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Mura e Porte Veneziane

Verona / Italia
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Dopo momenti d’incertezza e di tentativi vari, sempre comunque infelici, di recuperare l'antica libertà, il 22 giugno del 1405 Verona fece atto di dedizione a Venezia, e il giorno dopo accoglieva solennemente i nuovi signori. I patti di sottomissione furono confermati con la "Bolla d'oro" del 16 luglio 1405, essendo doge Michele Steno. Venezia si riservava il diritto di nomina dei Rettori (il Podestà e il Capitano) che sarebbero stati le massime autorità della città, affiancati dai più antichi organismi istituzionali del "Consiglio dei XII" e del "Consiglio dei L", che sostituirono definitivamente il pletorico "Consiglio dei Cinquecento" o "Consiglio Maggiore".

La "Bolla d'oro" fu aggiunta agli "Statuti" riformati nel 1450 (stampati nel 1475), e costituì la "carta" fondamentale del diritto cittadino in Verona fino alla caduta della Repubblica di Venezia nel 1797. In questi quasi quattro secoli di sudditanza, per quanto riguarda la pianificazione urbana di Verona, soprattutto dal punto di vista delle costruzioni difensive, bisogna distinguere, per opportunità descrittiva, almeno tre momenti che, sinteticamente, si possono così enunciare:
  • opere di completamento e adattamento dell'esistente nei primissimi anni della dominazione veneziana (la pace di Lodi segna un po' il punto fermo di questo primo periodo);
  • opere di rafforzamento e sistemazione durante il periodo d’occupazione imperiale dal 1509 al gennaio 1517 (bisogna ricordare che all'occupazione di un esercito mal pagato, e quindi predatore e insolente, si aggiunse nel 1511-1512 il flagello della peste con annessi e connessi; carestie ed epidemie varie, del resto, avevano durante il '400 variamente spazzato la popolazione veronese: una stima non pacifica dà, infatti, una popolazione di 14.800 abitanti del 1409 (altri n’afferma 20 mila 100) e bisognerà attendere la metà del XVI secolo per superare la soglia dei 40.000);
  • organizzazione e programmazione completa della definitiva strutturazione del sistema fortificatorio e, di rimando, urbanistico, dopo la pace di Bruxelles, comprendente un periodo che va, grossomodo, dal 1517 al 1578: prendendo quest'ultima data come segno provvisorio di un discorso che dovrebbe essere molto più complesso. Su quest'ultimo periodo sarà comunque necessario articolare più partitamente l'analisi, perché in esso sono concentrati tutti i lavori più importanti dell'operazione fortificatoria veneziana, e in esso compare la fondamentale figura di Michele Sanmicheli.


E' inoltre necessario sottolineare il fatto che, mentre il primo secolo di dominazione veneziana non vide sostanziali modifiche al sistema difensivo, la prima metà del secondo secolo conobbe, invece, la radicale trasformazione di tutto il settore meridionale delle mura con la scomparsa pressoché totale delle strutture scaligere, e sostanziali interventi anche sulla sinistra del fiume. E' evidente che il fatto è dovuto alle cambiate necessità di difesa e d’offesa venutesi a creare con la diffusione e il perfezionamento delle armi da fuoco.

A noi interessa inoltre sottolineare che, nonostante fossero pur presenti intendimenti diversi anche negli stessi architetti militari che sovrintesero ai lavori più importanti e complessi (leggi: Sanmicheli), tutto il tessuto urbano di Verona ne risultò stravolto, soprattutto nelle zone dei "borghi " e si fissò il "destino" militare della nostra città: un "destino" che Venezia giocò sapientemente, sia nel periodo per lei assai critico della guerra della Lega, quando preferì lasciar cadere Verona nelle deboli mani degli Imperiali, sia dopo, quando centrò su questa città tutto il sistema difensivo occidentale.

Veniamo dunque alla descrizione particolareggiata dei tre momenti sopra ricordati.

Con un "ducale" del 22 ottobre 1408, viene istituito in Verona l'ufficio dei "provisores ad fortilicia": una specie di collegio ispettoriale con compiti anche di programmazione, creato per accelerare e consolidare l'integrazione non solo di Verona, ma anche delle altre province che via via passavano sotto Venezia: il programma prevedeva, dunque, un vero e proprio sistema difensivo organizzato per punti forti. A questo scopo, gli ispettori ufficiali della Repubblica compiranno viaggi periodici e sistematici per rendersi conto de visu della reale situazione fortificatoria delle singole città.

