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Nogara - Chiesa di San Silvestro

Verona / Italia
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Nel Comune di Nogara, dove il corso del Tartaro incrocia la Statale che unisce Mantova a Legnago, sorge una villa, ora proprietà Betti. La struttura attuale è il risultato di un intervento operato nell'ultimo decennio del Settecento su un edificio sacro d’antichissima origine: la chiesa di San Silvestro, annessa al monastero intitolato allo stesso Santo.

Pier Antonio Bertoli, dopo aver acquistato dal Senato Veneto i beni e le fabbriche del soppresso priorato, otteneva, con ducale del 27 Maggio 1790, di ridurre le dimensioni della chiesa per ricavarvi la propria abitazione. Nogara fu così privata della possibilità di vantare, nel proprio patrimonio artistico, un edificio romanico o preromanico con affreschi e rilievi d’indubbio interesse. L'esame dell'edificio attuale e l'ausilio della documentazione d'archivio consentono però di delinearne l'originaria struttura e di documentarne la vicenda storica.

Nogara, com’è noto, risulta incastellata fin dal X secolo e fu proprio la fondazione del castrum, nei pressi del fiume Tartaro, che provocò, come in tanti altri casi, lo spostamento dei due primitivi centri demici, il vicus Tellidiano e la corte dei Due Roveri, verso tale località.

Il 26 Agosto 906, l’imperatore Lotario aveva dato licenza al diacono Ardingo, su supplica del vescovo di Verona, di edificare il castello e di aprirvi un mercato. Il castello era poi passato in proprietà del conte Anselmo e, nel 911, del potente monastero di Nonantola.

La chiesa di San Silvestro sorgeva al suo interno. Viene menzionata già nel 1017, in un documento pubblicato dal Tiraboschi (nella sua Storia dell'augusta badia di Nonantola), con il quale i marchesi Bonifacio e Richilde di Canossa disponevano che ad essa passassero i loro beni in Nogara, nel caso fossero morti senza discendenti.

Così avvenne e Richilde stessa, secondo quanto riferisce Donizone, biografo della celebre Matilde di Canossa, venne sepolta a Nogara (iacet sine pignoribus Nogariae); forse in San Silvestro.

Dalla seconda metà del XIII secolo, come annota il Settia, il castello viene ricordato esclusivamente come sito entro il quale sorge la chiesetta. Ricostruito nel 1243, venne infatti devastato dal conte di S. Bonifacio una decina d'anni più tardi e la rovina dovette essere definitiva, poiché nel 1291 la chiesa viene collocata "in villa Nogaria".

Accanto alla chiesa sorgeva il monastero dei Benedettini, dipendente dall'abate di Nonantola come si desume da innumerevoli documenti fra cui un privilegio del papa Callisto Il (1124) e di Eugenio III (1145), intesi a dirimere i contrasti sorti per la signoria di Nogara fra la potente abbazia modenese ed il Vescovo di Verona. I pochi frati che vi soggiornavano esercitavano anche l'ospitalità per i bisognosi ed i "romei". Esso andò decadendo nel tempo, anche per I'alienazione di molti suoi beni, operata dagli abati nonantolani, per cui verso la metà del XV secolo fu posto in commenda. L'ultima nomina documentata nelle carte dell'abbazia è del 1430, ma già nel '300 Clemente V aveva disposto della sua assegnazione come di quella di San Silvestro di Verona.

La serie di priori commendatari, di nomina pontificia, reperibile presso l'archivio della curia vescovile, ha inizio con l'anno 1561 e col nome di Gerolamo della Torre, al quale succede, dopo qualche anno, un altro membro della stessa nobile famiglia veronese, M. Antonio, referendario papale e dottore in ambedue i diritti.

