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Pastrengo

Verona / Italia
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Situato sulle colline moreniche che dividono il fiume Adige dal bacino del Garda, Pastrengo, a centocinquanta metri sul mare, diciassette chilometri a nord-ovest da Verona, sempre al centro di una rete importantissima di strade fra il Mantovano e il Tirolo, fra la regione del Benaco e le città dell'entroterra Veneto. Qui dunque, fin dall'antichità, facevano tappa mercanti e soldati in viaggio dalle terre del Centro Europa a quelle del Centro Italia. La sua posizione strategica, non sfuggita ai popoli della preistoria e già esaltata in epoca romana, assunse particolare importanza in età longobarda.

Qui, infatti, i Longobardi, in un probabile preesistente agglomerato urbano, collocarono un loro presidio militare, tra Adige e Garda, all'incrocio delle strade per Verona, Mantova e Trento, con possibilità d'acquartieramento per uomini e animali grazie a risorse d'acqua, all'abbondanza di foraggi e prodotti agricoli. E per gli stessi motivi per molti secoli le pertinenze di Pastrengo costituirono una ben nota tappa militare, con edificio apposito, sito in località Campara.

Lungo dunque quella via Trentina o Tirolese che, uscendo dalla Valdadige, puntava diritta, attraverso la pianura veronese o la Valle del Mincio, sulla città di Virgilio e dei Gonzaga, qui transitavano anche, nella cosiddetta via del Sale, le merci che dal bacino Adriatico, dopo aver risalito l'Adige, erano poi ridistribuite, sempre via acqua, lungo le rive del Lago di Garda; qui cioè ove il letto dell'Adige più si avvicina allo specchio gardesano, pochi essendo i chilometri che separano l'antico porto di Pol, lungo il fiume, dal porto lacustre di Lazise. Il territorio di questo che è uno fra i più piccoli Comuni del Veronese, gode anche di posizione climatica e panoramica incantevole, tale da aver sempre favorito in un tempo l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, nonché l'edilizia residenziale. Già coltivato con ogni sorta di cereali, legumi e frutta, di cui si faceva anche esportazione, ora il territorio è zona tipica per la produzione del Bardolino, per mezzo di vigneti specializzati che si estendono ormai su tutta la superficie coltivabile. Vi si allevavano un tempo bestie da pascolo e animali da cortile ma mancavano, fino a qualche decennio fa, quelle industrie che ora assorbono la manodopera già agricola ma che sull'agricoltura non può più contare. Un fenomeno, quello dell'abbandono dell'agricoltura, che determinò in passato anche non infrequenti ondate d'emigrazione, in parte attenuate, nell'Ottocento, dal lavoro offerto ai contadini dalla costruzione delle monumentali fortificazioni che costellano tutto il territorio, e collegate, in unico disegno difensivo, con quelle di Rivoli allo sbocco della Valdadige e con quelle di Peschiera, caposaldo del Quadrilatero Veneto.

Il territorio comunale ricade dunque completamente in zona collinare con terreni d'origine morenica e alluvionale, sciolti e profondi in vicinanza della sponda destra dell'Adige e calcarei o argillosi nella zona occidentale. Il capoluogo è a m. 192 sul livello del mare con il punto massimo, di m. 262, al Telegrafo ottico.

Su Pastrengo gravitano le contrade di Bagnol, Montaer, Osteria Nuova, Palazzo, Pol di Pastrengo, San Zeno e gruppi di case sparse. Su Piovezzano, distante appena un chilometro e mezzo dal capoluogo, gravitano invece Campara, Costiere Alte, Costiere Basse, Madonna di Pol, Monticelli, Pol di Piovezzano, Ronchi, Tacconi e altri gruppi di case sparse.

Dopo l'unificazione di Pastrengo con Piovezzano e Pol in Comune autonomo, avvenuta nel 1818, la circoscrizione comunale ha assunto le caratteristiche geografiche che tuttora conserva: essa confina a nord con il territorio comunale di Cavaion Veronese, ad est con i comuni di S. Ambrogio di ValpoIicella, Pescantina e Bussolengo, a sud ancora con il comune di Bussolengo e ad ovest con quelli di Lazise e di Bardolino. La sua superficie è di nove chilometri quadrati. L'estensione massima del Comune, da nord a sud, è di circa quattro chilometri e mezzo, la larghezza maggiore da est ad ovest, di quasi quattro.

