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Museo Miniscalchi-Erizzo

Verona / Italia
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ATRIO DEL PALAZZO
L'atrio è articolato in quattro vani ricchi di testimonianze archeologiche e architettoniche riportate in luce durante i lunghi restauri praticati nel corso degli Anni Ottanta.

E' qui collocata la slitta da corsa, monoposto, intagliata, laccata e dipinta con figurazioni mitologiche, proveniente dai Murari Bra (metà sec. XVIII). L'ultimo vano dell'atrio presenta uno splendido soffitto ligneo del sec. XV. Oltre l'atrio si aprono le sale riservate alle esposizioni temporanee che la Fondazione Museo promuove e organizza nella propria sede.

SCALONE
Lo scalone fu costruito a servizio dell'aggiunta ottocentesca. Cornici marcapiano segnano l’innesto della cupola a padiglione, che si apre al centro con un lucernario a lanterna. Sotto i pennacchi compaiono, in ordine alterno, gli stemmi dei Miniscalchi e degli Erizzo.

Diciotto dipinti, incassati in cornici di stucco, diversi per soggetti, epoche, qualità pittorica e dimensioni, arredano le pareti con prevalente funzione decorativa. Ai piedi dello scalone è collocata un'acquasantiera bizantina del VI secolo d.C. decorata con un tralcio d'edera e percorsa da un'iscrizione allusiva dell'originaria funzione liturgica del monumento.

Lungo lo scalone sono esposte due armature ornamentali forgiate nel sec. XVIII ad imitazione di modelli del Cinquecento. Esse ricordano con la loro presenza la dislocazione, lungo lo scalone, di figure d'armati e trofei d'armi in gran parte apocrifi.

Nel pianerottolo stanno i busti in marmo di Carrara di Francesco Miniscalchi-Erizzo (scolpito da Luigi Sanavio) e di sua moglie, Eleonora Guerrieri (scolpito da Ugo Zannoni).

SALA DEGLI ANTENATI
La finestra è chiusa da due vetrate a formelle piombate, sulle quali sono dipinti, in successione alternata, gli stemmi Miniscalchi ed Erizzo. Alle pareti sono appesi cinque dipinti entro cornici che ritraggono alcuni antenati della famiglia Miniscalchi. I cinque ritratti sono ascrivibili a Michelangelo Prunati (Verona, 1690-1756).

Il personaggio più noto è sicuramente Luigi Miniscalchi, che fu primo Presidente dell'Accademia d’Agricoltura, istituita in Verona nel 1769 dalla Repubblica di Venezia. Egli fu anche uomo di lettere e si cimentò nel disegno tanto da essere ascritto tra i soci fondatori dell'Accademia di Pittura di Verona, costituita nel 1764 per l'iniziativa del pittore Giambettino Cignaroli.

A sinistra della porta d'ingresso si trova l’albero genealogico per la "prova dei quattro quarti" di nobiltà di Marcantonio Miniscalchi-Erizzo (1844-1906): vi compaiono gli stemmi miniati di tutte le famiglie con cui i Miniscalchi s’imparentarono tra Settecento e Ottocento.

Nell'arredo della sala si segnalano quattro solenni poltrone barocche in legno di noce intagliato alla maniera del Brustolon (ultimo quarto del sec. XVIII) rivestite di prezioso tessuto e un bel tavolo da centro intagliato in noce chiaro del periodo "Luigi Filippo".

SALA DEL PROCURATORE ERIZZO
Lesionato dalla caduta di spezzoni incendiari la notte sul 5 aprile del 1945, l'ambiente fu ricostruito entro il 1951 dall'architetto Ettore Fagiuoli (Verona, 1884-1961), che ne ricavò una stanza da pranzo con gran lucernario centrale.

Nell'ambito della nuova destinazione museale, la sala è stata denominata "del Procuratore" per la presenza dell'aulico ritratto dipinto da Alessandro Longhi (Venezia, 1733-1813), per commemorare l'avvenuta nomina, nel 1767, di Nicolò Marcantonio Erizzo a Procuratore di San Marco. Particolarmente fastosa è la cornice, in legno di tiglio intagliato e dorato e decorata con sculture riportate a tutto tondo anch'esse dorate a foglia. Il programma decorativo significa le molteplici glorie del casato degli Erizzo, il cui stemma campeggia in alto.

