Login / Registrazione
Sabato 10 Dicembre 2016, Madonna di Loreto
follow us! @travelitalia

Palazzo del Podestà

Verona / Italia
Vota Palazzo del Podestà!
attualmente: 10.00/10 su 1 voti
Cangrande I della Scala, associato al potere del fratello Alboino nel 1308, già nel 1311 risiedeva nel suo nuovo palazzo di Santa Maria Antica, che è l'attuale palazzo dell'Amministrazione Provinciale, all'angolo della Piazza dei Signori con le Arche Scaligere. Vi si era trasferito dalla casa di suo padre, Alberto I - morto il 3 settembre 1301 - che si trovava accanto a Santa Maria Antica, nel cortile oggi indicato come quello del palazzo dei Tribunali. Logico pensare dunque che l'attuale palazzo della Provincia sia nato, o almeno sia stato trasformato, in quegli anni, per divenire la nuova dimora del signore.

Più volte rifatto, più volte anche restaurato (l’ultimo restauro risale al 1929), il palazzo presenta una facciata su Piazza dei Signori ed un'altra verso le Arche Scaligere. Pare che proprio qui Cangrande abbia ospitato il poeta Dante Alighieri, esule da Firenze per la seconda volta a Verona (durante la prima permanenza, l'Alighieri era stato ospitato invece da Bartolomeo, nelle case di Alberto). Cacciaguida, bisavolo di Dante, con queste parole nel canto XVII del Paradiso annuncia al lontano nipote, dopo la dolorosa cacciata dalla città natale, la lunga via dell'esilio:

Lo primo tuo refugio, il primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che'n su la scala porta il santo uccello.


Il santo uccello è appunto l'aquila, simbolo dell'autorità imperiale, con la quale solo gli Scaligeri potevano fregiare il proprio stemma, poiché erano vicari dell'Imperatore, il solo erede del Sacro Romano Impero.

Dice una leggenda che Dante, mentre scriveva la sua "Commedia", compiuto che avesse cinque o sei canti, sempre ne facesse copia e la spedisse a Cangrande. Ma nulla purtroppo ci è rimasto d’autografo del poeta.

Qualche tempo fa la Fondazione Lerici aveva annunciato che con speciali apparecchi avrebbe condotto una ricerca per identificare nei palazzi scaligeri di Verona cavità nelle quali, secondo l'antica tradizione, sarebbero stati nascosti i manoscritti del poeta. La notizia aveva lasciato peraltro increduli numerosi dantisti che ritenevano la cosa assai improbabile, e giustamente.

Sempre nell'ambito di questo palazzo pare che, proveniente da Padova, ove aveva appena mirabilmente dipinto la cappella degli Scrovegni, Giotto trovasse pure ospitalità alla corte scaligera. Racconta Giorgio Vasari che il grande pittore fiorentino "a messer (signore) Cane fece nel suo palazzo alcune pitture e particolarmente il ritratto di quel Signore, e ne' frati di San Francesco una tavola". Nessun affresco ci è però di lui rimasto.

Si sa anche da testimonianze di contemporanei che l'affluenza di gente al palazzo era continua. Personaggi importanti, ospiti illustri, ambasciate, religiosi, massari delle ville del territorio, armigeri, cavalieri tedeschi e italiani, servi, fantesche, paggi, palafrenieri, scudieri, falconieri, maestri d'arme, corrieri, trovatori, magistrati, rivenditori, cantori, musici, giocolieri animavano cucine, sale, logge, stanze e cortili.

Una loggia trecentesca fu qui invece edificata da Cansignorio. In origine si trattava di una loggia a due piani, a due sole stanze sovrapposte e altissime, le cui pareti erano state interamente dipinte dai celebri pittori Avanzo e Altichiero. La "Sala grande" interna alla loggia fu descritta e ricordata per ultimo dal Vasari nell'edizione Giuntina delle sue "Vite" (1568). Dei tre gruppi di decorazione a fresco, cioè la "Guerra di Gerusalemme secondo Giuseppe Flavio", che doveva trovarsi al primo piano, i due "Trionfi", che stavano probabilmente nella parete di fondo del piano di sotto, e il "partimento di medaglie", dovuti ad Altichiero e a Jacopo Avanzi, solo quest'ultimo è stato ritrovato, con molti brani ancora intatti e d’altissima qualità, recentemente restaurati e collocati al Museo degli Affreschi presso la Casa di Giulietta.

