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Palazzo dei Diamanti

Verona / Italia
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Palazzo Cappella Sansebastiani, Bellini, Carnesali, di Via Enrico Noris (angolo via Anfiteatro) a Verona, è meglio conosciuto dai Veronesi come Palazzo dei Diamanti, per via delle pietre "a punta di diamante" che ne decorano la facciata, a similitudine del ben più famoso palazzo dei diamanti, costruito a Ferrara da Biagio Rossetti nel 1495 nell'ambito di una renovatio urbis voluta e perseguita dal duca Ercole d'Este.

Il modello cui s’ispira il palazzo veronese dovrebbe essere proprio questo, anche se molte sono le dimore nobiliari evocate a confronto: il palazzo dei Bevilacqua di Bologna - cominciato nel 1481 per ordine di Nicolò Sanuti, primo conte della Porretta, e ultimato dalla vedova nel 1484 - e, in termini di maggiore prossimità, quello dei Thiene di Vicenza, con facciata di Lorenzo da Bologna su contrà Porti; ancora, e comunque già nel contesto urbano veronese, la Loggia del Consiglio, oppure palazzo Confalonieri poi Da Lisca, nonché la casa degli Stagnoli, dove peraltro le bozze sono soltanto dipinte e non scolpite.

C'è comunque motivo di credere che la palma della più stretta parentela vada proprio al palazzo di Ferrara, fatto restaurare da Sigismondo d'Este nel 1567, come n’è indizio il poggiolo d'angolo con la balaustra identica a quella del nostro, come ha acutamente osservato Giuseppe Corso. E potrebbe essere proprio la stessa persona - che per il momento resta ancora avvolta nell'anonimato - il restauratore del palazzo ferrarese e il progettista del palazzo veronese, attorno al quale si stava lavorando nel 1582, data che qualche storico ha anche ufficializzato come quella della chiusura del cantiere. Ignoto per il momento il suo autore, non va comunque esclusa, in questa sede, qualche timida ipotesi sull'architetto che ne fornì il disegno.

E perché allora non pensare a quel Bernardino Brugnoli, nipote di Paolo Sanmicheli, attivo in quegli anni alla corte di Mantova e a Reggio nel cantiere per la costruzione della facciata di quella cattedrale? Parlano il linguaggio di Bernardino sia l'elegante portale - con colonne doriche ai lati, vittorie alate nei pennacchi e trabeazioni decorate con metope e triglifi ma con il frontespizio spezzato che prelude al gusto settecentesco - sia le due bifore del piano nobile con capitelli ionici e archi a tutto sesto.

E ben si addice a Bernardino Brugnoli - proprio per questa mistura di classicismo sanmicheliano, cui egli non sa rinunciare, e d’estremo manierismo, ormai sfociato in anticipazioni barocche -quanto Pietro Gazzola scrive del palazzo: "dimostra come fosse rapido lo sviluppo del germe del barocco. I vocaboli nei quali consiste la figurativa dell'opera sono rinascimentali solo in apparenza, ché, in effetti, il loro comporsi ci fa avvertiti che la frattura con gli ideali espressivi della Rinascita è insanabile. Si guardi alla nuova forza di aggetto nel taglio dei diamanti e all'elastico rimbalzare del chiaroscuro nel rivestimento di bugne nelle cornici interrotte, che dissigillano la tensione delle strutture, nel frontespizio spezzato e nei due timpani angolari, dove i rosoni o i medaglioni - cui nessun architetto schiettamente rinascimentale avrebbe rinunciato - sono sostituiti da due mosse figure a mezzo rilievo, che sfibrano la compattezza dell'arco".

Osservazioni che in parte potrebbero essere riproposte anche per il relativamente vicino palazzo Turco di via San Cosimo, suppergiù degli stessi anni e senz'altro nato nella stessa temperie culturale, laddove appunto, come ben sottolinea Giuseppe Corso, del confronto fra le "buffe cariatidi rappresentanti degli schiavi turchi camuffati alla persiana, che a tutta prima ci danno l'impressione di avere davanti una costruzione schiettamente barocca" con "elementi di classicismo e di rinascenza" ci rendono accorti che "si tratta invece d'uno dei primi esempi del periodo di transizione. Sono, infatti, rispettate le spinte, le cornici non si muovono con curve capricciose, e la trabeazione del portale, minutamente dentellata nelle modanature, reca il fregio adorno di arabeschi leggeri, che si possono impunemente ascrivere alla più bella rinascenza".

Conosciuto come palazzo Sansebastiani, in realtà l'edificio di cui si sta trattando dei Sansebastiani non fu mai. L'equivoco nacque dal fatto che l'iscrizione posta all'interno del palazzo, un tempo sotto una testa in marmo, così recita: "Helena Sansebastiana hanc domus partem coniuge excellentis[simo] abstente testis sit imago mea f[ieri] f[ecit] a[nno] d[omini] MDLXXXII". La Sansebastiani in questione era la moglie di quel Camillo Cappella cui il palazzo apparteneva e al quale si deve il rinnovamento tardocinquecentesco di almeno parte delle case che qui i Cappella da tempo possedevano.

