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Mura e Porte Comunali

Verona / Italia
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Agli inizi del XII secolo, prima che la nuova cinta muraria, che possiamo chiamare comunale, la cingesse e la proteggesse ancora da nuovi nemici, Verona presentava il seguente assetto.

Il terremoto del 1117 aveva fatto crollare, insieme con il periplo esterno dell'Arena, quasi tutte le costruzioni in muratura; restavano probabilmente in piedi, anche se lesionate, le mura teodoriciane che tagliavano la città da ovest ad est all'altezza degli attuali Portoni Borsari fino alla piazzetta Mura di Gallieno. Questo sulla destra dell'Adige; sulla sinistra, stando a quello che oggi possiamo decifrare dal percorso e dalla disposizione delle vie più antiche e dalle costruzioni ivi esistenti, il periplo teodoriciano doveva essere rimasto pressoché intatto.

Ma la città non doveva certo presentare un aspetto "turistico": la maggior parte delle abitazioni erano "terranee", ad un solo piano e coperte di scandole di legno ("scandolitiae") o di paglia ("paliaritiae"), rarissime quelle con il primo piano ("solariatae") e con una scala lapidea o una loggia ("laubia"). A questo stato di fatto architettonico bisogna aggiungere il dato di fatto giuridico e cioè che una considerevole parte del suolo cittadino più antico era appena uscito, o stava uscendo, da una serie di vincoli regi e feudali che n’aveva impedito lo sviluppo urbanistico: così per le zone della Corte Regia, della Cortalta, del vescovo e del Capitolo canonicale con case ed orti.

AI di sopra dei tetti può darsi che ancora si alzasse, insieme con i campanili e la longobarda Torre del Gardello, qualcuna di quelle quarantotto torri ricordate dal « Versus de Verona Il:

"Per quadrum est compaginata, murificata firmiter;
Quaranta et octo tures fulget per circuitum,
Ex quibus octo sunt excelse, qui eminente omnibus"


(ed. G.B. Pighi 1960). A queste torri si aggiungeva forse già qualcuna di famiglia potente e ambiziosa e altre se n’aggiungeranno, e molte, se Ezzelino molte ne fece abbattere. E intorno le borgate, con nuova vitalità e nuove esigenze.

Un esame dei più importanti avvenimenti politici del XII secolo, in relazione ai rapporti di Verona con l'Impero e con le città viciniori, convincerà che è opportuno attenersi, per l'epoca della costruzione della nuova cinta murarla, agli anni indicati da Mor, accettando il 1157quale data approssimativa per la parte di cinta che correva dall’attuale prima arcata del ponte di Castelvecchio fino all’altezza del Ponte Aleardi ad oriente, e il 1193 per a cinta sulla sinistra dell'Adige; invece le indicazioni di Barbetta per il muro di Campo Marzo: intorno al 1037.

Queste date ci riconducono agli avvenimenti legati alla guerra con Mantova della metà del XII secolo, e alle ostilità con Vicenza della fine dello stesso secolo: due complessi episodi di una vivace vita politico-militare di Verona che, tranne la parentesi della Lega della Marca Veronese e della più grande Lega Lombarda della Concordia, fu di fedeltà imperiale, in lotta e lizza, quindi, con le città vicine nella ricerca d’equilibri che proteggessero insieme interessi economici nuovi e antiche ambizioni territoriali e di prestigio.

E' necessario anzitutto soffermarsi sul "muro vecchio di Campo Marzo" databile intorno al 1037 (indicazioni di Barbetta) del quale tuttora esiste, incorporata in una casa di Salita XVI ottobre, la "Porta S. Sepolcro". Si tratta di un unico arco a tutto sesto, in conci di tufo regolari, sostenuto da stipiti di marmo che si appoggiano ad una muraglia di ciottoli di fiume. L'occlusione del fornice risale agli anni della prima cinta comunale; per quest’apertura si usciva in direzione della Valpantena.

