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Palazzo Canossa

Verona / Italia
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Una delle più antiche d'Italia, e delle più illustri, la famiglia Canossa si stabilisce nel Veronese relativamente tardi. Vi approda, infatti, agli inizi del '400 con un Simone figlio di Baccarino, uomo d'armi al servizio degli Estensi e quindi, con quattrocento lance, degli Sforza, ma finalmente condottiero per conto della Repubblica di Venezia. Un capitano di ventura dunque nel cui sangue pulsava ancora lo spirito combattivo dei primi canusiani, ed in particolare della magnanima Matilde, gran contessa in grado di interporsi fra papi e imperatori, ospiti, anche se a diverso titolo, di quel suo castello posto in riva all'Enza negli Appennini reggiani, al confine con quelli parmensi.

Gli storici fanno rimontare le origini di questa famiglia a Sigiberto, presente nella città di Lucca a cavallo dei secoli nono e decimo, personaggio assai facoltoso e stimato che, secondo Donizone, vantava, come ne farebbe fede lo stesso suo nome, origini longobarde. Fu costui a trasferire la famiglia da Lucca a Reggio, forse indotto dalla speranza di trovare nella città emiliana un soggiorno più tranquillo e migliori occasioni per investire le sue grandi ricchezze. Alla sua morte, nel 945, lasciò tre figlioli: Sigfrido e Gherardo che, accasatisi a Parma, finirono per esercitarvi diritti quasi sovrani, e Azzo Adalberto che, rimasto e Reggio, divenne il vero capo e fondatore della dinastia canusiana. Non si starà a raccontare come da Matilde - o meglio dai suoi stretti parenti (perché Matilde non ebbe discendenza) - si arrivi al nostro Simone che nel 1414 troviamo ad acquistare numerosi beni in quel del Grezzano di Villafranca (beni tuttora posseduti dalla famiglia) e che nel 1432 conseguirà dall'imperatore Sigismondo, per sé e per i propri discendenti, l'investitura del castello e rocca di Canossa (già allora ridotti ad un cumulo di rovine) ma anche dei beni di Grezzano, con il titolo di conte. Non si starà a raccontare anche perché oggi si è più cauti nel muoversi fra alberi genealogici compilati tardivamente cercando o inventando magari pezze d'appoggio documentarie non sempre accertabili; oggi almeno che non ci sono più problemi di successioni dinastiche con quel che esse comportavano in fatto d’eredità di diritti feudali o patrimoniali anche ingenti; oggi che non si trova più il leguleio o il notaio scaltri, disposti a certificare come assolutamente certo quello che invece certo può non essere, stante anche la mancanza di pubbliche anagrafi, l'intrecciarsi di rapporti parentali e persino la facilità con la quale si lasciavano in giro molti figli naturali. Insomma, siamo relativamente più sicuri di quanto ci viene narrato per gli antichi personaggi da Donizone, che non di quanto sia accaduto da Matilde in qua, almeno fino al nostro Simone. Il quale se n’andò ad abitare a Verona, in un palazzo accanto a Santa Maria Antica, in quella zona cioè che era stata il cuore della Verona comunale e scaligera, donde poi i suoi discendenti migreranno in altri quartieri urbani prima di approdare, come presto vedremo, alla contrada di San Martino Aquario, oggi Corso Cavour, dopo aver fatto qui costruire, da Michele Sanmicheli, il palazzo tuttora dei Canossa.

Nell'atto d’acquisto delle terre di Grezzano, prima dell'inventario delle numerose possessioni ricche d’acque, vengono specificati il privilegi legati alla villa e i diritti di decima spettanti a Simone, il nuovo proprietario che ereditava così dal passato lo ius vicariatus vale a dire pieni poteri in materia civile e parziale competenza in quella criminale. L'atto procede con l'elenco di terreni divisi in casamenta, terre arative, terre prative, più settecento campi incolti ad ovest del fiume Tione. Ci sono, fra i possessi, anche le rovine di un palazzo e una torre, accanto ad un brolo e ad un gran Prato.

