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Palazzo Realdi-Monga

Verona / Italia
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Eretto in età tardo barocca, Palazzo Realdi-Monga, che prospetta la sua bella facciata ormai neoclassica su Corso Porta Borsari, è uno degli edifici che meglio qualificano quest’importante arteria del centro storico, già decumano massimo della Verona romana.

Il primo ordine della facciata presenta una serie d’archi con bugnata, mentre il secondo ordine ha dei grandi finestroni con poggioli, fra i quali salgono le lesene che si concludono sotto il coronamento di gronda. Tra gli arcani del piano terra e il piano nobile stanno le piccole finestre di un mezzanino, mentre lungo tutta la facciata, fra il primo e il secondo ordine, corre un poggiato con balconata di balaustri di tufo.

Di proprietà della Società Cattolica di Assicurazione, l'edificio, oggetto qualche decennio fa di un accurato restauro condotto sotto la direzione dell'architetto Libero Cecchini, risulta vincolato dalla Soprintendenza ai monumenti di Verona con provvedimento datato 18 giugno 1940, "perché ritenuto di particolare interesse artistico".

Una recente scoperta archivistica ci permette di fissare con esattezza gli anni della sua costruzione: si tratta dell'intera contabilità presentata a Giulio Cesare Realdi da Lorenzo Lazzari, maestro tagliapietra, e relativa al triennio 1780-1783. Essa riguarda la fornitura, la lavorazione e la messa in opera di tutti i tufi, le pietre ed i marmi impiegati nella fabbrica, sia nel monumentale prospetto sia all'interno del palazzo: pilastri, capitelli, bozze di bugnata, bancali, balaustre, poggiali, piedistalli, mensole, travicelli, finestre, cornicioni, scalini, e quant'altro venne, in quella circostanza e con profusione, portato dal cantiere, dalle cave e dai laboratori, probabilmente soltanto sgrezzato, ma pronto per essere rifinito e collocato in opera.

I Lazzari non erano certo architetti e nemmeno scultori. Si tratta di una delle tante famiglie veronesi di scalpellini che eseguivano, su sagome predisposte dai progettisti, accurate forniture di materiali, intagliando pietre, tufi e marmi necessari alla bisogna, ma non cimentandosi in vere e proprie sculture. Il palazzo vide dunque l'intervento progettuale di un architetto e l'intervento di scultori. Architetto dell'insigne monumento dovrebbe essere quell'Antonio Pasetti che, nato nel 1719 e morto, più che ottantenne, dopo il 1798, era stato aiutante di Adriano Cristofali. Autore tra l'altro del progetto dell'ospedale della misericordia in Bra’, ebbe un figlio, pure architetto, di nome Luigi, che lo coadiuvò in molti progetti e direzioni di lavori, e che sarebbe anzi stato, secondo Saverio Dalla Rosa, anche l'autore del progetto di questo palazzo, sempre assegnato però dall'anonimo compilatore della Raccolta della Architettura di Verona (ms. 2551 della Biblioteca Civica di Verona) al padre Antonio. Si può a questo punto ipotizzare che il progetto per Palazzo Realdi-Monga sia dovuto in realtà ad una collaborazione fra i due, in anni nei quali Antonio aveva passato la sessantina ed il figlio era ormai esperto ingegnere, anch’egli al servizio della città, come risulta dalla documentazione che ci restituiscono gli Atti del Consiglio.

Con la collaborazione fornita dagli architetti - oltre che dai muratori e dai tagliapietre - va sottolineata anche quella fornita dagli scultori che decorarono la facciata del palazzo: le quattro teste scolpite nelle chiavi dei quattro arconi di accesso, raffiguranti le quattro stagioni dell’anno, sono infatti di Francesco Zoppi. Sempre dello stesso Zoppi sono anche i quattro bassorilievi in tufo posti sopra i quattro finestroni del piano nobile e raffiguranti le arti: Pittura, Scultura, Architettura e Letteratura.

