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Monteforte d'Alpone

Verona / Italia
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Monteforte (con le frazioni di Brognoligo, Costalunga e Sarmazza) domina l'accesso della valle dell'Alpone, là dove la Lessinia Veronese trascolora nella Lessinia Vicentina, all'estremo orientale della nostra provincia. E ultima delle vallate veronesi, che a pettine dalla Valdadige fin qui scendono da nord a sud lungo tutto l'arco prealpino, quella dell'Alpone riconosce in Monteforte la sua capitale.

Come in tutte le zone pedocollinari del Veronese anche qui s'insediò, in ere preistoriche, l'uomo. L'insediamento preistorico di Monte Zoppega (propaggine collinare che separa Soave da Monteforte) ha restituito, in seguito a lavori agricoli e in particolare in seguito agli scassi per un vigneto, materiali che sono stati raccolti dal Centro Studi e Ricerche di Verona, e la cui analisi tipologica ha permesso di stabilire che il colle è stato abitato per lunghi periodi dell'età del Bronzo e dell'età del Ferro.

La massima parte dei materiali - come ricorda Luciano Salzani - è riferibile alla Cultura Protoveneta della fine dell'età del Bronzo: vi sono scodelle carenate, tazzine a profilo lenticolare con carena modellata a costolature oblique, scodelle troncoconiche ed emisferiche, vasi biconici, olle ovoidali. Assai ricca è la sintassi decorativa che comprende meandri a rilievo, fasci di solcature formanti motivi a zig zag, triangoli e meandri; motivi a fasci di solcature sono spesso associati a punti impressi e a cuppelle.

E' una prima fase questa, che comprende anche gli inizi dell'età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.), come dimostrano i vasi situliformi con collo imbutiforme e rotondato, scodelle in ceramica cinerognola e grossi dolii. E mentre nella fauna domestica hanno una certa predominanza i bovini, i capro-ovini e i suini, sono inoltre documentati il cavallo e un tipo di cane relativamente grande e robusto. Altresì tra i selvatici, infine, è documentato il cervo. Pure sul colle di Sant'Antonio nell'agosto del 1953, in seguito a lavori di sbancamento, è stato raccolto del materiale fittile che è stato attribuito alla fine dell'età del Bronzo.

La zona, che sarebbe stata toccata dalla via Postumia, ha restituito invece, per il momento, soltanto scarse tracce d'insediamento romano: ricorda le Lanfranco Franzoni che in particolare sul piccolo dosso ove sorge la chiesetta di Santa Croce affiorarono, in occasione di lavori agricoli, tegoloni romani e frammenti architettonici; e che solo al confine tra il Comune di Monteforte e quello di Soave, in vicinanza della Fossa Dragone, si trovò una tomba romana che restituì alcune monete della Repubblica e dell'Impero.

Castello medievale, Monteforte ebbe allora anche una sua rocca che sorgeva sul colle che domina il paese, dove emergerebbero tuttora dal suolo colossali ruderi, composti di sassi e calce durissima. Forse si tratta dello stesso arnese guerresco riprodotto in un affresco che si trova nella chiesa del cimitero. In questo caso esso avrebbe presentato un'alta muraglia a scarpa, con due ponti levatoi, le mura merlate, due torri quadrangolari ai lati e una torre cilindrica più elevata al centro, terminante a guisa di cono schiacciato. Tale rocca era ed è tuttora circondata da piccoli appezzamenti di terreno coltivati a vite e detti "masi".

Nel 1135 il conte Alberto di San Bonifacio avrebbe ceduto al vescovo di Verona la villa di Monteforte. Ma l'atto risultò nullo perché quei beni gli erano già stati confiscati. Toccherà nel 1184 al Barbarossa affermare i diritti del vescovo di Verona su Monteforte, assicurando peraltro ai cittadini le loro libertà. Ma solo nel 1206 il vescovo avrà un'effettiva giurisdizione piena e sicura in Monteforte, quando cioè rinuncerà nelle mani d'Azzone d'Este, allora podestà di Verona, in cambio di questa villa, ai suoi diritti su Roverchiara, Tregnago, Tomba, San Giorgio di Valpolicella ed altre terre.

Della giurisdizione vescovile su Monteforte, che durò molti anni anche nell'epoca della dominazione veneziana, è ricordo e segno, come si è già accennato, il bel palazzo che vi eresse Ermolao Barbaro (1453-71) trasformando un edificio gotico di cui s'intravede ancora qualche frammento e una porta nella loggia con l'iscrizione 1335 sull'architrave. Il palazzo, semplice e severo all'esterno, salvo un piccolo porticato all'ingresso, ha nell'interno un cortile o chiostro con loggia superiore, tutto a colonne di marmo rosso dai capitelli a grosse foglie negli angoli, di notevole effetto chiaroscurale, riassumibile, come sostiene la Cuppini, "nello studiato equilibrio tra i due ordini, tra le aperture ad arco inferiori e le superiori architravate, tra l'altezza della muratura, che intervalla i due piani della loggia, e lo sporto del guandale, tra le luci spaziose e le colonne esili e, in definitiva, nel rapporto tra l'area del cortile e l'alzato all'intorno". Secondo il Simeoni "il palazzo è un bell'esempio di quelle creazioni piene di buon gusto proprie di quest'epoca, dove tutto, dai comini, alle scale, alle porte, riceveva un'impronta caratteristica".

"Dappertutto - osserva ancora il Simeoni - è profuso l'anello gentilizio dei Barbaro; non mancano però piccole modificazioni d'altri vescovi che facilmente sì indovinano dagli stemmi. Un bel saggio della costruzione interna si può avere nelle stanze al piano terra, ove ancor si vedono volte a vela che hanno per chiave lo stemma Barbaro, porticine con mensole a foglia ecc.".

