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Palazzo Miniscalchi-Erizzo

Verona / Italia
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L'avvio della costruzione del Palazzo di Via San Mammaso deve datarsi all'ultimo quarto del secolo XV. Il nuovo edificio inglobò una preesistente casa trecentesca con loggiato terreno, di cui sono stati portati alla luce alcuni resti nella portineria del Museo.

La casa era affacciata su Via San Mammaso e su una viuzza ad essa perpendicolare che comunicava con Cortalta. Traccia di tale gradiente, che divideva esattamente in due l'insula formata dall'ordito stradale della città romana (Via Garibaldi, via Sole, via Sant'Egidio, via San Mammaso), sopravvisse nell'allineamento degli spazi interni, originariamente aperti, corrispondenti alle sale per le esposizioni temporanee del Museo - un tempo ingresso alla scuderia del palazzo - e all'atrio, frutto di una ristrutturazione interna compiuta entro il 1887.

La facciata del palazzo fu concepita come una solenne quinta aperta da un portale fortemente strombato e da diciotto finestre. L'apparato architettonico-plastico della facciata oscilla tra il retaggio dei moduli decorativi propri del gusto tardo-gotico - si confronti il portale del palazzo con quelli delle chiese veronesi di Sant'Eufemia e di San Tomaso Cantuariense - e indubbie suggestioni di sapore rinascimentale.

Non si conosce su base documentaria il nome del maestro che progettò la facciata, ma l'autore più probabile è quell'Angelo di Giovanni, noto per i suoi interventi al cantiere della Loggia del Consiglio, nella facciata della già citata chiesa di San Tomaso e in altre chiese cittadine; non a caso a lui, nel 1506, Alvise Miniscalchi affidò la costruzione della grandiosa cappella di famiglia nella chiesa di Sant' Anastasia, dopo avere scartato i progetti d’artisti come Liberale e Giovanni Maria Falconetto.

Internamente l'edificio si sviluppava attorno ad un cortile rettangolare, corrispondente al primo vano dell'atrio, da cui si accedeva, attraverso un ampio arco riportato in luce, ad un secondo piccolo cortile. La pavimentazione del primo cortile, di cui si trovò una traccia nell'ambito del restauro dell'atrio, era in mattoni posti per il dritto a spina di pesce. Nel medesimo giro d'anni in cui fu dipinta la facciata del palazzo, furono affrescate anche le pareti esterne dell'edificio prospettanti sul primo cortile: tratti di tali decorazioni furono scoperti e messi in luce sia al piano terreno sia in corrispondenza con il primo e con il secondo piano del palazzo. Si configura così una situazione ricorrente nell'architettura privata del Tre-Quattrocento a Verona: un palazzo con facciata monumentale avanzata a delimitare uno spazio interno libero attorno al quale era organizzato l’edificio residenziale.

La struttura interna dell'edificio fu gravemente alterata nel 1880, quando fu costruito, a ridosso dell'antica fabbrica quattrocentesca, il solenne edificio classicheggiante prospettante su Via Garibaldi, disegnato da Gustavo Strauss. Di tale fabbrica va notato soprattutto il timpano, decorato da un gran rilievo in pietra Galina raffigurante lo stemma Miniscalchi-Erizzo, coronato con la corona comitale e circondato da un nastro in cui sono scolpite le parole "ex concordia fratrum" (restauro del 1986). Degna di nota è pure la monumentale recinzione del cortile d'onore del palazzo con un superbo cancello di ferro con decorazioni in ghisa fusa.

L’associazione di paramenti lapidei di gusto tardo-gotico con una decorazione pittorica tardo-cinquecentesca estesa a tutta la facciata e ancora sostanzialmente integra nel suo programma originario, conferisce alla facciata di Palazzo Miniscalchi di Via San Mammaso una rilevante importanza monumentale e assegna ad essa una posizione singolare nel contesto dell'architettura urbana veronese.

La facciata è articolata in tre registri: quello inferiore in cui, sopra un alto zoccolo in nembro rosato bocciardato, si aprono sei finestre a luce quadrangolare con cornici di marmo rosso di Sant' Ambrogio di Valpolicella; il piano nobile, segnato da due grandi bifore al centro e da due alte monofore ad ogiva ai lati, pure in rosso "broccato"; il piano superiore con sei finestre ad ogiva con davanzali in pietra Galina scolpiti a fogliami.

