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Lessinia - Momenti d'arte

Verona / Italia
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Percorrendo le valli della Lessinia, soprattutto orientale, non si potrà fare a meno di notare la presenza di tutta quella colorata schiera di "madone e santi" che, dai muri intonacati a calce di qualche vecchia abitazione, da sempre danno a questi luoghi quel tono di colore che egregiamente si amalgama al verde ed all'ocra dei "progni".

Secoli di storia sono legati all'espressione artistica in Lessinia, espressione di una fede materializzatasi nelle pietre lavorate (colonnette) e nelle pitture murali, entrambe sintesi perfetta di quel credo quotidianamente vissuto dai valligiani.

La "Madonna con S. Bambino", "I Sette Dolori" e più raramente "La Crocifissione" erano i temi preferiti da quegli artisti, di cui raramente conosciamo il nome, che con una scarna tavolozza, limitata ai colori base: rosso, terra, nero, verde e turchino, ricavati spesso da ossidi dei vicini monti, riuscivano a trarre meravigliose sfumature che ancor oggi esaltano le opere stesse. I soggetti sono dipinti con forme ed espressioni talvolta estremamente diverse pur restando nella medesima zona di operazione; troveremo Madonne dal volto dolcissimo, contrapposte ad altre dal viso rude e scavato, tipico di qualche "cimbra" locale. Molte di queste opere, a causa di una tecnica non perfetta o quasi assente dell'affresco, ma soprattutto per "la cura del tempo e I'incuria dell'uomo", sono ormai irrimediabilmente perse e niente e nessuno potrà ridar loro quella carica mistica per la quale sono nate.

La nascita ed il proliferare di questa tipica espressione, principalmente in Val d'lllasi, sono legate sicuramente alla presenza e al peregrinare tra queste valli, dei monaci Benedettini che, per la loro predicazione, si avvalevano anche di queste immagini, molte volte trasformate in veri altari. La Vergine quindi assunta ad indiscussa protettrice dei luoghi e i Santi dal canto loro, trasformati in modelli da imitare, vennero ad essere durante questi secoli protagonisti indiscussi della quotidianità.

Di uso molto più pratico, ma non per questo meno interessanti, sono invece le meridiane, che nella panoramica che ci interessa ricoprono un ruolo piuttosto importante. Queste opere, molto spesso semplificate al massimo, sono sempre però eseguite con uno squisito gusto artistico e la superficie dipinta è sempre equilibrata rispetto all'uso dell'opera stessa. Nella nostra Lessinia, questi "orologi" erano spesso contornati da arabeschi e variopinte cornici più o meno lavorate e arricchite molte volte da cartigli enuncianti "motti" e "consigli " ad intento religioso o relativi al tempo o al modo di comportarsi.

Su di una meridiana del 1881 in contrada Covolo di Velo, possiamo leggere: "Chissà se il sol benigno nel suo ritorno segnerà di tua vita un nuovo giorno"; in contrada Trettene di Badia Calavena tra due belle pitture murali, un S. Bovo Cavaliere ed un Sant'Antonio "dal porcheto" si intravede una meridiana dove il cartiglio posto sotto evidenzia la frase: "Tutte le ore son di Dio, vivi giusto sobrio e pio" (l'opera è del 1893).

Verso la testata della VaI d'lllasi, in quel di Selva di Progno, all'inizio del capoluogo, vedremo a sinistra, sulla facciata dell'antica canonica, una meridiana piuttosto sbiadita; sopra e sotto, osservando bene, potremo notare ciò che resta di due "motti". Grazie alla memoria di Arcangelo Corbellari, da sempre vissuto all'ombra di questi, così possiamo ancora interpretare: sopra "In breve a Dio ragion render dovrai di tutte l'ore che perdute avrai"; sotto "II tempo fugge e non s'arresta un'ora e tu scherzi e ridi e pecchi ancora". II tutto è datata 1839.