Il muro di Campo Marzo proseguiva quindi lungo la linea delle attuali via Cantarane, via Don Mazza e via Museo, fino al fiume. Si trattava di una cinta di prima difesa che comprendeva i borghi sorgenti intorno all'antichissima Chiesa di San Giovanni in Valle e al più recente monastero benedettino di Santa Maria in Organo; già esistevano, inoltre, le chiese di San Nazaro, San Paolo, San Vitale. Nello stesso muro che abbiamo detto del tempo di re Arduino, si aprivano altre due porte: Porta del Vescovo, all'incrocio delle vie San Nazaro e XX Settembre (il nome è poi rimasto alla più avanzata attuale porta) sulla direzione della via Postumia; Porta di Campo Marzo, nei pressi della Chiesa di San Paolo, in via dell'Artigliere. Pur non molto adatta a lunga resistenza, questa cinta muraria dovette restare fin verso la fine del XII secolo, se non crollò, in parte più o meno consistente, nel terremoto del 1117; si trattava in ogni caso di un intervento di carattere esclusivamente difensivo, che non presenta le più complesse caratteristiche socio-politiche della recinzione comunale.

Le mura comunali vengono alzate - come già detto - intorno al 1157, appoggiandosi, come par logico ed ovvio, a costruzioni poderose già esistenti, quali la rocca romana che fiancheggiava l'Arco dei Gavi, con le strutture che non riusciamo ad immaginare molto diverse dalle consimili dei "castella" alpini. La tecnica edificatoria di questa muraglia, di cui oggi possiamo osservare la notevoli resti che indicheremo, è sempre la stessa: dove è possibile, uso di recuperi romani (vedasi il lato sud della torre dell'orologio di Castelvecchio), e blocchi di tufo abbastanza sagomati ma non regolari, uniti con malta mescolata con pietrisco, per uno spessore che supera il metro di larghezza e, da quello che si può ancora arguire, i dodici/tredici metri d’altezza media.

Di questa abbastanza poderosa cinta, che inglobava i già abbastanza antichi borghi di Fratta, Feraboi, Capitani, la Bra’ con le chiese pubbliche e private che vi erano state erette dal X secolo in poi e il porto, rimangono significativi resti nel muro interno del cortile settentrionale di Castelvecchio fino all'altezza del mastio, nelle cantine di palazzo Carli, sul retro del palazzo dei Mutilati, dove è pure visibile il basamento circolare di una torre in seguito rimaneggiata, in via Adigetto fino all'edicola romana infissavi all’altezza del Ponte Rofiolo. La linea della cinta seguiva la depressione naturale dell'Adigetto, forse allora ancora asciutto, o comunque non ad arte collegato con l'Adige.

Data la sua considerevole lunghezza, in essa si aprivano cinque o sei porte quasi in riva all'Adige, la Porta del Morbio (ora all'interno di Castelvecchio), così denominata dal nome di un personaggio che aveva possedimenti in questa zona: si tratta di un elegante fornice a tutto sesto, in piccoli conci regolari di tufo compattamente saldati insieme: è un tipo di postierla che possiamo ritenere nelle forme ancora sostanzialmente tardo-romane, facendo riferimento alla non dissimile postierla di Corte Farina.

Poco più avanti si apriva l'Arco dei Gavi che venne trasformato in porta essendo costruito sull’importante via Postumia e prese il nome di Porta San Zeno: non solo la posizione, la forza e l'altezza dell'edificio concorsero a farne una porta di città, ma, forse, anche il fatto che era un naturale e storico corrispondente con la ormai più arretrata Porta Borsari; sappiamo quanto il mondo culturale comunale ci tenesse a questi rimandi e a questi parallelismi (basti solo ricordare i consoli).

Un'altra porta si apriva più avantI, all’altezza dell’attuale via Manin all'incrocio con via Roma: Porta Orfano; quindi la Porta della Bra’, praticamente dove anche oggi si aprono i Portoni della Bra’; seguiva, alla posizione dell'attuale Ponte Rofiolo, la Porta San Fermo, da non confondersi con l'altra Porta San Fermo-Porta Leona; e infine, prima di chiudere la città con la riva dell'Adige in una zona vicina al Ponte Aleardi, una probabile apertura: sarebbe questa la sesta porta.

