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Giovedì 29 Settembre 2016, SS. Michele, Gabriele e Raffaele
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Negrar

Verona / Italia
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Questo vasto Comune della Valpolicella, parte in zona collinare e parte in zona montana, comprende oggi - oltre che il capoluogo di Negrar con Mazzano, San Peretto e Villa - anche le frazioni d'Arbizzano con Santa Maria, di Fane, di Montecchio, di Prun, di San Vito e di Torbe, passando dagli 83 metri sul livello del mare delle zone più basse ai 900 metri delle zone più alte.

Un'intera vallata dunque, cui si aggiungono le sue propaggini verso la città di Verona. Un territorio nel quale, nel corso degli ultimi decenni, l'edilizia si è estesa creando ex novo interi centri abitati, i quali hanno, per così dire, inviluppato i modesti antichi agglomerati d'origine rurale e hanno qui richiamato parecchie migliaia di nuovi abitanti. Fino agli anni Trenta, il Comune di Negrar si estendeva soltanto nella parte media e orientale della vallata e lo stesso capoluogo era un mediocre paese di men che mille abitanti, immerso in un paesaggio sicuramente rurale nel quale occhieggiavano numerose ville e casali sparsi per le circostanti colline.

E anche qui, come in altre valli della Valpolicella, la popolazione era quasi tutta dedita all'agricoltura, rivolta cioè alla coltura dei vigneti, dei gelsi, dei cereali, degli alberi da frutto, dei legumi e delle ortaglie. Le stesse piccole industrie avevano tutte, a loro volta, una qualche stretta attinenza con l'agricoltura locale.

Più in alto, nella valle, era l'antico Comune di Prun che, alla fine del secolo scorso, quasi poteva competere, quanto al numero degli abitanti, con quelli del Comune di Negrar: a 3200 abitanti assommava, infatti, la popolazione di Prun, contro i poco più che 3400 di Negrar. Anche il Comune di Prun - il cui territorio si estendeva nella parte alta della vallata, su quel contrafforte che la divide dalla Valpantena - era ovviamente Comune rurale, anch'esso frazionatissimo: prodotti del suolo, non tanto fertile ma coltivato con cura, erano qui, oltre che le uve e i cereali, i pascoli e le boscaglie cedue. Altre risorse erano fornite, da tempo immemorabile, dalle cave di pietra da costruzione, nota appunto come "pietra di Prun". Già abitata fin dalla più remota antichità, l'ampia vallata ha restituito importanti documenti preistorici a La Sassina, a Fane, a Chieve, a Colombare, a Montecchio, a Monte Roccolo, a Santa Maria, a Montericco, mentre altrettanti documenti dell'età romana sono venuti alla luce ad Arbizzano (Albucianum), a Novare, a San Vito, a Negrar, a Villa, a Mazzano, a Monte Comun e a Fane.

Di particolare importanza archeologica è anche la villa romana scoperta in località Villa, con pavimenti musivi, brani dei quali sono ora al Museo Archeologico del Teatro Romano di Verona: la villa -osserva Lanfranco Franzoni - apparteneva certo alla tipologia delle ville urbano-rustiche, a carattere residenziale e produttivo, ma quanto venuto alla luce è soltanto una parte del settore residenziale mentre nessun elemento abbiamo invece per la pars rustica e per quella fructuaria, destinate rispettivamente a lavoratori ed animali e a deposito dei prodotti della terra.

Anche il capoluogo sorge in una zona dove si sarebbero rinvenuti numerosi resti di costruzioni romane. Nell'Alto Medioevo un castello sarebbe stato invece costruito di fronte alla parrocchiale, su di un colle che domina la valletta di San Peretto e dove esisterebbero tuttora le tracce d'antica fabbrica. Quel colle si chiama castello, e vajo del castello quello che vi è sottoposto.

La chiesa parrocchiale di San Martino, sede di pieve, fu rifatta in epoca romanica (secolo XII), ma nel 1809 fu di nuovo interamente ricostruita (d'originale è rimasto solo il campanile del secolo XII) dall'architetto Giuseppe Piazza.

