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Domenica 25 Settembre 2016, Sant'Aurelia
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Palazzo Turchi

Verona / Italia
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Pur se incompleta (manca tuttora la porzione a destra del portale centrale), la facciata di Palazzo Turchi si erge imponente su di un lato di Via San Cosimo a Verona, ostentando la sua ricca decorazione ormai decisamente barocca con le sue cariatidi poste di lato al portale e a ciascuna delle finestre del piano nobile.

I Veronesi - proprio a motivo di tali cariatidi - lo conoscono da sempre come il palazzo dei puoti (dei bamboloni, dei fantocci). Il palazzo - che nella sua porzione non rinnovata in età barocca mostra ancora una facciatina quattrocentesca - si sviluppa verticalmente su ben quattro piani: un piano terreno, un piano nobile, un mezzanino ed ancora un piano, quest'ultimo forse aggiunto - ma non si può dire con sicurezza - posteriormente, forse nel secolo XVIII. Che sia incompleto lo aveva già notato, nel 1653, Giulio Dal Pozzo che, illustrando i meriti del suo proprietario, il cavalier Pio Turchi, ricorda nel suo elegante latino, liberamente qui tradotto, come questi "avesse a fabbricare la propria dimora nella strada dei Santi Cosimo e Damiano, la qual dimora se fosse giunta al suo compimento, noi ora la vedremmo eretta in tutta la pompa e il fasto della sua eleganza".

Perché la facciata, disegnata con più ampio sviluppo, sia rimasta incompleta non c’è dato di sapere: i proprietari possono aver pensato, al momento della progettazione, di poter acquisire altra casa accanto al palazzo e di comprenderla quindi nella ristrutturazione ventilata e poi solo parzialmente eseguita. Forse l'acquisto non andò in porto o forse anche, eseguito un primo lotto di lavori, il cantiere si fermò per un qualche motivo: la morte del committente e il cambio di proprietà, la spesa eccessiva per la realizzazione di quanto già costruito, la destinazione a terzi dell'ala quattrocentesca, e così via.

Non sono rare nemmeno a Verona queste imprese edilizie rimaste a mezzo, e si pensi per tutte agli esempi illustri del palazzo sanmicheliano de Bevilacqua ai Santi Apostoli, o a quello de Realdi su Corso Porta Borsari. Giuseppe Corso, che ebbe a dedicare al palazzo, nel quadro di uno studio sull'edilizia barocca a Verona, una bella monografia apparsa nel 1935, descrive assai bene gli ordini della facciata e ci pare giusto seguirlo quindi in tale descrizione.

Il primo ordine comprende un massiccio basamento a corsi regolari di tufo, con aggetto, limitato da una cornice che forma i davanzali delle due finestre rettangolari del pianterreno e che porta dei ricchi modiglioni adorni superiormente di scanalature e di un festoncino di frutta e inferiormente di un elegante spunto decorativo.

AI di sopra, a livello dell'architrave del portale corre la seconda cornice, che a sua volta sostiene alte mensole scanalate reggenti la cornice marcapiano che forma i davanzali delle finestre del piano nobile e che, intercludendo nel corpo centrale il fregio, limita l'ordine e sporge quale poggiolo della trifora.

Le eleganti finestre, con l’archivolto a pieno sesto, decorato di dentelli e rosoncini e con serraglia raffigurante una divinità mitologica, sono fiancheggiate da strani ma semplici piedistalli a due corpi (il superiore rastremato in basso) sorreggenti delle mezze figure umane, sulle quali il bene accorto artista volle richiamare l'attenzione dell'osservatore.

Tanto le cariatidi come la serraglia delle finestre sostengono un altro cornicione, rotto solo dalla finestra mediana della trifora, sopra del quale s'eleva l'abbaino, che riceve luce da finestrelle fiancheggiate da pilastrini sui quali posa un'altra cornice, destinata a reggere la gronda.

Il voltatesta prospiciente il vicolo dietro Sant'Andrea segue l'ordine dell'ala cui si collega, nella disposizione delle finestre e delle cariatidi, dei modiglioni e delle mensole, come nel raccordo delle cornici. Ma la parte del palazzo che maggiormente richiama l'attenzione è senza dubbio quella che doveva costituire il corpo centrale, comprendente il portale e la trifora. E' un po' carica d'ornamentazione, ma non dispiace.

Il portale si apre con l’archivolto squisitamente decorato nel prospetto da modanature e dentelli, e nel sottogola da rosoni che si ripetono pure nei pilastri, completati da una serraglia rappresentante Giove e da due mosse figure a mezzo rilievo nei timpani, probabilmente l'Adige e l'Adriatico. Lo fiancheggiano due ordini di cariatidi, impiegate a guisa di colonne a reggere la ricca trabeazione, che a sua volta porta la trifora.