Le espressioni trovate ed evidenziate sopra o sotto queste opere, da sole sono lo specchio di una religiosità quotidianamente vissuta, fatta di piccoli momenti; "suggerimenti" dati, così sintetici e nello stesso tempo così pieni di "promesse", erano di monito ad un modo di essere vissuto in funzione di una meta certa, molto più temuta ed attesa di quanto lo possano far temere o attendere i nostri moderni orologi al quarzo che certo non lasciano spazio a cartigli. Le parole contenute in pochi centimetri quadrati venivano ad essere perciò parole del Vangelo; nelle pagine di questo leggiamo infatti: Vegliate perché non conoscete né il tempo né il luogo né l'ora... Sul punto dove convergono le linee orarie, al nord, troviamo sempre il simbolo del tempo: un gallo in atto di dar la sveglia o più raramente una piccola chiesa ad immagine della parrocchiale.

Molti di questi "orologi" sono oramai completamente scomparsi o sbiaditi e resta evidente solo l'ombra dello gnomone proiettata su di una superficie grigia, un tempo sicuramente "preziosa".

Se dal fondovalle ci portiamo ora verso l'alta Lessinia, vedremo che il modo di esprimersi cambia rispetto all'ambiente ed ai materiali con i quali e sui quali era possibile operare. Lasciando i centri abitati e spostandoci lungo le dorsali, potremo vedere su qualche dosso e crocevia, soprattutto nella Lessinia Orientale, tutta quella serie di pietre lavorate - le colonnette - tipica espressione di una fede tutta legata sia a fatti contingenti sia a un paesaggio essenzialmente lessinico. Le più antiche testimonianze di quest'arte "cimbra" le troviamo, restando dentro l'area tredici-comunigiana, nella zona di San Mauro di Saline, dove durante un restauro del campanile della chiesa di S. Moro, sono state rinvenute una quindicina di statuine in ferro battuto raffiguranti degli oranti.

Per trovare però delle testimonianze legate alla tipica espressione locale dovranno passare circa altri tre secoli, per arrivare così alla prima metà del '500 quando per un fatto ben preciso, la pestilenza che in quei tempi mieteva numerose vittime anche nelle valli, i montanari pensarono bene di propiziarsi la Beata Vergine, il S. Bambino ed alcuni Santi. Nella pietra lavorata perciò, per circa un secolo, vedremo protagonisti quattro figure: la Beata Vergine, il S. Bambino, San Rocco e San Sebastiano assunti a protettori dal flagello.

Le tavolette di pietra tenera erano inserite in colonnette e il tutto divenne così tipica espressione del periodo. Cessato il pericolo della peste, rimase la tradizione e i montanari per questo o quel fatto. per e questo o quel bisogno, sempre rivolsero la loro attenzione alle due figure principali, ora però accompagnate da qualche altro santo o da sole.
Verso la fine del '600 nasceranno le "colonnette del madonaro", colonnine di pietra rossa terminanti a nicchia, dove veniva direttamente scolpita sempre a mezzo busto, la Beata Vergine con al suo fianco, in piedi, il Bambino. La tecnica usata è quella detta "a stampo"; non troviamo infatti alcuna sfumatura ed il tutto è ricavato abbassando di poco il piano della superficie scolpita.

La fioritura di questa particolare arte plastica è legata soprattutto al territorio compreso tra Durlo (alta Val del Chiampo) e a Campofontana (alta Vai d'Alpone). Una tecnica molto semplice permette con poche linee essenziali di arrivare alla descrizione della figura, migliaia di volte ripetuta in altre opere "dotte" da scultori che in secoli di storia si sono avvicendati in opere stupende.

Nelle o nostre colonnette l'immagine voluta è risolta in pochi tratti che fanno intravedere nella loro semplicità descrittiva ciò che autore e committente avevano in animo. L'ingigantimento della figura principale rispetto all'insieme, che molte volte si nota su queste immagini scolpite, non è altro che un modo per rendere importante la figura scelta che sarà quella volutamente esasperata. Molte leggende sono nate intorno a queste opere, che divennero così anche simbolo di questo o di quel fatto, di questa o di quella "storia".

Ne citeremo, ad esempio, una raccolta nella zona di Bolca in contrada Casoni, contrada che si raggiunge percorrendo la strada che da Bolca porta a Sprea, antica frazione di Badia Calavena, e seguendo una stradina laterale alla nostra sinistra, poco prima della frazione.