Sarà qui che i discendenti di Simone (il figlio Baccarino, i nipoti Bartolomeo e Galeazzo, e quindi il figlio di Bartolomeo) impegneranno per oltre un secolo, le loro energie in opere di bonifica, preparando i tempi per la costruzione, contemporaneamente al palazzo di città e sotto la guida del medesimo architetto, di una villa degna di tal nome, giusta l'annotazione di Vasari che nella Vita di Michele Sanmicheli, scrivendo di Ludovico di Canossa vescovo di Bayeux, e committente del palazzo di Verona, annota come "al medesimo monsignore edificò Michele un altro magnifico palazzo nella villa del Grezano sul Veronese".

E siamo così a Ludovico di Canossa, vescovo di Bayeux, che è la prima fra le nuove glorie della rifondata, e veronese, casa Canossa. Amicissimo del vescovo di Verona Gian Matteo Giberti (già datario di papa Clemente VII), umanista, nunzio di Leone X al re di Francia, per metter pace con il re d’Inghilterra, ambasciatore poi del re di Francia alla Repubblica di Venezia, monsignore se ne tornò infine, abbandonando onori e cariche, alla sua Verona, dove con la consulenza appunto di Michele Sanmicheli assistette i nipoti nella costruzione del palazzo di Corso Cavour e della villa al Grezzano, mancando di lì a poco, nel 1532, ai vivi.

Quest'uomo tanto celebrato da tutti gli scrittori dei suoi tempi (così lo definisce Vasari), stretto amico del Castiglione e del Bembo, rimasto in Roma come prelato domestico di Leone X dal 1518 fino alla sua partenza per la Francia, sarebbe tra l'altro il committente della Madonna della Perla, opera di Raffaello e di Giulio Romano ora al Museo di Madrid, ma che si poté ammirare per alcun tempo a Verona, nel palazzo di Corso Cavour, fino a quando cioè i Canossa non la cedettero, con altri dipinti, al duca di Mantova Vincenzo Gonzaga, nel 1604, in cambio del Feudo di Monferrato e di cinquantamila scudi. Secondo un’accreditata tradizione il quadro sarebbe stato regalato al Canossa dal pittore urbinate in segno di gratitudine per la fiducia e la protezione accordatagli quando egli giunse a Roma.

L'intervento di Michele Sanmicheli per Palazzo Canossa va visto urbanisticamente con quello quasi contemporaneo e dovuto allo stesso architetto per Palazzo Bevilacqua. Così Virgilio Vercelloni: "I due palazzi acquistano, per la loro funzione e per il risultato architettonico, valori di parametri urbanistici di straordinaria importanza". La loro presenza determinerà, infatti, i nuovi insediamenti, nati sulla misura urbanistica dei palazzi sanmicheliani, in una sorta di proseguimento ideale del «sentimento» e della «funzione» della nuova strada pensata di fatto con le sue opere dall'architetto rinascimentale. Anche se le fortune dell'economia veronese dal Cinquecento all'Ottocento non hanno permesso un completamento organico del corso, questo appare ancor oggi nel suo fascino di strada rinascimentale, in terra veneta".

A queste considerazioni fa eco Lionello Puppi ricordando come a Sanmicheli, nel progettare il palazzo per i Canossa, "non dovette sfuggire la possibilità di allineare, mediante la quinta grandiosa del prospetto del palazzo, i fondali opposti costituiti da Porta Borsari e dall'Arco dei Gavi - la cui memoria viva è spesso ricorrente nelle sue invenzioni progettuali - poggiato alla cinta muraria più interna e al blocco del Castelvecchio, in ciò rispettoso del principio (che attesta, nella grande cultura dell'architetto, la conoscenza della problematica utopistica della città ideale, posta però al servizio di un'intuizione e di un'operazione concrete) della connessione necessaria tra le nozioni di commoditas e di voluptas nell'organizzazione di un settore urbano, il cui tracciato, per giunta, colloca e rivitalizza in una precisa realtà, estrapolando da immagini predeterminate, l’impostazione scenografica della via".