In quattro vetrine a muro sono raccolti i resti di un sontuoso servizio da tavola di porcellana di Parigi dipinto con uccelli e con frutta della manifattura "Darte aîné" (1805-1823).

L'arredo della sala è completato da una coppia di "consoles" da parata con grandi specchiere firmate e datate (1782) dall'ebanista palermitano Antonino Di Stefano.

In una teca al centro della sala ruota un rarissimo "Stangenglas" in vetro trasparente con decorazione continua a smalti policromi, raffigurante il mito di Apollo che scortica Marsia (arte tedesca, metà sec. XVI).

Le tre belle e piacevoli tele dipinte a olio con varie composizioni di fiori, frutta, uccelli e coperture ricamate sono assegnabili al pennello di Antonio Gianlisi (Piacenza, 1677 - Cremona, 1727) e conservano le cornici originali in legno intagliato a fogliami e dorato a mècca. Una vetrina presenta una scelta collezione di oggetti in avorio e in osso di varie tipologie ed epoche, tra cui si segnalano tre calici in avorio (arte tedesca, sec. XVI) e il cofanetto (parzialmente ricostruito) "alla certosina" riconducibile alla bottega veneziana degli Embriachi (primo quarto sec. XV).

SALA DELLE BIFORE
Sottoposta a radicale restauro nel 1983, la sala è la più bella del percorso museale, ricca com'è di suggestioni architettoniche e pittoriche. In essa sono ospitati cinque importantissimi istoriati in maiolica, tra cui spicca per la sua unicità quello appartenuto ad Isabella d'Este Gonzaga, dipinto da Nicola da Urbino (1519 ca.).

Il gran dipinto che ritrae Nicolò I Erizzo con i cinque figli, paludato della toga scarlatta con la stola cremisi distintiva della carica di Procuratore di San Marco, è opera di Sebastiano Bombelli (Udine, 1635 - Venezia, 1716). Va poi segnalato il superbo esemplare di stipo portatile decorato ad intarsio continuo con paesaggi, rovine e strumenti musicali (seconda metà sec. XVIII).
Squisita è la miniatura su pergamena raffigurante la Madonna con il Bambino, San Giovannino e Sant'Anna, dipinta verso il 1540 da Giulio Clovio (1498-1578).

SALE DEI BRONZI RINASCIMENTALI
I due ambienti, rispettivamente a destra e a sinistra della sala delle bifore, ospitano una preziosa raccolta di piccoli bronzi e placchette rinascimentali. Gli autori che vi compaiono sono tra i maggiori del panorama artistico italiano, da Jacopo Sansovino al Riccio, dal Sellano all’Aspetti e al Campagna.

Nella sala di destra vi è un rarissimo "trumeau" con decorazioni su carta dipinta ("arte povera", prima metà sec. XVIII). Recente è l'acquisizione della bellissima tela fiamminga datata 1644. Nella sala di sinistra si segnala l'armadio decorato con sculture riportate in forma di mascheroni, festoni e "mostri" della fine del '500.

SALA DEL CAMINO
Assieme alle due sale che, rispettivamente, la precedono e la seguono e con l'antistante terrazza, l'ambiente fu costruito nell'ambito della ristrutturazione tardo-ottocentesca come indispensabile raccordo tra gli antichi edifici di Via San Mammaso (sec. XV), di Via Sant'Egidio (sec. XVI) e di Cortalta (sec. XVIII) e le due ali avanzate verso Via Garibaldi.

Il gran camino in maiolica fu qui trasferito e ricomposto da villa Pullé di Chievo, che fino al 1919 fu proprietà della famiglia Miniscalchi- Erizzo. La tipologia del camino è tipicamente trentina: le formelle di maiolica sono di manifattura faentina. La sala ospita alcuni importanti mobili (databili tra fine Cinquecento e metà Settecento) e parecchi ritratti dipinti ad olio di buona qualità.