Prima di entrare nella contrada Casoni noteremo verso valle un bel capitello datato 1849. Esso è caratterizzato all'esterno da un bel cancelletto in ferro battuto che evidenzia una delle più ricche ed antiche attività della vallata sottostante. Aprendo questo, potremo notare all'interno una bella tavoletta in tufo raffigurante le quattro tipiche figure dell'arte sulla Lessinia: la Beata Vergine e il Bambino con a lato San Rocco e San Sebastiano. La tavoletta del XVI sec. è perfettamente conservata, se escludiamo una certa "levigatura" dovuta al tempo. La "storia" racconta come molti secoli fa tale "madoneta" fosse inserita in un capitello molto più stretto (sicuramente una colonnetta); il proprietario di questa, volendo cambiar casa, decise di portare con sé tra le sue poche cose, anche la "madoneta"; se la caricò così sulle spalle togliendola dall'abituale sede e si incamminò verso valle (verso Badia); si accorse però con stupore che man mano che scendeva il peso portato aumentava sempre di più fino ad impedirgli quasi il cammino; a un certo punto, non sopportando più il peso, egli esclamò: "Munifica, come te pesi!" (Munifica dal latino "munificus" è aggettivo spesso usato nei riguardi della B. V. in sinonimo di "generosa") e scaricato il pesante fardello per riposarsi un po', decise di riportarlo indietro, non potendo certamente abbandonarlo e tanto meno proseguire con codesto carico. Con meraviglia, si accorse così che durante la strada del ritorno il peso diminuiva sempre più, diventando normale e quasi nullo nelle vicinanze del luogo da dove era partito. La "madoneta" tornava così come evidentemente voleva, al suo luogo d'origine, dove alcuni anni dopo venne eretto il capitello ancor oggi esistente, testimone della storia raccontata.

Se ci spostiamo ora verso la Lessinia Centrale, notiamo che viene a cessare il tema sin qui visto e la figurazione viene sostituita da "stele" (pilastrini di pietra) e da Crocifissioni. Quest'ultimo tema, verso la fine del '700, verrà a sua volta molto sintetizzato e solo la grande Croce sormontante un basamento verrà assunta a protezione dei luoghi. In genere tutte queste ultime opere portano se non il nome dell'artista, almeno le iniziali del committente e le semplici lettere: F(ece) F(are) P(er) S(ua) D(ivozione). Difficile arrivare, come per la pittura, agli autori e pochi sono i nomi conosciuti: un certo Andrea Tinelli da Caprino, autore delle grandi Croci (un esempio lo possiamo vedere davanti alla Parrocchiale di Colognola ai Colli); un certo Benigno Peterlini da Glacia (Giazza) e per ultimo Giorgio Signore, famoso lapicida di Campofontana, che ha operato in zona fino alla prima metà del '900.

Oltre al tempo, anche altri motivi meno contingenti hanno contribuito al deterioramento o alla sparizione delle opere sin qui viste, soprattutto delle colonnette; alcune di queste pietre lavorate infatti facilmente asportabili, dato il loro isolamento, sono finite molto lontano dal loro luogo d'origine, dove avevano senso di essere.

Infinite ricerche e proposte possono scaturire dalla conoscenza di questo "piccolo grande patrimonio d'arte che in Lessinia ha avuto i natali ed un fiorente sviluppo evidenziando anche come in un ambiente montanaro legato, come si sa, a rudi schemi di vita non mancasse la poesia.

Si è visto come i mezzi espressivi cambino in rapporto all'ambiente in cui si opera; l'uso della pietra infatti sarà sempre trovato in ambienti prettamente "alpini", dove il materiale era più vicino agli operatori; in contrapposizione, vedremo che l'uso del colore e di conseguenza di tutta quella serie di pitture di fondovalle, trovano terreno fertile in zone più collinari per il fatto che sia per il reperimento dei materiali, ma soprattutto per una maggior vicinanza alla città, veniva ad essere molto più probabile quel contatto con altre culture indispensabile ad una maggior espressione.

Piccoli tesori sono dunque sparsi lungo il territorio lessinico, tesori che attendono d'essere maggiormente conosciuti, conservati e valorizzati.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1985

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