"Ad ogni buon conto - sempre per stare con Lionello Puppi -: Palazzo Canossa porta avanti le ricerche perseguite nella cappella Petrucci, in un risultato di nuova coerenza e maturità che ha indotto alcuni studiosi a posticiparlo pur entro la breve cronologia pregiudizialmente intangibile, alle fabbriche Bevilacqua e Pompei. Secondo la scelta progettuale, sperimentata in Centro Italia, riutilizzata nel sacrario Pellegrini e, di lì a poco, ripresa in Porta Nuova, le facciate esterna ed interna sui cortili attuano un intreccio complesso di modulazioni in senso verticale ed orizzontale che presuppone un'operazione di dissociazione metodica della relazionalità prospettica". Rileggendo il puntualissimo testo di Puppi si può ancora con lui rilevare che: "Nell'edificio realizzato, vocaboli dedotti soprattutto dal repertorio bramantesco, e isolati dalla spazialità omogenea in cui si distinguevano come forme definite per una propria qualità, vengono inseriti e articolati in un discorso diverso, esaltandosi per nuovi significati, in un intreccio compositivo governato da una fantasia formale tesa all'invenzione e caratterizzata dalla licenza. La base bugnata del prospetto esterno, interpolando ricordi della casa di Giulio Romano a Roma con suggestioni delle passeggiate superiori del teatro e delle arcate dell'Arena, diventa zona di densa distesa e pausa d'ombre, sottolineata dai conci rustici inseriti ai lati, alla quale si contrappone, in un gioco di sottili contrasti intellettualistici dichiarati dalla modanatura sagomata, il piano nobile, ove gli ordini sono ridotti a leggere larve chiaroscurali che scandiscono un ritmo verticale, linearistico, spezzato e corretto dalle finestre del mezzanino. Onde l'insieme appare equilibrato e fuso nelle sue dissonanze: sigillato nella sua ragione intellettualistica. Con altra ricca varietà d'esiti, il contrasto tra sistema verticale e orizzontale continua nelle facciate sul cortile e nelle logge protese, come ali, sull'Adige la cui paternità è sanmicheliana: e la fedeltà al disegno originario nel completamento secentesco dei Pellesina è da considerare ineccepibile".
I Canossa avevano nel loro palazzo ricca collezione d’opere d'arte, ed essi stessi, oltre che collezionisti, erano cultori d'arte: Gerolamo Canossa, un pronipote del monsignore legato ad amicizia con Mario Bevilacqua, altro illustre collezionista veronese, aveva compiuto con costui, negli anni 1584-85, un viaggio a Roma, visitando in tale occasione le più importanti raccolte d’antichità ed era stato altresì più volte consultato dal duca di Mantova quale esperto in materia di gemme antiche mentre la sua collezione si distingueva proprio in questo settore.

Del resto i Canossa saranno sempre in buona familiarità con gli artisti. Dopo aver, infatti, chiamato i massimi pittori del nostro Cinquecento a decorare il palazzo di città (Paolo Veronese, Battista del Moro, Bernardino India ed altri), sosterranno anche la memorabile impresa decorativa, sventuratamente distrutta per gli eventi dell'ultima guerra, realizzata da Giambattista Tiepolo per il rinnovato salone delle feste, con una Apoteosi di Ercole.

Anche nella rinnovata (su disegno di Adriano Cristofoli) villa del Grezzano verrà chiamata una famiglia di pittori, i Marcola, a decorare, con scene del baccanale del Gnocco e altre imprese, le varie stanze.

Il salone di Palazzo Canossa sarà teatro, per tutta la prima metà dell'Ottocento, di feste e ricevimenti dati da re e imperatori ospiti, in varie circostanze, di questa celebre dimora. Toccherà ad un marchese Bonifacio e a un marchese Ottavio, suo figlio, tanto onore, non potendosene essi, anche l'avessero voluto, sottrarsi all'onere, essendo reputata la loro residenza la più decorosa fra tutte le dimore signorili di cui allora andava pur ricca Verona, al punto da poter ospitare, presso famiglie nobili, tutti i re e i principi convenuti con il seguito nella nostra città per il cosiddetto Congresso di Verona (1822). Bonifacio di Canossa (poi consigliere intimo di Stato e Ciambellano di Sua Maestà l'lmperatore d'Austria, Gran Croce della Corona di Ferro) "apparecchiò" per la prima volta la sua casa il 13 agosto 1797, per l'ingresso di Napoleone che qui ritornò poi il 25 ottobre dello stesso anno. Bonifacio subì senz'altro quell'ospite: di sentimenti filo austriaci qual era, non vide certo di buon occhio il piccoletto pieno di boria che veniva a conquistarci. Forse i suoi sentimenti cambiarono un poco allorché Napoleone tornò a Palazzo Canossa da imperatore dei Francesi: il 15 giugno 1805, il 27 novembre 1807 e il 13 dicembre dello stesso anno, quando i due discorsero di vari problemi, fra cui quello della regolazione delle acque nelle Grandi Valli Veronesi.

