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Palazzo Pompei

Verona / Italia
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Sulla riva sinistra dell'Adige, fra porta Vittoria e il ponte delle Navi, si era andata ampliando, nel tardo medioevo, la contrada di San Paolo in Campo Marzo, in origine sviluppatasi più internamente, attorno alla chiesa che le dette il nome, sull'asse della strada che da Porta Vescovo conduce al ponte, ora Via XX Settembre. Proprio qui, dietro l'odierno lungadige porta Vittoria, era la Coalonga, un gruppo di case sorte su una fascia di terreno assai depressa, che finiva sott'acqua ad ogni piena dell’Adige e che si dovette, infatti "bastionare" allorché, dopo l’alluvione del 1882, si addivenne alla costruzione dei "muraglioni".

Fu in quella circostanza che la vecchia strada sulla riva del fiume, dal ponte delle Navi a porta Vittoria, finì incassata fra le case e il nuovo "bastione", sopra il quale fu fatta scorrere una nuova strada parallela all'antica. E fu così che tutti i prospetti di case e palazzi, di chiese e conventi che si affacciavano un tempo quasi direttamente sul fiume, subirono pesanti mortificazioni rispetto alla loro godibilità, ancor prima di essere in buona parte demoliti per lasciare il posto ai molti moderni edifici che guadagnarono aria e luce in più piani di sopraelevazione. Due operazioni - l'una e l'altra - che finirono con il togliere a Verona una delle tante vedute decisamente panoramiche lungo il suo fiume, anche questa, così come altre, disegnata e poi dipinta, nel secolo XVIII, da Bernardino Bellotto.

In queste circostanze anche il bel palazzo dei Lavezzola, divenuto poi dei Pompei ed ora sede del Museo di Storia Naturale, e che era stato progettato dal sommo architetto Michele Sanmicheli, finì, se non per quasi scomparire alla vista, per passare inosservato da chi transiti sulle due trafficatissime arterie, quella sopraelevata e quella in trincea.

In ben diverse condizioni di godibilità aveva potuto vedere e descrivere invece il palazzo, nel 1820, Giovanni Battista Da Persico: "II palazzo che fu dei Lavezzola, or de' Pompei, disegno fra i più lodati del Sanmicheli, campeggia su questa riva. Se ad esso più dal sito ne venga ornamento, o viceversa, non si affermerebbe sì di leggieri. Varia e vaga si mostra la sua facciata nella dignità e semplicità di soli due piani, di rustico, il primo, d'ordine dorico il secondo". Continua Da Persico: "Tra i due pilastri agli angoli essa è partita da otto colonne, quelle e queste tutte d'un pezzo e scanalate. S'apron fra loro sette finestroni, ognuno con la sua balaustrata, sì che ne forma quasi solo una loggia. A sostegno del cornicione, ai cui triglifi manca la cimasa, coi capitelli delle colonne corrono sette belle teste. È poi mirabile, ad onta della materia, ch'è la pietra di Quinzano, la sua conservazione, e principalmente il lavoro delle commettiture, sommo pregio di quell'età, da desiderarsi ancor nella nostra".

E suppergiù le stesse considerazioni stanno nel bel volume delle Fabbriche di Michele Sanmicheli rilevate da Ronzani e Luciolli, pure uscito nello stesso torno di tempo della celebre guida di Da Persico: "Il loco ov'è situato in riva all’Adige ameno, ed ove ampio margine felicemente il bordeggia, è di gran lunga favorevole alla comparsa di questa speciosissima civile invenzione, in cui né traccia veruna d'imitazione d'antico, o di moderno, né soggetto di qualsiasi censura vi si ravvisa".

E Lionello Puppi giustamente annota, sempre a tal proposito: "Eretto su una sponda dell'Adige, sin dal 1504 rafforzata mediante un muro 'per ornamento della città e comodo' l'edificio s'adegua, nella sottolineatura orizzontale dei suoi ritmi, al corso del fiume, memore, nella balconata, delle case lagunari sui canali; in pari tempo occupa, con nobilitante imperiosità, il sito, esaltandone la felicità ambientale e ipotecando nella prospettiva di una dilatazione residenziale memore delle rive illustri di Venezia, lo sviluppo urbanistico lungo il fiume dell'area marginale della Veronetta, il cui collegamento pratico col cuore vivo della città doveva già forse essere stato suggerito dall'asse del Ponte Nuovo; a suo tempo già visivamente sbalzato dalla problematica, sofferta, ma strepitosa, impresa di San Giorgio in Braida".