A partire dal 1413 fino al 1428, sotto la direzione dell'”inzegnario” Picino o Pecino o Pincino, viene attuata la ricostruzione su base molto più completa e organica della "cittadella" di pianura: oltre al rafforzamento delle mura e delle porte d’accesso, si studia un vero e proprio piano d’autonomia alimentare interna, con la creazione di quei "broli" e di quegli "orti" che sono ricordati anche da Corna di Soncino e da Sanudo.

E' un'altra prova delle difficoltà di realizzare in modo pacifico il passaggio di Verona dalla sua posizione di "signora" del Veneto, a quella di soggetta di Venezia. Se Sanudo chiama questa "cittadella" "ochio" di Verona, è pur vero, invece, che questo "ochio" spiava: più pronto all'offesa contro la città che alla difesa in generale. E corpo estraneo fu sempre sentita questa "cittadella" per tutto il secolo, fino a che lo stesso doge, all’epoca Leonardo Loredan, darà il suo consenso alla proposta di Giovanni Mocenigo di sopprimere questa gran caserma cittadina. Bisognerà però attendere i progetti di Sanmicheli per vedere attuata la sistemazione urbana di quest’importante e vasta fetta di città. Ancora oggi sono leggibili i segni di questa storia: gli spazi di piazza Cittadella, della zona ex-Stadio, il cortile del collegio Alle Stimate, gli spazi intorno alla caserma Mastino e la suddivisione dei lotti nella zona palazzo Inps e palazzo del Tesoro non possono non rimandare alla situazione particolare di questa parte di Verona.

Sistemata la "cittadella" di pianura, probabilmente sempre lo stesso "inzegnario" provvide ad ultimare i lavori della "cittadella" di collina: in quest’occasione Castel San Felice trovò il suo primo completamento: le sue strutture, infatti, saranno soggette ad una serie multipla e complessa d’interventi che possiamo considerare provvisoriamente compiuti, forse, con gli adattamenti di questo secondo dopoguerra. Ci sembra di poter dire che intorno ad esso si esercitò particolarmente la perizia (e qualche volta anche lo sfizio) architettonico di tutte le generazioni fino a noi: invitava a ciò la sua posizione e la più vasta struttura difensiva offensiva consolidatasi negli ultimi decenni del XIV secolo. Altri interventi su questo complesso difensivo (comprendendo dunque anche Castel San Pietro e il muro della "Bàcola") verranno attuati fra il 1451 e il 1452: due date che segnano a tutti gli effetti come una specie di spartiacque nella politica architettonica in generale, e quindi anche difensiva, di Verona: non sarà un caso, infatti, che proprio in questo decennio (ca. 1460) uno Statuto cittadino vieti, comminando gravi pene per i trasgressori, di continuare ad usare i blocchi dell'Arena per edificare. L'Arena, di fatto e per secoli (soprattutto dopo i terremoti del 1117 e del 1183), era stata adibita come una vera e propria comoda cava cittadina, in cui il materiale era già bello e pronto, nonché squadrato! I blocchi del nostro anfiteatro, che nel ricordato Statuto viene ora definito "aedificium memoriale et honorificum" grazie ad un vero e proprio recupero archeo-filologico, si ritrovano proprio anche nelle costruzioni testé ricordate di Castel San Felice e Castel San Pietro.

Per il secondo momento, basterà ricordare l’elevazione di un bastione in terra battuta, là dove sorgerà pochi anni più tardi il Bastione di Santa Toscana: l'urgenza non permetteva altro. Questa stessa urgenza e necessità indusse gli Imperiali a mozzare le torri che s'alzavano sopra l'antica Porta San Giorgio (che verrà rifatta tra non molti anni) e sopra Porta Vescovo, che sarà la prima delle nuove porte veneziane. Inoltre venne reso più massiccio e compatto il muro di Cangrande prospiciente Valdonega, chiudendone e incorporandone le merlature, come ancora oggi si può ben vedere.

Come si vede, tutte operazioni rapidi e facili, richieste esclusivamente dalla guerra in atto: non si tratta assolutamente di un piano organico d’interventi. Riconquistata pacificamente Verona con la pace di Bruxelles, i Veneziani entrarono ufficialmente in città il 18 gennaio 1517: in quella domenica, durante la messa solenne celebrata in Duomo, venne letta la "Patente della Signoria" nella quale si concedeva il perdono dogale a tutta la città.

