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Marano di Valpolicella

Verona / Italia
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Una fra le paesaggisticamente più belle di tutta la Valpolicella, la valle di Marano colpisce il visitatore per la sua amenità. Una serie di poggi ne caratterizza, infatti, l'ambiente, plasmato in dolci declivi, su cui s'innalza, ma anch'essa rotondeggiante, la mole del monte Castelon, testimone di un'intensa attività vulcanica che ebbe ad interessare la valle sul finire dell'era Secondaria e nella prima metà di quella Terziaria. Paesaggio ampio e dolce, dunque, che spazia sulla sottostante pianura.

Il Comune di Marano di Valpolicella occupa con il suo territorio tutta questa valle che sta fra quella del Progno di Fumane e quella del Progno di Negrar. È una valle che, situata nel cuore della Valpolicella, si apre largamente a mezzogiorno dove sono coltivati viti e ciliegi, ma dove alligna con un certo successo anche l'olivo. I suoi abitanti, che assommano a poco meno di tremila, sono per lo più distribuiti in piccoli nuclei e in case sparse, come si conviene ad una popolazione che, fino a non molti anni fa, era prevalentemente dedita all'agricoltura. Fino a non molti anni fa: perché adesso anche qui l'agricoltura è praticata da pochi, in moderne aziende che producono il fior fiore dei recioti della zona e ciliegie fra le più apprezzate di tutto il Veronese, il resto della popolazione industriandosi invece presso aziende del secondario e del terziario, in loco e nei vicini Comuni della Valpolicella. Moderne aziende agricole -quelle sopravvissute - che sanno sposare tradizione e progresso, badando alla qualità dei prodotti ancor prima che alla quantità.

Quattro sono i nuclei abitati principali sui quali convergono contrade e singole corti: Marano (con Pezza, Prognol, Purano, Canzago, Cotto e Ravazzol), Mondrago, San Rocco (con Carazzole e Tonei) e Valgatara (con Paverno, Agnella, Badin, Canova, Fasanara, Gnirega, Maregnago, Molino, Pozzo, Torre e Villa). Molte di queste contrade o corti - che si sono salvate da recenti distruzioni edilizie - testimoniano ancora di una civiltà contadina che aveva saputo fare, anche del fatto abitativo, un qualcosa di molto organico e funzionale. Assai caratteristico è ad esempio, sopra ogni altro, l'antico abitato di Mondrago, uno dei più conservati villaggi di pietra della Lessinia, essendo posto appunto nella parte più alta del Comune, là dove la Valpolicella finisce per trascolorare in zona montana, già regno dei boschi e dei pascoli ed ora territorio economicamente depresso, a causa dell'abbandono d'attività tradizionali, con conseguente emorragia di quella popolazione che, fino a non molti decenni fa, v'insisteva relativamente numerosa, dedita soprattutto al taglio dei boschi e all'allevamento del bestiame.

La situazione di un tempo è del resto ben descritta, per tutto il Comune, da una guida di cent'anni fa: "si stende il territorio di questo Comune nella parte media del distretto (di San Pietro In Cariano) con carattere in tutto montuoso; ...e fertile è ben coltivato: dà uve, cereali, gelsi, alberi da frutta, legumi e patate. Industrie locali sono quelle attinenti la produzione del vino, dei latticini e del piccolo bestiame da cortile".

Numerosissime sono, nel territorio, le testimonianze preistoriche: Ravazzol, Boschetti, Monte Castelon, San Rocco, Pizzol, Monte Per, Castel Besin, Monte Noroni, Mondrago, Porcarola e Ciacalda, Covolo dei Pani, sono tutte località che hanno restituito selci, ceramiche, ossa, bronzi ed altri materiali oggi al Museo di Sant'Anna d'Alfaedo, al Museo di Verona e alla Soprintendenza alle Antichità delle Venezie. Il merito di questi ritrovamenti va soprattutto ad Olindo Falsirol, a Raffaello Battaglia, a Francesco Zorzi, a Luciano Salzani, a Leone Fasani, che in Valpolicella hanno continuato una tradizione di scavi avviata ancora nell'Ottocento da Stefano de Stefani.

Ad esempio, uno scavo di saggio sul monte Castelon di Marano ha posto di recente in luce una successione stratigrafica che comprende un orizzonte protoveneto, un orizzonte della tarda età del Ferro ed un orizzonte medioevale. Particolarmente interessanti sono apparsi di questo saggio i materiali dell'orizzonte protoveneto che presentano caratteristiche tipologiche molto elaborate e sembrano preludere alcuni motivi della vera e propria età del Ferro.