L'antica chiesa di Monteforte, come la nuova, era intitolata alla Visitazione di Maria e a S. Elisabetta. A fianco dell'antica chiesa parrocchiale sorgeva l'Oratorio della Disciplina, dedicato a San Michele Arcangelo: ricordato dal Vescovo di Verona in un decreto del 1606, aveva accanto un piccolo ospedale ed ospizio per pellegrini.

L'attuale chiesa parrocchiale col vicino campanile è veramente monumentale. Una vasta gradinata conduce ad un largo pronao d'otto colonne corinzie, profondo tre. Si cominciò ad erigerla nel 1805 su disegno di Bartolomeo Giuliari di cui si vede la maniera. Il pronao fu aggiunto nel 1868 e solo col 1904 poté dirsi compiuta anche all'interno quando fu eseguita l'attuale decorazione di Giovanni Bevilacqua. Nel pronao vi è un ricordo dedicato da Ugo Zannoni alla memoria di Giuseppe Zannoni e M. Rancani morti nel 1903 cadendo dalle impalcature, mentre si accingevano alla decorazione della chiesa.

L'interno del tempio è a colonne e pilastri corinzi e ha un'importante decorazione pittorica. Tre fasce con le allegorie della Fede, della Carità, della Speranza, dividono il soffitto a volta. Abbiamo poi: Iddio e i dodici seniori, scena apocalittica nel catino dell'abside; i quattro evangelisti nei pennacchi e la Manna nel deserto sul lato destro del presbiterio, San Michele e Lucifero nel muro di fondo, e sulle pareti in rombi le mezze figure dei dottori Gregorio, Girolamo, Crisostomo, Agostino e Ambrogio. Degno di nota, si è detto, anche il campanile, divenuto per la sua imponenza quasi il simbolo dell'intera comunità montefortiana: eretto dal 1894 al 1897, è opera svelta e leggiadra. Su un'alta base quadrata sorge la cella ottagona campanaria con colonne corinzie negli spigoli: essa è poi coronata da una parte rotonda, finente in un cupolino.

L'antica chiesa di Santa Maria Fossa Dragone, al confine della parrocchia, risalirebbe, anche secondo l'opinione del Simeoni, alla metà del secolo XV. Orientata liturgicamente, sopra la porta gotica, con qualche accenno alla Rinascenza, ostenta una finestra rotonda a strombatura, mentre sulla parete sud è dipinto un orologio solare.

Da un documento del 1473 risulta che vicino alla chiesa vi era un romitorio. Nel 1567 vi stanziarono alcuni cappuccini che nel 1568 ottennero dal vescovo il permesso di sistemarsi definitivamente presso la chiesa e di officiarla. Così gli edifici adiacenti furono ingranditi e trasformati in quel convento che fu demolito nel 1813 per utilizzare il materiale nella costruzione di una nuova chiesa. Dal 1856 questa non fu officiata e rimase al centro del cimitero come cappella.

E se all'inizio del paese sorge un altro oratorio dedicato a San Carlo Borromeo, che era un tempo della famiglia Buniotti, sulla spianata del colle che da lei prende il nome sorge invece la chiesa di Sant'Antonio Abate la cui facciata poggia sulle fondamenta della Rocca distrutta. Gli stipiti in pietra della porta laterale, e I'architrave di forma diversa con data MDXXVII, fanno supporre che questo materiale appartenesse al Castello e sia stato utilizzato aggiungendovi la data d'erezione della chiesa.

In questo panorama della Monteforte di ieri non può essere ignorata, fra il capoluogo e Sarmazza, su un'altura, la chiesetta di S. Croce. Ricordata sembra per la prima volta in documenti del 1581, essa fu ampliata nel 1635 e nuovamente restaurata nel 1945, per i danni subiti durante un bombardamento.

Ma è tempo prima di concludere, di aggiungere come il nucleo più antico del capoluogo - una grossa e bella borgata di oltre seimila abitanti che sorge sulla destra del torrente, a tre chilometri da S. Bonifacio - si presenti oggigiorno con le caratteristiche di una cittadina dove non mancano, accanto ai vecchi edifici, i nuovi, a dire di un progresso economico e sociale che ha ritrovato, nell'ultimo trentennio, anche a Monteforte, espressioni considerevoli. E tutto ciò in forza della laboriosità di una popolazione tutta volta ad allargare ad altri settori una redditività un tempo esclusivamente confinata nel primario.

Anche le frazioni di Costalunga e Brognoligo hanno goduto in questo dopoguerra di un notevole sviluppo edilizio residenziale, tale da far perdere loro completamente quell'aspetto di poveri villaggi agricoli che li caratterizzava fino ad una quarantina d'anni fa. Villaggi agricoli peraltro che erano un tempo famosi per i prodotti del suolo, fertilissimo, rappresentati da cereali, viti e gelsi, e dove considerevole vi era perciò l'allevamento dei bachi da seta.

Il progresso registrato in altri settori non ha tuttavia fatto dimenticare ai montefortiani la vocazione vitivinicola. Anzi questa è stata ancor più valorizzata con la produzione del Soave classico, frutto della spremitura delle uve garganeghe e trebbiane provenienti da ogni palmo di questa "terra benedetta" dove fioriscono vigneti specializzati a doc. Si tratta di un vino - scrive Lamberto Paronetto - che si presenta con sfumature lievemente diverse da quello prodotto nel Comune di Soave e che ricorda il delicato odore dei fiori di sambuco.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1987

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