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Legnago

Verona / Italia
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Legnago, vasto e importante Comune della Bassa Veronese, comprende, con l'abitato del Capoluogo, anche quelli di Canove, di San Pietro, di San Vito, di Terranegra, di Vangadizza e di Vigo. Attorno e fra questi centri d'antichissima origine, nuovi e vecchi nuclei abitativi, dalle singole "case a corte" a vere e proprie contrade, dicono a loro volta di una conquista umana del territorio, la cui storia rimane in buona parte ancora da approfondire, nonostante gli importanti contributi fin qui offerti da valorosi studiosi, anche locali, fra i quali è doveroso ricordare almeno Giuseppe Trecca, Cirillo Boscagin, Ernesto Berro, senza far torto ai numerosi altri.

Gli insediamenti preistorici sono ben rappresentati in zona - ed è ovvio che parlando di preistoria non ci si possa riferire agli attuali confini amministrativi del Comune - da vestigia d'antiche civiltà venute alla luce occasionalmente o nel corso di varie campagne di scavo a Franzine di ViIlabartolomea (universalmente nota per la sua necropoli dell'Età del Bronzo recente), a San Pietro di Morubio, a Terranegra (con materiali riferibili alla cultura atestina), a Perteghelle, a Calzavara, a Torretta, a Fondo Paviani (dove l'insediamento dell'Età del Bronzo recente presenta aspetti di cultura subappenninica con qualche carattere già protovillanoviano).

Poco sappiamo della zona in età romana; senz'altro fin da allora importante punto di riferimento per tutta la Bassa, fiorenti villaggi di quest'età con vaste costruzioni anche monumentali, sono qua e là, anche di recente, riapparsi (in località Venezia Nova ma pur altrove) a testimoniarsi che già da allora queste terre feraci erano state messe a coltura per il sostentamento di una popolazione che, accanto all'attività agricola, svolgeva anche altre attività, artigiane soprattutto, ma forse anche relative a quello che oggi si definirebbe come il settore terziario, quasi a dire di una vocazione naturale per un centro strategicamente collocato fra il Rodigino e il Veronese, il Vicentino e il Ferrarese, il Padovano e il Mantovano.

Terra di vaste relazioni dunque, ma anche terra di confine. Terra interessata agli scambi economici, ma anche alla difesa militare e questo rappresenterà, nella storia di Legnago un handicap notevole, quando altre vitali esigenze - e quindi lo stesso decollo di Legnago - saranno sacrificate a necessità difensive, lungo tutto un percorso storico dall'Epoca Barbarica al Dominio Vescovile, dai domini del Comune veronese e poi degli Scaligeri, a quelli dei Visconti, dei Carraresi, dei Veneziani, dei Francesi e finalmente degli Austriaci, che n'esalteranno ancor di più l'esclusiva funzione d'inespugnabile fortezza.

Già da un documento del 932 si apprende che Legnago è una rocca fortificata, con mura perimetrali provviste di torri. Su questa rocca si accanirono, nel 1230, durante le lotte fra Guelfi e Ghibellini, le opposte fazioni, provocandone la quasi totale distruzione. Vennero poi ovviamente altre mura, altre torri, più volte abbattute e più volte ricostruite nel corso di una serie di vicende che videro sempre coartata la volontà dei legnaghesi di espandere il tessuto edilizio del loro borgo.

Traffico a Legnago comunque ce n'era sempre: "questo loco -scriveva nel '500 Agostino Quirini al Senato - è de uno transito frequentatissimo de qualità che chi non è in fatto non lo po' giudicare". Ma Venezia dapprima e l'Austria poi vigilavano, onde lo sviluppo fosse più disciplinato che armonico, sempre premettendo le esigenze della difesa del territorio Veneto a quelle che, anche caparbiamente, si peritavano di esprimere, ad ogni buon'occasione gli esponenti della nascente borghesia locale.

Soltanto dopo I'annessione del Veneto al Regno d'Italia le cose parvero cambiare, nonostante le molte, moltissime servitù militari che ancora continuarono a sussistere. Il risentimento dei legnaghesi nei confronti di tutto quanto sapeva di coercizione esplose con rabbia, portando, e fu un vero peccato, alla cancellazione anche fisica e cioè alla completa distruzione, dei baluardi, delle mura, delle magnifiche porte che veneziani e austriaci avevano qui costruito, a compressione, ma anche a decoro della bella cittadina; il cui centro storico ed il cui territorio hanno conservato peraltro, nonostante le distruzioni operate dagli uomini, dal tempo, e non ultime dalle bombe, monumenti minori e maggiori degni d'ogni attenzione: si tratta di belle chiese, ma anche di case a corte, di distinti palazzi pubblici e di ville patrizie. Un patrimonio della cui esistenza i legnaghesi paiono da qualche tempo andare più fieri, anche per l'azione di sensibilizzazione culturale svolta dalla Fondazione Fioroni (con il suo Museo e la sua biblioteca) e da altri attivi organismi, fra i quali, senza scontentare altri, merita almeno una citazione l'Archeoclub.

Le chiese. Il Duomo anzitutto, dedicato a san Martino, ma poi la chiesa della Disciplina e, a Porto, il Santuario della Madonna della Salute, mentre in località San Pietro si può ammirare la romanica chiesa di San Salvar e, a San Vito, la vecchia chiesa che dette il nome al borgo. Queste ultime due meriterebbero un cenno particolarmente diffuso anche se purtroppo lo spazio a disposizione ci costringe a dire solo in sintesi della loro importanza storica e dei loro pregi architettonici.