Ma Venezia non era affatto tranquilla, se la prima operazione che volle fu quella che potremmo chiamare delle "spianate": due "ducali" del 18-19 novembre 1517 e del 22 gennaio 1518 ordinavano, infatti, l'abbattimento di tutte le costruzioni e il divieto di coltivare alberi da fusto per uno spazio di un miglio tutto intorno alla città. Le case che già allora univano il centro con le borgate suburbane di San Massimo e Santa Lucia vennero spianate: Verona risultò così completamente isolata dentro la sua compatta cinta muraria, una specie di gran fortezza, un "bello arnese" (come lo avrebbe chiamato Dante) isolato, alla fine della pianura prima dell'alzarsi delle colline. L'iconografia in proposito è ricca e significativa.
Nello stesso anno 1518 un'altra disposizione del Senato della Repubblica fissa in 6.000 ducati annui la spesa necessaria per il progetto fortificatorio.

Per il terzo momento è necessario ora operare un'ulteriore distinzione di periodi e di responsabilità.

Dalla rioccupazione fino al 1523 dirige e sovrintende a tutta l'operazione, il comandante militare Teodoro Trivulzio, insieme con un'equipe d’esperti e d’ingegneri, quali Gian Maria Fregoso, Troilo Pignatelli, Zuan Maria Gomito e Filippo da Monselice: a loro dobbiamo un piano sostanzialmente organico di risistemazione di tutto il complesso fortificatorio, con una serie d’interventi, diciamo così, d’ordine generale, attraverso due strutture che resteranno fondamentali anche nelle altre operazioni d’architettura militare in Verona e fuori: le "rondelle" e i "bastioni". Una massiccia torre che costituisce il perno difensivo del sistema murario, la prima; più complesso il secondo, formato da un saliente a due facce, due fianchi (con o senza semigole e orecchioni), scarpata, rivestimento, cordone, parapetto e terrapieno: una muraglia molto più complessa di quella dei secoli di Cangrande!

A questo punto va ricordato almeno il bastione delle "Boccare" (dì fronte a via Nievo), anche perché la sua attribuzione è stata recentemente (1978) riportata proprio a Teodoro Trivulzio, togliendola a Michele Leoni. Si tratta di un vero e proprio capolavoro d’ingegneria in senso assoluto: un grande ombrello marmoreo aperto su di un "manico" poderoso che si lancia sul soffitto piegato e girato, aperto quattro volte nelle quattro bocche da fuoco: le "boccare". C'è da augurarci che questo bastione venga presto pulito e liberato da tutti gli intralci d’ordine vario (fisico e burocratico) che ne rendono inagibile la visita: sarà a dir poco sorprendente per i veronesi entrare in questa specie di grande circo in muratura, sotterraneo!

Meno interessante, ma non meno importante, il bastione di "S. Spirito". Viene infine ricostruita in questa prima fase di lavori la Porta del Vescovo: sul fronte esterno è leggibile la data del completamento dei lavori: 1520. Il progetto era iniziato nel 1517, dopo un'ispezione del futuro doge Andrea Gritti e Giorgio Cornaro e fu ultimato sotto la rettoria di Pietro Marcello e Andrea Magno. Il disegno è chiaramente riferibile al gusto rinascimentale veneziano, ma la sua armonia è stata notevolmente alterata da una serie di lavori, alcuni consigliati da Sanmicheli a cui questa Porta sembrava sguarnita e poco adatta al suo uso di "cavaliere" tra il bastione delle MaddaIene e il torrione dl Santa Toscana, altri compiuti dagli Austriaci nel 1860. Qualcosa della Porta del 1520 è possibile vedere nel disegno fine Settecento dell'ingegnere Adriano Cristofali. La lapide sulla facciata interna ricorda che attraverso questa porta il 16 ottobre 1866 entrarono in Verona le truppe italiane.