La data del 1530-1535 recentemente proposta per la costruzione del palazzo, e che anticipa di una quindicina d'anni quella tradizionalmente fissata dagli storici locali (1551) cambia notevolmente anche i giudizi per l'addietro espressi nelle relazioni dell'architetto veronese con il pur grande architetto vicentino Andrea Palladio. L’anticipazione a suo tempo suggerita da Giuseppe Biadego - che pure ebbe il merito d'aver riconosciuto in Nicolò Lavezzola (1500-1562) il committente della fabbrica - muove dalla considerazione esteriore (che Lionello Puppi reputa peraltro largamente opinabile), per cui l'architetto entro i limiti della vita del patron, avrebbe avuto la possibilità di operare in Verona solo negli anni 1527-1535 e post 1550, che sarebbero per l'appunto quelli che più spesso e più a lungo lo avrebbero visto in patria; la memoria viva, poi, che lo studioso riscontra, della bramantesca "Casa di Raffaello" lo induce a propendere per una cronologia all'indomani dell'arrivo a Verona, verso il 1530. Sempre Lionello Puppi ci ricorda che la tesi aveva trovato i consensi di Willich e di Langenskiöld, sino al tentativo deliberato di sistemazione di Tea, nonostante il richiamo di Lotz, che è stato poi articolato e sviluppato dallo stesso Puppi e raccolto da Cessi.

Recentemente è intervenuta sull'argomento - e come si suoi dire a tagliar la testa al toro - Giuliana Mazzi che ha segnalato la supplica approvata dal Consiglio il 28 dicembre 1536 nella quale Gian Francesco e Nicolò Lavezzola dichiarano di aver da poco acquistato una casa contigua alla loro, e di voler costruire un muro dall'angolo di questa casa fino ad un angolo della parte posteriore della loro residenza, in modo da inglobare "un poco di vacuo del terreno dove continuamente si hanno tenute immonditie... loco atto ad insidie [dove] e stà ammazzato un prete et ferite più persone...". L’acquisto della casa e la chiusura del terreno vacuo fra la vecchia e la nuova proprietà implica, come conclude la Mazzi, una politica d’espansione e sistemazione del sito, primo passo verso una ricostruzione, che però non era ancora iniziata.

Così Giuliana Mazzi: "La costruzione di un muro di congiunzione tra la casa appena acquistata e le proprie conglobando un tratto di terreno pubblico, che tuttavia non pertiene alla viabilità, fa presupporre l'avvio del cantiere: o per lo meno la perimetrazione dell'area in cui si prevedeva di ricostruire il palazzo. Ma si tenderebbe ad escludere un cantiere già aperto: le suppliche di tema analogo specificano sempre, infatti, le intenzioni del postulante, o per lo meno indicano l'entità dei lavori in corso. In ogni caso si può definitivamente escludere una cronologia troppo anticipata per le connotazioni stilistiche del complesso".

Apertura del cantiere a parte, viene legittimo tuttavia di pensare che i due fratelli Lavezzola avessero già, al momento della richiesta, qualcosa per la testa, e non è quindi fuori posto pensare che dunque essi avessero in precedenza stabilito contatti con Michele Sanmicheli per ottenere il disegno del loro nuovo palazzo. Di questa tesi è anche Howard Burns secondo il quale "il progetto palladiano per la facciata di un palazzo (Royal Institute British Architects XIII/10), forse quella del palazzo Civena, e in ogni caso non databile molto oltre il 1540, sembra riflettere la facciata del palazzo Lavezzola". Sempre secondo Burns "questo fatto, insieme con la testimonianza della supplica che dimostra che attorno al 1536 i fratelli stavano allargando e regolarizzando la loro proprietà urbana, suggerirebbe per il progetto una data nella prima metà degli anni Trenta, invece di una data intorno al 1551".

Tali osservazioni nascono in margine ad una considerazione che potrebbe apparire ovvia: Palazzo Lavezzola può essere anch'esso considerato come provvisto, al piano nobile, di una loggia, nata tamponata ovviamente, ma alla quale sembra guardare un progetto palladiano per la facciata di un palazzo del quale è ancora conservato l'originale. Progetto che potrebbe essere quello -suggeriscono gli storici dell'architettura - per palazzo Civena in Vicenza, in ogni caso non databile molto oltre il 1540.

Che sia il Palladio a copiare per così dire dal Sanmicheli e non viceversa, parrebbe dunque del tutto assodato qualora si accettasse l'ipotesi, peraltro assai verosimile, che Michele Sanmicheli dovesse lavorare a questo progetto dal 1536 quando, come si è detto, i Lavezzola inviarono una supplica al Consiglio cittadino dalla quale par proprio di capire che essi stavano allargando e regolarizzando la loro proprietà in questo sito. Una progettazione allora - se non proprio un'apertura del cantiere - verso gli ultimi anni Trenta, piuttosto che, come si era in passato sostenuto, attorno alla metà del secolo, e ciò in base ad un'analisi stilistica.