Dell'antica pieve di San Martino di Negrar resta dunque solo il campanile, certo il più imponente di tutta la zona, anche se oggi è costretto a gareggiare con la mole dell'ospedale erettovi nei pressi, or non è molti anni. Tutto in tufo, con qualche filare di mattone rosso, ha ogni faccia percorsa, come il campanile di San Zeno, da tre lesene interrotte per tre volte, in altezza, da archeggiature ornate da un nastro dentato. La cella campanaria si apre con una bifora su ogni lato. Un curioso documento epigrafico scolpito sul campanile - che si fa risalire al 1166 - ricorda come le condizioni di vita delle comunità rurali fossero allora ben misere. Un movimento di resistenza sempre più forte verso i signori feudali, che accampavano innumerevoli diritti sulle case, gli animali e gli uomini residenti sulle loro terre, dovette anche qui svilupparsi con una certa forza ed in particolare contro il monastero di San Zeno di Verona che possedeva nella valle diverse proprietà. Fu tale la gioia della comunità di Negrar per la liberazione dalle prestazioni a San Zeno che si volle appunto eternare il fatto nell'epigrafe scolpita sul campanile della pieve.

Pure Arbizzano era sede di una pieve, anche se d'importanza senz'altro inferiore a quella di Negrar. Dedicata a San Pietro, possiede un prezioso portale, residuo di uno scomparso tempio romanico, già ricordato in un documento del 1056. Ma l'attuale edificio è stato costruito verso la fine del secolo XVII. La canonica d'Arbizzano è pure antica: le pareti a sud e ad ovest sono tipicamente romaniche, e furono a torto credute della chiesa primitiva. E' da ascriversi alla prima metà del XII secolo. La casa è costruita con blocchi regolari di tufo. La facciata a sud reca ancora visibili al primo piano tre frammenti di grandi finestre centinati, con archetti a conci di tufo. Dell'antica facciata ad occidente è ben visibile la parte superiore con quattro finestre antiche, uguali alle altre di cui si è detto.

Il campanile è stato rifatto più volte: la base era medioevale, la parte mediana del principio del XVI secolo, quella superiore, in condizioni migliori, più recente. Nel 1936 venne però abbattuto e se ne costruì un altro su disegno dell'ingegner Benciolini.

La pieve d'Arbizzano, oltre al bel portalino trecentesco, conserva un'antica doppia Crocifissione a bassorilievo del secolo XII e un reliquiario del secolo XIV, magnifico oggetto dipinto, quest'ultimo, disposto su tre tavole e che proviene dal soppresso convento di Sant'Antonio al Corso in Verona. Assegnato da Vavalà a mano vicina a quella del secondo Maestro di San Zeno, esso è ora racchiuso in cornici lignee risalenti al 1756 con iscrizione che ricorda come l'opera sia passata da Verona ad Arbizzano. AI centro del trittico è rappresentata la Pietà con attorno, su fondo dorato, alcune scenette e altre figurine, cui vanno riferite le reliquie ivi custodite. Ancora figurine, sempre su fondo oro, affollano le due tavolette laterali, veri e propri sportelli che in origine potevano essere rinchiusi davanti alla tavola centrale. Tra le figurette rappresentate sono riconoscibili un Battista decollato, gli Innocenti, gli Apostoli, i santi Benedetto, Maria Maddalena, Gregorio, Gerolamo, Remigio, Biagio, Desiderio, Felicita, Giuliana, Secondina, Secondo e Roberto.

