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Mulini sull'Adige

Verona / Italia
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L'immagine che oggi offre di sé l'Adige, è sostanzialmente uniforme, subisce cambiamenti solo in relazione alla portata ed alla trasparenza delle sue acque.

Da decenni il suo rapporto con la città che di esso si serviva per innumerevoli usi è pressoché cessato, com’è cessata la paura per le piene ed i pericoli delle inondazioni. Anche fisicamente il fiume si è allontanato, costretto entro poderosi muraglioni che lo separano nettamente dalle abitazioni e dalle persone. E se fino ad una sessantina d’anni fa un corredo di scalette in pietra, d’attracchi per le barche, di pontili per accedere ai mulini conservavano ancora -come osservava Licisco Magagnato - una parvenza d’accessibilità dalla città al fiume, oggi anche questa è stata cancellata. Scendere, anche in regime di magra, fino a lambire la corrente è operazione disagevole che solo qualche pescatore affronta per insidiare prede sempre più rare.

L'ADIGE DEI MULINI

E' difficile per noi - nonostante la dovizia di documenti, anche iconografici che ci soccorrono - ricostruire mentalmente l'immagine di un fiume accessibile dai "vo" che spesso concludevano i vicoli, frequentato dalle lavandaie, fiancheggiato da ruote per l'irrigazione degli orti, percorso da zattere e burchi e animato dalla presenza di numerosi mulini, con contorno di mugnai, facchini, clienti e perdigiorno.

Questa dei mulini era la realtà più appariscente, testimoniata anche di notte, dal rumore dell'acqua che sbattendo contro le ruote a pale dava impulso alla meccanica interna: un parlottare sommesso e continuo che Berto Barbarani, in una poesia sui mulini che

sora l'Adese, se cuna
soto i oci de la luna,
che le rude ghe inargenta,


definisce un "comarego".
La più antica testimonianza dell'esistenza di mulini sull’Adige a Verona ci riporta al Medioevo. Nel 905 Berengario I concedeva al diacono Giovanni, futuro vescovo di Pavia "tres ariales sitos in fluvio Athesis" ossia tre poste da mulino.

In epoca comunale, quando la documentazione si fa più abbondante, possiamo costatare che essi si concentravano lungo le rive di alcune contrade per le quali l'attività molitoria fu per secoli un elemento socio-economico caratterizzante.

Galleggiavano sulle acque adeguandosi al variare del loro livello, il che non significa che non potessero essere travolti da improvvise piene: il Chronicon veronense di Paride da Cerea narra che nel 1239 un'inondazione ne sommerse oltre cinquanta.

Uno di questi luoghi di concentrazione era la riva della contrada di San Zeno in Oratorio ove il potente monastero benedettino di San Zeno disponeva, già agli inizi del XIII secolo, di ben 13 "poste", concesse in affitto livellario per modeste cifre. Alcune di esse, non diversamente da quanto accadde per altri beni del monastero, finirono nelle mani degli Scaligeri e ne impinguarono la "fattoria"; altre rimasero in possesso di famiglie borghesi che giustamente consideravano questi opifici appetibili fonti di guadagno.

Altri mulini erano concentrati - come ha rilevato Gian Maria Varanini - sulla riva sinistra del fiume, nel tratto antistante la braida episcopale da cui prese il nome l'importante monastero di San Giorgio, fondato nell'XI secolo.

Ancora un terzo gruppo di mulini, per lo più appartenenti al monastero di San Leonardo in Monte, era collocato in corrispondenza dell'attuale Via Sottoriva e quindi in pieno centro cittadino. "Si trattava di un complesso abbastanza notevole - scrive sempre Varanini - al quale spettavano i diritti di utilizzazione all'intero alveo principale dell'Adige sino all'antistante Isolo".

Infine un quarto polo, da mettere in relazione anche questo con un monastero, quello di Santa Maria in Organo, va individuato nel tratto detto dell'Acqua Morta.

Un'esatta cognizione della quantità di mulini operanti sull'Adige, sia a Verona, sia nella provincia, è possibile averla solo in epoca veneta quando venne istituita la tassa della "masena": l'equivalente dell'odiata "tassa de macinato" riscoperta nel 1869. Essa inizialmente colpiva i cereali e soprattutto il frumento nel momento in cui era condotto dal mugnaio per essere trasformato in farina.

"Sel sarà condutto a molin a masenar zorte alcuna de mistura nella qual sia formento s'habbi a paggar al ditto datiar della masena per formento solamente che se ritrovasse in quella": così stabilivano le disposizioni in materia.