S. Salvaro di Legnago, a tre navi e con cripta, risale ai primi decenni del secolo decimosecondo: "La monocromia delle pareti interne -nota il Sandrini - è rotta abbastanza regolarmente da file di tufo; molto meno nelle pareti esterne, in cui la muratura di quadrelli viene illeggiadrita sobriamente oltre che dal tufo anche da blocchi di tracheite e da ciottoli".Anche questa chiesa subì in passato restauri abbastanza massicci. Per esempio i muri interni della navata centrale sono nuovi, mentre i muri esterni furono rinnovati per mezzo metro sotto le travi; nuovo è anche il tetto a cavalletti messo a vista con I'eliminazione del precedente soffitto. In complesso si tratta però di un importante documento del nostro migliore romanico.

Anche la vetustà della chiesa di san Vito è confermata dall'identificazione di strutture romaniche, che Nicolò Rasmo ritiene databili al XII secolo. Tali strutture sono identificabili nella facciata; nelle pareti laterali, nelle quali sono state inserite, nel Seicento, le nicchie degli altari (anche qui al posto delle finestre vi erano due monofore romaniche), e nell'arco trionfale, dove al posto dell'unica abside romanica (di cui sono tornate in luce le fondazioni) è stato poi eretto, contemporaneamente agli altari laterali, il nuovo presbiterio in stile barocco. Sulla parete di sinistra, in basso verso I'altare, sono comparse tracce d'affreschi, difficilmente riconoscibili, ma che possono essere ugualmente databili all'epoca gotica. Nella canonica è pure emersa una traccia d'affresco databile alla prima metà del Cinquecento.
Sempre in tema di chiese, un cenno va fatto anche per il santuario di Porto, perché, pur se la sua costruzione è recentissima, esso custodisce una veneratissima effige di Maria, invocata come Madonna della Salute. Si sa che, in seguito alle soppressioni napoleoniche, la statua subì nel 1806 una traslazione dalla parrocchiale di San Pietro alla chiesa di Santa Maria, già dei Domenicani, con nuovo incremento di devozione, soprattutto a seguito della protezione accordata agli abitanti della zona nel 1836, nel 1848 e nel 1849, sempre imperante il colera e il morbo asiatico.

E non si starà ad elencare tutte le altre date nelle quali la Madonna della Salute di Porto Legnago sarebbe intervenuta a protezione dei suoi devoti, ivi comprese le due memorabili occasioni delle inondazioni dell'Adige nel 1868 e nel 1882. Nel corso dell'ultimo conflitto bellico il santuario venne completamente bombardato per essere poi ricostruito in luogo diverso, ma centralissimo rispetto al nuovo quartiere di Porto dopo la guerra, ed inaugurato quindi, il 12 novembre del 1955, dal cardinale Giovanni Urbani, allora vescovo di Verona.

Lasciando ora le chiese, accenneremo alla presenza nel territorio legnaghese di molte case a corte, nelle quali qualche anno fa si è anche appuntata I' attenzione di numerosi storici locali che pubblicarono le risultanze dei loro studi in proposito in un bel volume nel quale queste strutture sono ampiamente illustrate. Chiunque dovesse recarsi nel Legnaghese da turista non dovrebbe trascurare di rendersi conto, de visu, di cosa significhino nella storia della Bassa queste strutture. Si tratta, infatti, di un insieme di manufatti che ancora testimoniano cosa abbia rappresentato in passato, per il Legnaghese, l'attività agricola se, a dirla con Giovanni Beggio, "Per corte dobbiamo intendere il complesso degli edifici, delle strutture e degli impianti che consentono la piena utilizzazione operativa e funzionale di un fondo che va da qualche decina a qualche centinaio d'ettari di terreno, e che si presenta con le più varie composizioni o consociazioni d'attività produttiva: arativi, pascoli, risaie, canneti, colture arboree o arbustive, paludi e specchi d'acqua per caccia e pesca, allevamenti bovini o equini od ovini o avicoli o altri di minor conto o anche solo marginali o complementari o affettivi ed elettivi".

Chi si reca a Legnago non dovrà trascurare ovviamente una visita al Museo della Fondazione Fioroni. Tale Fondazione qualche tempo fa è stata riordinata, nell'ambito di quel Museo, la sezione archeologica: un insieme di lapidi, epigrafi, colonne, elementi architettonici, mosaici ecc. d'epoca romana, più o meno noti, esposti accanto ad oggetti della stessa epoca romana ritenuti dagli esperti "eccezionali": tra questi un'"ara" rinvenuta a Cerea, una tomba con tutto il suo corredo ed una "applique" in bronzo sbalzato raffigurante un cavaliere; mentre nella sala preistorica figurano alcuni corredi venuti alla luce a Franzine, materiale proveniente dal fondo Paviani (tra cui un frammento di ceramica micenea che gli addetti ai lavori non esitano a definire straordinario) ed una paletta di bronzo paleoveneta scoperta a Terranegra.

E come non ricordare infine grandi legnaghesi come gli umanisti Benedetto Brugnoli e Giovanni Cotta o il musicista Antonio Salieri? Per brevità ci limitiamo a dire qualcosa di Benedetto Brugnoli. Ricevuta la formazione letteraria a Vicenza da Ognlbene da Lonigo, il Brugnoli la compì a Venezia alla scuola di Giorgio da Trebisonda e di Giovan Pietro da Lucca, Maestro di Domizio Calderini, svolse poi la sua attività a Venezia come ricorda anche il contemporaneo Virgilio Zavarise: "tu, Brugnoli, che fai scuola ai veneziani, critico scrupolosissimo nell'emendare i testi scorretti degli antichi maestri" (Et Venetos Brugnole docens, iustissime censor castigans veterum mendosa volumina vatum). Conoscitore profondo della lingua latina e greca, ebbe poi, sempre a Venezia, oltre che incarichi scolastici, anche mansioni nella cancelleria ducale.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1985

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