Ma veniamo ai proprietari del palazzo. Negli estimi del Comune di Verona troviamo per la prima volta registrati i Reali nell’anno 1433. Si tratta di un Giovanni Reali, speziale, del quale altro non si sa. Ma la notizia è comunque importante perché fissa tra il 1425, anno della precedente anagrafe, e il 1433 l’arrivo dei Reali nella contrada di Sant’Eufemia, forse provenienti da altra contrada o addirittura da altra città. Nelle anagrafi del 1501 sono già registrate, a Sant’Eufemia, tre famiglie Reali, quella di Bonaventura, quella di Dionigi e quella di Paolo, tutti figli del fu Giovanni, segni che la discendenza si andava allargando. La spezieria doveva rendere bene, dal momento che i Reali via via si arricchiscono, fino ad acquistare patente di nobiltà ed essere ascritti al patrio Consiglio.

La spezieria del fondatore di questo ramo di casa Realdi si trovava con probabilità su corso Porta Borsari, nella spina di case-botteghe che da via Adua va tuttora fino a vicolo Monachine, e sulla quale par di capire avrebbe potuto estendersi la nuova grandiosa fabbrica settecentesca del palazzo, rimasta eseguita soltanto in parte, così come soltanto in parte (tanto per fare un esempio) era stata eseguita, più di due secoli prima, la facciata di Palazzo Bevilacqua in corso Cavour.

L’abitazione dei Realdi doveva invece insistere, anche prima della costruzione della loro monumentale dimora, sullo stesso sedime di questa: nulla conosciamo di tale preesistenza, avendo il progetto settecentesco previsto il completo rifacimento del complesso precedente, del quale tutt'al più, come era di norma, saranno state salvate alcune murature di perimetro e di spina, inglobate nell'attuale fabbricato.

Fu proprio uno degli ultimi dei Realdi a costruire la bella dimora settecentesca, quando ormai la discendenza familiare si apprestava ad estinguersi. L’iniziativa si deve infatti a quel Giulio Cesare che, ascritto al patrio Consiglio, fu presidente del Tribunale di Prima Istanza in Verona sotto il Regno d'ltalia e che vide la famiglia estinguersi quasi subito nel nobile Pietro suo fratello che, adottati per figli Antonio e Gregorio Gritti e nominatili eredi, ottenne che passasse ad essi il titolo di nobiltà. L’edificio divenne poi proprietà dei Marchi e da questi passò a Bartolomeo e ad Andrea Monga Marchi.

Quest'ultimo, celebre archeologo e collezionista, è conosciuto a Verona per essere stato l'acquirente delle case costruite sopra il Teatro Romano, da lui stesso fatte demolire per scoprire le rovine dell'importante monumento, di cui lasciò poi erede il Comune di Verona. Qui probabilmente era stata raccolta da Andrea Monga anche quella collezione di dipinti che alla sua morte volle donata ai musei Civici d'Arte di Verona, e i cui pezzi più importanti sono ora esposti nella Pinacoteca di Castelvecchio.

Bartolomeo Monga intervenne ad ingrandire il palazzo aggiungendovi un piano sul retro e realizzandovi altri lavori che peraltro non ne alterarono il progetto monumentale. Di questi interventi si ha memoria in un progetto presentato da Bartolomeo stesso alla Commissione dell'Ornato nel 1861, mentre Andrea Monga trasferì qui, oltre alla collezione di dipinti, anche alcuni manufatti di marmo, fra i molti che andava raccogliendo. Così nel cortile del palazzo si può ammirare una bella fontana con lo stemma dei Serviti e una piccola lapide con stemma Zavarise e un'iscrizione: "vir zava. vic. sir. ad mdlxxxii", che si può leggere "Virgilio Zavarise Vicario di Sirmione, nell'anno del signore 1582",

Non fu mai qui ospitata invece la collezione di iscrizioni ed altri reperti di età romana e medioevale, che Andrea preferì ordinare nelle sue ville di San Pietro In Cariano (già Pulle e Saibante) e che in data relativamente recente fu acquistata dal Comune di Verona per arricchire il Museo Lapidario Maffeiano al Teatro Filarmonico.