Ancora un della Torre, Flaminio, è priore nel 1588, come lo è del convento di S. Colombano di Bardolino. Gli succede il cardinale Luigi Capponi (1510-1640) che viene investito per procura dal papa Paolo V. Vengono, di seguito, il nobile fiorentino Luca Turrisiani (1641-1663), Paluzio Altieri degli Albertoni, vescovo di Ravenna (1670-1698), G. Battista Sanudo, vescovo di Treviso (1686-1709), Francesco Foscari (1709-1718), Nicolò Farsetti, arcivescovo di Ravenna (?-1741), G. Maria Benzoni, vescovo di Chioggia. Infine, nel 1758 è nominato Giuseppe Simonetti, vescovo di Palestrina e, nello stesso anno, Giovanni Bragadino, patriarca di Venezia e già vescovo di Verona.

I beni del priorato, che rendevano appetibile la commenda, consistevano, agli inizi del '700, in circa 175 campi, fra vallivi, arativi e prativi; in una porzione della Decima di Nogara e in due ruote da mulino poste sul fiume Tartaro, acquistate già nel 1156 (metà dell'attuale Mulino di sopra).

Queste ultime, affittate alla nobile famiglia vicentina dei Valmarana, proprietaria della tenuta di Calcinaro, garantivano un utile di 200 ducati annui (nel 1718 i Valmarana ne divennero proprietari dietro esborso di 2350 ducati). Dai seicento ducati d’utile complessivo bisognava detrarne circa 40 concessi in stipendio al cappellano, che celebrava una messa festiva e due infrasettimanali nella chiesa.

Gli inventari redatti in occasione della nomina dei commendatari, così come alcune visite pastorali effettuate alla parrocchia di San Pietro di Nogara, forniscono indicazioni sulla chiesa.

La visita del vescovo Agostino Valier, avvenuta il 15 aprile 1595, ce la descrive con tre navate terminanti con altrettanti altari; il maggiore, dedicato appunto a San Silvestro, quello dei Santi Sergio e Bacco e quello della Beata Vergine.

Nel 1709 l'altare di San Silvestro risulta ornato di una "pala antica di legno dorato con la figura di San Silvestro e altri Santi"; quello di San Rocco (già della Vergine) è adorno di un quadro con I'effige di San Carlo (ambedue questi santi erano invocati contro la peste) e quello dei SS. Sergio e Bacco presenta un "deposito anticho con pietra d'intaglio".

Anche il Biancolini fornisce qualche indicazione sulla chiesetta là dove annota che era divisa "da rozzi pilastri in cotto, tutti in materia laterizia". Una particolare considerazione va fatta per il surricordato "deposito anticho con pietra d'intaglio" che è il noto sarcofago dei SS. Sergio e Bacco, che il Maffei fece trasportare al Museo lapidario ed ora è conservato presso il Museo di Castelvecchio.

Si tratta di un'opera di scultura sulla quale si è soffermata l'attenzione di molti studiosi d'arte, divisi nel valutarne le componenti stilistiche, ma concordi nel rilevarne i pregi formali.

Ricordiamo per tutti il giudizio del Maffei:

"Il modo di questa scultura è assai ragionevole, e ne' pensieri, nell'attitudini, negli abiti, nel panneggiare niente ha di Greco stile di que' tempi, ma imita piuttosto l'antico, e ci si vede qualche figura assai passabile, come le due de' Martiri a cavallo da una parte del coperchio piramidale, e due dall'altra che saettano un uccello".

L'arca rappresenta appunto, sul coperchio e sulle varie facciate, le vicende del processo dei due Santi, al tempo dell'imperatore Massimino Daza (305-313), con una sintassi narrativa che, come ha rilevato il Franzoni, non trova riscontri nella coeva produzione veronese.

Un’iscrizione sull'orlo del coperchio ci fornisce la data d’esecuzione (1179) e il nome dell'abate nonantoliano, Bonifacio, che commissionò all'ignoto artista l'opera.

Degli affreschi che un tempo davano vita alle pareti è rimasta un'immagine di San Silvestro, per altro maldestramente ritoccata, e una Madonna con Santo (Silvestro?) ed angeli, dai tratti rozzi e dalla fissità tipica della pittura del XIII secolo.

Elementi architettonici dell'antica costruzione sono inoltre individuabili nelle strutture murarie della villa.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1986

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