Tra il 1523 e il 1525, in un intrecciarsi di non chiare operazioni e intendimenti, viene ultimata la serie delle rondelle e dei bastioni soprattutto del lato sinistra-Adige: sono tre anni di "disordine", come si può leggere nelle relazioni degli ispettori veneziani. Un "disordine" che durerà fino al 1532, anno in cui tutta la direzione dei lavori verrà definitivamente affidata a Michele Sanmicheli. Intanto, in questi dieci anni, troviamo al lavoro, variando più volte impostazione, Bernardino da Treviso e Michele Leoni, con la presenza attiva, sia a livello culturale che a livello più rigidamente militare (ed è una presenza che durerà anche dopo), del duca d’Urbino Francesco Maria della Rovere. Vengono quindi compiute almeno due grandi strutture: Porta San Giorgio (la data 1525 è chiaramente leggibile sul fronte esterno) a cavaliere tra l'omonimo bastione e il fiume, e il bastione delle Maddalene nel 1527.

Vale la pena di soffermarci almeno un attimo su entrambe queste costruzioni.

La Porta San Giorgio veneziana venne aperta più a fiume rispetto alla più antica Porta medievale, al posto della quale era stato costruito il bastione: si tratta di una compatta, ma armonica costruzione di tipo, diciamo così, romano: un fronte "ad agrum" ricoperto di lastre di marmo chiaro con un grande arco centrale e quattro porticine laterali ad architrave (le ultime esterne sono murate). Diversamente dalle Porte Romane il complesso è interamente coperto, senza cioè cortile interno, così come cinque anni prima era stato fatto a Porta Vescovo. I sei scudi, quattro grandi e due piccoli, le due grandi targhe sulle porticine laterali, la scansione in tre larghi spazi realizzata per mezzo di quattro lesene. la "lettura" classica dello spazio di questa facciata confrontata con le architetture affrescate sui muri interni del Duomo di Verona, hanno suggerito di attribuire il progetto di Porta San Giorgio e anche quello di Porta Vescovo all'architetto veronese Giovanni Maria Falconetto. Certamente non sono sanmicheliane.

Il fronte interno di Porta San Giorgio è più semplice, ma non meno armonico: si compone di tre fornici, i due laterali con ghiera interna, in una cortina di leggero bugnato disegnato. Gli Austriaci interverranno su questa Porta nel 1838, abbattendo un torrione che era stato costruito nel 1620 ed aveva ospitato la cappella detta "del Cristo".

Il bastione delle "Maddalene", che possiamo ritenere iniziato nel 1527, rivela nella sua struttura poligonale l'influenza dell'architetto militare Francesco da Viterbo, uomo di fiducia di Francesco Maria della Rovere: si alza tra Porta Vescovo e il più complesso bastione di "Campo Marzo". E' a pinta pentagonale e capovolge nella sua realizzazione il compito originario del bastione: da difensivo ad offensivo. Sono innovazioni che si ritrovano anche nelle fortezze dell'Italia centrale e sono dovute all'équipe d’architetti e alle idee che portava con sé il duca d’Urbino. Così dicasi per i "puntoni" di Castel San Felice, di questo torno di tempo: quella maestosa prora di nave (e i Veronesi la conoscono con il nome di "nave") che punta a Nord: alle colline e alle montagne, dell'ostile Impero. L'altro "puntone", più ad oriente, è austriaco.

Nel 1528, a Bernardino da Treviso succede nella direzione tecnica dei lavori Michele Leoni, che rimase per circa quattro anni avvalendosi, forse, dei consigli di Nicolò Tartaglia: un tempo venivano attribuite a Leoni costruzioni singolari e innovative, come ad esempio i bastioni delle "Boccare" e delle "Maddalene"; una più attenta lettura del suo procedere non innovativo gli ha tolto molti dei meriti antecedentemente attribuitigli.

Il 1532 segna una svolta per la storia urbanistica di Verona, per due motivi:
  1. l'ispezione di Francesco Maria della Rovere a Castel San Felice accelera i tempi della sistemazione complessiva e sempre più articolata di questa poderosa fortezza e, contemporaneamente - qui sta il punto più importante - si decide l'abbattimento della "cittadella" di pianura, con tutte le conseguenze per la revisione del piano urbanistico di questa cospicua parte di Verona;
  2. viene affidata a Michele Sanmicheli (Verona, 1484-1559) la direzione generale dei lavori che si intensificheranno soprattutto nel settore meridionale della città.