Durante i secoli IX e X Pastrengo e Piovezzano, comunità autonoma quest'ultima fino alle innovazioni napoleoniche, fecero parte amministrativamente della cosiddetta Giudicaria Gardense, successivamente del Comitato di Verona fino alla metà del secolo XII, poi del Comune veronese, come dimostra il documento dell'anno 1184, contenente l'elenco delle ville soggette a Verona. Ma sulla corte di Pastrengo ottenne di esercitare la giurisdizione feudale il monastero di San Zeno di Verona per concessione dei Conti di Verona Riprando e Arduino alla fine del secolo X, notizia questa contenuta nel diploma originale di conferma della concessione da parte dell'imperatore Enrico IV dell'anno 1084. Si ha però notizie che il monastero di San Zeno aveva proprietà in Pastrengo fin dall'anno 966, quando Leudiberto vi fece permuta di terreni. Molti documenti, conservati nel fondo di San Zeno presso l'Archivio di Stato di Verona - e recentemente pubblicati da Giulio Sancassani - attestano l'esercizio della giurisdizione feudale su Pastrengo da parte del monastero zenoniano fino all'anno 1797 e cioè fino alla cadute della Repubblica Veneta.

L'importanza di Pastrengo e di Piovezzano durante il nostro Risorgimento non ha bisogno di essere sottolineata. Le tre guerre risorgimentali dal 1848 al 1866, svoltesi in prevalenza nella zona compresa tra il Mincio, il Garda e l'Adige, videro il territorio di Pastrengo, percorso e ripercorso dagli eserciti del Regno di Sardegna e dell'Impero d'Austria ed ivi si svolse il 30 aprile 1848 il celebre fatto d'armi, conosciuto come la carica dei carabinieri a cavallo in difesa di Re Carlo Alberto, la cui vita correva pericolo a seguito di un improvviso attacco di tre brigate austriache.

E' noto in particolare come, dopo le Cinque Giornate di Milano e la rapida avanzata dell'esercito Piemontese attraverso la Lombardia, si fosse iniziata la vera e propria guerra sulle rive del Mincio. Forzati i passi di questo fiume, Carlo Alberto era penetrato verso nord in modo da tagliare le comunicazioni fra Verona e Peschiera. Di contro all'estrema ala settentrionale dei Sardi, il Radeszky aveva tenuto una forte occupazione sulla destra dell'Adige, estesa fino a Pastrengo e dintorni, con linea d'eventuale ritirata attraverso l'Adige per il ponte militare gettato a Ponton.

Poiché quell'occupazione costituiva una perenne molestia per il proprio esercito, il comando supremo Sardo decise di attaccare quelle forze nemiche per occupare Pastrengo ed eventualmente obbligarle a ripassare sulla sinistra dell'Adige. Fu impiegata nell'operazione la quasi totalità dell'esercito piemontese e se n'affidò la direzione al generale De Sonnaz. Per l'attacco furono formate tre colonne, comandate (da nord a sud) dai generali Federici, Duca di Savoia (poi Vittorio Emanuele Il) e Broglia; le due prime dirette su Pastrengo, la terza sulle alture a sud di questa località; seguiva una riserva costituita dalla brigata "Regina" e dalla Cavalleria. Poco dopo mezzogiorno, le avanguardie piemontesi presero contatto con la difesa austriaca. Spiegato, in seguito, il grosso delle forze, mentre stava per iniziarsi l'attacco a fondo, Carlo Alberto che si trovava in prima linea, fu avvolto da scariche nutrite di fucileria. Allora gli squadroni di carabinieri che ne costituivano la scorta, agli ordini del maggiore Negri di Sanfront, si lanciarono in una furiosa carica contro i trinceramenti da cui partiva il fuoco. L'audacia di quest'atto precipitò l'attacco delle schiere di fanteria. In breve una brigata piemontese (Cuneo) ebbe occupato Pastrengo, mentre le altre forze puntavano sull'Adige per disturbare la ritirata al nemico, che frettolosamente ripiegava, cercando qua e là di imbastire azioni di resistenza appoggiate ai caseggiati. Con contrattacchi della cavalleria e l'impiego di battaglioni di cacciatori, il Wolker riuscì a ripassare l'Adige. Nel frattempo erano riusciti vani anche gli attacchi dimostrativi di Radeszky nella regione a sud di Pastrengo.