SALA DEL SETTECENTO Veneto
La sala, assieme alla seguente, appartiene ad un corpo di fabbrica ristrutturato nel 1774 internamente all'edificio cinquecentesco che prospetta su Via Sant'Egidio. Giunta gravemente lesionata soprattutto nella semicupola, la sala fu restaurata nel 1981. Gli stucchi e il colore rosso pompeiano a cera fusa, cosi come la scena mitologica che conclude la semicupola, e il caminetto con specchiera incorniciata appartengono alla ristrutturazione di fine Settecento.

L'arredo è costituito da un gruppo di mobili veneti laccati e dipinti rappresentativi dei tre stili cosiddetti "Luigi XIV", "Luigi XV" e "Luigi XVI". La vetrina a muro ospita una raccolta di preziosi vetri antichi di Murano, nella quale si distinguono tre vasi con coperchio di vetro soffiato a stampo con decorazioni a rilievo dorate (sec. XVI ).

SALA DEI DISEGNI
La decorazione della sala risale alla metà dell'Ottocento con dorature a foglia. Il soffitto, parzialmente crollato, venne risarcito e restaurato nel 1977.

Nel percorso museale la sala è riservata all'esposizione parziale dei disegni antichi del Museo. Si tratta di oltre duecento fogli inediti, provenienti dalla ricchissima raccolta di Ludovico Moscardo, per la maggior parte venduta nel 1920. I fogli di quella straordinaria raccolta sono sparsi nei più importanti musei del mondo.

La parte di raccolta salvatasi dalla dispersione comprende perlopiù autori veneti dei secoli XVI e XVII: Falconetto, Jacopo Bassano, Pordenone, Paolo Farinati, Alessandro Maganza, Palma il Giovane sono alcuni dei nomi che s'incontrano.

BIBLIOTECA
L'aspetto attuale della sala dipende da una ristrutturazione di fine Ottocento. L'arredo comprende quattro imponenti librerie a vetri disposte lungo le pareti e un gran tavolo rettangolare con montanti a lira, attorno al quale sono disposte sedie con schienali e traverse a cartella in noce intagliato (Lombardia, sec. XVII).

La biblioteca racchiude un notevole patrimonio librario, anche se è evidente l'assenza di un progetto unitario nella raccolta dei volumi. Accanto alle collezioni dei classici greci e latini vi sono opere di carattere generale, come l'"Encyclopedie" (edizione di Livorno, 1770), di teologia, di letteratura italiana, di storia. Numerosi sono i libri di viaggio e d’esplorazione, e quelli di linguistica del Vicino Oriente, testimoni degli interessi culturali di Francesco Miniscalchi (1811-1875), che in gioventù aveva studiato il turco, l'arabo, il siriano, il persiano e l'ebraico. Viaggiatore per studio e per diletto, egli pubblicò anche alcuni testi d’orientalistica.

SALA ARCHEOLOGICA
L'arredo è limitato ad una bella "console" veronese della prima metà del Settecento. l quattro dipinti secenteschi raffiguranti il "mito di Flora", donati al Museo in occasione della sua apertura al pubblico, sono stati attribuiti a Federico Cervelli (Milano, 1638 ca. - Venezia, 1700 ca.).

Alcune vetrine presentano in forma ancora provvisoria un'antologia delle raccolte archeologiche del Museo: bronzetti etrusco-italici e romani, vetri di scavo, terrecotte d’uso domestico.

Tra i materiali protostorici spicca per importanza lo spiedo in bronzo da Ca' de Cavri (Verona), che reca incisa un'iscrizione del gruppo retico orientale (sec. V a.C.). Di singolare bellezza è il "koùros" peloponnesiaco in bronzo della seconda metà del sec. VI a.C., cui si accostano per qualità due statuette etrusche d’offerenti, rispettivamente del VI e del V secolo a.C.

l vetri di scavo sono eccezionali per conservazione e per dimensioni.