Nel mezzo di ciascun ordine s'incava una nicchia, superiormente foggiata a conchiglia, destinata ad accogliere forse una statuina, per un totale di quattro nicchie ed otto cariatidi: la nicchia sinistra in alto è adornata da due ippocantropi (mostri alati con testa equina, corpo assottigliantesi a guisa di serpe e zampe con tre dita), quella in basso da due genietti; le due di destra sono ornate singolarmente da due genietti marini, con gambe codiformi avvolgentisi insieme, aventi in mano una conca che avvicinano alla bocca.

Le teste delle cariatidi del secondo ordine, fungendo da capitelli, sostengono l’architrave seguito da un fregio, ricco di un bellissimo motivo classico, che interclude tre medaglioni ellittici con leggende disposti l'uno nel mezzo e gl altri due immediatamente ai lati. Quello di mezzo tiene scolpita la scritta "Jovis Omnia", il destro "Ex Turca famiglia Pius" e il sinistro quest'altra ancora, che allude alla vittoria d Lepanto: "Ven. Naval Victoria".

Alcuni modiglioni e dentelli reggono la cornice che funge anche da poggiolo e che sporge come si è detto, davanti alla trifora cui si è accennato, e che è costituita dai soliti pilastrini il numero di quattro, reggenti le cariatidi a sostegno del cornicione, rotto dalla finestra mediana che sopravanza. Pure gli archivolti di questa sono adorni di serraglie simboliche.

Entrando, il visitatore del palazzo fa finalmente la conoscenza del proprietario del medesimo e committente della facciata: quel cavaliere Pio Turchi che, mettendo i suoi beni sotto la protezione di Dio ("Tutto è di Giove") ricorda la vittoria ottenuta dalle armate cristiane, e veneziane in particolare, sulla flotta turca, a Lepanto il 7 ottobre 1571, e che lui stesso aveva celebrato recandosi a Venezia con la delegazione dei Veronesi, inviati colà a congratularsi con il doge Marco da Ponte per i successi ottenuti. Fu anzi il cavaliere Pio Turchi, avvocato e provveditore del Comune in quegli anni, a tessere davanti al serenissimo principe l'orazione gratulatoria di circostanza.

Famiglia illustre, e ormai da qualche secolo, quella dei Turchi. Come ha recentemente messo in luce Gian Maria Varanini, capostipite noto della famiglia Turchi a Verona è un Tommaso di Zeno, drappiere residente nella periferica contrada di Ognissanti (presso il borgo di San Zeno), attivo a partire dal 1398 e morto probabilmente nel 1415. La professione di drappiere, come quella di notaio, permetteva allora alle famiglie più abbienti un graduale passaggio nel mondo della nobiltà cittadina, vale a dire nel novero di coloro che avevano diritto di sedere nel patrio Consiglio, E del resto fra i discendenti di Tommaso si registrano anche numerosi notai.

L'esercizio della mercatura portò dunque i Turchi fra i più ricchi della città. E fu a questo punto - siamo intorno al 1440 - che, a suggello dell'ascesa sociale della famiglia, essi acquistarono una dimora già appartenuta al medico Daniele Pasini in contrada Sant' Andrea, sull'attuale Via San Cosimo, dove quasi centocinquant'anni dopo, tra il 1571 e il 1579, sarà costruito, o meglio dotato di nuova fastosa facciata, il maestoso palazzo che tuttora ammiriamo.

La data di costruzione del palazzo è stabilita con certezza sia dalla vittoria di Lepanto, sia da un episodio singolare accaduto all'indomani della conclusione dei lavori, o forse anche mentre tali lavori erano in corso. I turchi ("alcune figure grandi di preda del paese [vestite] alla persiana in forza de' schiavi") o, come diremmo noi, i puoti messi sulla facciata, furono da subito oggetto di una macabra messinscena: alcuni ignoti li decapitarono, trasportandone nottetempo le teste al capitello di Piazza Erbe, ove solitamente appunto si esponevano le teste dei banditi. Sappiamo del fatto dalla denuncia che venne immediatamente sporta dai Turchi alle autorità competenti, le quali provvidero a svolgere le indagini opportune, peraltro senza alcun risultato.