Vicino a questo grande architetto rinascimentale, cui non poco deve il ben più famoso Andrea Palladio, rimase il duca d'Urbino, in posizione di non perfetto accordo, e qualche volta d’aperto dissidio. In queste due personalità si incarnano, anche i due volti - "civile" per Sanmicheli, "militare" per il duca d'Urbino - di tutto il progetto difensivo di e su Verona: per Sanmicheli si trattava di trovare la grandezza e lo spirito della più grande tradizione rinascimentale civile anche nelle operazioni d’impronta nettamente e necessariamente militare. Dai risultati conseguiti nella realizzazione di Porta Nuova e Porta Palio, sembra di poter affermare che ebbe il sopravvento l'idea architettonica di Sanmicheli, anche se questa, diciamo così, vittoria gli meritò l'aperta ostilità di Francesco Maria della Rovere, che non lo citerà nemmeno una volta nei suoi "Discorsi"! Ci sembra, infatti, che le due Porte ricordate rappresentino la più felice e riuscita congiunzione delle esigenze militari con un'architettura civile rifacentesi, con profonda e raffinata cultura e chiaramente, ai modelli del più alto e del più classico Rinascimento italiano.

Porta Nuova, eretta tra il 1533 e il 1540, veniva a sostituire la più antica Porta S. Croce, dopo l'abbattimento della "cittadella" di pianura che imponeva, oltre a permetterle, nuove soluzioni urbane: si dovrà ricordare che l'attuale Corso Porta Nuova si aprirà allora a fianco di quello che era stato il muro occidentale della "cittadella". La monumentalità classica della facciata "ad agrum", oggi in gran parte ridotta dall'interramento del fossato, rimanda con evidenza alla cultura sanmicheliana, così come aveva manifestato in quegli stessi anni nei palazzi cittadini che veniva progettando. Anche le due aggiunte laterali operate dagli Austriaci nel 1854 contribuiscono non poco a deteriorare il tutto: hanno la caratteristica, infatti, di squilibrare l'armonia orizzontale della Porta, che viene così a perdere l’euritmia che doveva esistere tra il fornice centrale e le due originarie porticine laterali.

Nel 1797 i Francesi - novelli iconoclasti - scalpellarono le varie scritte e insegne veneziane. Oggi sul fronte interno rimane la sola data 1540, mentre sul fronte esterno, dopo il 1866, è stato aggiunto lo stemma sabaudo. Nei sotterranei di questa Porta, durante le Pasque Veronesi, rimasero intrappolati oltre duecento soldati francesi che avevano difeso la Porta.

Senza dubbio molto più elevato è il livello artistico e culturale di Porta Palio, costruita tra il 1542 e il 1557: anche i contemporanei rimasero colpiti e ammirati dalla compiuta bellezza di quest’edificio che armonizzava nel complesso del suo corpo il ricordo del più perfetto stile dorico con l'abilità della più possente architettura romana, il tutto unito e amalgamato nella novità di una Potenza di composizione di strutture aperte e strutture chiuse in maestoso equilibrio di forze, mai più raggiunto a Verona e, forse, in tutta Italia. Ognuno, osservandola, potrà senza difficoltà notare la differenza chiara di cifra artistica che distingue questa Porta da tante altre Porte italiane: avvertirà, pensiamo, quel continuo rimando a qualcosa di ben definito (la cultura greco-romana) e contemporaneamente indefinibile: proprio perché ci troviamo di fronte ad una nuova e potente creazione artistica che ha saputo consumare in se stessa tutti i temi e le proporzioni dell'Antico e farli suoi rinnovandoli. Anche questa Porta subì abrasioni nelle scritte da parte dei Francesi. Oggi rimangono leggibili solo le due laterali del fronte "ad agrum"; a sinistra HIERONIMVS SVPERANTIVS PRAETOR MDLVIl; a destra: BENEDICTVS PISARVS PAREFECTVS MDLVII.

L'attuale Porta Palio è stata eretta un po' più ad oriente della precedente Porta di Cangrande detta di San Sisto o di San Massimo; Porta che, a partire dal secolo XIV, quando la Corsa del Palio fu trasferita da S. Croce a San Fermo, da Santa Lucia d'Ognissanti a Sant'Anastasia, fu chiamata già allora del Palio. Come la precedente, anche la ben più monumentale Porta di Sanmicheli veniva aperta solo per il tempo del raccolto e per la Corsa del Palio. Per questo i Veronesi la chiamavano la Porta Stupa, e guardavano con tremore i battenti sprangati, quando l'Adige andava in piena, perché questi impedivano il deflusso, e le cronache ricordano un cannone trasportato l’11 novembre 1567 su di una zattera per abbattere i battenti; fatto che si ripete altre volte fino alla definitiva apertura che avvenne solo nel 1833.
Ultima di queste porte monumentali, meno imponente tuttavia delle due ricordate, ma anch'essa attribuita (e per noi a ragione) a Michele Sanmicheli, Porta San Zeno, aperta nel 1542: di particolare importanza perché collega la città alla via che conduce al ricco e produttivo occidente lombardo.