Rinnovamento appunto che non vide estranea consorte di Camillo, spesso trattenuto altrove dai suoi numerosi incarichi di giureconsulto e uomo pubblico. I Cappella abitavano la contrada di San Quirico (ove sorge anche il nostro palazzo) già dai primi anni del Quattrocento. L'anagrafe contradale del 1425 qui registra Nicolò a Cappella di 58 anni, con i figli Piramo di 40, Giacomo di 34, e i numerosi figli di Piramo (Zelia di 14, Anna di 11 Lucia di 7, Tebaldo di 20, Bartolomeo di 11 Alvise di 6). La famiglia doveva già allora essere fra le più in vista della città - con Piramo e, in seguito, Tebaldo membri del Consiglio cittadino - e dunque in grado di provvedere anche al mantenimento di servitù e di tale Benedetto, precettore dei ragazzi.

Un altro Nicolò del fu Giacomo (figlio del primo Nicolò) abita le case Cappella di San Quirico quasi un secolo appresso, nel 1514: ha 25 anni e con lui dimorano i fratelli Giannicola di 24 e Camillo di 22. Costui non è il nostro Camillo che, di 27 anni, compare invece in un'anagrafe del 1557 e dunque doveva essere nato intorno al 1520. Figlio di Carlo del fu Giacomo (di anni 62) e della consorte di questi, Diamante (di anni 58), ha una moglie - la già incontrata Elena Sansebastiani di anni 22, due fratelli (Annibale di 32 e Claudio di 29), un figlio (Carlo di 1 anno) e una figlia naturale (Camilla di 5). Ben cinque sono i servitori, e quattro le serve. C'è anche una balia, per il figlioletto e una donzella.

Di Camillo ci traccia un ampolloso elogio Bartolomeo dal Pozzo nel suo volume sui giureconsulti veronesi illustri. Iscritto al Collegio veronese degli avvocati nel 1542, uno dei due deputati ad utilia e capo del Consiglio ("duumvirum et praetorem urbanum"), vicario della Casa dei Mercanti nel 1564, fu anche oratore della città a Venezia e precipuamente nel 1559, come annota anche Gerolamo dalla Corte: "Questo Eccellentissimo huomo hà veramente sempre con singolar valore, e acutezza d'ingegno mirabile, ma più con intrepida maniera d'attione prestato, et tuttavia presta, alla sua Patria segnalati servitij, al quale principalmente come ad acerrimo defensor della pubblica dignità et delle giurisdizioni delle Città nostra non è chi non conosca doversi eterno, et immortal obligo". Nel 1573 i Cappella divennero conti di Salizzole, dove possedevano quel castello e numerose terre nelle quali Camillo avrebbe poi introdotto - con l’ottenimento di un'investitura di acque da parte della Serenissima - la coltivazione del riso.

Notizie sul costruttore del palazzo ci fornisce anche l'anonimo estensore di una sorta di storia della famiglia Cappella, stesa nel Settecento per fare luce sulla sua successione e quindi sulle molte pretese che i più lontani suoi eredi, diretti o indiretti, pensavano di dover avere sul palazzo di città, ma soprattutto sui cospicui beni di Salizzole. Così scrive l’estensore di quelle note, conservate inedite presso l’Archivio di Stato di Verona: "Ritornando ora addunque alla persona del suddetto Carlo quondam Giacomo, da questo ne nacquero Annibale, Claudio e Camillo, quali Claudio e Annibale senza discendenti maschi morirono, et solo rimase con discendenza Camillo". E ancora: "Questo Camillo fu celebre giureconsulto e dottor di Collegio e procurò di ingrandire la propria famiglia e di beni di fortuna e di onori: onde posta mano all'opera e con tutto il p!ù fervido studio procurò e ottenne investitura di acque sopra lo stabile di Salizzole a irrigare dei prati e ingrandì con acquisti la facoltà, ad un segno che l'estimo del di lui padre Carlo 1531 che era di sole lire 2 soldi 5 esso con estimo 1572 lo accrebbe a lire 9 soldi 7 dal che ad evidenza si conosce per esso verificato un gran accrescimento di fortune e di beni e d'onori".

Prosegue l'anonimo estensore del manoscritto: "In quel tempo il Principe Serenissimo considerando li meriti della famiglia che in pace e guerra a costo della perdita delle sostanze e di la vita esperimentò la fede et il rigore a favore del Principato che volle l'anno 1573, 4 aprile con regio diploma dichiarare Conte il detto Camillo assieme con altri del colonnello del sopracennato Nicolò quondam Giacomo con tutti li discendenti e maschi e femine errigendo a contea lo stabile di Salizzole all'unico effetto di godere il privilegio del titolo della suddetta contea".

E infine: "Da questo Camillo ne nacquero molte figliole collocate decentemente in matrimonio e monasteri, e Florimonte, Daniel, Gerolamo Carlo, il qual Daniel ebbe un figlio col nome pure di Daniel, quale morì l'anno 1623 senza discendenza".