Era appunto il 2 agosto 1579 quando Marcantonio Turchi, fratello di Pio, denunciava alla Magistratura del Maleficio il "caso più brutto, et più vergognoso che da molto tempo in qua sia accaduto in questa città", e cioè l'incredibile devastazione compiuta da "alcuni scellerati desiderosi forse, per sua occulta inimicizia, d'ammazzar esso provveditor mio fratello", avvenuta durante la notte, che aveva comportato l'abbattimento e la rituale mutilazione di alcune statue della facciata che erano state poi trasportate "nella piazza del capitello, ove si portano le teste dei banditi". Gli archivi - attentamente utilizzati da Giuseppe Corsi - hanno restituito, oltre che il testo della denuncia, anche gli interrogatori dei cittadini in grado di fornire particolari dell'episodio, i protagonisti del quale non furono peraltro mai scoperti, restando quindi impuniti. Fu più di una mascalzonata, ad ogni buon conto, almeno a stare alla denuncia un "bestial caso" tale da ledere gravemente l’ "honor di detta famiglia et città", "horribil eccesso" per punire il quale la famiglia Turchi offerse a chi ne avesse individuato l’autore una taglia di mille lire. E ci fu chi si offerse di andare con i servi di casa a riprendere le teste mozzate per rimetterle al loro posto.

I puoti furono subito risarciti delle loro teste, sicché sono ancora lì a decorare Via San Cosimo, anche se la costruzione del palazzo - non sappiamo per quali motivi - non venne più, in facciata, completata, lasciando in vista, su di un lato del portale, parte della precedente fabbrica quattrocentesca. Il deplorevole avvenimento - sottolinea giustamente Loredana Olivato - ci permette tuttavia di riporre del termine ante quem, in quanto il querelante affermava che il fratello aveva "fatto per fare una fabrica onorevole, con molta spesa et d’importanza, a perpetua memoria della miracolosa vittoria avuta da questo illustrissimo Domino contro l’armata turchesca", vale a dire la battaglia di Lepanto.

Data e committente del palazzo certificati, resta da stabilire (e gli archivi in questo senso non sono stati abbastanza solleciti a fornire lumi in proposito) chi possa essere stato l’architetto di tale frutto precoce del barocco veronese, pensato a pochi anni di distanza dalla morte di Michele Sanmicheli in una Verona ancora ricca di umani classicisti.

Non Domenico Curtoni, sottolinea Giuseppe Corso, perché in quegli anni era ancora un ragazzo. Piuttosto sarebbe qui facile pensare ad un altro nipote di Michele, o meglio di suo cugino Paolo Sanmicheli: quel Bernardino Brugnoli - figlio di una figlia di Paolo e di Alvise Brugnoli, architetto militare - che è l’erede dei cantieri sanmicheliani e che fu anche architetto ducale a Mantova.

Così, a questo proposito, scrive anche Loredana Olivato: "A contatto con lo scenario dell’architettura veronese dell’ottavo decennio del ‘500 il Palazzo Turchi denota con grande rilievo un suo carattere prematuro, il dinamismo chiaroscurale, l’enfasi degli aggetti, l’assenza di un evidente ricorso al lessico degli ordini classici, l’assemblaggio di elementi eterocliti (è spontaneo il richiamo agli "omenoni" milanesi di Leone Leoni) sono tutti fattori che concorrono a disegnare una trama di lombardismi accentuati che ben si accorda alle linee successive di sviluppo dell'architettura atesina del pieno secolo XVII. Tant'è vero che sono stati convocati, in mancanza di documenti certi, i nomi di Giulio Romano, di Galeazzo Alessi, dello stesso Leoni. Una parte della critica tuttavia ha preferito ancorare l'episodio a voci autoctone, come ad un tardivo Brugnoli, o ad un troppo anticipato Curtoni: senza entrare nel merito di un'attribuzione, da parte nostra preferiamo sottolineare come tutto il secolo sia pervaso da risonanze di posizioni eterodosse rispetto ad una più celebrata tradizione".

Ignoto dunque ne resta l'architetto, com'è del resto per molti altri palazzi veronesi di questo periodo. Un architetto comunque attento ai nuovi modi espressivi di un manierismo ormai volto in barocco e tuttavia ancora legato - come sottolinea Pietro Gazzola - al forte potere di persuasione degli orientamenti stilistici avviati e precocemente svolti dal Sanmicheli, dal momento che "il dinamismo chiaroscurato delle cariatidi (assimilabili per molti versi agli "omenoni" milanesi di Leone Leoni), delle mensole impettite, delle cornici enfatiche, ha ragione dell'ossequio all'ortodossia rinascimentale, palese nell'andamento normale delle strutture, nella trabeazione del portale, nel minuto dentello delle modanature, nella disciplina del fregio".
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1998

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