Il monumento del capoluogo, inaugurato il 17 maggio del 1925 dal Duca di Bergamo, opera dello scultore concittadino Romeo Rota, volle ricordare, con i Caduti di Pastrengo, anche il glorioso fatto d'arme del 30 aprile 1848, passato alla storia come la "Carica di Pastrengo", e di cui ogni anno si celebra solennemente l'anniversario. Per questo alcuni bassorilievi che lo abbelliscono - tra cui le effigi di re Carlo Alberto e del maggiore Negri di Sanfront - si riferiscono all'eroico episodio.

Anche lo stemma recentemente adottato dal Comune ricorda in qualche modo il celebre avvenimento. Esso raffigura, infatti, una collina a tre punte, con pastore munito di bastone, in piedi sulla cima di centro più alta, accostato da due pecore, con stella a sei punte, simbolo di nobiltà e di splendore sulla destra, e due spade poste in decusse sulla sinistra, richiamanti la battaglia del 1848. Uno stemma pressoché uguale era stato in uso prima del 1866, mentre da tale data fino al 1901, se ne era adottato uno diverso, con due mani che si stringono in segno di pace. Nel 1901, peraltro, era stato ripristinato l'antico, perché ritenuto rispondente al toponimo d'origine longobarda di Pastrengum, cioè paese di prati e di pascoli.

Si è già detto come fra le attività economiche del Comune l'agricoltura rappresentasse in passato una delle principali fonti del reddito locale. Attualmente le colture legnose che caratterizzano l'indirizzo produttivo del Comune sono rappresentate, in massima parte, dalla vite, allevata in forma specializzata e promiscua e che trova un ambiente idoneo quasi ovunque, ed in via subordinata dal pesco, dal ciliegio e dall'olivo, in zone ben delimitate. È proprio il prodotto della vite a dare ottimi vini. Tenuto conto delle caratteristiche pedologiche, dei vitigni coltivati e dei sistemi di coltura in atto, il Comune di Pastrengo è così compreso nella zona di produzione del vino "Bardolino", la cui denominazione d'origine controllata ed il relativo disciplinare di produzione sono stati riconosciuti dal decreto del Presidente della Repubblica in data 28 maggio 1968. Il "Bardolino" è prodotto da vitigni delle varietà Corvina veronese (50-65%), Rondinella (10-30%), Molinara (10-20%), Negrara (fino a 10%) ed altre (10%).

La superficie agricola irrigata è di circa 500 ha. ricadenti nel comprensorio Alto Veronese: di essi 250 sono irrigui con impianti a scorrimento e 250 a pioggia. Con il recente estendimento dell'irrigazione su nuove superfici si è potuto intensificare la coltura della vite, soprattutto in forma specializzata. Nel comune opera, infatti, il Consorzio di bonifica Alto Veronese che, attraverso gli impianti di sollevamento di Camporane di Pol, provvede all'irrigazione di oltre la metà del territorio comunale e di zone dei comuni vicini. Sul versante dell'Adige scorre invece il canale idroelettrico Biffis dell'Enel, ex Sima, che alimenta la centrale elettrica di Bussolengo. Pressoché parallelo è il canale d'irrigazione del Conagro (Consorzio di bonifica dell'Agro Veronese) derivante acqua dal fiume, alla Chiusa di Ceraino.

Il Comune è attraversato per tutto il suo territorio, da nord a sud, per circa quattro chilometri e mezzo, dall'autostrada del Brennero che lo divide quasi a metà. Attraversano il Comune anche la SS 450 "di Valpolicella" - congiungente la SS 11, da Castelnuovo, alla SS 12 a Domegliara, attraverso il ponte della Sega sull'Adige e le strade provinciali Verona-Lago, intersecando il territorio da est ad ovest; dell'Osteria Nuova-Pastrengo, detta "della Carica"; della Ronchi-Cavaion, detta "del Pozzo dell'Amore"; nonché della Ronchi-Calmasino, denominata "del Monte Tajà"; tutte con direzione nord.