Con il trattato di Campoformio, assegnata Verona all'Austria, il 21 gennaio 1798, il palazzo era stato anche invaso dagli austriaci. In particolare il marchese ospitò nella circostanza il barone di Kerpen venuto a prendere possesso di Verona in nome dell'imperatore Francesco. E Bonifacio conobbe in tale circostanza Giuseppe Radetzky. Narra a tale proposito un suo biografo: "ed allora s'incominciò tra essi due quella reciprocazione di stima la quale mai più non si ruppe. E fu tanto pur allora che il conte partendo pel campo di Marengo affidò all'interezza di lui la moglie, e il Melas altresì la sua: lasciavan le spose ad un giovane d'anni ventitrè, nubile, vispo, ricco, bello, aggraziato e parlatore, ma sapevano lasciarle ad una gemma d'onestà: e sepper giusto".

Ma intanto Bonifacio riceveva dagli uni e dagli altri, dai francesi come dagli austriaci, onorificenze ed anche pubblici incarichi, così come li riceveranno, una volta venuto il loro turno, i figli Ottavio, divenuto podestà, e Luigi, divenuto vescovo e cardinale.

E il marchese ne profitterà, per così dire, anche per conto della sorella Maddalena, la santa, che, fondando un istituto religioso femminile (le Canossiane, appunto), avrà in dono, gratis da Napoleone, l'ex chiesa con annesso convento dei Santi Giuseppe e Fidenzio, nel vicino quartiere di San Zeno, dove tuttora è una sede, già casa madre, della congregazione. Anche il Beauharnais, vicerè d'Italia, fu ospite di casa Canossa, il 15 luglio 1813, e quasi di continuo dal 2 novembre fino al 4 febbraio 1814, fino a quando cioè, spennata l’aquila francese, non vi entrò il quartier generale delle armi austriache, seguito dall'arciduca Giovanni e dall'imperatore (qui anzi l'imperatrice Maria Ludovica cessò di vivere, il 7 aprile del 1816). E dopo di loro, in una successione che non lascia quasi tregua ai padroni di casa: nel 1822, per il Congresso di Verona, Alessandro, imperatore di tutte le Russie; nel 1838, a seguito della loro incoronazione a Milano, l'imperatore Ferdinando con l'imperatrice Anna Maria Pia; nel 1851, in visita all'Italia, l'imperatore Francesco Giuseppe.

Si racconta che proprio quest'ultima visita abbia provocato poi l'elezione a vescovo di Verona di Luigi, abate di famiglia, rispedito a palazzo da una casa di Gesuiti, vittime di una delle tante soppressioni. Nel 1861, in occasione del trasferimento del vescovo Riccabona a Trento, e dovendosi quindi nominare per Verona un nuovo pastore, l'imperatore si sarebbe infatti ricordato dell'ormai non più giovane prete Canossa, facendo pressioni presso la Santa Sede per averlo come vescovo in una delle città difficili dell'ormai traballante dominazione austriaca sul Veneto.

Ottavio di Canossa - che con il fratello Luigi chiuse questa terza stagione di glorie canusiane - va ricordato anche per i suoi molti meriti scientifici: collezionista di fossili, finanziò il primo volume di scienze naturali illustrato anziché da lito da vere fotografie, affidato per la parte scientifica ad Abramo Massalongo e, per l’esecuzione fotografica, a Moritz Lotze, giunto da Monaco a Verona nel 1854 e che realizzò il bel volume nel 1859. Si tratta di quel Saggio fotografico d’alcuni animali e piante fossili dell'agro veronese con quaranta tavole, ospitanti ciascuna più di una fotografia, che godette subito di vasti consensi e fu salutato appunto come un’assoluta primizia.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1995

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