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Pescantina

Verona / Italia
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Pescantina è ancor oggi, e a pieno titolo, uno del Comuni che costituiscono la Valpolicella, anche se, per una serie di motivi dovuti a sue particolari caratteristiche geografiche, e a sue diverse vicende storiche, si differenzia dagli altri comuni di questo comprensorio, da sempre vocati, prioritariamente, alla coltivazione della vite e dell'olivo.

Vasto Comune adagiato sulla riva sinistra dell'Adige, esso comprende oggi - oltre al capoluogo con gli abitati di Arcè, di Bardoline Basse, di Capitello, di Cerè, di Crocetta, di Filizzine, di La Secca, di Milone e di Tremolè - anche le frazioni di Ospedaletto, con Crocetta e Vignega di Sopra; di Santa Lucia, con la Bella e Tregnente; e di Settimo, con Colombine, Mirandola e Presa.

Il Comune - che è attraversato interamente dalla Statale per il Brennero e da altre importanti arterie, tra cui la nuova superstrada da San Pietro Incariano alla stazione di Verona Nord dell'autostrada del Brennero - confina ad est con il Comune di Verona nella frazione di Parona; a nord con i Comuni di San Pietro Incariano e di Sant'Ambrogio di Valpolicella; ad ovest ancora con il Comune di Sant'Ambrogio nelle frazioni di Domegliara e di Ponton, e con il corso dell'Adige che lo separa dal Comune di Pastrengo; a sud ancora con il corso dell'Adige che lo separa dal Comune di Bussolengo. Essendo inclinato da nord-ovest a sud-est con qualche balzo terrazzato, la sua altitudine sul livello del mare misura m. 120 ad Ospedaletto, m. 107 alla stazione ferroviaria, m. 95 a Santa Lucia, m. 78 alla soglia della chiesa parrocchiale, mentre I'alveo dell'Adige entra in territorio di Pescantina a Ponton con m. 100 sul livello del mare e n'esce al Nassar con m. 70.

Mancano a Pescantina le testimonianze preistoriche, mentre assai numerose sono quelle di età romana, quando questo territorio faceva anch'esso parte, con ogni probabilità, di quel Pagus degli Arusnati che c'è noto attraverso alcune iscrizioni. Dal Nassar viene, ad esempio, un frammento di miliare noto come il miliare d'Arbizzano, e sempre al Nassar Felice Feliciano dava notizia dell'esistenza di un cippo di Marco Tenazio Labeone, ora al Museo Archeologico di Verona. A La Mirandola già il Da Persico segnalava invece il ritrovamento di un'ara romana, oggi divisa in due metà e murata ad ornamento della facciata della cappella della villa. Da notare ancora che a Settimo furono rinvenuti nel 1890 alcuni vetri romani ora al Museo Archeologico di Verona, mentre ad Arcè si segnalavano due epigrafi latine adesso scomparse.

E finalmente da Pescantina proviene il bel cippo funebre di Lucio Tenazio Varo conservato al Museo Maffeiano, mentre è ancora qui, alla base del campanile della parrocchiale, il coperchio di un bel sarcofago romano con timpano sulla fronte della cassa.

Anche il Medioevo ci restituisce documenti di presenze e attività in loco fin dal secolo IX, segno di una continuità dell'abitare e del trafficare su questi terreni posti lungo l'ansa dell'Adige, anch'esso da considerarsi fin dall'antichità la più grande via di comunicazione fra le civiltà del bacino adriatico ed i popoli dell'Europa centro-meridionale. E se non proprio Pescantina, Settimo ad esempio è nominata nell'881 come località posta al centro di un proprio territorio nella valle Proviniamensis corrispondente alla porzione centro-settentrionale dell'attuale Valpolicella. Segue Pol (l'attuale Santa Lucia) attestato nel 1001 come vicus e quindi Arcè nominata nel 1146. Ultima a comparire è proprio Pescantina, qualche decennio dopo, nel 1184, con un ritardo che, più che all'assenza di documentazione, può essere imputato, secondo Andrea Castagnetti, ad una crescita tarda di quest'ultimo centro.

Nascono in questo periodo varie chiese e cappelle al servizio delle comunità locali, quasi tutte dipendenti dalla Pieve di San Floriano: fra queste vanno annoverate in particolare quelle di Pescantina, d'Arcè, di Santa Lucia e d'Ospedaletto, che presentano tutte ampie tracce delle primitive architetture romaniche e, alcune fra queste, anche affreschi dei secoli immediatamente successivi.