Numerose sono le testimonianze artistiche che i secoli passati hanno lasciato anche a Pastrengo nei suoi edifici religiosi e civili, e nella suppellettile conservata nelle sue chiese e nelle sue ville. Desta anzi meraviglia che una civiltà essenzialmente agricola, com'era fino a qualche anno fa quella di Pastrengo, abbia saputo accaparrarsi tanta ricchezza di monumenti e d'oggetti d'arte, segno tangibile d'una sensibilità che oggi, nonostante il vantato progresso, stenteremmo qui, come altrove, a trovare.

Tra gli edifici religiosi va anzitutto annoverata la chiesa parrocchiale del capoluogo, dedicata alla Santa Croce ed eretta, durante il secolo decimottavo, sul luogo di una chiesa precedente. Da note nei registri conservati nell'archivio della parrocchia, si conosce, infatti, che al 1711 risale l'inizio dei lavori per la nuova chiesa con la costruzione di una grande cappella per l'altare maggiore. Nel 1714 si lavorava alla nuova facciata e verso il 1780 doveva risultare già costruita anche la navata, mentre, sempre nel torno di quegli anni, si collocavano gli altari nelle quattro cappelle laterali. L'edificio doveva comunque già funzionare nel 1757 ché questa data si poteva leggere dipinta, fino a non molti anni fa, sul frontone del tempio.

Datato 1788 è I'altar maggiore con il bellissimo tabernacolo di vari marmi e sovrastato da un eccellente dipinto ad olio con Sant'Elena che adora la Croce, concordemente attribuito al pittore veronese Francesco Lorenzi. La santa, inginocchiata al centro, su di un podio a gradini, è estatica davanti al simbolo della Redenzione, sostenuto da un angelo seduto su d'una nube e avvolto in veste cangiante. Sotto, a destra, San Zeno, contitolare del tempio, è raffigurato di profilo, in atto di leggere. Sul davanti sta un'altra figura adorante prostrata. Altre figure sono dipinte dietro ed intorno a Sant'Elena, tra cui un guerriero a cavallo. Sullo sfondo è un ameno paesaggio.

A fianco di questa tela, sempre nell'abside, stanno altri due dipinti: un Cristo e I'adultera forse opera del Lonardi (sec. XVIII), e una Casta Susanna davanti ai giudici sempre di scuola veronese del secolo XVIII. Sui due lati del presbiterio sono poi collocate altre due belle tele, datate 1726, con L'invenzione della Croce (a destra) e Il segno della Croce che appare a Costantino (a sinistra), opere anche queste piene di movimento, e di pennello non inferiore a quello del Lorenzi. Sul primo altare di sinistra si ammira invece una pala con Madonna, Bambino e San Gaetano attribuita al Boscarati (sec. XVIII).
La Vergine, seduta su nubi, tiene la destra del Bambino che le è seduto in grembo. San Gaetano, a sinistra, in cotta e stola, tiene il piede di Gesù. Sfondo di cherubini e d'architettura ad esedra. Ai piedi di San Gaetano è un libro e il cappello cardinalizio. Infine, sul primo altare di destra, è una tela di qualità artistica mediocre, dovuta ad un pittore veronese del sec. XVIII, raffigurante I santi Luigi e Carlo in adorazione del Cristo morto, mentre sul secondo altare di destra è una bella tela con Madonna, Bambino e i santi Antonio, Giorgio e Giuseppe da attribuirsi probabilmente al Francesco Lorenzi. Purtroppo la conservazione di questa opera è assai cattiva.

Altro edificio religioso che va ricordato è la chiesa parrocchiale di Piovezzano, eretta alla fine del secolo scorso sul luogo di una chiesa precedente. I lavori per la creazione del nuovo tempio, dedicato come gli antichi a Santa Caterina d'Alessandria, iniziano nel 1886 e continuarono fino al 1894. La chiesa, consacrata nel 1896, ospita altari provenienti dai precedenti edifici: l'altare della Madonna, che è datato 1675, e l'altare dei santi Giuseppe e Caterina, datato 1715 e che si fregia di una buona pala di Antonio Corte (sec. XVIII) con Maria e le sante Apollonia, Lucia e Caterina. Pregevole è anche l'organo della ditta Farinati, acquistato dalla parrocchia nel 1889: fu inaugurato, con un solenne concerto, dal Maestro Lorenzo Perosi. II concerto campanario, posto su campanile della Rinascenza, fu rifuso nel 1938.