ARMERIA
I pezzi qui riuniti sono stati tramandati nell'ambito di una più ampia raccolta, composta in gran parte di imitazioni ottocentesche, pervenuta ai Pullé. L'associazione originaria dei pezzi della raccolta, dettata da criteri di ricostruzione in chiave decorativa di figure di armati e di trofei d'armi, il compatto strato di vernice bruna con cui erano stati ricoperti tutti i pezzi per renderli omogenei alla vista, la presenza di pesanti incrostazioni di ruggine, hanno reso particolarmente difficili l'identificazione di quelli autentici e il loro restauro. I pezzi esposti si datano tra la meta del Quattrocento e i primi anni del Seicento, comprendendo oggetti da parata e da munizione.

SALETTA DEI SOLDATINI
Il piccolo ambiente è un'appendice dell'Armeria. Oltre alla battaglia contro i Turchi attribuita a Marco Ricci (Belluno, 1676 - Venezia, 1729), essa presenta alcune lame di Toledo e una singolare raccolta di soldatini intagliati in legno di cirmolo, databili alla fine del ‘600. Si tratta di 14 figure, che danno vita a una sfilata gerarchicamente organizzata con coppie di soldati in posizione simmetrica.

SALA DI LUDOVICO MOSCARDO
L'ambiente è stato riservato alla presentazione del personaggio dal quale provengono, per la maggior parte, le collezioni del Museo. Oltre ai ritratti dipinti da Andrea Voltolini (1643-1720 ca.) e il letto a baldacchino, nella sala è allestita una struttura espositiva incentrata sulla presenza del mobile "del diavolo" (secondo metà sec. XVI) e intesa a suggerire un'idea concreta, se pure limitata, del celebre "museo domestico" dell'erudito veronese, autore, tra l'altro, di pubblicazioni importanti per la storia cittadina, di cui si conservano qui gli originali autografi.

Il "museo" Moscardo era una sorta di microcosmo, dove arte e natura s’incontravano a suscitare la stupita curiosità del visitatore. Purtroppo nel 1912 buona parte delle raccolte già Calzolari e poi Moscardo furono donate dalla famiglia Miniscalchi, che non n’aveva compreso l’unitarietà con il resto delle collezioni più segnatamente artistiche, al Museo Civico di Verona.

SALETTA DELL'ARTE SACRA
Il piccolo vano presenta alcune raccolte di oggetti devozionali, riuniti per tale loro carattere come appropriata introduzione alla Cappella di famiglia.
Si segnalano, in particolare, le diciotto placchette in avorio, incise a bulino, di area lombarda, databili entro la metà del sec. XV: esse rappresentano parte della decorazione di un piccolo tabernacolo di cui è impossibile ricostruire con esattezza forma, dimensioni, numero originario delle placchette applicate e loro disposizione.

Vi è poi la singolare raccolta di "Agnus Dei" in cera, cronologicamente ordinati da Pio V (1566-1572) a Benedetto XIII (1721-1724), appartenuta al canonico Orazio Moscardo.

CAPPELLA
La cappella fu ricavata in una stanza del palazzo nel 1913. L'altare di impianto tardo-settecentesco fu adattato al locale. La piccola pala di Agostino Ugolini (Verona, 1756-1824), firmata e datata 1795, è dedicata alla Vergine Immacolata, che, in gloria con il Bimbo, schiaccia il drago; in basso, in preghiera, i Santi Luigi Gonzaga e Francesco di Sales.

L'arredo è completato da un bel lavabo da sacrestia (Veneto, metà sec. XVIII) e da un prezioso altarolo domestico, composto da un crocefisso e da due candelieri in ambra con intarsi in avorio, proveniente dall'area baltica (Danzig o Koenigsberg) e databile nella seconda metà del Seicento. Il programma iconografico dell'altarolo è dedicato all'esaltazione del culto del Sacro Cuore di Gesù, teorizzato da San Giovanni Eudes e portato in auge dalle rivelazioni mistiche avute da Santa Margherita Alacoque.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1995

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