La decorazione pittorica asseconda l'assialità e la simmetria della struttura architettonica. Lungo il piano terreno, separato dalla decorazione del piano nobile da due finte cornici marcapiano, rispettivamente di colore nero e giallo, corre un fregio continuo dalla vivace policromia: tra viticci a largo fogliame compaiono putti in atto di cavalcare pantere; al centro due putti in posizione simmetrica sostengono lo stemma dei Miniscalchi: un roveto ardente circondato da tre fasce d'edera su campo d'argento. Lungo l’estradosso dell'ogiva del portale sono sdraiate due divinità fluviali in color ocra.

Nei primi intervalli tra le monofore quadrate, dentro a finte nicchie, il pittore Pietro Nanin, che nel 1864 eseguì un disegno della facciata, poteva ancora leggere i contorni di due grandi anfore; nei comparti estremi si stagliavano due figure monocrome color verde acquamarina: quella di destra è perduta, mentre l'altra presenta il volto e il busto di una giovane donna.

Nel campo centrale del piano nobile, dentro ad una larga cornice, è racchiusa la scena policroma del Banchetto di Damocle. Negli intervalli laterali vi sono festoni e, dentro a nicchie, la statua di Marte sulla sinistra, mentre il gruppo di Venere e Amore sulla destra è perduto.

Il campo libero sopra la nicchia ove è raffigurato "Marte" è occupato da un cartiglio in cui è rappresentata una divinità fluviale. Sopra le monofore ogivali sono dipinti busti femminili clipeati. Nel campo centrale del registro superiore della facciata si stende la scena monocroma del Giudizio di Salomone. Gli intervalli stretti tra le finestre sono decorati a finti pilastri animati da mascheroni e festoni di frutta. Negli intervalli maggiori, entro specchiature a finto marmo, si legge la figura monocroma di Minerva, mentre quella di Diana, che era dipinta simmetricamente sulla destra, è perduta.

Sulla fine del secolo XVI anche i Miniscalchi, obbedendo ad un gusto allora diffuso in Verona, vollero la facciata del loro palazzo avito decorata da pitture a fresco. L'incarico fu affidato ad un artista molto attivo in città, Michelangelo Aliprandi (Verona, verso il 1527-1595), un seguace di Paolo Veronese. La scena del Banchetto di Damocle, in particolare, è molto vicina ai modi del Veronese, da cui è mutuato il tema collaudato dei banchetti.

Il fregio, che si sviluppa sopra il registro inferiore, è attribuito a Tullio India il Vecchio (Verona, dopo il 1550-1624). L'organizzazione della decorazione pittorica è assolutamente rispettosa sia delle scansioni dei tre piani dell'edificio sia degli allineamenti simmetrici delle finestre e dei rispettivi intervalli. Le due bifore, che s’innalzano fino al secondo piano, rendono possibile l'inserimento di un quadro centrale di grandi dimensioni, incorniciato come fosse un "telero"; ma, a bene osservare, il lato inferiore della grossa cornice manca; l'assenza accresce l'effetto illusionistico di una parete poco profonda.

Le quattro monofore del piano nobile e i rispettivi intervalli sono racchiusi entro cornici ornamentali: la profondità delle nicchie, in cui sono collocate le finte statue, è posta in risalto unicamente dai piedistalli su cui esse insistono. L'effetto monumentale della decorazione è ricercato e raggiunto non attraverso un'impostazione illusionistica unitaria, ma grazie alla somma di tanti motivi decorativi, concepiti ognuno come a sé stante. Il messaggio moraleggiante del programma pittorico della facciata è evidente. Il "tòpos" biblico della giustizia di Salomone, che, nel suo manifestarsi, oltrepassa ogni umana coscienza, e la favola pagana di Damocle, che nella sua stolida ammirazione per la felicità dei potenti, non ne comprende la precarietà e I limiti, propongono alla riflessione del lettore una serie di temi morali non casualmente conformi con le istanze della cultura controriformistica dell'epoca in cui la facciata fu dipinta.

Le figure laterali di Minerva al secondo piano e di Marte al primo - e quelle, oggi perdute, di Diana e di Venere, ad esse simmetriche - confermano e ribadiscono il valore assiologico del messaggio espresso dalle scene centrali. Nettamente differenziato appare il fregio continuo; l’iconografia dionisiaca - i putti che cavalcano pantere tra viticci - estranea al programma decorativo dei due piani superiori, deve essere letta in chiave apotropaica come figurazione convenzionale di un tripudio al cui centro si staglia, sopra l'arco acuto del portale marmoreo, lo stemma del casato.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1995

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