Erano le arcate dei piani superiori ad avere negli ampi sottarchi i dipinti: l'esempio più antico di medaglioni imperiali finora attestato nel Medioevo, esempio che - secondo il Mellini - anticipa le medaglie dei Carraresi, ritenute fino ad oggi le più antiche di questa formula di gusto aulico preumanistico, di questo genere che trova forse a Verona le sue prime espressioni. La celebrazione degli Imperatori romani diventa qui, con l'esaltazione della Casa Scaligera, anche la celebrazione della dignità e del decoro di una città, retta da nuovi Cesari - gli Scaligeri - che con le loro gesta, rinverdivano gli antichi allori.

Altichiero e Jacopo Avanzi sono i due massimi pittori veronesi del secolo decimoquarto. Assieme lavorarono a Verona e a Padova. A Verona, oltre che decorare con fatti della storia ebraica e medaglioni d’imperatori romani la loggia di Cansignorio, negli attuali palazzi della Prefettura, lavorarono anche altrove: a Sant'Anastasia e a San Zeno, per esempio. A Padova affrescarono una cappella all'interno della Basilica di Sant'Antonio. Se gli affreschi veronesi della loggia andarono (salvo alcuni medaglioni come abbiamo visto) completamente distrutti, sopravvivono invece gli splendidi affreschi padovani, ammirati come opere fra le più belle del Trecento italiano.

Caduta la Signoria Scaligera, il Palazzo, durante la dominazione veneziana su Verona, ed anche oltre, fu sede d’importanti magistrature. Qui, in epoca veneta, erano gli uffici del podestà, uno dei quali, Giovanni Dolfin, commise nel 1533 a Michele Sanmicheli il magnifico portale che adorna l'ingresso del palazzo da Piazza dei Signori. Questa porta, fatta a somiglianza d’arco trionfale romano, ha anch'essa a Verona una probabile ascendenza: è l'arco cosiddetto dei Gavi, la cui facciata è qui ripresa con una certa verosimiglianza, salvo l'alto basamento, non potutosi realizzare perché il nuovo ingresso al palazzo podestarile doveva venire a sovrapporsi ad altro che in precedenza pure esisteva.

E’ per questa mancata realizzazione del basamento che Giorgio Vasari, nella bella vita di Michele Sanmicheli, ebbe a scrivere: «Non tacerò già, che fece le bellissime porte di due palazzi: l'una fu quella de' rettori e del capitano, e l'altra quella del palazzo del podestà, ambedue in Verona lodatissime: se bene quest'ultima, che è d'ordine ionico con doppie colonne e intercolonni ornatissimi, ed alcune Vittorie negli angoli, pare, per la bassezza del luogo dove è posta, alquanto nana, essendo massimamente senza piedestallo e molto larga per la doppiezza delle colonne: ma così volle messer Giovanni Delfini che la fe' fare».

A correzione del giudizio del Vasari, ripreso anche dal Temanza, doveva intervenire nella prima metà del secolo scorso un altro podestà di Verona, quel Giambattista da Persico che nella sua famosissima guida alla città scaligera ebbe a scrivere: "AI Vasari e al Temanza parve questa porta alquanto tozza a vedere: ciò fu per essere stata ingombra dinanzi e dai lati da ferrati cancelli, oltre il poco spazio lasciato dalle finestre del piano superiore, come vi stanno ancora. Tale però ora non appare, e a chi bene osserva si mostra anzi regolata sulle modanature delle antichità greche, che le più stanno senza piedistalli. Ciò non pertanto difformata ne venne dappiedi, stante il pendio del piano. Tra i suoi pregi architettonici si vuol notare, com'abbia il Sanmicheli saputo imporre lo stesso capitello jonico sulle colonne e sui pilastri scanalati pur essi, schivando lo sconcio che ne dovea procedere nello scompartimento degli ovoli, sostituendone un mezzo retto sotto le volute, quando gli altri vi stanno rotondi: tal merito ne rivelò pure l'Albertolli, Non altrettanto possiamo dire dell'altra che mette agli uffizj giudiziarj, non cadendo in essa siffatti obbietti. Vedi però in ambedue che simmetria d'invenzione, e che grazia di forme!".
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1987

Condividi "Palazzo del Podestà" su facebook o altri social media!