E' una caratteristica costruzione difensiva "a cavaliere", cioè a continuazione - e difesa - di strutture tra un bastione e l'altro. Le due facciate, non molto dissimili tra loro, presentano un aspetto chiaramente diverso dagli altri esempi sanmicheliani che abbiamo appena descritto, soprattutto in considerazione del raccordo cromatico, un elemento non nuovo, tuttavia, nell'architettura sanmicheliana, tra il bianco dei marmi e il rosso del cotto: ne diviene l'immagine caratterizzante.

Per l'attribuzione sanmicheliana, oltre alla contemporaneità dei lavori con il periodo della sua direzione generale dei lavori fortificatori, va anche considerato che, probabilmente, in questa Porta, non ritoccata nel tempo, è possibile individuare quegli spazi architettonici sanmicheliani che, ad esempio, nella Porta Nuova i successivi aggiustamenti hanno profondamente alterato: compattezza, solidità, monumentalità sobria sono le esponenti artistiche di questo elegante manufatto.

Due epigrafi sul lato "ad agrum" illustrano in modo più completo che nelle altre Porte (considerata l'importanza economica e strategica di questa) i nomi e le qualità di coloro che vollero questo monumento: il doge Pietro Lando e il podestà Tomaso Contarini. Gerola così rilevava le due scritte:

A sinistra:

ANNO. D. MDXXXX. Il.
PETRO. LANDO. VENETIARVM.
PRINCIPE
D. ZENONI. VRB. TVTEL. AC.
D. MAXIMO

e sulla destra:

THOMAS CONTARENVS. ANGELVS. CORARIVS.
VERONAE. PRAEFECTI. MAXIME. VANIMES.
HANC. PORTAM ATO. HOS. MVROS. EXTRVI.
FOSSAS. EFFODI. VICINA. PROPVGNACVLA.
MIRIFICI. MVNIMENTO. VSVI ATQ. ORNAMENTO.
CHARISSIMAE. VENETAE. R. P. CIVITATIS.
IVSSERE
CVRAVIT. PETRVS. PRIOLVS. PVBLICORVM.
AEDIFICIORVM. PROVISOR.

Sul fronte interno, sopra la porta centrale, si legge poi la seguente scritta nell'incavo rimasto poiché i caratteri metallici sono stati tolti ancora probabilmente dai Francesi:

DELPHINVS. DELPHINVS. PRAETOR. ET
ANGELVS. CORRAIVS. PRAFECTVS.
STRAVI IVSSERE.
CVR. IAC. ANT. SALOM. PVBL. AEDIF. P.
MDXLIl

A queste Porte interne al circuito difensivo urbano, bisognerà, per completezza, aggiungere anche un'altra Porta, che non sta nelle mura della cinta, ma apre bensì al cortile interno del palazzo del tribunale: Porta Bombardiera, così chiamata perché in periodo veneziano, nei giardini del Capitanio, che si trovavano nell'attuale cortile, aveva sede la "Scuola dei Bombardieri". E' un decoroso esempio d’architettura barocca, realizzato con un certo buon gusto "inventariale" e notevole abilità tecnica.

Due anni dopo aver compiuto il suo capolavoro, Porta Palio, nel 1559, Sanmicheli moriva (oggi si direbbe di crepacuore, per la morte dell'adorato nipote Girolamo, anche lui architetto). Veramente importante la sua posizione nel contesto urbanistico di Verona, anche perché più complesso e più vario è l’apporto sanmicheliano, da noi ridotto alle sole fortificazioni: si deve a lui il tentativo, in parte certo non riuscito, di rinnovare in modo cosciente il concetto di "maiestas" in architettura, attribuendogli un senso chiaramente civile storico e culturale, in consonanza con una tradizione che a Verona aveva annoverato grandi nomi come Falconetto e G.F .Caroto.
Fonte: Notiziario BPV numero 2/3 anno 1984

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