Della chiesa romanica del capoluogo, costruita nel secolo XII, rimangono ampie vestigia addossate all'attuale parrocchiale. Colonne appaiate, alternate a pilastri appaiati, accennano ad un edificio diviso in tre navate. Questi ed altri elementi, decorati all'uso dello scultore Pellegrino, rendono l'idea di una chiesa quanta mai simile a quella di San Floriano e a quello che, all'interno, dovette essere un tempo la cattedrale romanica di Verona, prima cioè dei lavori eseguiti nel secolo XV. La chiesa non è oggi, dunque, completa. In occasione della costruzione della nuova parrocchiale fu, infatti, amputata, all'altezza della campata centrale della nave maggiore, di tutta quella sua porzione che da qui giungeva fino alla facciata. Inoltre, nel secolo XVII, le era già stata demolita, per prolungarne il presbiterio, l'abside. Infine le manca tutta la muratura perimetrale del lato sinistro abbattuta per allargare un locale che invade quindi tutta l'area della navatella.

Ad Arcè, la chiesa di San Michele Arcangelo, del secolo XII, già nel 1154 dipendeva dai Benedettini di San Fermo Minore. Il fianco meridionale di questa chiesa ha un apparecchio murario a corsi di ciottoli regolari in grosso letto di malta, nonché due finestrine in tufo e una porta con arco di tufo. La facciata è del tipo più semplice, a doppio spiovente, con porta simile a quella del fianco sud, sormontata da un oculo. L'abside è pure a corsi di ciottoli interrotti da qualche filare di tufo. Gli spigoli sono a conci di tufo uniti a grossi conci di calcare. Nell'abside della bella chiesetta fa tuttora bella mostra di sé un affresco con il santo titolare dell'Altichiero o di mano assai prossima al grande pittore del Trecento Veneto.

La chiesa di Santa Lucia di Pol, ricordata in un atto del 1184, ha restituito anch'essa recentemente affreschi tardo medioevali: quelli sulla parete a ponente - ricorda Luciano Rognini - sono giunti molto maltrattati dall'impietoso martello di un muratore desideroso di far meglio aderire l'intonaco stesovi successivamente sopra. Nelle due pareti si leggono una Crocifissione, otto Santi, un San Cristoforo (il fiume è vicino!) e una Madonna con Bambino.

Anche la chiesa di Santa Maria d'Ospedaletto (con annesso ospedale) doveva probabilmente esistere già dal secolo XII ed è sicuramente attestata comunque nel 1218. Essa sorgeva sui pascoli della estesa terra incolta (Media Campanea) fruita comunitariamente dai Comuni della Valpolicella, ed era officiata da un gruppo di frati ospedalieri. Si sa che poi l'ospedale decadde e sulla sua area nacque la villa della famiglia Quaranta ed una stazione di posta con alloggio. Ma la chiesa ebbe nuove cure e agli inizi del '600 venne anche interamente affrescata con Storie della Passione di Cristo, da Paolo Ligozzi.

In questa terra d'incolti pascolivi l'agricoltura non era un tempo la risorsa principale dei vari centri abitati, anche se poi prospererà, ma solo in data relativamente recente, la coltura delle pesche da cui qualcuno farebbe addirittura derivare il toponimo di Pescantina. Prosperava invece un tempo nel Capoluogo e fino al secolo scorso, un porto sull'Adige con fabbriche di "burchi" ed altre imbarcazioni atte alla navigazione atesina. Si ricordano ancora in particolare due cantieri che occupavano ciascuno un centinaio d'addetti fra carpentieri, calafati esperti e garzoni apprendisti, i quali impiegavano nell'accurata e complessa costruzione dei barconi le spesse tavole ricavate dalla segatura a mano di grossi e lunghi tronchi di larice fluitati sull'Adige dal Trentino.

Ci sono precise testimonianze, scoperte recentemente da Gian Maria Varanini, di liti dei burchieri di Pescantina con quelli di Verona per il trasporto - e relativo commercio - via Adige di marmi, pietre, tufi e laterizi - e pure vini e vernacce - non solo alla volta di Verona o di Trento ma anche di Venezia stessa, ai tempi in cui qui imperava la Serenissima. Un emporio dunque che si apriva sul Tirolo, su tutta la pianura padana sud-orientale oltre che sull'intero bacino adriatico.