L'andamento della cinta, seguendo la naturale depressione dell'Adigetto, era quasi ondulato, così come si nota ora nel più tardo muro ricostruito dopo il crollo dovuto all'inondazione del 1239, iniziando dai tempi di Ezzelino fino a quelli degli Scaligeri.

Verso la fine del secolo venne completata anche la fortificazione muraria della città a sinistra dell'Adige, partendo dalla cima del Colle di San Pietro e scendendo verso il piano, come dimostrano i resti negli edifici dei padri Comboniani, dove è riconoscibile il basamento e la sagoma squadrata di una torre, e quelli, pure consistenti, di vicolo Case Rotte: in questo tratto, in via Fontana del Ferro, si apriva una porta nota con il nome di Porta Nuova del Castel San Pietro. Giangaleazzo Visconti trasformò questo tratto in base di un terrapieno girato all'esterno della città, sicché oggi appare muro di tenuta.

Il secondo tratto di recinzione partiva dai tufi di San Zeno in Monte, e per la zona del Giardino Giusti (nel muro di cinta del Giardino rimangono i pilastri laterali di una porta a due fornici che si apriva sulla via Postumia ad oriente) arrivava fino all'Adige. Di questa parte rimangono resti consistenti in via Porta Organa, laterali a questa omonima Porta ad unico fornice con largo arco a tutto sesto, in cotto e tufo: il nome completo di questa apertura era Porta Organa Nuova, per distinguerla dalla Porta Organa ricordata anche nell’Iconografia Rateriana.

Può darsi che si sia dovuto edificare un muro difensivo anche sull'Isolo di San Tomaso, ma di esso non ci sono rimaste sicure e puntuali testimonianze, al di là dell'ambiguo toponimo di via Santa Maria Rocca Maggiore. Sul lato nord-ovest la cinta nuova si staccava dal muro teodoriciano circa all'inizio di via San Carlo in asse con via Madonna del Terraglio e includeva la chiesa e il quartiere di Santo Stefano, come mostrano i resti, poveri e rimaneggiati, di vicolo Carbonai, e raggiungeva il fiume ad ovest della chiesa, prima del Rio di Valdonega, lasciando quindi fuori il nascente borgo di San Giorgio.

In questo tratto occidentale si aprivano quasi sicuramente due porte: quella che sostituiva l'antica Porta romana di Santo Stefano sulla strada per la Valdadige, e un'altra all'attacco tra il nuovo muro e il muro teodoriciano, come passaggio per la Valdonega: Porta San Pietro, ricordata nei documenti dell'epoca ma della quale non rimane traccia alcuna in loco. Come si può vedere almeno un borgo, quello di San Zeno, è rimasto fuori di questa prima cinta comunale; ma non indifeso, perché, e non sappiamo da quando, vennero costruiti terrapieni, muraglie di difesa pur se non collegate col resto, nelle quali si apriva anche una porta per il passaggio verso la campagna: Porta Fura, ricordata in documenti della fine del secolo.

Anche in questo caso si tratta di un solo arco a tutto sesto, in tufo, su pilastri di marmo misto di conci, questa volta regolari, di tufo e ciottoli di fiume: era la prima linea difensiva del grande e importante borgo.

Anche uno sguardo superficiale dimostra l'ampio allargamento di Verona con questa recinzione comunale. che rompe definitivamente, soprattutto per la parte destra della città, gli schemi delle difese romane. Tuttavia anche questa cinta è da considerarsi sostanzialmente provvisoria, non solo per le successive ricostruzioni e ulteriori ampliamenti, ma proprio in considerazione dell'eccezionale sviluppo urbanistico che non molti decenni dopo trasformò Verona in gran centro, uno dei più importanti dell'Italia Settentrionale.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1982

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