Secondo Howard Burns poi "è possibile che Sanmicheli abbia accolto (qui) un suggerimento delle ricostruzioni di Caroto del Teatro Romano (prima e dopo la loro pubblicazione da parte del Saraina nel 1549)" anche in considerazione del fatto che "il Teatro Romano è situato da questa parte dell' Adige, e, nella ricostruzione del Caroto, si trova una simile combinazione d’arcate rustiche sotto, e un ordine dorico addossato ad arcate di sopra".

Altrettanto ben disegnati della facciata sono anche gli interni del palazzo, anche se si dovettero adattare a qualche irregolarità della pianta. L’asse centrale, ben marcato, la divide in due parti quasi simmetriche, se si eccettua il cortile quadrato che risulta piuttosto spostato a destra dalla mediana, Si accede al cortile mediante un lungo vestibolo, con volte ad ombrello alle estremità, sul cui lato sinistro si innesta la scala che conduce agli ambienti del piano nobile.

La scala è forse il punto più debole di tutta questa bella architettura, come già ebbero a ricordare Ronzani e Luciolli: "Non vorremmo parlar della scala, avvegnaché il farne una descrizione non può per avventura riferirsi a vantaggio di così illustre Architetto. Apresi questa in capo all'atrio è vero, ma è ben poco ampia, e comoda poco. Stranissima cosa è certamente (siccome altrove accennammo) il poco amore di que' tempi per una scala comoda, e bella. Eppure il rimedio non sarebbe loro costato più che ristringere una stanza in tutta la casa, mentre le stanze conformate dagli architetti di quell'epoca sono pur anche di troppo ampie, e dissipate".

Nella stessa sede si ricorda altresì "che sculto sulla chiave dell'arco d'ingresso di questo gentil palaggio esisteva uno scudo gentilissimamente sagomato, né si può ripetere quanta aggiungesse eleganza all'ingresso un sì piccolo accessorio. L’ignoranza confondendo stoltamente il contorno dello scudo colle insegne, che vi eran per entro ostentate, vi abbatte l'uno e l'altro con irremissibile mercenaria risoluzione".

Passato il palazzo dalla famiglia Lavezzola alla famiglia Pompei, qui abitò l'architetto conte Alessandro, massimo studioso dell'architettura neoclassica veronese, autore, tra l'altro, del porticato del Museo Lapidario e del doppio porticato della Dogana ai Filippini, maestro ed ispiratore di tutta una schiera d’architetti che fecero di Verona e provincia una delle capitali del movimento neoclassico italiano.

Era stato tra l'altro proprio Alessandro Pompei ad arricchire l'arredo del palazzo - come ricorda Giovanni Battista Da Persico - di una serie di marmi veronesi, rimessi come a tarsia in due gran tavole, oggi purtroppo rese introvabili. Dei marmi classificati in tali tavole (quasi duecentocinquanta qualità provenienti da tutta la collina e da tutta la montagna veronese) il Pompei ebbe a redigere anche un elenco, indispensabile strumento di lavoro per chiunque si volesse accingere ad uno studio dei marmi di vario colore cavati nel Veronese, e utilizzati allora anche nella costruzione d’alzati di splendidi altari a decorazione di chiese non solo di Verona, ma di varie città vicine e lontane.

Già prima di diventare sede dei civici musei, il palazzo ospitava la collezione d'arte dei proprietari, legata poi dagli ultimi esponenti di casa Pompei alla città di Verona. Con una rara raccolta di stampe da rami dei più illustri incisori, con un bel dipinto di Alberto Dürer, erano anche numerose opere d'arte oggi esposte a Castelvecchio, dopo che nel 1925, a seguito di un radicale restauro di questo insigne monumento scaligero, le collezioni d'arte della città furono i qui trasferite, lasciando a palazzo Pompei le collezioni attinenti la preistoria e la storia naturale.

Il palazzo pervenne al Comune di Verona intorno al 1830 per eredità dei conti Alessandro e Giulio Pompei. Con il palazzo, il Comune credette opportuno acquisire nella circostanza anche l'edificio accanto, di proprietà dei marchesi Carlotti. Tosto iniziarono i lavori di restauro per aprirvi subito dopo quel Museo civico che avrebbe ospitato e valorizzato soprattutto i molti dipinti provenienti dalle demaniazioni napoleoniche e fino a quel momento accatastati, in vista appunto dell'istituzione di una pubblica pinacoteca, all'interno della Loggia del Consiglio di Piazza dei Signori.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1997

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