Anche a Torbe vi era un'antica chiesa, probabilmente pur essa d'origine romanica. Ricordata in un testamento del 1222, nel quale Gennario de Peveçano (un facoltoso proprietario della zona) le lega una piccola somma di denaro, di essa, probabilmente ad unica navata, oggi rimane solo una parte del basamento dell'abside, visibile sul lato nord, nella fatiscente costruzione utilizzata nell'800 a scopi profani. Il coronamento della attuale facciata della piccola chiesa sconsacrata è formato da una cornice in tufo a motivi decorativi, simili a quelli delle chiese romaniche di San Floriano e di San Martino ed è un riutilizzo dell'originario edificio. Solo il campanile romanico è quasi intatto: presenta una struttura liscia nella parte inferiore e lesene angolari unite ad una fila d'archetti nella parte superiore. Il rifacimento di questa vecchia parrocchiale sarebbe da ascriversi agli ultimi anni del Quattrocento o ai primi del Cinquecento. A tre navate, chiuse da pilastri, la chiesa ha un presbiterio quadrangolare. Il tetto è a cavalletti e il pavimento è in parte composto di lapidi sepolcrali. Tutti gli arredi, al momento dell'abbandono, finirono nella chiesa nuova. E sempre a Torbe fa bella mostra di sé la chiesa rifatta, su disegno di Cesare Benciolini, nel 1860: vi ha sede una parrocchia che fu smembrata da Prun nel 1647, con bolla di Papa Innocenzo X. Il campanile è del 1921.

A Santa Maria in Progno vi è da ricordare ancora, nel quadro dell'edilizia sacra, un santuario alla Madonna del Carmine, del Seicento, eretto in parrocchia nel 1951, mentre altre chiesette si trovano a Moron, a Cerè (aperta al culto nel 1668), a Manfredi (costruita nel 1849), a Palazzo (edificata nel 1736).

Ancora a Fane la modesta chiesa fu eretta in parrocchia nel 1620, ma l'attuale edificio fu costruito nel 1781, lasciando il vecchio titolo dei Santi Giorgio e Antonio martiri.

Montecchio ha invece una chiesa dedicata alla Maternità di Maria, in stile neoclassico, della seconda metà del Settecento, ma parrocchia soltanto dal 1942.

Anche Prun - che appartenne nel Medioevo al Capitolo della Cattedrale di Verona a cui la confermarono i papi lnnocenzo Il (1140), Alessandro llI (1177) e Lucio llI (1184) - fu parrocchia con rettore almeno dal 1458 e l'attuale chiesa, in sostituzione di quella antica d'origine romanica, ridotta oggi a magazzino, vi è stata costruita tra il 1800 e il 1816.

A Mazzano la chiesa parrocchiale dedicata a San Marco Evangelista è antica ma fu rifatta all'interno, totalmente, in epoca assai recente. Nacque su area nella quale è tradizione fosse stato eretto un tempio a Giove, un'ara dedicata al quale è rimasta in sito. La parrocchia vi fu istituita soltanto nel 1942.

Nella contrada di San Peretto infine la chiesa, dedicata ovviamente a San Pietro, ci restituisce sue notizie dal 1530, ma il campanile romanico ci induce a datarne l'origine alcuni secoli prima.

Se il patrimonio architettonico e artistico è, sul versante religioso, degno di ricordo, altrettanto lo è sul versante dell'edilizia civile ed in particolare delle ville, che numerosissime costellano tutto il territorio comunale. Esigenze di spazio ci consigliano di nominare in questa sede soltanto alcune fra le maggiori.

Due ville sono collocate nei pressi del Capoluogo: villa Bertoldi e villa La Sorte. Villa Bertoldi, detta "II Palazzo", è uno dei più pittoreschi e scenografici esempi di costruzione a portico e loggia di tutto il territorio veronese. Sorge in bellissima posizione, a dominio della fertilissima valle. D'origine quattrocentesca nel suo nucleo centrale, subì poi varie modifiche ed ampliamenti, specie nel secolo XVII. La facciata è composta di sette arcate di portico, rialzato di quattro gradini, e da quattordici di loggia. In alto cinque fori ovali completano la composizione architettonica. I due corpi laterali sono stati aggiunti nel secolo XVII.

Villa La Sorte, in contrada "La Sorte", fu costruita per commissione dei Conti Noris nel secolo XVII, in un angolo remoto e tranquillo della vallata. Di linee semplici, ha un'elegante ringhiera di ferro battuto che orna la scala esterna e il balconcino centrale. Nel giardino esistono tuttora statue settecentesche, e vi sono i resti d'ampie serre per cedri e di fontane.