Dalle figlie adottive di Andrea Monga, Adalgisa Bellini Monga Marchi vedova Passerini e Giuseppina Bellini Monga Marchi vedova Rigotti maritata Pisani, il palazzo passò infine, nel 1940, alla Società Cattolica di Assicurazione che lo acquistò nell'ambito di operazioni di allargamento della sua vecchia sede.

Si è già accennato alle operazioni di restauro in data ancora recente condotte su tutto l'edificio, per conto della Società Cattolica di Assicurazione, tenendo conto dell'importanza del complesso, nel quadro del patrimonio monumentale di Verona città.

Il progetto di restauro ha previsto di riutilizzare come negozi i locali al piano terra del palazzo, analogamente a quanto è stato fatto in edifici aventi eguali caratteri di monumentalità (ad esempio in via Mazzini), e di adibire quindi il vano di tre degli archi a vetrine. D'altronde il diario di Valentino Alberti, un oste che andò puntualmente annotando gli avvenimenti veronesi e della sua famiglia dal 1796 al 1834, ci informa che già allora alla base del palazzo tenevano una caffetteria tale Giovanbattista Milani, e una libreria tale Gerolamo Orto.

La fase più delicata del restauro è stata rappresentata dalla pulizia e dal consolidamento delle parti architettoniche in tufo della facciata in via di erosione, in particolare di tutta la cornice di gronda per ben diciotto metri di lunghezza, dei suoi cinquanta modiglioni del fregio sottostante, dei capitelli soprastanti le lesene, delle spalle delle finestre del piano nobile, dei timpani di tali finestre, dei quattro poggioli (le cui colonnine si presentavano in condizioni di maggiore precarietà) e dei bassorilievi dello Zoppi, autore anche, a quanto si è detto, delle quattro teste scolpite sulle chiavi degli archi dei portali. Il lavoro, sotto la sorveglianza di funzionari della Soprintendenza ai monumenti di Verona, è stato svolto dal restauratore Mario Manzini ed aiuti in cinque mesi. Si sono dovute alternare fasi di lavaggio e fasi di tassellatura delle parti mancanti o in parziale erosione. Si è così iniziato un primo lavaggio generale della facciata dal cornicione di gronda fino ai poggioli del piano nobile con liquido apposito, trascurando in questa fase la pulitura dei capitelli che richiedevano un lavoro più minuzioso. Si è proceduto quindi all'integrazione delle parti mancanti con l'inserimento di tasselli di tufo mediante incastri.

I bassorilievi dello Zoppi - che rappresentano le quattro arti e che avevano grossi danneggiamenti - sono stati invece lavati con più cura e più delicatamente, ed egualmente si è proceduto per tutti i capitelli e le quattro teste sopra gli archi: lavoro questo che ha presentato maggior onerosità per tempi di esecuzione e per perizia richiesta dagli operatori. Alcune parti mancanti della facciata - le meno voluminose - sono state stuccate con una pasta di mastice da marmo con tufo frantumato.

Si è poi proceduto al secondo lavaggio generale dell'intero prospetto ed immediatamente dopo - quando la facciata era ancora umida - è stato provveduto alla sua impermeabilizzazione con liquido idrorepellente. Particolare cura hanno richiesto i restauri delle colonnine dei poggioli che sono state quasi tutte smontate e immerse in tubi di plastica contenenti liquido a base di resine acriliche, previa foratura con trapano per facilitare l'ingresso del liquido in vari punti. Le colonnine meno rovinate invece non sono state smontate, e il tubo di plastica vi è stato avvolto attorno.

L’ultima fase dei restauri è consistita nel demolire e rifare gli intonaci guasti sulle pareti tra gli elementi tra gli elementi architettonici, sicché oggi, a chi transita da corso Porta Borsari, la facciata del palazzo Realdi appare in tutto il suo riacquisito splendore di architettura in bilico - come si è detto - fra il barocco e il neoclassico.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1997

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