Pur aprendo problemi e prospettive nuove, la quantità dei materiali non è stata tuttavia sufficiente a determinare e specificare meglio l'orizzonte di passaggio dall'età del Bronzo finale all'età del Ferro. Durante l'epoca romana, la valle era parte di quel Pagus degli Arusnati che si estendeva su tutta l'odierna Valpolicella. Proprio sul Castelon di Marano - pressappoco ove ora sorge la chiesa di Santa Maria Valverde - sul pendio del monte che guarda dunque San Rocco, sorgeva un tempio dedicato a Minerva i cui resti apparvero negli scavi del 1836 ed erano ancora visibili nel 1929. Poiché può essere utile una migliore localizzazione dei resti, vediamo quanto scrive al riguardo Olindo Falsirol:

Il tempio si trovava a sinistra di chi, scendendo dalla chiesetta di Santa Maria, si diriga a San Rocco per la stradetta che percorre il versante meridionale e poi orientale del monte. Precisamente sorgeva poco addentro dove ora è la coara, spesso ridotta a scavezzaia, che viene imboccata dalla processione quando questa, nel giorno della festa della Madonna, gira attorno al monte stesso.

Poi, come spesso succede, abbattuto ancora in età altomedioevale il tempio a Minerva, venne costruito, in suo luogo, un piccolo santuario dedicato alla Vergine Maria che via via, di trasformazione in trasformazione, giunse fino a noi. Il simulacro della Madonna che si venera attualmente nella chiesetta - che per la sua posizione panoramica domina tutta la Valpolicella occidentale - risale al 1516 e, come dice l'iscrizione, fu fatta eseguire dalla Compagnia di Santa Maria della Valverde del Castello di Marano. Un notevole rifacimento di questo sacello va registrato nel 1682 come si può anche in tal caso rilevare da un'iscrizione posta sopra l'altare maggiore.

Durante il periodo scaligero Marano ed il suo castello furono infeudati a Federico della Scala, conte della Valpolicella. Per una congiura tramata da Federico nei confronti di Cangrande, il conte venne poi bandito e il Castello di Marano fu abbattuto per non risorgere più. Resti delle strutture del maniero affiorano in ogni modo ancora nei pressi del Castelon e meriterebbero anzi maggiori attenzioni in relazione ad una loro messa in luce.

Ricorda Gian Maria Varanini come il Castello di Marano, menzionato per la prima volta (indirettamente) nel 1213, venisse distrutto dal noto terremoto del gennaio 1223. Della successiva ricostruzione non si ha notizia; tuttavia nella seconda metà del Duecento esso era in efficienza e - unico fra i castelli della Valpolicella - sorvegliato permanentemente da una guarnigione.

Ancora Varanini soggiunge che, prima del 1288, furono svolti lavori imprecisati di rafforzamento ("occasione forteze castri Marani"); e nel suo testamento del 1339, poi, Federico della Scala ricorda il "Iaborerium castri mei Marani", espressione che sembra alludere, considerato l'uso del termine "Iaborerium" che si fa nelle fonti veronesi basso-medievali, ad un intervento di una certa consistenza, da datarsi probabilmente al quindicennio (1311-1325) della "sovranità" di Federico sulla valle; il ricovero in esso di un cospicuo stock di frumento, appartenente ai comuni della Valpolicella; non che la "diruptio" del castello medesimo (1325, verosimilmente).

Da allora, non si ha più notizia di un suo uso a fini militari o residenziali, ma nei primi decenni del Quattrocento, infine, il castello di Marano è ricordato in un elenco di "castra Verone". Insomma i suoi resti dovevano essere ancora ben riconoscibili, se nella visita pastorale di Ermolao Barbaro (metà del Quattrocento), la chiesa di santa Maria di Minerbe è ubicata: "in Valleversa sive in castro".

Numerose sono le chiese disseminate nella valle. Salendo da San Floriano, la prima che incontriamo è in località Pozzo: dedicata a san Marco, essa rivela la sua origine romanica nelle strutture architettoniche ed in particolare nel bel campanile, mentre l'interno si adorna di affreschi trecenteschi di buona fattura. In uno dei suoi fianchi è infisso un voto romano dedicato a Giove che fu forse, a suo tempo, raccolto nei pressi, e che testimonierebbe in questo caso, dunque, la preesistenza di un sacello pagano nello stesso luogo ove poi sarebbe sorto il sacello cristiano.