Altri edifici religiosi del comprensorio comunale sono l'antica chiesa trecentesca di San Zeno nei pressi del Capoluogo (con affreschi quattro-cinquecenteschi), ora non più officiata, le due cappelle seicentesche nei complessi Ronzetti in Piovezzano vecchia, la chiesetta settecentesca di San Rocco in contrada Pol, e il celebre Santuario di Santa Maria di Pol, la cui importanza storica ed artistica ha meritato più di una monografia.

Tra gli edifici civili di notevole interesse, meritano un cenno la villa -detta il Castello - già dei conti Perez, quindi Nalin, poi Segattini, poi Lanari, su un'altura nei pressi di Piovezzano; la corte di Campara, nella località omonima; casa Segattini nel Capoluogo; i complessi Ronzetti in Piovezzano vecchia; l'edificio retrostante la chiesa di San Zeno nei pressi del Capoluogo; casa Randina sempre in località San Zeno; casa e Palazzo Bonsaver in Pol di Piovezzano; villa Avesani in Piovezzano; il rudere del "Telegrafo ottico" sul colle omonimo, a sud del capoluogo; nonché i quattro forti edificati dagli Austriaci.

La villa detta del Castello, sopra Piovezzano, e alla quale si accede da un bel viale di antichi cipressi, è stata sottoposta a recenti restauri. Ha nelle costruzioni resti di vecchi edifici: il che fa pensare che qui possa essere stato effettivamente eretto un castello medioevale, a guardia dell'antico abitato di Piovezzano il cui Comune è ricordato nell'atto del 1192 di cessione della Gardesana al Comune di Verona.

Il complesso di Campara, oggi adibito a casa colonica, ha belle architetture del '600 e del '700, con un imponente portale di ingresso.

Casa Segattini nel capoluogo, secondo una vecchia tradizione avrebbe visto il soggiorno di re Carlo Alberto e del suo quartier generale durante la campagna del 1848.

Le case Ronzetti in Piovezzano vecchia sono pur esse degne di una menzione. A fianco alle due corti, separate dalla strada, aprono i loro battenti due cappelle del Settecento, di cui quella ancora officiata, nel complesso sulla destra di chi sale alla contrada, ospita, sull'altare, una pregevole statua lignea quattrocentesca della Vergine in trono con Bambino.

Di interesse, nella corte a sinistra della strada, la caratteristica torre adibita a colombara. I due complessi - che già furono dei Marinelli, poi dei Cagozzi e quindi dei Redentoristi - sono interessanti anche per la loro positura estremamente panoramica a cavallo dei versanti dell'Adige e del Garda. Sopra di essi, infatti, sta un "Belvedere" da cui si domina tutta la Valpolicella e l'imbocco della Vai d'Adige fino alla Chiusa. E' tradizione che, qui, Napoleone, Massena e Moreau, durante la campagna d'Italia, attaccassero le briglie dei loro cavalli ad un grosso ed annoso fusto di vite che per lungo tempo fu poi mostrato ai visitatori.

L'edificio retrostante la chiesetta di San Zeno, presso il Capoluogo, che già appartenne all'abbazia di San Zeno di cui Pastrengo era feudo, è edificio singolare del secolo XVI. Sul cortile interno si affaccia una doppia loggia che avvicina l'edificio ad analoghe architetture della Valpolicella. Anche questo complesso è dotato di alta torre detta "Il colombaron" perché adibita a colombara, eretta sul fianco sinistro, contemporaneamente alla loggia del cortile.

Casa Randina, sempre nei pressi di San Zeno, è un caratteristico edificio del secolo XV. I recenti, provvidi restauri ne hanno messo in evidenza i notevoli pregi architettonici, togliendola definitivamente all'incuria alla quale stava per soccombere.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1989

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