Ancora relativamente al palazzo è forse il caso di chiedersi se sul suo sedime fossero già in precedenza case dei Cappello. Parrebbe di sì, in quanto, come ricorda Loredana Olivato, si trattò probabilmente allora, al momento della ricostruzione, di operare su un tessuto urbano predefinito.

La famiglia disponeva infatti fin dal 1526, nella stessa contrada di San Quirico, di una "casa con corte, e orto (...) a cui da tre parti confina Ia via comune, e dall'altra parte Nicola e Zan Nicola fratelli Cappello". Aggiunge Loredana Olivato che, conscio della magnificenza della sede dominicale e orgoglioso di possederla, Camillo affidava alle sue ultime volontà, dettate il 19 novembre 1589 in casa sua, il desiderio che questa si mantenesse intatta attraverso i secoli, non solo legandola ad uno strettissimo fidecommesso ma anche provvedendo ad eventuali restauri che si fossero resi necessari: "et se la casa haverà bisogno di restauratione, obligo tutti gli altri miei beni a questo et che sino l'ultimo succedente possi astringere gli altri alla restauratione vendendo de' beni per propria authorità a quest'effetto, costituendo a ciascun rason et causa et speciale hyppotheca per conservatione di questa casa".

Ancora una notizia gli archivi ci restituiscono relativamente a Camillo, e anch'essa può forse meglio illuminare sull'esecuzione del palazzo in questione. Si tratta di una memoria stesa il 4 febbraio 1589 dal muratore Pietro Bertali assieme al maestro tagliapietra Pietro Burlando in relazione al preventivo per il restauro di una casa con brolo nella vicina contrada di Sant'Andrea, acquistata dal conte Camillo Cappella e che in precedenza era stata della famiglia Dalla Riva: la distinta dei lavori indica che il restauro avrebbe dovuto essere radicale con l'impiego di oltre un migliaio di ducati. Forse il conte aveva qui sistemato in precedenza la sua famiglia mentre fervevano i lavori del palazzo di San Quirico, dopo che l'immobile era stato appunto acquistato. Adesso che i lavori del palazzo dei diamanti potevano dirsi conclusi, Camillo pensava di ristrutturare seriamente anche la casa che aveva ospitato la famiglia durante l'apertura di quel cantiere. Ma la nota per noi più interessante è quella relativa ai due artieri cui Camillo si rivolge per il preventivo: non è da escludere infatti che essi possano essere gli stessi che avevano, qualche anno prima, iniziato, condotto e quindi portato a conclusione i lavori del palazzo di San Quirico. Pietro Bertali, muratore da Sant' Agnese, appartiene ad una importante famiglia di maestri murari: doveva essere allora abbastanza avanti negli anni se nel 1595 dettò il suo testamento nelle mani del notaio Gianandrea de Bonis. Pietro di Giacomo Burlando da San Nicolò, ma di origine lombarda, appartiene pur egli ad una gloriosa schiera di valenti tagliapietra e anch'egli doveva essere allora abbastanza avanti negli anni, perché dettò il suo testamento nel 1598.

Narra sempre Bartolomeo dal Pozzo come nel palazzo esistesse ai suoi tempi una colonna di circa dieci piedi (tre metri) di marmo chiamato comunemente serpentino, che era stata trovata a Ponton nel letto del!' Adige, con un'iscrizione che sembrava alludere ad un dono di un re egiziano ad un imperatore romano. Sopra questa colonna i figli di Camillo avevano posto un busto bronzeo del padre.

Da ricordare come nel 1585 l'edificio avesse provvisoriamente ospitato l’Accademia Filotima, una sorta di scuola di arti marziali per nobili, che si sciolse però appena dopo qualche mese, per rinascere qualche decennio appresso nella allora appena costruita Gran Guardia di piazza Bra’.

Dai Cappella il palazzo passò, per complicate successioni ereditarie, ai Briggi e via via, attraverso altri passaggi di proprietà, approdò nei primi decenni del Novecento alla Banca Cattolica di Verona. Quando questa banca venne, nel 1935, incorporata nella Banca Mutua Popolare di Verona, vennero trasferiti nella sede di quest'ultima i busti di alcuni personaggi di casa Sansebastiani (forse fattivi collocare da Elena, la più volte menzionata moglie di Camillo), ora alla base dello scalone che conduce alla sala del Consiglio. Quei busti di pietra raffigurano Daniele arcidiacono e protonotaro apostolico; Francesco giureconsulto; Giacomo consigliere degli Scaligeri ed infine Carlo, pure giureconsulto e vicario della Casa dei mercanti.

Il palazzo fu semidistrutto dai bombardamenti aerei nel corso dell'ultimo conflitto, ma nel 1950 esso venne ripristinato nelle sue linee originali, com'è ricordato in una lapide posta nello scudo all'altezza del primo piano. "AEDES / Il. NOV.JAN. A.D. MCMXLIV / DIRUTAE / ANNO. DOMINI. MCML / AERE PUBLICO / RESTITUTAE".
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1998

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