A Poiega il giardino di villa Rizzardi è invece un'opera del Trezza. Il giardino esistente dal secolo XVII, all'italiana, in terreno a quote variate, nella seconda metà del Settecento fu arricchito di un belvedere, di un tempietto e di un teatro vegetale su disegni del celebre architetto, del quale questo insieme è considerato il capolavoro. La villa propriamente detta è d'epoca moderna, essendo stata sostituita alla originaria nella seconda metà del secolo XIX.

In alto, a Prun, Villa Salvaterra è manufatto tipicamente rurale. Più che villa, è casa padronale. Di originali linee architettoniche, al portico di piano terra sovrasta, al primo piano, la loggia ad archi abbinati, forma inconsueta in questo tipo d'edifici rurali. La costruzione è attribuita al tardo Cinquecento. Un viale di alti cipressi ne segna l'ingresso, vigilato da una bella colombaia.

Sempre in alto, Casa Quintarelli, a Torbe, è stupenda e antichissima costruzione a portico e loggia, probabilmente trecentesca, con tre arcate (una ora chiusa) nel portico e sette nella loggia, e con colombaia decorata di cornici in pietra. Fu certo una villa; ora è casa colonica.

A San Vito si trova villa Biscardo del Seicento, al cui interno è il campanile romanico dell'antica chiesa che dà tuttora il nome a questa località.

Pure ad Arbizzano si trovano altre numerose ville tra cui villa Verità, villa Messedaglia, villa Zamboni e villa Albertini.

Villa Messedaglia è casa del tardo Settecento, ricostruita sul luogo di più ampio fabbricato, con attico e poggioli con ringhiera in ferro battuto. Alta sul colle, domina tutta la parte bassa e media della Valpolicella. Nei pressi della villa stupendi cipressi secolari fanno corona all'ex roccolo.

Villa ex Verità s'impone per la grandiosità dell'insieme e per l'eleganza dei dettagli, i quali riecheggiano, nel pilastro bugnato del portico e nella colonna dorica della loggia, le forme sanmicheliane. Composta di un corpo centrale e di due ali normali ad esso, di cui una terminante in colombaia, la fabbrica ha, nella parte mediana, nove archi di portico e diciotto di loggia, e nelle ali tre arcate di portico sormontate da sette di loggia. Distrutto il bellissimo parco, con lago e fontane, che la circondava.

Villa Zamboni è della seconda metà del secolo XVI. Nel corpo mediano rialzato sui laterali ha tre archi di portico e un fornice minore a pilastrini bugnati e, sopra, sette archi di loggia a pilastrini lisci. Il secondo piano è normale con quattro finestre rettangolari. Solidi pilastri bugnati ha la lunga ala di portici, che scenograficamente occupa il lato orientale del giardino.

Villa ex Albertini è vasta costruzione, del principio del secolo XIX, di linee semplici, con cortile cinto da fabbricati rustici e giardino a tergo. Di scarso interesse architettonico, ma notevole come mole e come insieme.

Anche Novare ha origini romane, come tutti gli altri paesi della Valpolicella. Nella prima metà del Settecento, un certo Fattori comprò quasi tutto il territorio di Novare, iniziandovi i lavori di una villa su disegno di Adriano Cristofali. Nel 1769 la tenuta fu acquistata dai fratelli Mosconi e quindi nella seconda metà dell'Ottocento da Cesare Trezza di Musella. Ora è degli eredi Bertani.

Fra gli uomini illustri cui Negrar dette i natali vanno ricordati Giangiacomo Pigari, umanista, noto per la sua raccolta "Privilegia et iura Vallis pulicellae"; Antonio Sona e Giovan Battista Sona, celebri organari; Giovanni Quintarelli, poligrafo, storico e letterato; Luigi Messedaglia, scienziato, politico e letterato. Di Negrar era la famiglia di Emilio Salgari, il celebre romanziere, caro alle passate generazioni.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1993

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