Successivamente si trasformò in una imposta di consumo che veniva applicata in misura fissa ad ogni persona compresa fra i cinque e i 70 anni. L'esazione della tassa nella fase iniziale comportava un controllo dei mulini e questo ha fatto sì che ci pervenisse il quadro esatto della quantità e della loro dislocazione ripartita pel distretti.

In Verona e sobborghi funzionavano negli anni Settanta del XVI secolo 87 mulini così distribuiti: 9 sul fiume d'Avesa, 10 a San Giorgio, 8 a Sant'Eufemia, 22 in Sottoriva, 8 alla riva "sulla vittoria", 3 all'Isolo, 2 sul Fiumicello a San Nazzaro, 10 sull'Adigetto alla Bra’, 6 a Tomba, 4 alla Sorte, 2 al Chievo e 3 a San Silvestro.

Altre zone della provincia con significativa presenza di mulini sull'Adige erano Legnago con 35, il "colonnello" della Zosana (Zevio, Ronco, Tomba, Roverchiara, Angiari, Villabartolomea, Castagnaro, Villabona) con 72, quello del Fiume Nuovo (Belfiore, Bionde, Bonavigo, Orti, Nichesola e Begosso) con 53.

Ovviamente i mulini natanti sull'Adige - alcuni anche sul Mincio - non esaurivano la totalità delle macine presenti nel Veronese; vi erano anche numerosi mulini "terragni", dotati cioè di struttura esterna in muratura eretta sulla riva dei numerosi torrenti della zona collinare o dei corsi d'acqua della media e bassa provincia. Questi ultimi disponevano spesso di due, tre o, addirittura, quattro ruote a pale e quindi erano in grado di azionare, altrettante macine.

La costruzione dei mulini

Ma com'era strutturato un mulino natante? Sostanzialmente si presentava come una struttura di legno che galleggiava sulla corrente presso la riva del fiume, alla quale era ancorata da resistenti funi o catene. Risultava di due tre scafi o, con termine del tempo, "pontoni", che reggevano appunto la ruota a pale e la capanna di legno (casello) entro la quale trovavano posto le mole per macinare i cereali e gli utensili necessari alla loro manutenzione.

Un ponticello mobile di legno, il "peagno", univa il mulino alla terraferma e permetteva il passaggio al mugnaio ed ai clienti. La sua lunghezza variava secondo la distanza del mulino dalla riva, e questa era progressiva là dove i mulini erano disposti l'uno dopo l'altro.

La costruzione dei mulini, e specialmente degli scafi che dovevano fungere da piattaforma galleggiante, era opera di falegnami che avevano acquisito specifica esperienza. In Verona una famiglia -quella dei Dalli Pontoni che annovera fra i suoi ranghi Iseppo, uno primi cartografi veronesi al servizio del Magistrato Veneto sopra i Beni Inculti - prese il nome da questa specializzazione.

Le carte d'archivio ci hanno conservato l'inventario degli attrezzi conservati nella "bottega di un antenato di Iseppo, mastro Antonio, morto nel 1458, permettendoci così di entrare idealmente nella sua bottega per trovarvi i tanti attrezzi del mestiere: seghe grandi e piccole di diversa Foggia, scuri, mannaie, un tornio, lime, martelli, picconi, ferri per estrarre o conficcare la stoppa negli scafi, coltelli, pialle, vario pezzame d'assi, parti del meccanismo dei mulini e quant'altro. La sua ricchezza poi non si esauriva in un'attività artigianale, che pensiamo redditizia; ai due figli impuberi e ad un nascituro lasciò in eredità alcuni appezzamenti di terra e ben 8 mulini o parte di essi.

La fine di un’epoca

Il numero di mulini sull'Adige e fuori di esso aumentò nel corso dei secoli, seguendo le necessità di una popolazione in crescita fino a superare ampiamente, all'epoca della reintroduzione della tassa sul macinato, le quattrocento unità. La loro diminuzione iniziò negli ultimi decenni dell'Ottocento, con la prima industrializzazione veronese, che comportò l'introduzione di macchine straniere con cilindri macinatori, vagli ed altri congegni mossi da motori a vapore che sviluppavano potenze decuplicate.

Uno di questi venne costruito in Basso Acquar, un altro a Coriano di Beccacivetta, un terzo a Cazzano di Tramigna, un quarto al Nassar in comune di San Pietro Incariano ed un quinto a Legnago.

"l natanti sull'Adige, anche per ragioni di sicurezza e di cautela pei momenti di piena, è d'augurare cessino presto e siano tolti". Questo era l'auspicio che il prefetto Luigi Sormani Moretti formulava nella sua monumentale monografia sulla provincia di Verona edita nel 1905. Il desiderio si realizzò nel giro di pochi decenni.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1999

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