A Valgatara la chiesa parrocchiale, dedicata ai santi Fermo e Rustico, è pure di origine medioevale: è parrocchia, smembrata dalla Pieve di San Floriano, dal 24 dicembre 1797. L'architettura della chiesa odierna è ottocentesca: fu realizzata su disegno dell'architetto Francesco Ronzani nel 1854, aggiungendo due navate laterali e un'abside rotonda ad un edificio forse quattrocentesco. Nel 1944, su progetto dell'architetto Francesco Banterle, la chiesa è stata allungata e innalzata fino a raggiungere le attuali dimensioni.

Marano, già parrocchia nel 1454, aveva una sua chiesa settecentesca che tuttora, pur priva dell'arredo e abbandonata, si può vedere accanto al nuovo tempio edificato tra il 1922 e il 1924 su disegno di don Giuseppe Trecca. A forma di croce greca con cupola alta quasi trenta metri, essa ha buone decorazioni del pittore Aldo Tavella eseguite fra il 1944 e il 1945. Da questa parrocchia dipendono anche le chiese di San Giorgio in contrada Purano (secolo XV), di San Carlo in contrada Canzago (secolo XVII) e di Sant'Eustachio in contrada Prognol.

Numerose, nel territorio comunale, anche le ville, due delle quali in località Canzago, le altre sei a Valgatara.

Villa ex Lorenzi, in contrada Canzago, è dell'architetto Luigi Trezza. La costruzione è della fine del XVIII secolo, o del principio del XIX, e ripete i motivi architettonici sanmicheliani.

Anche villa Rizzini, già Porta, sempre in contrada Canzago, è bella e pittoresca costruzione settecentesca, notevole per la facciata con porte e finestre bugnate, con elegante scala esterna a quattro rampe, balaustra in tufo e poggioli in ferro, e per il duplice loggiato rustico che si sviluppa sul fianco orientale, mentre ad occidente un'ala si prolunga verso la strada terminando nella semplice facciata dell'oratorio di San Carlo, recentemente restaurato. Circondata in passato da una vasta proprietà terriera e da un giardino con fontane, ora scomparso, restano in questa villa gli stemmi comitali dei Porta, che diedero il nome ad una vicina contrada.

Le altre sei ville, in Valgatara, sono villa ex Graziani, villa Campagnola, villa Raisa Rimini, villa Silvestri, villa Fasanara, villa il Castello.

Villa ex Graziani, pare sia stata costruita nel 1826 su disegno dell'architetto Giuseppe Barbieri: è bella, poderosa ed equilibrata costruzione di linee classiche che ripetono gli schemi sanmicheliani.

Villa Campagnola è vasto e pittoresco edificio diviso in due parti: su quella occidentale sporge una loggia architravata con sottostante portico ad archi e pilastri bugnati, di tipo sanmicheliano, e un'ala si protende in avanti a formare il rustico, attraversato dall'atrio d'ingresso con solenne portone. Nella parte orientale dell'edificio vi è una scala esterna a due rampe e lo stemma dei conti Soardi, antichi proprietari.

Villa Raisa Rimini fu costruita intorno al 1880: è di linee classiche, sobrie ed eleganti. Ha intorno un piccolo parco.

Villa Silvestri fu costruita anch'essa verso il 1880, secondo gli schemi classici, con linee architettoniche semplici ma eleganti. Ha intorno un parco giardino.

Notevole è il complesso di villa "La Fasanara". Ha una parte più vecchia, quella a portico e loggia con l'alta colombaia ornata di belle cornici in cotto, certamente quattrocentesche. La località però è ricordata in documenti molto più antichi, e pare derivi il suo nome da una riserva di caccia del re Berengario, che nel secolo X aveva nel vicino San Floriano una villa. La costruzione quattrocentesca ha tre arcate nel portico, sei nella loggia e due piccole finestre rotonde in alto, sotto la gronda, tra i resti d'una decorazione pittorica che doveva ricoprire tutta la facciata, e di cui è traccia anche sulla colombaia.

Villa "II Castello" infine è un grande edificio, chiamato "II Castello" forse perché costruito sul sito di un antico maniero. Ora adibita a casa colonica, in passato fu dimora padronale ed ha in facciata due quadrifore a pilastrini rustici che sormontano ciascuno due archi di portico.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1990

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