col ripristinato chiostro dei Benedettini a sinistra, che specialmente nella calma dell'Adige ricordano Canal Grande a Venezia; ma qui volano invece dei colombi i gabbiani. E sul colle biancheggiano tra il verde Santa Sofia e San Leonardo, inutili forti austriaci, divenuti - durante la seconda guerra mondiale - truci carceri tedesche.

Ma lo sguardo si rasserena, posando sul lungadige solatio ed erboso passeggio invernale, elevandosi da Santo Stefano a Nazareth, già villa vescovile, ora studentato dei Buoni Fanciulli.
Fonte: Trecca

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