Ai primi del Seicento - ci ricorda sempre il Varanini - i proprietari d'imbarcazioni da trasporto a Pescantina erano una cinquantina e si erano conquistati - con le loro barche più leggere e rapide anche se meno sicure di quelle veronesi - un loro spazio non solo nei commerci discendenti, verso Venezia, ma anche nel senso inverso, limitatamente al tratto veronese del fiume. Nel frattempo costituitisi in arte, i burchieri di Pescantina aveva intanto allargato le tabelle delle merci trasportate con l'aggiunta di grani, legna, carbone, pere, mele, noci, castagne eccetera.

Fra le attività economiche esercitate in passato a Pescantina non trascurabile, sempre a detta di Varanini, sarebbe stata anche quella dei fornaciai, cioè degli addetti alla fabbricazione di laterizi. Qui, infatti, esisteva già alla fine del Trecento una contrada che da essi aveva il nome, mentre alla fine del Quattrocento sappiamo che agli operatori del settore era consentito di prendere, attraverso le proprietà di terzi, la via più breve e più comoda per trasportare materiali da e per le loro fornaci: "il che è indizio sicuro - a detta di Varanini - della diffusione non recente né modesta di quest'attività".

Un Comune dunque, anche per sue vicende storiche particolari, "diverso", almeno rispetto agli altri comuni della Valpolicella, dove l'agricoltura era senz'altro la più importante e spesso rimaneva l'unica risorsa economica (forse un discorso particolare meriterebbe d'essere fatto anche per Sant'Ambrogio, che alla vocazione agricola ha saputo da sempre sposare quella industriale dell'escavazione e della lavorazione del marmo). E tale diversità non poteva non rispecchiarsi anche nella struttura urbanistica del capoluogo, dove esiste - a differenza di tutti gli altri comuni della Valpolicella - un centro storico davvero degno di tale nome, un agglomerato edilizio cioè sufficientemente vasto, dotato di più chiese, case e palazzi, fra un intrico di strade e vicoli, a modo di piccola città, abitata dunque non da contadini (che preferirono invece la corte o la contrada in prossimità del fondo da coltivare) ma da artigiani e da commercianti.

Ecco allora, in questa piccola città, altri monumenti degni di rilievo: in riva all'Adige anzitutto la chiesa di San Rocco esistente almeno dal secolo XV e che fu per secoli teatro di controversie tra varie confraternite; poi all'estremità nord del capoluogo la chiesa della Madonnina che nel 1885 fu acquistata dal Comune, trasformata e ingrandita; ancora la splendida chiesa parrocchiale, costruita nel secolo XVIII sui resti di quella più antica, con il campanile eretto tra il 1820 e il 1840. Di questa chiesa il disegno fu attribuito al Trezza dallo Zannandreis, mentre ad Alessandro Pompei potrebbe essere riferito l'aggiornamento della vecchia chiesa romanica prima del suo abbandono. Iniziata nel 1753, la nuova monumentale costruzione fu aperta al culto nel 1767 e consacrata solennemente nel 1774. Essa è comunque ricca d'opere d'arte di grande valore fra cui, di particolare pregio, l'altare maggiore.

Sempre nel Capoluogo è anche Palazzo Betteloni, ora sede del Municipio, mentre meritano ancora attenzione varie case a portici e logge costruite tra il XVI e il XVIII secolo e, fra queste, casa Quarella.

Ma se Pescantina è urbanisticamente città, il territorio comunale torna ad essere decisamente campagna: e allora anche qui, come negli altri comuni della Valpolicella, abbondano le ville, tra cui piace ricordare la villa da Sacco ad Arcè, del secolo XVIII, con un vasto parco sull'Adige e con una chiesetta privata; la villa Quaranta ad Ospedaletto nella quale pernottò l'imperatore Alessandro di Russia, quando, nel 1822, venne a Verona per il congresso della Santa Alleanza; la villa Bricci, a Settimo, che è un bell'edificio seicentesco, con solido corpo centrale e due laterali più bassi angolati da colombaie, dentro un cortile fiancheggiato da ali di portico a bozze; la villa ex Sparavieri, sempre a Settimo, con architetture quattrocentesche, a portico e loggia; la villa Bertoldi, ancora a Settimo, che è un semplice edificio, probabilmente d'origine settecentesca, ma modificato, con vasto parco in riva all'Adige, e rustici annessi.

A Settimo è anche la villa "La Mirandola" che sorge in riva all'Adige, vicino a Parona, e che aveva intorno uno stupendo parco, distrutto durante l'ultima guerra; mentre in località "Le Colombine", in riva all'Adige, tra Nassar e Settimo, all'estremo limite meridionale della Valpolicella, è infine Villa ex Morando, nella quale si manifesta la maniera del Sanmicheli.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1988

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